Il clan, Anzio e Nettuno, gli “omissis” che fanno tremare…

Per chi si diverte a parlare senza sapere, posto anzitutto la foto sopra. Anno 1993 o 1994, manifestazione organizzata dal settimanale “il Granchio” a seguito delle operazioni di polizia note come “Tridente” e “San Valentino” e di un delitto legato al traffico di droga. Qualcuno – soprattutto tra chi è uso cambiare partito a seconda di come tira il vento – è solito dimenticare. Ma l’impegno civile di chi scrive – come per fortuna
(non elettorale, vero, per chi la vede solo da quel punto di vista) di molti altri sul territorio – non inizia e tanto meno finisce oggi. Non era e non è legato ad alcun tornaconto, non avevo e non ho bisogno di “fare” politica per trovare una sistemazione. Il mio curriculum professionale, per chi vuole, è anche su questo sito.

Ora la Lega di Nettuno – mai chiamata in ballo – ha sentito il dovere di replicare alla citazione di atti giudiziari nei quali un clan che a Latina – secondo il racconto di pentiti – ha avuto una certa “vicinanza” con esponenti di quel partito, spiega i rapporti con la criminalità del territorio, compresa quella di Anzio e Nettuno. E’ un fatto. Ho dato spazio, qui ce l’hanno tutti, alla nota arrivata che (perdoneranno gli autori) lascia il tempo che trova.

Perché nei verbali dei pentiti la cosa più interessante – e al momento ignota, spiace per chi mi invita a fare nomi e riferire circostanze – sono gli “omissis”. Sì, le parti che non vengono rese note, perché i collaboratori di giustizia hanno evidentemente segnalato potenziali reati e coinvolto persone sulle quali la magistratura può svolgere accertamenti. A un certo punto, dopo che vengono resi noti i contatti con gli Sparapano e i Gallace – ad Anzio e Nettuno (anche la Lega dovrebbe sapere di chi parliamo, giusto?) c’è un lungo “omissis”. Chi si è pentito ha riferito circostanze che evidentemente possono far tremare chi sa di aver avuto rapporti diciamo poco raccomandabili.

Sono esponenti politici? Altri delinquenti? Persone insospettabili? Non lo sappiamo. Ciò che è noto sono altri atti dai quali certi rapporti escono, almeno su Anzio. Ho detto e ripeto che tutti sono innocenti fino a sentenza definitiva e che le responsabilità penali – ove esistano – sono personali. Ne facevo, ne ho fatto e ne farò sempre una questione di responsabilità (e scelte) politiche. Anche questo non lo dico da oggi, ma non ci sono sordi peggiori di quelli che non vogliono sentire.

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Il clan e i rapporti sul territorio, la replica della Lega

Riporto il pensiero della Lega di Nettuno su un mio recente blog. Confermo quanto scritto lì e nelle carte dell’inchiesta. Lascio ad altri – compresa qualche evidente “manina” di Anzio – le vicende personali, professionali ed elettorali. E comunque sull’etica non accetto lezioni. Ribadisco che su questo territorio esiste una emergenza, non la denuncio da oggi ma da oltre 25 anni. Basterebbe avere la bontà di leggere gli archivi. A seguire la replica, questo è uno spazio aperto.

Come sempre accade vicino al periodo elettorale, una parte del centrosinistra e della stampa ‘intelligente’, quella che sale sui pulpiti e fa la lezione e la morale, torna a parlare di mafia associandola a partiti e coalizioni. In questi giorni, senza un’indagine, senza un’accusa, senza una denuncia, si è associato il termine Mafia alla Lega di Nettuno. Il tentativo evidente è quello di danneggiare chi sta portando avanti un percorso politico alternativo a quello di chi scrive.
La stampa ‘intelligente’ è quella che si può permettere di candidarsi a Sindaco ad Anzio con il Pd dopo aver fatto l’ufficio stampa al Sindaco del centrodestra e, dopo aver ben frequentato tutti gli ambienti della politica, oggi sapientemente giudica. E’ troppo facile davvero in questo modo tentare di gettare fango e cercare di favorire persone che sono politicamente più affini. Ma è un modo di agire scorretto e privo di etica personale e professionale. Se il giornalista e candidato del Pd Del Giaccio è a conoscenza di qualche fatto che in qualche modo coinvolge la Lega di Nettuno con atti criminosi o persino mafiosi, lo dica apertamente, faccia nomi, denunci. Se invece così non è dimostri più rispetto per sé stesso e per la sua professione, che ha ampiamente usato per avvicinarsi alla politica e usarla a suo piacimento e che continua ad usare oggi contro quegli avversari politici che lo hanno pesantemente sconfitto alle ultime elezioni
“.

