Ospedale: senologia addio, i tumori si operano ai Castelli

 

senologia

Foto da Il Clandestino

L’attività chirurgica per la mammella è “ricondotta interamente ed esclusivamente al centro senologico aziendale” tradotto le donne di Anzio e Nettuno che avranno bisogno di un intervento, in presenza di un tumore, saranno operate solo a Marino o Albano.

Quello che era nell’aria, è adesso nero su bianco e urlare ora – come fa certa politica che annuncia consigli comunali congiunti – ignorando gli atti propedeutici alla decisione assunta dal direttore generale Narciso Mostarda, è praticamente una beffa. Sulla base di “volumi ed esiti” si decide che qui non sono stati fatti, evidentemente, interventi sufficienti e quindi i chirurghi andranno ai Castelli. I documenti preparatori di questo risalgono al 2010 e 2014, chi partecipa alla conferenza locale della sanità – il sindaco o suo delegato – cosa hanno fatto? E la Regione con chi si è confrontata?

Soprattutto alle donne, chi ci pensa? A chi si sente diagnosticare un tumore, sente crollare il mondo addosso, avrebbe bisogno di qualcosa di “vicino“, chi spiega che allo strazio della malattia si unisce il viaggio della speranza a Marino o Albano?

Sia chiaro, qui non si difendono posti letto tanto per…, né ospedali sotto casa,  meno ancora primariati (anzi, unità operative complesse o semplici) che portano consensi ai politici che poi decidono certe cose, attraverso i direttori generali chiamati a rispondere a chi li ha nominati. No, qui si parla di tumori e non possono esserci “numeri” a stabilire che ti opero  a Marino e non ad Anzio, ad Albano in una delle sedute previste e non a casa tua.

Il dottor Mostarda e chi ce lo ha messo, si dirà, è lì per razionalizzare e seguire le “linee guida“, le disposizioni della “rete oncologica” e via discorrendo. Lecito, per carità, ma i ragionieri si possono fare magari sui letti di medicina, sulla riconversione dei posti di otorino in spazi per Rsa, di quelli di oculistica – andiamo per sommi capi – in spazi per post acuti. Non con i tumori.

Anche perché ad Anzio e Nettuno esiste – e a questo punto viene smantellato – uno dei primi servizi oncologici creati nel Lazio. Qui una benemerita associazione come l’Andos ha realizzato iniziative che la moderna “presa in carico” dei pazienti si sogna, in anni nei quali i predecessori di Mostarda sprecavano risorse, la politica nominava i Comitati di gestione delle Usl, e le volontarie seguivano le donne operate al seno. Qui una benemerita associazione come il Comitato contro il cancro di Anzio-Nettuno ha dedicato alla senologia risorse, tempo, impegni che la Regione e Mostarda neanche immaginano.

Ecco, se gli esami del sangue si fanno a Latina, è marginale. Se arrivo in pronto soccorso e in elicottero mi portano a Roma  perché non possiamo curare ovunque un ictus o un infarto “Stemi” (quello per il quale serve l’emodinamica, per capirci) siamo pure d’accordo. Si va ormai verso ospedali – come quello di Anzio-Nettuno – dedicati alle prime cure  e poi pronti a mandare i pazienti dove necessario per salvar loro la vita.

Altro discorso è la “presa in carico“, nella quale i tumori rientrano al di là dell’intervento chirurgico in sé. Qual è il “percorso” che si fa in questa Asl, operare a Marino e Albano le donne di Anzio e Nettuno per centrare gli obiettivi di budget? E un’idea di “Breast unit” a questa azienda è mai venuta?

Poi sarebbe interessante sapere anche cosa si vuole fare per i pazienti cronici, evitare l’affollamento del pronto soccorso, i malati che possono essere assistiti a domicilio e via discorrendo. Si sta smembrando un ospedale, in cambio di? Ribadisco, sono per tutte le razionalizzazioni possibili – e spesso necessarie, dopo decenni di sprechi – sono d’accordo persino con i reparti chiusi se a questi corrispondono servizi sul territorio, ma non quando si parla di tumori.

Nel documento che segue, comunque, trovate le decisioni della Asl deliberasenologia

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Le zanzare, l’allarme infondato, la comunicazione e i dubbi…

tabellavirus

I dati sono del Ministero della Salute, circolare sul piano nazionale di sorveglianza

Non ci fosse stato il caso della povera bimba morta di malaria la vicenda dei casi di virus della zanzara Chikungunya registrati ad Anzio sarebbe passata inosservata.  Perché in Italia quel virus – insieme allo Zika e alla Dengue – viene registrato ogni anno e non ha mai mietuto vittime. La tabella che apre questa riflessione è del Ministero della Salute.

