Ciao Renato, sei “uscito benissimo”

Scusa Renato ma possibile che in 30 anni di consiglio comunale non hai mai aperto bocca? Mai un Intervento? “Non serve, le decisioni si prendono prima”. Leggete la frase tra virgolette con la sua inconfondibile R moscia e avrete di fronte Renato Amabile, l’ex consigliere di Anzio che ci ha lasciato oggi, 22 settembre 2026. Aveva 83 anni, 30 dei quali trascorsi appunto fra i banchi del consiglio comunale. Era entrato nel 1990, nella “quaterna” del Psi trainata da Luciano Bruschini – che di lì a poco sarebbe diventato sindaco per la prima volta e dal fratello Luigi – non è più uscito fino al 2018, passando dai socialisti al Ppi, quindi a Forza Italia. Di fatto restando sempre in maggioranza e rigorosamente a presiedere la commissione elettorale. Perché aveva ragione, le decisioni si prendono in anticipo. Lo sapeva bene, avendo attraversato prima, seconda e terza repubblica.

Con lui si era instaurato un rapporto di amicizia, ti chiamava per perorare ora la causa di un comitato e ora per il comunicato di un collega, per darti una dritta (esagerava un po’ sull’accaduto, ma non sbagliava mai sul contesto) o chiedere ad esempio “trattami bene Marcolino”, il suo giovane pupillo Maranesi. Non c’era volta – anche di recente – che non ti salutasse dicendo “stai uscendo bene”. Il che poteva significare tutto o niente, anzi le interpretazioni dell’ambiente anziate erano le più disparate su questa frase. Solo che Renato – nella sua semplicità – era comunque presente, lo è stato fino all’ultimo, sulla scena della politica locale. Non un leader, anzi, ma pronto a recepire tutto ciò che succedeva. Con un “faro” sempre ben presente, cioè Luciano, inteso come Bruschini. L’uomo che Amabile non ha mai abbandonato.

Di Renato potrei raccontare aneddoti infiniti, come quella volta che ricevetti una telefonata dal ministero dei lavori pubblici. Mi chiesero che “taglio” volessi allo Zodiaco, perché assegnavano case Inadel solo che io non avevo chiesto nulla, era stato lui a segnalare il mio nome. Rifiutai e gli feci notare che non era il caso, lui rispose serafico “Ma te la trovi, lascia fa”. Non la presi ugualmente, ma lui aveva questo modo di concepire la politica, il ruolo di consigliere, di “dare una mano” quando serviva. A chi lo chiedeva e anche a chi non, come nel mio caso. E poco importava di che partito fosse, perché “lì c’è un bel gruppo” o “quelli sono amici” o “possono servire” o ancora “sentilo, è meglio”. Smussava gli angoli, quando necessario, come quella sera che portò me e Ivo Iannozzi a cena con l’allora deputato Michele Caccavale che ci aveva denunciato, provando a mediare ma in quel caso inutilmente. O come quando sostenne – prima elezione diretta del sindaco – la candidatura di Peppino Tarisciotti che era il sindaco uscente, del Psi, e durante una cena con lui disse “a Bettino rimprovero una cosa, non aver lasciato i soldi al partito”. Bettino era Craxi, ovviamente, e Renato era orfano di quel Psi nel quale in fondo in fondo aveva creduto. E negli anni a venire, con Bruschini sindaco, quanti incontri… “vediamoci con Luciano, non è come avete scritto”.

Lui interpretava la politica così, lo faceva in modo semplice e genuino, magari cercava di far vedere che si era interessato anche se non ce ne era bisogno, da ultimo per una vicenda che si poteva risolvere (e si è risolta) con un appuntamento online. Non vi dico della sua ipocondria, chi lo conosce sa bene di che parlo, e di quanti professori avrà interpretato anche per un raffreddore. Aveva sempre qualcuno “a Roma” da consultare, magari passando per l’amico Piermartini.

Stavolta, purtroppo, non c’è stato nulla da fare. Ho sul telefono il messaggio che è riuscito a mandare dicendo che era in ospedale, poi più nulla. Posso dire che per come ha interpretato il suo ruolo, per la visione che aveva e che i cittadini che si rivolgevano a lui condividevano, è “uscito benissimo”. Piango un amico sincero e presente, abbraccio la moglie Sandra e il figlio Roberto, i nipoti. Conservo l’ultima bottiglia che mi ha regalato. Sa per quale occasione avrei voluto usarla e sa pure che sarà alla sua salute. Ciao Renato.