Maurilio Leggieri

Coordinatore della Lega di Nettuno

I manifesti, il clan, la Lega e i rapporti con Anzio-Nettuno

La Prefettura di Roma

Le vicende che riguardano il clan Di Silvio e che portano alla luce – grazie a due pentiti – i rapporti che c’erano a Latina e provincia con esponenti della Lega e non solo, stanno facendo agitare le acque persino nel governo.

Un ministro che ribadisce che lui la mafia la combatte e rischia di avercela in casa – stando a quanto emerge dalle carte – non ci fa una bella figura.

L’uscita su “Repubblica” della sentenza definitiva di Malasuerte e di quanto ad Anzio era ignoto solo a chi finge di non vedere, rimettono in evidenza quanto esponenti della politica di casa nostra abbiano almeno lambito certi ambienti.

E dalle carte emerge, adesso, chi attaccava quei manifesti per conto di noti esponenti politici di Latina e provincia, molto presenti dalle nostre parti, passati da una precedente militanza o saliti in fretta e furia sul “carro” della Lega. Gente che si muoveva tra estorsioni e attacchinaggio a pagamento, nonché compravendita di voti, ad Anzio e Nettuno aveva rapporti con famiglie potenti, note alle cronache. Nelle loro ricostruzioni, i pentiti Renato Pugliese e Agostino Riccardo descrivono per filo e per segno come si muovevano se dovevano andare in una zona non di loro competenza e come – comunque – fossero ampiamente conosciuti per il loro spessore criminale. Che – ricordiamolo agli smemorati o a chi finge di non vedere – è attenzionato al punto che c’è un processo per associazione a delinquere di stampo mafioso nei confronti del clan.

E di cronache si tratta, non di “collage” come scrive il sindaco di Anzio. E non si può rispondere come ha fatto il consigliere Maranesi – anche avendo ragione, anche comprendendo la rabbia del momento – che ci si deve lavare la bocca “con l’acido muriatico” che corrisponderebbe inevitabilmente a fare una brutta fine.

I giornalisti raccontano, gli esponenti di comitati denunciano o riportano quanto emerge da atti giudiziari e indagini, la presenza di ‘ndrangheta e camorra dalle nostre parti è nota e sappiamo adesso che con loro anche il clan Di Silvio si rapportava.

Non c’era bisogno che uscisse Repubblica per ricordarci quanto accaduto da queste parti: lo sapeva bene e lo ha scritto la commissione antimafia, ha finto di non accorgersene il prefetto di Roma, hanno dormito i ministri Alfano e Minniti. Le prove “muscolari” nei seggi di Anzio le ricordiamo tutti ed erano eloquenti. Così come i legami tra le diverse indagini (da “Malasuerte” alle cooperative del verde, da Ecocar a Touchdown e tutto il resto), i personaggi che vi troviamo e i loro rapporti con esponenti di camorra e ‘ndrangheta, l’imprenditore che voleva “ammazzare Placidi” e ha rapporti con la Lega e vorrebbe farlo con chi ancora oggi è in campagna elettorale a Nettuno…. Da ultimo la recente e misteriosa vicende di cronaca – a Lavinio – passata quasi inosservata e che invece ribadisce la contiguità di un certo mondo.

Vediamo cosa farà chi ci governa, che il faro va puntato oggi lo ribadisce Morra, presidente dell’antimafia – e va fatta chiarezza una volta per tutte.

Sbarco, Unicivica e new media. Precedente pericoloso

Al posto del commissario di Nettuno, Bruno Strati, avrei fatto la stessa cosa. Avrei cacciato Chiara Di Fede e Roberto Fantozzi, dandoli in pasto ai vendicatori da social o a quanti si fermano alle “certezze” dei new media. Ma sì, facciamo vedere che esiste una amministrazione pubblica che non guarda in faccia nessuno, decisionista e che non usa mezze misure. L’avrei fatto, se avessi avuto la certezza che quanto sostenuto da interrogazioni parlamentari, da redivivi personaggio del Pd locale, da ambienti del Ministero della difesa e da copia- incollatori di comunicati corrispondeva al vero. Ma così non è.

