Le responsabilità penali, quelle della politica di casa nostra

madonnacandidato

Vado ripetendolo da tempo: se c’è una responsabilità  che ha chi governa la città e – di conseguenza – anche chi ci si allea, è quella di aver fatto mettere il vestito bello a qualche personaggio locale nemmeno tanto “border line” per farlo entrare in politica, portare i voti o farlo sostenere questa maggioranza.

Le responsabilità penali – e ribadisco che non si è colpevoli fino a prova del contrario – sono personali. Quelle di aver spalancato le porte del Comune a certi personaggi no. Di averne fatto dei punti di riferimento se c’erano lavori da affidare a qualche cooperativa, pure.

La candidatura della quale oggi parla Repubblica è frutto di questa gestione dell’amministrazione, ad Anzio.  Provare a dire che non c’entra è negare il sostegno palese a Luciano Bruschini, Patrizio Placidi,  Adriano Palozzi e via discorrendo. E’ vietato? Certo che no, diciamo poco opportuno.

Ma di più lo sono i toni “muscolari” che da tempo aleggiano in questa maggioranza, il dileggio verso gli avversari quando non le velate minacce, i veti incrociati tra presunti alleati,  le opposizioni a certe cause sì e ad altre no (un distributore, i cartelli della bandiera blu 2013….) per convenienza “politica“,  il silenzio su palesi illegalità nelle cose quotidiane solo apparentemente piccole, perché se parli tu, poi parlo pure io…. Questo è il desolante quadro che emerge. La candidatura è solo la punta di un iceberg.

La consiliatura che si chiude – e con essa l’esperienza di Luciano Bruschini sindaco, mai sfiorato dalle inchieste come ci tiene tanto a sottolineare – passerà alla storia come quella con il maggior numero di arresti e indagini su personaggi dell’amministrazione o contigui a essa. Le responsabilità sono penali, ribadisco, ma la politica ha taciuto o si è girata dall’altra parte o – peggio – ha l’aria di sfida di chi dice “ma sì, agitatevi, tanto il mare è una tavola….” o “chiacchierate, tanto vincemo noi“. Auguri!

Immaginando #unaltracittà – con illusione, forse, e un pizzico di utopia – dico che i metodi usati dalla politica, da esponenti di questa maggioranza o loro sostenitori, emersi nelle indagini Malasuerte o Evergreen, in quella Touchdown, ma anche le sfuriate, i toni di sfida e tutto il resto  non mi appartengono.

Come ho scritto qualche tempo fa (chi vuole può collegarsi a questo link) il problema è negare l’evidenza. Un’ultima cosa: qualunque ruolo avrò nella campagna elettorale ormai in corso, l’auspicio è che fili tutto liscio. Con quelle che è emerso in questi anni – nella sostanziale assenza delle Istituzioni – sarebbe già un successo.

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Malasuerte e le pressioni delle istituzioni comunali

commissariatoanzio

Pressione esercitata dal coinvolgimento nella vicenda di esponenti delle istituzioni comunali“. E’ un piccolo passaggio della sentenza del Tribunale di Velletri sulla vicenda Malasurte. E’ nel capitolo che riguarda la storia del “pizzo” per la gestione dei parcheggi delle auto di chi si imbarca per Ponza  che qualcuno voleva far passare per un patto commerciale e che, invece, era una richiesta di denaro per evitare fastidi.

Quello che l’indagine aveva messo a nudo, oggi è nero su bianco nella sentenza e ha trovato ampio riscontro anche in sede dibattimentale, quando i testi hanno ricostruito quella storia. Quel passaggio (e non solo) forse andrebbe fatto leggere a un Prefetto e un Ministro che con troppa fretta sembrano aver archiviato il caso Anzio.