Addio a Guccini, molto più di un cantautore

Ho aspettato, non potevo fare altrimenti. Il “Maestrone” se n’è andato, aveva i suoi anni, ma quando accadono cose del genere realizzi i momenti di una vita e fatichi a dire la tua subito. Soprattutto se al coro di chi lo ha conosciuto, apprezzato e seguito si unisce il La Russa di turno. Meglio evitare, ho pensato, poi no, sento di farlo ma preferisco aspettare. Così sono arrivate le esequie private e ci ha pensato il cardinale Matteo Zuppi a togliermi da ogni impaccio: “Servono giganti, e quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo ma quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede”,le sue parole riportate dall’agenzia Ansa. Lo aveva capito anche Paolo VI che mandò su Radio Vaticana “Dio è morto”. I benpensanti che oggi fingono di piangere Francesco Guccini pensavano fosse blasfema, a rileggerle oggi quelle parole sono di un’attualità assoluta.

Quelle, come tante altre, per questo non c’è dubbio che Francesco Guccini è stato un gigante. Come cantautore, come scrittore, nelle comparizioni nei film, come padre. “Le domande non sono mai riuscita a fartele tutte. Il più grande regalo che mi hai fatto è sapere dove andare a cercare. Oppure non smettere mai di porsele, quelle domande, senza avere per forza una risposta” – ha detto la figlia, Teresa. Io, al massimo, posso aver fatto ascoltare all’infinito le canzoni di Guccini ai miei ragazzi, chissà se sarò stato in grado di fargli porre domande. E’ quello che mi auguro.

Ecco, allora Guccini è stato molto più di un cantautore, lo dimostra l’affetto di questi giorni, la gente che s’è ritrovata in via Paolo Fabbri prima e in piazza Maggiore, poi, a Bologna, per cantarlo. Ha accompagnato me, come le generazioni precedenti e successive, nei momenti di ribellione e in quelli di riflessione, nel porsi domande e nel provare a rispondere, nello stare dalla parte degli ultimi. Siamo stati tutti un po’ Don Chisciotte e un po’ Cirano, vero?

Una vita, appunto: dalle difficoltà per arrivare al concerto a Roccagorga, oltre 40 anni fa, al più “comodo” Palaeur tempo dopo, dai 33 giri alle musicassette, dai cd, alla penna usb con i brani, fino alla ricerca di qualcosa di diverso dalla Locomotiva o l’Avvelenata, perché ci sono pezzi di “nicchia” che meritano ancora di più. Mi commuove “Il pensionato”, ad esempio – anche questa attualissima – e mi incanta “Tango per due”. Scherzando (ma non troppo) con l’amico medico Mario Mellacina, anni fa, in occasione di un intervento chirurgico al quale dovevo sottopormi, gli chiesi se fosse andata male di cantare alle esequie “L’ultima volta”, dato che lui nega ma la chitarra la sa suonare bene. La cosa singolare è che la provò davvero…. ma capirete da soli che se sto scrivendo queste righe, non ce ne fu bisogno. Così come mi colpì una giovane corrispondente, quando dirigevo “La Provincia quotidiano”, che chiuse il pezzo di un incidente mortale con le parole di “Canzone per un’amica”. Le dissi “tu conosci Guccini” e lei “ma certo”. Aveva poco più di 20 anni, come i tanti che oggi a quell’età lo conoscono, lo cantano, lo apprezzano.

Cosa che lo rende in un certo senso immortale, il cardinale Zuppi perdonerà. Una cosa mi è dispiaciuta: non essere riuscito a incontrarlo di persona, pur essendoci andato molto vicino…

Allora, alzando un bicchiere di vino, uso le sue parole, quelle del “Maestrone”, proprio de “L’ultima volta”, per salutarlo: “Sarà quando quell’ultima volta che la vedi e la senti parlare, quando il giorno dell’ultima volta che vedrai il sole nell’albeggiare e la pioggia ed il vento soffiare ed il ritmo del tuo respirare che pian piano si ferma e scompare”.

Ciao Francesco!

Addio ad Angelo Palmieri, l’avvocato che non querelava i giornalisti

L’avvocato Angelo Palmieri (foto da latinaoggi.eu)

“Tu sei giornalista, ma difetti della vista….” Angelo Palmieri, il decano degli avvocati di Latina, è mancato oggi all’età di 94 anni. Non ho mai seguito da vicino la giudiziaria, ma è capitato di incontrarci spesso e di avere anche scambi molto interessanti. La frase che riporto all’inizio me la disse quando, in sella a un ciclomotore, dietro a un giovane del suo studio, arrivò fuori dalla caserma dei carabinieri senza indossare il casco. “Avvocato, proprio lei…” e lì rispose con una battuta ma anche spiegando che in quel momento era semplicemente la mia parola contro la sua. Una piccola pillola di diritto.