Ho atteso di capire. Ho letto le ricostruzioni di Controcorrente e del Granchio e ho maturato ancora di più la convinzione che il commissario – evidentemente preoccupato di lasciare Nettuno senza macchie sulla propria carriera- abbia ignorato le responsabilità sue e della struttura. Semplicemente perché se presidente e direttore della Università civica pagano per avere inserito nel programma – noto all’Amministrazione – iniziative alle quali partecipava Pietro Cappellari, allora dovevano essere rimossi tutti quelli che sapevano. E quelli che nel corso di questi anni lo hanno ammesso in Comune per altre manifestazioni. No, Chiara e Roberto non hanno pagato per questo, bensì per le esternazioni che lo storico ha fatto sulla sua pagina Facebook al di fuori di iniziative ufficiali, durante le quali è invece tutto filato liscio.

Affermazioni da rispedire al mittente e fuori dalla storia, senza se e senza ma. Certamente, però,  chi è Cappellari e come la pensa tutti lo sappiamo. Personalmente non condivido nulla di lui, ma una cosa va ricordata: il fatto che proprio grazie alla vittoria della democrazia oggi lui può esprimere le sue posizioni. Al contrario, se avessero vinto quelli di cui è nostalgico oggi non avremmo lo stesso diritto. Questa è la cosa migliore che possiamo opporre a lui e a quanti condividono posizioni fuori dalla  storia.
Il fatto che i social hanno permesso di esprimere tali posizioni a livello globale e che Cappellari lo abbia fatto in modo maldestro (ma nessuno si indignava quando gli stessi “tedeschi” erano ad Anzio) non autorizza a mandare via chi ha predisposto il programma. A farlo – Magari – per “rispondere alla politica”, come scrive il Granchio. O per distogliere l’attenzione da una vicenda – sbaglierò- come quella delle Pro Loco che sembra molto più seria.


Allora va bene seguire e “abituarsi” ai new media, va benissimo farne una fonte – per tutti -ma poi occorre verificare. Perché altrimenti si arriva – come in questo caso – ai licenziamenti causa posizioni altrui scritte su Facebook e si crea un precedente pericoloso. Pericolosissimo. 

Ps, anche il 75′ anniversario dello sbarco è stato- a mio modesto parere- una occasione mancata per far crescere questo territorio 
Ps1, è apprezzabile quanto dichiarato dal sindaco di Anzio sul fatto che finché ci sarà lui non si faranno “guerre” sulla spiaggia che sono anti storiche e abbiamo sopportato (e pagato) per troppi anni. Speriamo solo che nelle mostre fotografiche “liquidate” ci sia qualche immagine nuova, diversa, altrimenti è una ennesima “prebenda”

Lo sbarco, le “solite” divisioni. Continuo a non capire

Cerimonie istituzionali insieme – e ci mancherebbe – altri programmi “separati”. Dopo una sorta di trattativa, messaggi trasversali, iniziative non condivise, tavoli di confronto e chi più ne ha, ne metta. Succede ogni anno, ad Anzio e Nettuno, mancando un progetto comune di ampio respiro e di caratura internazionale come l’evento meriterebbe.

Non voglio tediare oltre, continuo a non capire e comunque l’ho sempre pensata come è possibile leggere cliccando sulle prese di posizione precedenti espresse in questo umile spazio. Per chi ha tempo e pazienza, basta collegarsi.

In ciascuna famiglia con origini in questo territorio c’è chi ha vissuto quell’epoca, chi ha i ricordi di nonni e padri, le città sono decorate con medaglia d’oro al merito civile. Perché continuare a dividersi? Cogliamo l’occasione, pensiamo da oggi all’ottantesimo anniversario, costruiamo qualcosa che resti . E’ chiedere troppo?

Ospedale: senologia addio, i tumori si operano ai Castelli

 

senologia

Foto da Il Clandestino

L’attività chirurgica per la mammella è “ricondotta interamente ed esclusivamente al centro senologico aziendale” tradotto le donne di Anzio e Nettuno che avranno bisogno di un intervento, in presenza di un tumore, saranno operate solo a Marino o Albano.

Quello che era nell’aria, è adesso nero su bianco e urlare ora – come fa certa politica che annuncia consigli comunali congiunti – ignorando gli atti propedeutici alla decisione assunta dal direttore generale Narciso Mostarda, è praticamente una beffa. Sulla base di “volumi ed esiti” si decide che qui non sono stati fatti, evidentemente, interventi sufficienti e quindi i chirurghi andranno ai Castelli. I documenti preparatori di questo risalgono al 2010 e 2014, chi partecipa alla conferenza locale della sanità – il sindaco o suo delegato – cosa hanno fatto? E la Regione con chi si è confrontata?