Chiaramente a seguito del decesso a Brescia, delle polemiche sollevate da ignoranti alla Matteo Salvini, dei titoli di giornali assolutamente non condivisibili e per i quali bene hanno fatto Ordine dei giornalisti e Federazione della stampa a intervenire,  le zanzare e lo stop alle donazioni “fanno” notizia. Nulla da eccepire, conosco bene il meccanismo.

Con il collega Antonio Bertizzolo, di Latina Oggi, avevamo appuntato diversi casi di quella che chiamiamo “comunicazione scellerata“. Si verifica in casi del genere, da qualche tempo è amplificata dai social network dove tutti diventano scienziati o sollevano questioni poco attinenti. Comprensibile, per carità.  Proprio per tale motivo  – e seguendo da tempo questo settore come giornalista – appresa la notizia ieri sera ho scritto sul mio profilo facebook: “Prima che si scateni l’allarme, proviamo a spiegare che questa zanzara non uccide e che la nostra zona era già ‘attenzionata’, tanto che donando il sangue si veniva sottoposti a un test in più. Avendo riscontrato i tre casi le donazioni sono state sospese. Non c’entrano i ‘negri’, state sereni…

Ma come si dice nelle redazioni “la macchina è partita” e così dirette, interventi, spasmodiche ricerche di esperti. Sacrosanto. Ma questi virus sono riscontrati da tempo e se uno di Anzio, Pomezia o Tivoli fosse andato a donare il sangue in qualsiasi parte d’Italia, dopo il questionario informativo avrebbero fatto test specifici perché proveniente da una zona ritenuta a rischio come la provincia di Roma. Il motivo? Poteva essere stato punto, non avere sintomi, e poteva “trasmettere” il virus ad altri. Il che non sarebbe equivalso a farli morire, sia chiaro, ma la forma influenzale attraverso quel sangue a un paziente anziano con malattie croniche  poteva avere effetti che in altri  casi non davano danni. Per questo si previene e non da oggi. Per questo si fanno i test. Per questo oggi le donazioni vengono bloccate per 28 giorni. Per ciò l’allarme per queste zanzare è infondato.

La nostra sanità ha mille difetti – per esempio colpisce l’assordante silenzio dei vertici della Asl Roma 6 su questa vicenda  – ma sistemi di controllo che esistono. Sui quali possono esserci dei dubbi, li vediamo tra un po’, ma che esistono.

Prima è bene chiarire – come fa l’istituto superiore di sanità nella nota che è possibile scaricare qui – cos’è questo virus e cosa comporta. Un rischio “molto basso“, per esempio. Poi, se si vuole approfondire, c’è questa circolare del Ministero della Salute che spiega di cosa parliamo e quali provvedimenti vanno adottati.

Ecco, i dubbi – ingenerati dalla comunicazione arrivata alle agenzie e di conseguenza ai siti, quindi a tv e  giornali – riguardano le procedure seguite. Qualche giorno fa per il Messaggero ho scritto di inchiostro per tatuaggi con batteri e muffe importato da un’azienda pontina. Gli esami erano del 19 maggio, il divieto di vendita dell’11 agosto. La società importatrice, per fortuna, aveva autonomamente provveduto al ritiro dei lotti sospetti.

Qui ci è stato detto ufficialmente  che i sintomi sono del “mese di agosto“, la circolare – per chi ha la bontà di leggerla – indica passaggi da fare immediatamente. E’ avvenuto? E se non, perché?

Questo dobbiamo chiederci, di fronte a una notifica resa nota l’8 settembre. Perché se un sistema di sorveglianza esiste, deve essere in grado di funzionare al  meglio e mettere tutti gli attori in condizioni di agire subito. Il sindaco ci informa di ulteriori disinfestazioni, in via precauzionale, e fa bene. Una cosa è certa: quelle zanzare c’erano, ci sono e ci saranno. Non le ha portate Bruschini, come gli immigrati non portano la malaria, ma il responsabile della salute pubblica ha il dovere di farci sapere quando è stato informato e cosa ha fatto fino a ieri. Se poi anche lui lo ha appreso l’8 settembre, allora qualche passaggio è stato a vuoto e sarà necessario capire perché. Non per le zanzare, sostanzialmente innocue, ma per casi più gravi che potrebbero verificarsi.

Comunque la  Chikungunya non uccide, diciamolo a gran voce. E se non ci fosse stato il caso di malaria neanche avrebbe fatto notizia, povera zanzara….

 

Il presidio, la passerella, l’ospedale che non chiude e quello del futuro

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Va dato atto a chi ha organizzato il presidio all’ospedale di Anzio di aver smosso un interesse mai visto prima, salvo che fossimo in campagna elettorale quando si inauguravano anche solo “consegne” di cantieri. Sono arrivati rappresentanti regionali di diversi schieramenti, mentre la Asl ha fatto immediatamente sapere quali sono le misure per il “Riuniti”. Quelle che aveva preannunciato, di fatto, ieri, il presidente del Consiglio regionale Daniele Leodori

Ieri sera c’era gente che arrivava per firmare di continuo, chi scrive ha messo la propria dopo un dialogo con gli organizzatori e comprendendo la genuinità di chi ha immaginato l’iniziativa. Non il messaggio.