La parola di chi, per una vita, ha fatto il difensore anche di chi aveva commesso il delitto più atroce, perché tutti – e per fortuna – hanno diritto alla difesa. Di chi, quando gli ricordavano la sua uscita poco felice al processo per il massacro del Circeo rispondeva “io ho fatto l’avvocato”. Potevi essere d’accordo o meno – sul femminicidio ad esempio eravamo lontani anni luce – ma ti colpiva sempre la sua lucidità nelle analisi.

Con Lidano Grassucci lo coinvolgemmo nei “Dialoghi sulla sanità” e accolse volentieri l’invito, così come si lasciò intervistare quando dirigevo “La Provincia” a Latina, raccontò degli oltre 100 processi per omicidio ai quali aveva preso parte (nel frattempo saranno diventati 150 o chissà quanti) e del carcere “nel quale ogni politico dovrebbe fare un po’ di esperienza”. Teneva tantissimo alle sue origini di Sperlonga, città nella quale il padre era stato medico condotto, al punto che lui ricordava spesso di essere – fino a qualche tempo fa – riconosciuto ancora come “il figlio di…” e non l’avvocato di grido qual era diventato. Sottolineava spesso, proprio in quei “Dialoghi”, la necessaria umanità del medico e ancor più quella di chi assume la difesa in un processo. A un dibattito di Amnesty international contro la pena di morte, anni prima, spiegò come e perché non può mai prevalere la vendetta sulla giustizia.

E aveva talmente a cuore la libertà di informazione che mandava via i clienti che volessero querelare i giornali. Non ha mai sporto denuncia contro i giornalisti, ritenendo la nostra professione indispensabile, anche quando purtroppo commettiamo errori. Una cosa non sono riuscito ad avere, la lettera che Angelo Izzo – suo assistito nel processo per il massacro del Circeo – gli scrisse quando sembrava essersi redento, prima di uccidere ancora. “Se gli avessero riconosciuto all’epoca l’infermità mentale, oggi non saremmo qui”, disse. E con il senno di poi, forse, aveva ragione.

Io dagli scambi avuti, sempre cordiali – l’ultimo in un supermercato vicino al suo studio, ormai qualche anno fa – sento di avere appreso ogni volta qualcosa. Abbraccio Donatella, la figlia giornalista che per un periodo collaborò anche a “La Provincia” e tutti i familiari. Se ne va un signor Avvocato e la maiuscola è voluta,

“Segni d’autore”, quando arte fa rima con inclusione

Ci sono serate che ti riconciliano con la vita frenetica di tutti i giorni. “Segni d’autore”, al Forte Sangallo di Nettuno, è stato questo. La locandina con le immagini dei cantautori che hanno segnato la storia d’Italia e il fatto che l’iniziativa fosse di Giovanna Rinaldi, erano di per sé una garanzia. Con personaggi come Lucio Dalla o Pino Daniele, Fabrizio De Andrè o Lucio Battisti, sono cresciuto e ho fatto crescere i figli, quindi ogni occasione è buona per riascoltare i loro capolavori, ma anche quelli proposti al Forte da Battiato a Rino Gaetano, da Ron a Vecchioni, Bennato e De Gregori. Quella dell’altra sera è stata un’ottima occasione.

Giovanna, invece, non ha bisogno di presentazioni. La conosco da quando era poco più che bambina, mette talento, passione e la giusta dose di testardaggine in tutto quello che fa ed è cresciuta tantissimo anche nell’interpretazione ovvero nel restituire al pubblico non solo i testi in Lingua dei segni (Lis) ma anche a renderne il significato. Il sunto lo ha fatto egregiamente Roberto Alicandri, presidente del consiglio comunale di Nettuno, presente insieme all’assessore alla cultura, Roberto Imperato: “Abbiamo fatto casino – ha detto Alicandri – ma soprattutto cultura e inclusione”. Difficile dargli torto, perché “Segni d’Autore” è stato tutto questo. Uno spettacolo che ha celebrato la grande musica d’autore italiana attraverso un linguaggio universale fatto di musica dal vivo, teatro e appunto Lingua dei segni italiana, sulla quale Giovanna e la sua Aps Quattrotto sono diventati una certezza. Lo dimostra il progetto “Lascia parlare le tue mani”, un laboratorio di teatro-danza Lis nato con l’obiettivo di utilizzare la Lingua dei segni come autentico linguaggio espressivo capace di dare voce alle emozioni, coinvolgendo studenti, famiglie, artisti e persone con differenti abilità in un percorso condiviso di crescita umana e artistica.