Soprattutto alle donne, chi ci pensa? A chi si sente diagnosticare un tumore, sente crollare il mondo addosso, avrebbe bisogno di qualcosa di “vicino“, chi spiega che allo strazio della malattia si unisce il viaggio della speranza a Marino o Albano?

Sia chiaro, qui non si difendono posti letto tanto per…, né ospedali sotto casa,  meno ancora primariati (anzi, unità operative complesse o semplici) che portano consensi ai politici che poi decidono certe cose, attraverso i direttori generali chiamati a rispondere a chi li ha nominati. No, qui si parla di tumori e non possono esserci “numeri” a stabilire che ti opero  a Marino e non ad Anzio, ad Albano in una delle sedute previste e non a casa tua.

Il dottor Mostarda e chi ce lo ha messo, si dirà, è lì per razionalizzare e seguire le “linee guida“, le disposizioni della “rete oncologica” e via discorrendo. Lecito, per carità, ma i ragionieri si possono fare magari sui letti di medicina, sulla riconversione dei posti di otorino in spazi per Rsa, di quelli di oculistica – andiamo per sommi capi – in spazi per post acuti. Non con i tumori.

Anche perché ad Anzio e Nettuno esiste – e a questo punto viene smantellato – uno dei primi servizi oncologici creati nel Lazio. Qui una benemerita associazione come l’Andos ha realizzato iniziative che la moderna “presa in carico” dei pazienti si sogna, in anni nei quali i predecessori di Mostarda sprecavano risorse, la politica nominava i Comitati di gestione delle Usl, e le volontarie seguivano le donne operate al seno. Qui una benemerita associazione come il Comitato contro il cancro di Anzio-Nettuno ha dedicato alla senologia risorse, tempo, impegni che la Regione e Mostarda neanche immaginano.

Ecco, se gli esami del sangue si fanno a Latina, è marginale. Se arrivo in pronto soccorso e in elicottero mi portano a Roma  perché non possiamo curare ovunque un ictus o un infarto “Stemi” (quello per il quale serve l’emodinamica, per capirci) siamo pure d’accordo. Si va ormai verso ospedali – come quello di Anzio-Nettuno – dedicati alle prime cure  e poi pronti a mandare i pazienti dove necessario per salvar loro la vita.

Altro discorso è la “presa in carico“, nella quale i tumori rientrano al di là dell’intervento chirurgico in sé. Qual è il “percorso” che si fa in questa Asl, operare a Marino e Albano le donne di Anzio e Nettuno per centrare gli obiettivi di budget? E un’idea di “Breast unit” a questa azienda è mai venuta?

Poi sarebbe interessante sapere anche cosa si vuole fare per i pazienti cronici, evitare l’affollamento del pronto soccorso, i malati che possono essere assistiti a domicilio e via discorrendo. Si sta smembrando un ospedale, in cambio di? Ribadisco, sono per tutte le razionalizzazioni possibili – e spesso necessarie, dopo decenni di sprechi – sono d’accordo persino con i reparti chiusi se a questi corrispondono servizi sul territorio, ma non quando si parla di tumori.

Nel documento che segue, comunque, trovate le decisioni della Asl deliberasenologia

La città del baseball, bravo Mauro. Qualche riflessione

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La presentazione dell’altra sera (Foto da “il Clandestino”)

C’ero anch’io tra le centinaia di persone che l’altra sera, a Nettuno, hanno assistito alla presentazione della “Città del baseball“, organizzata dall’associazione “Nettuno olim Antium” e condotta dal collega Mauro Cugola. Un bel lavoro, bravo Mauro, e una punta di orgoglio per aver visto “crescere” professionalmente e umanamente questo ragazzo, passato come molti dalla “palestra” del Granchio.

Ho aspettato l’esito della semifinale, purtroppo andata nel modo peggiore, prima di esprimere qualche considerazione. La squadra di D’Auria ricorda – e molto – quella che nell’88 riconquistò la finale contro Rimini e nel 1990 tornò a vincere, dopo 17 anni, lo scudetto. C’è un’analogia: nel 2018 saranno trascorsi 17 anni dall’ultimo tricolore del Nettuno e per gli amanti della cabala…

Ma torniamo al lavoro di documentazione presentato l’altra sera. Se sale la commozione a chi – come me – con il Nettuno baseball c’entra poco e parte un applauso spontaneo, il più forte forse, quando sullo schermo compare Rolando Belleudi ovvero “il Cittadino“, è segno che quel lavoro e la storia che contiene, hanno un senso. Si tratta di qualcosa che è ancora “artigianale“, lo stesso Mauro ha ammesso che doveva fare la regia da sé tra un filmato e l’altro, ma sono memorie che non devono assolutamente andare perdute. Se altri hanno fatto “City of baseball“, il materiale che è stato illustrato l’altra sera e quello che i curatori hanno, meritano quantomeno un documentario. Ma anche, come spiegava Mauro, un sito dedicato ovvero un museo virtuale, dove entrare e vedere – per esempio – la partita contro Cuba del 1969 che pure a un appassionato come me era sfuggita.