La preoccupazione di chi, da giorni, 24 ore su 24, è sotto al gazebo di fronte al pronto soccorso, è infatti quella che a forza di “svuotare” i reparti, accorparli, ridurre le prestazioni, l’ospedale chiuda. Preoccupazione legittima quanto infondata. Sommessamente si ritiene che oltre a non essere scritto sull’atto aziendale, nessuno è così pazzo da eliminare una struttura sanitaria in un bacino d’utenza che conta normalmente oltre 110.000 residenti che d’estate diventano il triplo.

Quello che si deve sollecitare a chiudere è, invece, un ospedale concepito all’antica. La sanità non è più, semplicisticamente, posti letto. Non è e non deve essere il pronto soccorso a dover sopperire alle carenze del territorio. Non è l’ospedale il luogo per “aggirare” le liste d’attesa e fare esami che se fossero realmente urgenti vedrebbero i medici di base chiamare il numero verde a loro riservato. Un ospedale non è più – e non doveva essere prima – un votificio.

Purtroppo è successo. Purtroppo i primari sono stati, in troppe occasioni, dei piccoli feudatari. Oggi, con un ospedale per “intensità di cure” e non più dove conta chi ha più letti, va cambiata una mentalità superata dalla storia. Se ne deve accorgere anche la politica, spiegando – anzitutto ai tanti medici che vi girano intorno – che la medicina del futuro è quella della “prossimità” e non del ricovero, capendo che i tempi dei favori (infermieri in ufficio, medici promossi in improbabili unità operative semplici e fuori dai turni, quindi con maggiori carenze per i reparti) per il ritorno elettorale sono superati. E l’atto aziendale della Asl – votato all’unanimità, quindi anche dal sindaco di Anzio Luciano Bruschini o suo delegato – va in questo senso. Cancellando le unità operative (oltre 200) e non i servizi. Ci auguriamo potenziando definitivamente le “prime linee” dei pronto soccorso.

Certo, una rivoluzione. Come quella che deve fare un certo vetero-sindacalismo, quando suggerisce -e speriamo di sbagliare – i certificati di malattia come alternativa ai trasferimenti nell’ambito della stessa azienda.

Fa riflettere, invece, quanto affermato oggi dal direttore generale Fabrizio D’Alba su chi non accetta contratti di sette mesi (e poi c’è la crisi…) e chi, invece, a scorrimento delle graduatorie, preferisce non accettare Anzio. Troppo comodo. La Regione Lazio, oltre a bloccare il turn over e a concedere deroghe – cinque su otto nella RmH sono state destinate ad Anzio – deve trovare il modo di dire a chi non accetta un posto che può anche dimenticare di lavorare con le Asl del territorio .

E a proposito di atto aziendale, è da sottoscrivere quanto afferma il direttore generale: “Al fine di qualificare le strutture aziendali ed ottimizzare le risorse è stata elaborata, e presentata all’Ente regionale, una dettagliata proposta di riorganizzazione della rete ospedaliera della Asl Roma H, alla quale si rimanda per ogni più completo dettaglio, e per la precisa definizione per ciascun polo, delle attività che saranno presenti nei singoli presidi ospedalieri a seguito del riassetto derivante dal presente Atto, precisando che alle suddette attività non necessariamente debba corrispondere la individuazione di una Unità Operativa complessa o semplice, potendo le stesse essere assicurate anche da parte di Dirigenti con incarico professionale, afferenti a Unità Operative Complesse ubicate presso il medesimo Polo o, in caso di attività su scala aziendale, anche in Polo Ospedaliero diverso. Laddove siano presenti linee di attività e funzioni, quali ad esempio quelle di assistenza e cura di patologie diabetiche, non organizzate in autonome Unità Operative semplici o complesse, queste non devono intendersi soppresse, essendo obiettivo aziendale, all’opposto, il loro specifico rilancio ed addirittura potenziamento con nuovi percorso e metodologie di lavoro come piani, programmi e progetti”.

E’ la teoria. Quando sarà pratica – speriamo presto – avremo degli ospedali moderni e un territorio che risponde, i malati “presi in carico”, i pronto soccorso solo per le emergenze, i posti letto per osservazione, acuti e post acuti e dalla parte degli utenti, non dei primari. 

Allora non ci saranno più, speriamo, i tanti politici che in questi giorni hanno cavalcato l’onda o fatto passerella. Comunque  se è servito a dare risposte che altrimenti non sarebbero arrivate o non avrebbero avuto la stessa eco, il presidio è stato un bene. 