Si è ballato e ci si è commossi, è stato possibile apprezzare le capacità della band “La Scelta” con il suo Social tour ma anche giovani talenti come Tommaso Onorato. Le donne presenti hanno messo gli occhi, diciamo la verità, su Mario Ermito che oltre a essere talentuoso è certamente una bella presenza. E poi tanti altri, da Ivana Pellicanò a Giovanni Proia, fino a Salvatore Gabriel Valerio. Un mix perfetto, fatto di parole, musica, ricordi e racconti. I protagonisti principali? Non ce ne vogliano gli altri, ma sono stati i ragazzi del laboratorio dell’assistenza specialistica dell’Apicio Colonna Gatti (ad applaudirli in platea anche la dirigente scolastica, Renata Coppola) e del progetto “Lascia parlare le tue mani”.  

Giovanna, ancora una volta, ha saputo mettere insieme una “squadra” vincente, coniugare arte con inclusione e regalare emozioni. Brava!

Conosco Francesco da una vita, almeno lasciatemi i dubbi

Conosco Francesco Osanna da quando è poco più che ragazzino. Lui studente, io giovane cronista a “Latina Oggi”. Il corteo passava in Corso della Repubblica, i manifestanti mi mandavano a quel paese, poi salivano con il comunicato “che ce lo pubblichi”? Io, che tenero non sono mai stato, rispondevo che l’avrei pubblicato, certo, ma solo dopo aver restituito il “vaffa” ricevuto poco prima.

Da allora sono passati anni, Francesco si è fatto strada da solo, ha lasciato la politica attiva quando era fianco a fianco a una giovanissima Giorgia Meloni, ha detto basta con la “Comunità” – come la chiama chi appartiene a quel mondo – e “si è fatto da solo”. Lavorando a livello internazionale. Un successo partito dal basso, facendosi carico anche delle vicende familiari.

Ora che si trova agli arresti domiciliari e adesso che pur restando giornalista non mi dedico più alla cronaca in prima persona, capisco perfettamente che il provvedimento che lo riguarda “fa” notizia.

Figuriamoci, uno così conosciuto, con il suo curriculum politico, uno che è arrivato dal nulla, accusato di maxi raggiri. Però, conoscendolo, mi chiedo: è possibile? Leggo il comunicato della Finanza, i pezzi dei colleghi, la notizia è in home su tutti i siti pontini. So che non potrebbe essere altrimenti. Poi leggo la nota mandata dall’avvocato Salvatore Sciullo per conto di Francesco e scopro che per le vicende contestate è stato già processato e assolto. Inevitabilmente, la replica non ha lo stesso spazio.

Però c’è scritto che oltre le assoluzioni, Francesco ha pagato tutti e io ci credo. Se colpevole o meno, sarà un processo che finirà chissà quando a dirlo. Nel frattempo la cronaca fa il suo corso, molti sono pronti a scatenarsi, i leoni da tastiera “sguazzano” e allora io voglio essere una voce contro. Perché conosco Francesco e perché – come diceva Norberto Bobbio – “compito degli uomini di scienza, è seminare dubbi e non già raccoglier certezze”.  Io che non sono uomo di scienza, provo semplicemente a ragionare. Perché ammesse pure tutte le cose che dice la Finanza, se davvero siamo di fronte a contestazioni già chiarite allora siamo di fronte a un classico errore giudiziario.

Vicende sulle quali saranno la Procura, da un lato, e la difesa, dall’altro, a portare avanti le proprie tesi. Io esprimo semplicemente i dubbi di chi prova a capire meglio cosa è successo ma soprattutto la mia vicinanza personale – per quel poco che conta – a Francesco e a chi condivide con lui la vita.

Il Frosinone in A, l’incontro con Alvini e la “tigna” (ma solo)

Adesso che sono arrivati tutti i verdetti, voglio per una volta dedicarmi al calcio e in particolare al fortuito incontro con l’allenatore del Frosinone, Massimiliano Alvini, artefice dell’impresa del ritorno in serie A della squadra ciociara. E’ noto che io di calcio capisca poco, rispetto i “soloni” dell’ovvio e chi davvero sa di tecnica e tattica. Apprezzo chi – ma sono pochissimi – non ha peli sulla lingua.