Il baseball è certamente un valore aggiunto per Nettuno e quella memoria non va dispersa, così come – e concordo con le parole pronunciate da Mauro – “La storia non si compra al mercato“.

La storia c’è, è importante, va valorizzata. Si parlava di un museo al “Borghese“, ad esempio, va assolutamente integrato con i documenti raccolti da Mauro e gli altri e reso visitabile, interattivo, multimediale.

Poi c’è qualcosa che deve andare oltre. Sono in questo ambiente da una vita, ho rivisto l’altra sera una serie di passaggi – da quando ero bambino (le tribune del vecchio stadio) a quando da cronista, insieme al fotografo Marco Rossi, entrammo per primi in campo dopo la vittoria dell’Europeo del ’91. Dall’attesa in piazza nel ’90 – con la preparazione di una edizione straordinaria di “Prima Pagina” – allo scandalo di una finale persa in casa che mi portò a essere “indagato” dalla Procura federale per le mie frasi sulla Fibs, da tesserato. Dal tonfo del 44 a 0 subito dall’Anzio (ma Mauro, dolosamente, non ricorda il derby vinto 12-10 da noi il 21 luglio del ’79….) alla finale di Parma raccontata per Radio Omega nel ’96. Ebbene, Nettuno ha rappresentato sempre un punto di riferimento non solo con la prima squadra ma soprattutto con giovanili che in Italia “comandavano“.

Da quando c’è chi promette – letteralmente – l’America, si pensa che possedere un cartellino sia un’assicurazione sulla vita, ci si divide su tutto anziché mettere insieme i migliori (quando allenavo, lo facevano San Giacomo e Nettuno, a rotazione)  il risultato  è che si pensa di avere grandi prospetti ma non si vince più nulla e, peggio, ho l’impressione che si formi sempre meno. Nel 2016, una delle rare volte da quando ricordi, nessuna squadra di Nettuno ha ottenuto uno scudetto e non ci sono stati – mai accaduto prima – atleti convocati nella Juniores azzurra. Se allarghiamo il discorso al Lazio (che è in buona parte Nettuno), l’ultima spedizione al torneo delle Regioni ha messo insieme ben poco.

Lo do come spunto di riflessione, partendo dalle immagini dell’altra sera. Un valore aggiunto per Nettuno – con quello che si auspica essere il museo – che deve esserlo per chi ha l’ambizione (e ci mette tempo, entusiasmo, soldi, fatica) di formare i ragazzi che in futuro indosseranno quella maglia. Che deve tornare, ha ragione Mauro, a essere una sola.

Nettuno, il problema non è l’addetta stampa…

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Il mio amico Renato Amabile, da una vita in consiglio comunale, non ha capito niente. Si è limitato a prendere qualche nome e inserirlo ai seggi elettorali, quando poteva fare colloqui alla “ricerca delle professionalità disponibili” per una “ricerca di massima“. Lo hanno fatto i suoi colleghi di primo pelo a Nettuno, i grillini duri e puri, come il sindaco afferma in un poco comprensibile comunicato per spiegare la vicenda della scelta dell’addetta stampa.

Fermo Renato, mi raccomando,  perché i consiglieri comunali non fanno colloqui né ricerche, non è loro compito, e immaginati un po’ se te, Marco Maranesi e Pasquale Perronace – vado a caso – vi mettevate a scegliere l’addetto stampa del Comune e il sindaco lo scriveva su un comunicato come ha fatto Angelo Casto a Nettuno. Apriti cielo! Li sentivi te i grillini…

Ma a Nettuno si può, c’è il nuovo, hanno ereditato macerie (ed è vero) ma dopo oltre un anno forse è troppo continuare a prendersela con chi c’era prima. Che ha sbagliato, eccome, ma non c’è più da tempo perché in mezzo è passato pure un commissario.