C’è stata pressione da esponenti delle istituzioni: lo sapevamo, l’abbiamo detto, ora lo scrivono dei giudici. Non è penalmente rilevante, a quanto è emerso, ma resta politicamente disdicevole. La vicenda Malasuerte, infatti, è la cartina al tornasole di come questa maggioranza abbia intessuto rapporti, ottenuto consensi, supportato cooperative, mediato se c’era da “sistemare” una storia come quella dei parcheggi e – a questo punto – chissà quante altre.  I nomi che compaiono in quella sentenza tra gli imputati li ritroviamo in altre inchieste, sempre relative al Comune, sempre con le stesse cooperative.  Dalle proroghe alle aggressioni nel passaggio di consegne dell’appalto del verde. Ho già avuto modo di parlarne qui. I nomi dei politici, invece – chi teste, chi imputato – cambiano e in alcuni casi coincidono.

Ma il punto non era e non è giudiziario, chi pure è stato condannato in primo grado resta innocente fino a sentenza definitiva. No, il discorso è di responsabilità politica.

Ci lasciano una città dove la delinquenza comune ha messo il vestito bello, ha avvicinato/è stata avvicinata dalla politica, ma cosa più preoccupante ha stretto, in questo caso, contatti con esponenti del clan dei Casalesi. Di questo si accorgono o non? Hanno nulla da dire?

E non ritroviamo, forse, nelle espressioni “muscolari” verso i cittadini,  ora “imbecilli locali” ora “disturbati mentali”, nel disprezzo verso i comitati, i giornalisti, chiunque non appartenga al loro sistema di potere,  il clima che traspare dalle pagine di quella indagine e della sentenza emessa, fatto di minacce, gente schiaffeggiata, pistole sui tavoli?

Ci lasciano i veleni che li hanno contraddistinti nel 2013 e che oggi sembrano magicamente superati, dimenticando che in quel clima a farne le spese fu, a margine del primo consiglio comunale, il direttore del settimanale “il Granchio” aggredito. Qualcuno pensò all’epoca che tutto sommato avevano fatto bene, vero?, come pensa oggi che sia il minimo prendersela con chi riporta degli atti e chiede spiegazioni, arrivando quasi a prendere a schiaffi l’editore di Controcorrente.

No, è intollerabile. Le istituzioni comunali non dovrebbero fare pressioni, meno che mai gli accoliti politici o chi ha dato loro consensi. No, le istituzioni dovrebbero avere rispetto, di tutti, chi fa politica e vince avrebbe il dovere di attuare il programma che si è dato,   immaginare una città diversa, impegnarsi perché si realizzi. Invece è passato e passa il principio “abbiamo vinto, facciamo come vogliamo“. A partire da quella che mi piace definire come la legalità delle cose quotidiane, sistematicamente calpestata.

Una cosa è certa, questa sentenza mette un punto fermo. Nel 2018, quando voteremo, c’è chi avrà la responsabilità politica di averci regalato Malasuerte (e chissà quante altre situazioni del genere) e chi non.

Sarà una netta linea di demarcazione.

 

La città di “Mala suerte” e quella che non ci sta

tribunalevelletri

La sentenza sull’operazione “Mala suertescrive una prima pagina giudiziaria sulla vicenda che ha squarciato il velo su un giro di estorsioni, droga e armi e che ha lambito la politica di casa nostra. Al di là dell’aspetto penale – per chi scrive anche Madonna o Pellecchia e tutti gli altri  sono innocenti fino al terzo grado di giudizio – c’è quella che riguarda proprio gli ambienti politici che è rilevante.

Perché amministratori pubblici devono “mediare” per far trovare un accordo sulla gestione dei parcheggi, per esempio? Perché – sono atti del processo – si deve arrivare a coinvolgere il sindaco e si deve andare a un incontro per proporre un Consorzio? Riunione che finirà – ipotesi che in primo grado ha retto – con una estorsione?

Se i parcheggiatori vanno oltre il dovuto, oggi li richiami all’ordine, domani glielo ricordi, dopodomani togli le autorizzazioni.  Quest’anno, finalmente, e purtroppo dopo “Mala suerte” sembra essere stata trovata una soluzione. Va dato atto alla Capo d’Anzio – che pure aveva presentato una denuncia per “pressioni” – e al dirigente della polizia locale di essere riusciti a evitarci il brutto spettacolo al quale assistevamo al porto.