Premessa doverosa per fare i complimenti, con qualche settimana di ritardo, al Frosinone tornato in serie A e a quella sera a cena al “Pepe Rosa”, dall’amico Paolo, una garanzia nel centro storico del capoluogo. C’era Alvini con alcuni collaboratori, uscendo mi avvicino per salutarlo ed esprimere il mio apprezzamento per come stavano andando le cose. “Mister, adesso posso venire allo Stirpe, sa com’è la scaramanzia, finora non avevate mai perso….” E lui: “L’aspetto, ma oggi abbiamo giocato la migliore partita del campionato”. Era quella persa poche ore prima con il Venezia. Lì, io che sempre ne capisco poco, ho detto che il ritorno in A era praticamente cosa fatta. Quando un allenatore sconfitto commenta in quel modo – senza cercare scuse – se lavora in una società che nel mio periodo alla guida del Messaggero di Frosinone e anche dopo non ho mai sentito lamentarsi con gli arbitri (con i giornalisti ogni tanto sì, ma fa parte del gioco….) se la squadra dà spettacolo e ci mette pure la “tigna” è difficile non arrivare in fondo.

Al mio arrivo conobbi Fabio Grosso, autore di una straordinaria cavalcata ma capace di comunicare il suo addio solo con un sms. L’anno dopo, in A, Eusebio Di Francesco, capace di buttare alle ortiche una salvezza già conquistata e del quale per l’intero campionato successivo – quando aleggiava persino lo spettro della C – si parlava nei bar cittadini. Una ferita che resta aperta, quella retrocessione, con un mister che anziché costruire come gli si chiedeva è andato via ed è retrocesso ancora a Venezia ma finalmente è riuscito a salvarsi a Lecce. La genuinità di Alvini rispetto a loro due vale molto di più.

Il ritorno del Frosinone in A (raggiunto ieri dal Monza dopo i play off, con Palermo che aveva uno squadrone ma è rimasto in B) dice tante altre cose. Anzitutto a quel personaggio singolare di Claudio Lotito, presidente della “mia” Lazio. Mia e di tutti i tifosi che lui ha allontanato, deriso e sbeffeggiato, prendendo in giro la storia di una società gloriosa che nelle sue mani rischia di finire miseramente. E’ troppo presuntuoso per chiedere a Maurizio Stirpe, presidente del Frosinone, di capire il suo “modello” al quale manca solo la conferma nella massima serie. Poi lo dice a un movimento, quello del calcio, che piange per non essere andato ai Mondiali per la terza volta di fila ma non ammette le sue colpe. A cominciare dai “procuratori” nelle giovanili e per finire all’invasione di troppi brocchi stranieri mentre qualche nostro ragazzo andrebbe valorizzato.

Ora Giovanni Malagò, uno che di risultati se ne intende (ma sui conti di Milano/Cortina sono stati sollevati molti dubbi) sarà chiamato al capezzale di un paziente moribondo e cercherà di sistemare le cose. Senza una vera “rivoluzione”, però, che parta dai settori giovanili e che sappia programmare (chiedere a tennis, volley, rugby, atletica, nuoto….) difficilmente si andrà lontano.

Allora di questa stagione – scellerata per la Nazionale e per la “mia” Lazio, meglio la genuinità e il bel calcio di Alvini, insieme la “tigna” ciociara. “Ma solo“, direbbero a Frosinone.

Ps: Allo “Stirpe” non sono riuscito ad andare, però ho una mezza idea per la prossima stagione

Ps1: Adani commenterà ancora per quanto le partite della Nazionale?

Ps2: A che serve mettere la mano davanti alla bocca quando si è sotto di 3 gol e si deve battere una punizione?

Ciao Fiorenzo, quanta strada insieme. Grazie!

Forse non è un luogo comune, quello secondo il quale ci sono vicende che non capitano per caso. Ho appreso della morte di Fiorenzo Capomaggi mentre ero in viaggio per Genova, forse l’ultima città rimasta a interpretare l’essere comunisti come lo intendeva lui. Sotto la “Lanterna” ovunque ti giri si “respira” ciò che fu il Pci e quello che ancora oggi porta avanti Rifondazione: al porto c’è un vero e proprio baluardo di “compagni” che dimostrano ogni volta cosa può fare ciò che è rimasto della classe operaia. Soprattutto che è dalla parte degli “ultimi”, dimenticati ormai praticamente da tutti. O degli sfruttati senza essere operai, ma “esercito salariale di riserva” (cito Marx, so che gli piacerà) nei lavori intellettuali.