Comunque per provare a giustificare (senza bisogno) una scelta che era, è e resta di esclusiva del sindaco, si fa tutto un giro (sul sito del Comune, mah…) in nome di “Merito, trasparenza e qualità di eloquio” e si rende ufficiale la “selezione” dei mesi scorsi della quale avevano saputo anche i sassi. Cosa che non è compito dei consiglieri. E’ noto che dei “cugini” mi occupo poco, conosco Angelo Casto come persona seria e preparata, ho avuto modo di lavorare da cronista con vicende seguite da lui in Questura a Latina, non avevo né ho nulla da dire sulla persona. E meno ancora su chi ha scelto come “Esperto delle relazioni esterne ed istituzionali”, dato che posso dire di aver visto crescere Rosanna Consolo  e conosco il suo percorso.

Il problema non è questo, è che il sindaco deve fare il sindaco, scegliere e punto. Se fa un bando che non serve, chiede in giro i curriculum – dopo la selezione dei consiglieri e addirittura un esame scritto fatti mesi fa, vero? – e si presentano professionisti del settore che magari possono vantare più titoli, deve mettere in conto almeno qualche malumore. Se il nome di Rosanna circolava da tempo, poi, non è certo responsabilità di una collega brava e preparata ma di quel “chiacchiericcio” che fa parte della politica che i grillini detestavano ma nella quale evidentemente si ritrovano.  Insomma, si commettono errori, ingenuità, come vogliamo chiamarli? –  che facevano anche i predecessori. Non è un male assoluto, attenzione, ma non ci si ammanti di purezza a tutti i costi. E cosa direbbe un grillino se un altro sindaco – a Peschiera del Garda o Milazzo o dove vogliono – scegliesse chi ha quote della concessionaria di pubblicità del giornale locale? Non è vietato – non fino a quando il Comune stipulerà un contratto con la Crab 2000  – ma sicuramente inopportuno. Su questo conviene il sindaco? E per favore, smettiamola con i “parolai“, termine certamente più fine di “cazzari” usato nel video che ha fatto il giro del web

Comunque non era né sarà questo che ci dirà se Casto farà bene o meno il sindaco, ma il rispetto del programma che si è dato. Lavori, sopporti qualche critica, e alla fine i cittadini giudicheranno su ciò che ha fatto o meno. Sapendo bene che parte da anni di disastri e tutto il resto, ma pure che non può essere un alibi a vita.

Lo stesso vale per Rosanna, alla quale vanno anche da qui – dopo quelli di persona – sinceri auguri di buon lavoro. Sfrutti le sue capacità, metta in condizione i colleghi – tutti – di operare al meglio, spieghi a chi le sta intorno che la comunicazione istituzionale non è semplicemente il “verbo” del sindaco o degli assessori di turno ma altro. Saprà far bene, ne sono certo.

Bruschini, Casto e un “teatrino” inutile. Serve altro

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Casto e Bruschini (foto inliberauscita.it)

E’ perfettamente inutile il “teatrino” di iniziative e dichiarazioni che vede protagonisti, in questi giorni, il sindaco di Anzio Luciano Bruschini e il suo collega di Nettuno, Angelo Casto. Lo è perché città vicine, da chiunque amministrate, collaborano e non si scontrano. E importa poco chi abbia iniziato questa storia, siamo ormai a una farsa che neanche più alle scuole elementari trova riscontri come quelli ai quali assistiamo.

Ebbene non essendo i nostri sindaci della stregua di un Vittorio Emanuele o un Garibaldi e non avendo noi una ideale Teano nella quale far incontrare i contendenti di questa singolare disfida, né avere uno disposto a dire all’altro “Ecco il Re” o – peggio – “Obbedisco”, forse è il caso di fare un incontro sul serio.

Teano segnava il confine dell’avanzata dei Mille, qui se ho capito bene si vuole “arginare” con iniziative discutibili (e magari riempendo le redazioni e i social di comunicati) quella dei Grillini. Ma non è facendosi la guerra tra istituzioni che si va lontano, anzi a modesto parere di chi scrive le iniziative adottate da Anzio vanno a solo vantaggio dei 5stelle.

Se poi tutto nasce da una esibizione fuori luogo e di non eccezionale valore artistico nella “Serata di Primavera”  – che ha portato a reazioni esagerate – peggio ancora.