Ma il punto è un altro: è negli interrogatori in aula, è in quello che è emerso nell’indagine, è nei nomi che tornano (sempre gli stessi) e vanno da “Mala suerte” all’indagine per abuso d’ufficio relativa alle proroghe per il verde, dalle “cooperative di Italo” dell’inchiesta sulle proroghe ai servizi sociali alle questioni che riguardano il Falasche o il passaggio da “Giva” a “Parco di Veio“. Gente che ha apertamente sostenuto chi oggi siede in Consiglio, gente che ha presentato liste o si è candidata.  Innocente fino a prova del contrario, va ribadito, ma c’è un contatto – una commistione in certi casi – tra chi “fa” politica e chi finisce nelle indagini che è preoccupante al di là dell’aspetto penale. C’è chi è in quelle inchieste ed è stato eletto e chi “fa” politica prova, quasi goffamente, in Tribunale, a  dire che non sapeva.   No, emerge chiaramente che c’era una “sponda” in Comune e che era noto chi fossero e cosa volessero i responsabili delle cooperative.

Poi c’è la frase del pubblico ministero in una delle ultime udienze, quando chiede gli atti relativi al boss Raffaele Letizia (ai familiari del quale, secondo l’accusa, finivano i soldi del “pizzo“) e gli avvocati si oppongono e lui replica: “Presidente se parliamo di camorra ad Anzio questa è la
dimostrazione che alcune persone sono vicine ai camorristi. Poi lo possiamo anche stralciare, non stiamo parlando del sorvegliato speciale perché ruba dentro
casa. Qui parliamo di altri tipi di sorvegliati speciali ed è per questo che non viene gradita questa produzione“.

Le pagine apparse su Repubblica due settimane fa raccontano quanto si va dicendo da tempo, una situazione di fronte alla quale c’è chi continua a fare spallucce. Perché ha consentito – sicuramente in buona fede, non si discute, per qualche voto, per quieto vivere, per quello che si vuole – la città di “Mala suerte“.  Lo spiega in un condivisibile post su facebook anche Chiara Di Fede.

Ecco, la sfida per chi vuole amministrare Anzio dal 2018 è dire che c’è chi non vuole avere nulla a che fare  con certi metodi, consuetudini, commistioni, frequentazioni, voti da ottenere e via discorrendo.  E’ una ulteriore e  netta linea di demarcazione tra il vecchio modo di “fare” politica e #unaltracittà

Ieri Billia, Noli e Cervellati, oggi Malasuerte: quale visione?

cervellati

Pierluigi Cervellati

Terrazza del Municipio, inizio anni 2000: dialogo tra Gianni Billia – allora presidente della Capo d’Anzio – Alberto Noli, progettista del porto, e Pierluigi Cervellati, incaricato di redigere il piano regolatore. Il futuro, lo sviluppo, la città di “mare, cultura e natura“. Ricordo che Billia diceva, ad esempio: “Tu fallo il porto, vedi come le Ferrovie vengono a cercarti e portano la gente qui in 20 minuti” . Si fantasticava di crociere, rotte per la Sardegna, di scendere dal treno – come ripeteva l’urbanista – e “attraversare Villa Albani, l’ospedale militare, arrivare all’area archeologica“. Purtroppo sappiamo com’è andata, con il passaggio dalla teoria alla pratica che è stato disastroso.

Il porto non c’è, “mare, cultura e natura” scritte nel piano sono diventate “varianti, cemento e furberie“,  la “villettopoli“che l’urbanista aberrava è realtà. L’ho presa da lontano, è vero, ma provate a seguire il ragionamento.

In quel piano regolatore tra le cose positive c’era proprio il “Parco delle ville“. Ecco, la notizia dell’acquisizione dell’area dell’ospedale militare – votata all’unanimità dal Consiglio comunale – è assolutamente positiva e a Luciano Bruschini va dato atto di essere riuscito in un’impresa. Da sindaco, negli anni ’90, voleva demolire il muro del “Sanatorio” e ottenne pure un sì, salvo che qualche settimana dopo i militari decisero di rimetterlo a nuovo. Avere l’intera area – per il Central park che era e resta una bugia elettorale – era praticamente impossibile, ma meglio avere quel pezzo che non.