È vero, la sto prendendo da lontano, ma la scomparsa di Fiorenzo ha avuto l’effetto di una mazzata e della vita che ti passa davanti. L’ho conosciuto che ero ragazzino, come tanti altri che in queste ore lo stanno piangendo giocavo a baseball con il figlio; l’ho vissuto crescendo sempre nello sport, l’ho ritrovato da adulto e nel mio lavoro quando c’era da sapere qualcosa del passato (“no Gianni, Napolitano qua non è mai venuto e nemmeno era così stimato nel partito ad Anzio”, rispose dopo l’elezione del Presidente della Repubblica), ho sempre apprezzato il suo modo di essere a disposizione. Potevi anche pensarla diversamente, ma questo importava poco: c’era, dialogava, provava a portarti dalla sua parte, si addolorava quando diceva “ma cosa vi abbiamo fatto di male?” perché non sapeva spiegare in che modo fosse scomparso il patrimonio di quello che era stato il più grande partito comunista in un Paese che non fosse dell’Est europeo.

Fiorenzo aveva vissuto la guerra, lo sfollamento, la fame, aveva iniziato a lavorare sui motori delle barche, col tempo era diventato un riferimento nel settore termoidraulico, si era impegnato giovanissimo nel Pci. Raccontava, ad esempio, di quando si parlava dell’avvento della Palmolive e l’esponente più autorevole del partito, Amos Sabatini, disse “è una cosa troppo grande, non possiamo decidere in pochi, qua si deve convocare l’assemblea degli iscritti”. È  storia di una vita fa, è cambiato il mondo, ma proviamo a immaginare quale fosse lo spirito oggi perduto: partecipare a una decisione importante per la città, condividere, confrontarsi. Cose oggi difficilmente immaginabili. Non seguì il Pds, scelse Rifondazione e lì  è rimasto fino all’ultimo, anche se nel 2018 firmò per sostenere la mia candidatura a sindaco. Gli dissi “allora vinciamo” e rispose “non credo, però so chi sei e metticela tutta”. Era stato consigliere comunale e assessore – questo nella breve esperienza di Giorgio Polverini sindaco – e ripeteva in ogni occasione utile “il primo fascicolo per realizzare il nuovo campo di baseball l’ho portato io”. Era vero, negli anni d’oro del baseball anziate, con la prima squadra “ammazzagrandi” e i giovani che vincevano scudetti, eravamo alle “4 casette” e serviva il nuovo impianto. Ecco, se oggi c’è il “Reatini” non dobbiamo dimenticare di ringraziare Fiorenzo, insieme a tutti gli altri che credettero nell’impresa.

E qui veniamo al baseball, attraversato prima con l’Anzio, quindi con il Marconi (grazie al quale la storica società potè continuare e esistere dopo la scellerata “fusione” con la Roma), poi con i Pirati. Io l’ho avuto dirigente accompagnatore da ragazzino – e sembrava grandissima quella Peugeot Talbot con la quale ci portava in trasferta, seduti in 4 o 5 nella parte posteriore – poi fino alla juniores. L’attenzione a tutti noi era massima, se c’era da organizzare la trasferta e pensare al cibo si partiva con bruciatore e pentole al seguito e tutti gli ingredienti per mangiare prima o dopo le partite, ovvero più leggeri prima, magari con un piatto di tortellini (rigorosamente di Moscatelli) poi. Alla frutta, inevitabilmente, pensava mio padre, al secolo Zi’ Carlo.

Capirete che la morte di Fiorenzo è qualcosa che sconvolge, tocca nell’intimo, fa male. Quanta strada abbiamo fatto insieme… Tra gli aneddoti sui quali poi avremmo sorriso  uno tra Pci e baseball, dopo la morte di Berlinguer. Eravamo cresciuti, disputavamo un torneo a Potenza, io che ero un pessimo giocatore ma già allora “studiavo” (mi prendono in giro anche adesso) che avevo un’anima radicale ma grande rispetto del leader comunista, mi trovai a parlare con Fiorenzo del possibile successore. Era una scelta sofferta, difficile, si sapeva che nessuno avrebbe potuto eguagliarlo. E si votava per le europee. Solo che il nostro treno sarebbe arrivato troppo tardi e lui e gli altri che avevano diritto di votare non avrebbero fatto in tempo. Quel treno però fermava a Latina, se qualcuno fosse andato alla stazione lui avrebbe votato ed era certo che chi di noi poteva esprimersi lo avrebbe fatto per il Pci. Ma tra chi era ai seggi e chi aveva altri impegni, l’ultima spiaggia per quel passaggio era Zi’ Carlo, il quale mise la scusa del lavoro ma poi ammise “e certo, vengo a prendervi per farvi votare comunista”. Si sa, era democristiano…

Andò che per la prima e unica volta il Pci superò la Dc e Fiorenzo non votò, rimanendoci male per non aver contribuito ma felice per il “sorpasso”. Forse l’inizio della fine, per come andò cinque anni dopo alla “Bolognina” con la svolta, ne parlammo spesso negli anni successivi, scherzando su quell’episodio.