Non c’è Teano? Meglio. Facciano una cosa, Bruschini e Casto, non si vedano al confine di via Gramsci perché è troppo facile, si incontrino tra via Cervicione e via della Fonderia, altro punto di contatto tra le due città, e si rendano conto – ma lo sanno già bene, c’è da esserne certi, di qual è lo stato delle nostre periferie. Lì ad esempio i rifiuti la fanno da padrone.

Forse in un luogo lontano dai riflettori, ma pieno di problemi (e ce ne sono altri, sempre al confine tra le due città) capiscono meglio che ripicche, mancati inviti, cerimonie per sé, sono l’ultima cosa da fare. Perché questo territorio – nel suo insieme, Anzio-Nettuno – di tutto ha bisogno fuorché di mancata collaborazione tra Comuni. I quali, invece, sempre al di là di chi governa, dovrebbero mettersi insieme per molti aspetti e ragionare come “area vasta“. Si può andare dai rifiuti ai trasporti,  dall’accesso ai fondi europei agli eventi turistici, dalla sanità  ai bandi regionali. Se mai ci fosse #unaltracittà si batterebbe per questo.

Certo il precedente del piano di zona per i servizi sociali non è brillante. Lo guidò Nettuno ai tempi di Marzoli e restituì i soldi ad Anzio con molta calma, dopo averli utilizzati per altro, ci fu la “staffetta” ma le cose non andarono meglio, ora è di nuovo a Nettuno ma purtroppo in ciò che va fatto insieme non brilliamo.  Altrimenti senza troppi giri avremmo già avuto una stazione appaltante tutta nostra, ma quando mai….

D’altro canto la cultura di appartenenza è ancora quella della Usl Rm/35 che toccava ad Anzio e del Consorzio Acquedotto di Carano a Nettuno (salvo l’ultimo periodo che prima o poi pagheremo carissimo) mentre  ai posti di potere si provvedeva bilanciando per città e partito di appartenenza. Comprensibile per Bruschini, non per Casto.

A entrambi, invece, compete lavorare per fare insieme delle scelte Politiche, si con la  maiuscola, che abbiano una visione del territorio e non delle bagattelle di paese. Ecco, un incontro serio per programmare questo sarebbe l’ideale. Non c’è bisogno di evocare Teano.

 

L’ospedale, il territorio. Un dialogo tra sordi e qualche idea

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In attesa del prossimo “tavolo” convocato dai Comuni sulle vicende dell’ospedale, è bene sottolineare ancora una volta che il problema non è e non può essere semplicemente il “Riuniti” ma quello che c’è intorno. Perché se prima non capiamo una volta per tutte che i posti letto, da soli, non sono più una risposta ai bisogni di salute, non capiremo mai che l’investimento vero va fatto sul territorio.

Ecco, convocare un “tavolo” come è stato fatto nei giorni scorsi e dimenticare i medici di base – primo filtro per una sanità che funziona a dovere – è stato un errore madornale. Nobile l’intento di salvaguardare l’ospedale, ma ripeto che da solo non è sufficiente. La prossima apertura del Policlinico dei Castelli (spero di sbagliare, ma pare avessero “dimenticato” che servono rete fognaria e fornitura idrica) e l’inserimento di Anzio-Nettuno nella rete dell’infarto (prossimamente dell’Ictus) con la Asl di Latina, impongono ripensamenti seri sul ruolo del “Riuniti” ma prima ancora dell’offerta sul territorio. Finora medici ospedalieri e di base, specialisti ambulatoriali, hanno messo in piedi un dialogo tra sordi. La responsabilità è sempre di altri, ma proviamo a vedere come si è arrivati a questo punto e quali sono le reti da costruire prima che sia troppo tardi. Qualcosa si è mosso, ma non basta ancora.