Bene, nel dare il merito al suo alleato ex avversario, il sindaco “incaricato” Candido De Angelis ha parlato di “visione di città“. Non c’è dubbio, l’incontro tra quei tre professionisti ne è la dimostrazione. Si parlava del futuro, di quale modello realizzare,  ma la visione di allora si è inesorabilmente arenata.

Sull’ospedale militare e il “Parco delle Ville“, per esempio, scrive Cervellati: “L’ipotesi progettuale riguarda la trasformazione di una parte di questo parco (di pertinenza dell’area militare) in parco pubblico. Si realizzerebbe così un percorso pedonale, presente ancora nel catasto del ’30. Un percorso che è diventato appunto via Flavia, da viale Severiano a largo Somalia, e che inquadra la villa dal barocco portale rudere ancora esistente. Un percorso pedonale (da viale Severiano a villa Sarsina) parallelo a quello che da viale Mencacci raggiunge villa Albani e a quello che introduceva a villa Adele e che oggi è diventata via degli Elci. La posizione orografica delle tre ville storiche, i loro parchi sontuosi in parte già di proprietà comunale, tutti di proprietà pubblica -statale o regionale- determinano una zona di verde di ettari. Una zona verde centrale particolarmente suggestiva (…)

Oggi nel documento unico di programmazione, come fa notare il Meetup “Grilli di Anzio” nell’area dell’ospedale militare si vorrebbe fare un parcheggio, ma quella indicata nel documento di programmazione non fa parte di quella oggetto della convenzione siglata. E allora?

Ecco, anziché rimestare nel passato, senza una “mea culpa” per quanto abbiamo sotto gli occhi, dovrebbero dirci lui e il centro-desta qual è la visione di oggi.

Vincere le elezioni, certo, poi? Perché prima c’erano Billia, Noli e Cervellati a parlare di futuro – e la città con questo centro-destra il treno l’ha perso – oggi invece c’è da confrontarsi con i personaggi di Malasuerte.  Non è proprio la stessa cosa.

Malasuerte, la camorra e le conferme in aula

tribunalevelletri

Parole pesanti sono echeggiate durante l’ultima udienza del processo “Malasuerte“, in corso a Velletri. Le ha pronunciate il pubblico ministero, Travaglini, e confermano ciò che andiamo dicendo da tempo e che tanto infastidisce la maggioranza (vecchia e nuova) di casa nostra.

Nel corso dell’udienza di qualche giorno fa  è stata chiesta l’acquisizione di materiale dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Riguarda Raffaele Letizia, non indagato in questo procedimento ma ampiamente citato nell’inchiesta. Sembra – questa l’ipotesi dell’accusa – che i soldi dell’estorsione ai danni di chi gestiva i parcheggi per Ponza finissero al sostentamento della famiglia di Letizia, in passato in soggiorno obbligato ad Anzio.

Letizia è di Casal di Principe, è un personaggio di rilievo tra i “Casalesi“, e  le difese degli imputati – facendo il loro mestiere – si sono opposte all’acquisizione. Ma perché? Il pubblico ministero è stato chiaro: i soggetti coinvolti in Malasuerte avevano “frequentazioni”  e tra queste c’era Letizia, soggetto per il quale chi faceva le estorsioni si prodigava in quanto detenuto durante quell’indagine.

Il magistrato ha pochi dubbi, sostenendo sostanzialmente che esisteva la consapevolezza di chi fosse e del suo “spessore“. C’è di più, perché rivolgendosi al Tribunale il pubblico ministero che se parliamo di camorra ad Anzio “questa è la dimostrazione che alcune persone sono vicine ai camorristi“.

Lo sapevamo, l’abbiamo scritto , detto pubblicamente che alla piccola criminalità locale è stato fatto mettere il vestito bello. Ecco, quello che il magistrato non sa o non vuole o non può dire perché non attinente al procedimento in corso, è che alcune delle persone vicine a Letizia al tempo stesso hanno avuto un ruolo di sostegno elettorale, organizzativo, di “vicinanza“, di supporto, chiamatelo come volete per la  maggioranza che ci governa. Questo non ha né avrà rilevanza penale, questo non condiziona né condizionerà la quotidiana gestione del Comune come ci dice anche il Ministero dell’Interno, però se permettete preoccupa. E tanto.