Quando nacquero i Pirati fu naturale la scelta di Fiorenzo presidente. Vincemmo il campionato, io ero l’allenatore della migliore formazione che uno potesse avere in quella categoria, ci divertimmo, tornammo tutti ragazzi e si riaprirono le porte della sua casa fosse la festa estiva o la polenta in inverno. Faceva “squadra” anche così, il presidente, e raramente gli ho sentito alzare la voce in campo e fuori. E di politica in campo non si parlava, forse in una sola occasione a mia memoria, per la mancata fiducia a un governo, ma finì subito. Una volta, dopo la promozione, prendemmo tanti punti in un inning e io non avevo sostituito il lanciatore come invece forse era il caso. Venne a trovarmi qualche giorno dopo, mi disse “io lo avrei tolto, ma decidi te”. Aveva ragione, ma fatemi sfatare una leggenda: non ha mai fatto la formazione a nessuno. Però il Gioco lo conosceva eccome. E così conosceva il suo lavoro, l’evoluzione che aveva avuto la città, si preoccupava della famiglia e di sapere come stavamo noi, un po’ tutti suoi ulteriori “figli”.

Sono addolorato, abbraccio Marisa, la moglie, Nicoletta, Corrado e Natascia – i figli – e gli adorati nipoti. Mi piace pensare che nell’aldilà – anche se non credeva ci fosse quello che chiamano paradiso – sia con Angelo, James, Eroe, Stefano, Mimmo, Trigoria, il Kette. Orlando, Massimo e Zi’ Carlo a godersi il miglior baseball del mondo e lasciando stare la politica. E siccome nulla accade per caso, scrivo mentre sto tornando da Genova. Ciao Fiorenzo, grazie per tutto.  

Ciao Gigi, avevi ragione: la vita è un depliant

Luigi Raniero Avvisati (Foto da Il Granchio)

“La vita è un depliant, oggi qua e domani là”. Quante volte te l’ho sentita dire, caro Gigi. Ah no, al secolo Luigi Raniero Avvisati, per tutti Gigi “Sega Sega” ma non disdegnavi di farti chiamare Zio Gigi o Conte. Poi rivendicavi con forza il titolo al quale ti eri autoproclamato: Borgomastro. Ovviamente del Borgo di Nettuno, la tua “casa”, il luogo dove eri nato e cresciuto, svolgendo il prezioso ruolo di ebanista.

Eri bravo, assai, qualche lavoretto hai pure continuato a farlo a patto che quelli che ti chiamavano per sistemare delle cose ti invitassero anche a pranzo. Solo che prima tifoso, poi fotoreporter, lo sport era diventato la tua casa. Il baseball, in particolare, ma anche l’Olimpico per il calcio, gli stadi di basket, le piscine per la pallanuoto. Faceva poca differenza, per te, che avevi alle spalle anche due Olimpiadi come reporter.

I ricordi in questo triste momento per la tua famiglia, per la città di Nettuno, per il mondo dello sport in generale, sono molteplici.

Entrammo in campo per primi, ad esempio, quando l’Italia vinse l’Europeo di baseball nel ’91, nel rinnovato stadio di Nettuno. Io giovane cronista e te vestito tricolore ma con la macchinetta già pronta, insieme a quella di Marco Rossi. Ci siamo “scazzati” non ricordo più quante volte quando al Granchio ti dicevo che le foto non andavano bene e che avevamo chiesto altro. Finiva con una risata, per fortuna, qualcosa che potesse andare alla fine lo trovavamo. A tavola, invece, non ce n’era per nessuno. Al punto di mangiare una improbabile torta alla presentazione di non ricordo quale campionato di serie A di pallanuoto. Perché “La vita è un depliant, oggi qua e domani là”

A un certo punto eri diventato non semplicemente il fotografo ufficiale del Comune di Anzio ma una sorta di cerimoniere, mentre girare l’Italia con te significava che il Benetton della situazione venisse a salutarti ignorando, magari, fior di giornalisti accreditati. Sei stato generoso e soprattutto una persona buona, di quelle che aneddoti a parte sono ricordate proprio per questo.