  1. Il pronto soccorso affollato: è rimasto l’unico presidio certo al quale rivolgersi, non solo ad Anzio-Nettuno, e lo dimostra la situazione in tutto il Lazio. La chiusura di sedi ospedaliere, la mancata riconversione e il mancato avvio di adeguati servizi territoriali fa sì che pazienti cronici o con patologie non tali da giustificare un accesso  vadano nei dipartimenti di emergenza. Risultato? Affollamento, personale sovraccaricato, il 70% circa  di codici bianchi o verdi – per i quali non serviva il pronto soccorso – e casi come quello del paziente oncologico morto al “San Camillo”.
  2. Ucp: le unità di cure primarie o studi  associati, quelli che la Regione ha organizzato ma che i medici di base che hanno aderito (non tutti) preferiscono non pubblicizzare. Dalle 9 alle 19 e dal lunedì al venerdì se non c’è il proprio medico si può andare da un altro, associato, senza ricorrere necessariamente al pronto soccorso. Non sono rese adeguatamente note,  quindi finora sono inutili.
  3. Ambufest: nei fine settimana e nei festivi, sempre dalle 9 alle 19, si può fare ricorso a questo servizio, certamente molto più rapido di un’attesa in pronto soccorso per dolori addominali che magari durano da tre giorni. Anche qui, scarsa pubblicizzazione.
  4. Casa della salute: questa sconosciuta o chi l’ha vista? Quella che la Asl di Latina si affrettò ad aprire a Sezze non aveva collaudo, ad esempio, ma al di là di vicende strutturali è il modello che non funziona o almeno non ancora. La “presa in carico” dei pazienti, la rete sociosanitaria, sono pie intenzioni finora non realizzate. Il modello teorico c’è: se un paziente diabetico – ad esempio – ha bisogno di x esami o visite l’anno, per quale motivo devo farlo girare a fare prescrizioni, prenotazioni e via discorrendo? So chi è, ci penso io. Un orizzonte affascinante ma non ancora concreto. E di quella prevista a Villa Albani non vediamo traccia.
  5. Assistenza domiciliare/Rsa: chiudere i posti letto va bene, è stato  necessario dopo anni di sprechi e grazie alla moderna chirurgia che non richiede più lunghi ricoveri, ma servono alternative. Potenziare l’assistenza domiciliare, autorizzare Rsa che non siano dei “soliti” furbi e paghino gli stipendi, le alternative ci sono ma  non sono mai decollate sul serio. Una casa della salute capace di “prendere in carico” servirebbe anche a questo.
  6. Prevenzione: è la vera grande sfida della sanità e non può che essere fuori dagli ospedali. Su questo i sindaci – e non solo loro – devono battersi con la Asl affinché metta al primo posto attività di screening sempre più vaste, sia per le patologie tumorali sia per i corretti stili di vita.
  7. Liste d’attesa: più servizi aprono, più c’è richiesta, più si allungano i tempi. Sono di per sé un falso problema, soprattutto perché se una prestazione serve con urgenza i medici di base hanno a disposizione un numero dedicato grazie al quale – entro 72 ore – l’esame necessario si esegue. Anche qui, qualcosa non torna. L’adeguatezza prescrittiva, riferibile anche ai farmaci, va necessariamente affrontata, mentre i cittadini educati a chiamare il Recup (o scrivere, richiamano in 24 ore) perché se la prestazione sotto casa è fra sei mesi, spesso ce n’è una a pochi chilometri fra tre giorni. Certo, si deve trovare chi ti accompagna,  ma pure qui se esiste la “presa in carico” si trova pure il modo di far funzionare servizi di trasporto protetto che ormai sono la norma nei posti civili.
  8. Ospedale:  funzionando tutto il resto, si capisce che  diventa un pezzo del sistema, non il centro dello stesso. In pronto soccorso va chi ha un’urgenza vera, viene trattato e stabilizzato, quindi trasferito se necessario. A quel punto date le chirurgie di base e per l’emergenza, lasciato il punto nascita,  si può immaginare un’attività di elezione mirata ovvero una trasformazione in attività di supporto o ambulatoriali. Il percorso che oggi fa l’ortopedia, ad esempio, è già virtuoso: frattura, pronto soccorso, poi ambulatorio per tutto il resto.
  9. Specialistica: l’ospedale generalista non esiste più, per questo a un primo trattamento nelle emergenze devono seguire  risposte adeguate non necessariamente sotto casa. Il principio, e i sindaci farebbero bene a battersi per questo, deve essere quello della cura migliore nel posto più adeguato e non della cura semplicemente in quello più vicino.
  10. Riabilitazione: insieme alla prevenzione è l’altra grande sfida, in parte già vinta proprio a Villa Albani dove arrivano persone dopo il primo trattamento post ictus – ad esempio – o si va a seguito di una operazione all’anca o al femore.

Per fare questo serve una Asl che risponda a principi di corretta gestione prima che politici (negli anni sono state costruite a destra e sinisrta carriere che avrebbero portato voti a forza di “Uos” spesso inutili) servono medici umili, di ogni categoria, e cittadini disposti a capire che se chiude un reparto non crolla il mondo, basta che c’è un servizio alternativo che funziona. Serve una rivoluzione culturale, dunque, che potrebbe cominciare già al prossimo “tavolo“, quando sarà bene affrontare il tema salute,  perché solo ospedale è riduttivo.