Ebola, la Asl che “indaga”, i segreti di Pulcinella

hanzio

Non sorprende che la Asl avvii accertamenti su una presunta fuga di notizie in merito al sospetto caso di ebola avvenuto ieri all’ospedale “Riuniti” di Anzio-Nettuno. Riferisce Young tv che l’azienda sanitaria non avrebbe “gradito” la notizia e starebbe indagando. E’ sempre così, anziché preoccuparsi della veridicità di un fatto riportato, si va alla ricerca del capro espiatorio. Di chi possa aver dato la notizia. Tranquilli, quello di ebola – cari investigatori della Roma H che sarete chiamati a cercare di capire – era uno dei tanti segreti di Pulcinella di casa nostra.

Chi era in pronto soccorso ieri, infatti, ha dovuto indossare la mascherina. Ai parenti in attesa fuori è stato detto che c’era un ipotetico caso di virus e sono scattate le misure di prevenzione previste dai protocolli. E’ vero questo? Basta e avanza per scrivere. Se poi non era ebola ma un caso diverso, se ne prende atto. Ma ieri, davvero, bastava essere in pronto soccorso per capire se non altro l’agitazione che c’era.

Questa vicenda mi ricorda la convocazione in Procura, quando ad Anzio arrestarono due egiziani presunti terroristi in procinto di preparare un attentato a Roma. Una “bufala” colossale, alla fine, ma quel giorno la paranza con gli immigrati venne fatta rientrare in porto prima, c’erano carabinieri schierati, elicottero… A chi mi interrogava chiedendo chi mi avesse fornito la notizia risposi candidamente che tutto era avvenuto in “un porto di mare”. Sostenendo con questo che era di dominio pubblico. L’interrogatorio per quella “fuga di notizie” finì lì.

L’operazione di allora dei carabinieri, come l’avvio delle procedure di ieri in pronto soccorso e come tante altre notizie “sgradite” a dirigenti di aziende sanitarie, politici, imprenditori, sono note e i giornalisti sono tenuti a darle. Verificando, andando sui posti, affidandosi a fonti attendibili, chiamando gli uffici stampa che spesso come prima cosa “smorzano” o prendono tempo, ma esiste il dovere dei cronisti di informare e quello dei cittadini di sapere. Seguendo sempre il principio del: vai, vedi, racconta.

Altro che “fuga di notizie” o personale che ha fatto la “soffiata”. Alla Asl si preoccupino d’altro, non dei segreti di Pulcinella.

Ospedale, il sindaco ha ragione. D’Alba faccia il manager

Ospedale, il sindaco ha ragione. D’Alba faccia il manager

 

Il sindaco di Anzio, Luciano Bruschini, ha ragione. L’ospedale è al collasso, mentre nella stessa Asl ci sono strutture sanitarie a pieno organico. Purtroppo quando si dice che la politica deve uscire dalla sanità non si va oltre i solenni impegni. Speriamo che il direttore generale della Asl, Fabrizio D’Alba – che nell’ambiente ci vive da quando è bambino, dato l’incarico di prestigio che la mamma ha avuto in Regione – dia un segnale. Quello di fare il manager e non ascoltare amministratori, politici e sindacati che chiedono di non spostare personale dai Castelli ad Anzio o dove serve. Perché, purtroppo, funziona così. A Priverno, anni fa, chiuso il reparto di ostetricia e ginecologia (300 parti l’anno, sic…), si pensava che le sei ostretriche sarebbero arrivate a risolvere i problemi di Latina (2.000 parti l’anno) ma solo una è in servizio. Le altre cinque? Due sono diventate sindacaliste, una è in ufficio grazie a qualche “sponsorizzazione”, due hanno scoperto di avere diritto alla legge 104 per assistere familiari disabili. Ecco, questa è l’Italia. D’Alba è giovane e si faccia valere perché il sindaco ha ragione ed essere presi in giro sarebbe troppo.   

Giustizia: Mingiacchi, la montagna e il topolino

Giustizia: Mingiacchi, la montagna e il topolino

 

Sono passati cinque anni, Luciano Mingiacchi – caso più unico che raro – si dimise da direttore generale della Asl. Aveva l’obbligo di dimora ma dignitosamente decise di farsi da parte. Adesso è stato prosciolto, in udienza preliminare, dalle accuse di truffa, falso e abuso d’ufficio. Nessun elemento a suo carico.

Il vecchio adagio inglese racconta che gli errori dei giornalisti finiscono in prima pagina, quelli dei medici al cimitero e dei giudici in carcere. In questo caso in un provvedimento cautelare che ha avuto, comunque, delle conseguenze.  Chi risarcirà mai l’ex direttore generale? E perché non accorgersi, come era palese, che la Asl si era espressa contro i posti in più al gruppo Angelucci? 

Invece la montagna ha partorito il topolino e nessuno pagherà