Ciao Gigi, so che un giorno ci rivedremo e sarai pronto a scattare la tua foto, anzi lo starai già facendo. Anche “di là”.

Aggressioni (e non solo) ai medici. Presentiamo il mio libro ad Anzio

Le aggressioni ai medici e al personale sanitario stanno “facendo” molto notizia ma sono un fenomeno che si trascina da tempo. Di questo (e non solo), si occupa il libro “Volevo solo fare il medico. Storie di aggressioni, mobbing e maxi-risarcimenti” edito da Giubilei Regnani e scritto dal giornalista Giovanni Del Giaccio. Un “viaggio” nel quale: “Si racconta di aggressioni, violenze, mobbing per chi ha denunciato le storture di un sistema, ma anche di maxi-risarcimenti e medicina difensiva. Si analizzano le diverse modalità di aggressione e si fanno parlare i protagonisti. Gli “eroi” che abbiamo presto dimenticato e le tante, troppe carenze del servizio sanitario pubblico”.

Il libro, con la prefazione del presidente della Federazione nazionale dell’ordine dei medici, Filippo Anelli, sarà presentato ad Anzio sabato 7 marzo alle 17,30 presso la sede della Lega Navale Italiana, riviera Zanardelli 38.

Interverranno per i saluti il presidente della Lega Navale, Alessandro Sciolari, il sindaco di Anzio, Aurelio Lo Fazio e l’assessore al turismo Valentina Corrado. A dialogare con l’autore ci saranno la consigliera regionale Emanuela Droghei e il segretario nazionale della Cisl Medici, Biagio D’Alessandro.

“Li abbiamo chiamati eroi – si legge nella sinossi – ma ce ne siamo dimenticati presto. Come se il Covid non abbia insegnato nulla, quando in realtà la pandemia ha messo a nudo le carenze del sistema sanitario, la mancata programmazione ed esaltato il ruolo di tutti i medici che sono stati in prima linea. Li abbiamo chiamati eroi, ma continuiamo ad aggredirli e non solo fisicamente. C’è chi ci ha rimesso la vita, è vero, chi ha subito violenza sessuale, chi è stato picchiato o si è trovato di fronte una pistola. Poi ci sono coloro che quelle carenze le hanno denunciate e per questo sono stati messi da parte e inutilizzati (ma non c’è carenza di medici?) e coloro che passeranno il resto della vita in tribunale per difendersi da accuse spesso infondate o maxi-richieste di risarcimento. Raccontiamo le loro storie: volevano solo fare i medici”.

Beffa ai danneggiati da sangue, soldi tolti per un acceleratore

L’acceleratore lineare è uno strumento fondamentale per la cura dei pazienti oncologici. Su questo, non ci sono dubbi. Ha un costo elevato per le aziende ospedaliere o sanitarie, ma si tratta di un investimento importante perché il macchinario è in grado di raggiungere e distruggere le cellule tumorali, garantendo attraverso la radioterapia risultati spesso soddisfacenti. È una premessa doverosa per introdurre quanto accaduto con il decreto legge 29 ottobre 2025, numero 156 “Misure urgenti in materia economica”. L’atto,  pubblicato sulla gazzetta ufficiale 252 del 29 ottobre, destina all’Azienda sanitaria provinciale di Agrigento  4 milioni di euro per il 2026 e voi direte: qual è il problema? È una cosa buona. Certamente, se non fosse che per far fronte a quella somma “si provvede mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 2, comma 361, della legge 24 dicembre 2007, numero 244”. Testualmente: “4-quinquies. ((Ai fini dell’acquisto di un acceleratore lineare e del relativo bunker finalizzato alla sua installazione, sono destinati, per l’anno 2026, 4 milioni di euro all’Azienda sanitaria provinciale di Agrigento per l’ospedale “San Giovanni di Dio”. Agli oneri di cui al presente comma, pari a 4 milioni di euro per l’anno 2026, si provvede mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 2, comma 361, della legge 24 dicembre 2007, n. 244)”.

Vale a dire che saranno tolti 4 milioni di euro dalle somme destinate a risarcire soggetti emofilici infettati da farmaci emoderivati, in particolare il comma citato parla delle transazioni che ancora oggi sono il modo di chiudere in maniera tombale una vicenda scandalosa che ha riguardato le infezioni dovute al sangue nel nostro Paese tra gli anni ’70 e ’90. Immancabile il richiamo a un ulteriore decreto riferito sempre ai soggetti “danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a  causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazioni di emoderivati”

Risultato? La coperta è corta e per comprare l’acceleratore si toglie ai danneggiati dal sangue. L’ennesima beffa.