Ospedale: senologia addio, i tumori si operano ai Castelli

 

senologia

Foto da Il Clandestino

L’attività chirurgica per la mammella è “ricondotta interamente ed esclusivamente al centro senologico aziendale” tradotto le donne di Anzio e Nettuno che avranno bisogno di un intervento, in presenza di un tumore, saranno operate solo a Marino o Albano.

Quello che era nell’aria, è adesso nero su bianco e urlare ora – come fa certa politica che annuncia consigli comunali congiunti – ignorando gli atti propedeutici alla decisione assunta dal direttore generale Narciso Mostarda, è praticamente una beffa. Sulla base di “volumi ed esiti” si decide che qui non sono stati fatti, evidentemente, interventi sufficienti e quindi i chirurghi andranno ai Castelli. I documenti preparatori di questo risalgono al 2010 e 2014, chi partecipa alla conferenza locale della sanità – il sindaco o suo delegato – cosa hanno fatto? E la Regione con chi si è confrontata?

Soprattutto alle donne, chi ci pensa? A chi si sente diagnosticare un tumore, sente crollare il mondo addosso, avrebbe bisogno di qualcosa di “vicino“, chi spiega che allo strazio della malattia si unisce il viaggio della speranza a Marino o Albano?

Sia chiaro, qui non si difendono posti letto tanto per…, né ospedali sotto casa,  meno ancora primariati (anzi, unità operative complesse o semplici) che portano consensi ai politici che poi decidono certe cose, attraverso i direttori generali chiamati a rispondere a chi li ha nominati. No, qui si parla di tumori e non possono esserci “numeri” a stabilire che ti opero  a Marino e non ad Anzio, ad Albano in una delle sedute previste e non a casa tua.

Il dottor Mostarda e chi ce lo ha messo, si dirà, è lì per razionalizzare e seguire le “linee guida“, le disposizioni della “rete oncologica” e via discorrendo. Lecito, per carità, ma i ragionieri si possono fare magari sui letti di medicina, sulla riconversione dei posti di otorino in spazi per Rsa, di quelli di oculistica – andiamo per sommi capi – in spazi per post acuti. Non con i tumori.

Anche perché ad Anzio e Nettuno esiste – e a questo punto viene smantellato – uno dei primi servizi oncologici creati nel Lazio. Qui una benemerita associazione come l’Andos ha realizzato iniziative che la moderna “presa in carico” dei pazienti si sogna, in anni nei quali i predecessori di Mostarda sprecavano risorse, la politica nominava i Comitati di gestione delle Usl, e le volontarie seguivano le donne operate al seno. Qui una benemerita associazione come il Comitato contro il cancro di Anzio-Nettuno ha dedicato alla senologia risorse, tempo, impegni che la Regione e Mostarda neanche immaginano.

Ecco, se gli esami del sangue si fanno a Latina, è marginale. Se arrivo in pronto soccorso e in elicottero mi portano a Roma  perché non possiamo curare ovunque un ictus o un infarto “Stemi” (quello per il quale serve l’emodinamica, per capirci) siamo pure d’accordo. Si va ormai verso ospedali – come quello di Anzio-Nettuno – dedicati alle prime cure  e poi pronti a mandare i pazienti dove necessario per salvar loro la vita.

Altro discorso è la “presa in carico“, nella quale i tumori rientrano al di là dell’intervento chirurgico in sé. Qual è il “percorso” che si fa in questa Asl, operare a Marino e Albano le donne di Anzio e Nettuno per centrare gli obiettivi di budget? E un’idea di “Breast unit” a questa azienda è mai venuta?

Poi sarebbe interessante sapere anche cosa si vuole fare per i pazienti cronici, evitare l’affollamento del pronto soccorso, i malati che possono essere assistiti a domicilio e via discorrendo. Si sta smembrando un ospedale, in cambio di? Ribadisco, sono per tutte le razionalizzazioni possibili – e spesso necessarie, dopo decenni di sprechi – sono d’accordo persino con i reparti chiusi se a questi corrispondono servizi sul territorio, ma non quando si parla di tumori.

Nel documento che segue, comunque, trovate le decisioni della Asl deliberasenologia

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La città del baseball, bravo Mauro. Qualche riflessione

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La presentazione dell’altra sera (Foto da “il Clandestino”)

C’ero anch’io tra le centinaia di persone che l’altra sera, a Nettuno, hanno assistito alla presentazione della “Città del baseball“, organizzata dall’associazione “Nettuno olim Antium” e condotta dal collega Mauro Cugola. Un bel lavoro, bravo Mauro, e una punta di orgoglio per aver visto “crescere” professionalmente e umanamente questo ragazzo, passato come molti dalla “palestra” del Granchio.

Ho aspettato l’esito della semifinale, purtroppo andata nel modo peggiore, prima di esprimere qualche considerazione. La squadra di D’Auria ricorda – e molto – quella che nell’88 riconquistò la finale contro Rimini e nel 1990 tornò a vincere, dopo 17 anni, lo scudetto. C’è un’analogia: nel 2018 saranno trascorsi 17 anni dall’ultimo tricolore del Nettuno e per gli amanti della cabala…

Ma torniamo al lavoro di documentazione presentato l’altra sera. Se sale la commozione a chi – come me – con il Nettuno baseball c’entra poco e parte un applauso spontaneo, il più forte forse, quando sullo schermo compare Rolando Belleudi ovvero “il Cittadino“, è segno che quel lavoro e la storia che contiene, hanno un senso. Si tratta di qualcosa che è ancora “artigianale“, lo stesso Mauro ha ammesso che doveva fare la regia da sé tra un filmato e l’altro, ma sono memorie che non devono assolutamente andare perdute. Se altri hanno fatto “City of baseball“, il materiale che è stato illustrato l’altra sera e quello che i curatori hanno, meritano quantomeno un documentario. Ma anche, come spiegava Mauro, un sito dedicato ovvero un museo virtuale, dove entrare e vedere – per esempio – la partita contro Cuba del 1969 che pure a un appassionato come me era sfuggita.

Il baseball è certamente un valore aggiunto per Nettuno e quella memoria non va dispersa, così come – e concordo con le parole pronunciate da Mauro – “La storia non si compra al mercato“.

La storia c’è, è importante, va valorizzata. Si parlava di un museo al “Borghese“, ad esempio, va assolutamente integrato con i documenti raccolti da Mauro e gli altri e reso visitabile, interattivo, multimediale.

Poi c’è qualcosa che deve andare oltre. Sono in questo ambiente da una vita, ho rivisto l’altra sera una serie di passaggi – da quando ero bambino (le tribune del vecchio stadio) a quando da cronista, insieme al fotografo Marco Rossi, entrammo per primi in campo dopo la vittoria dell’Europeo del ’91. Dall’attesa in piazza nel ’90 – con la preparazione di una edizione straordinaria di “Prima Pagina” – allo scandalo di una finale persa in casa che mi portò a essere “indagato” dalla Procura federale per le mie frasi sulla Fibs, da tesserato. Dal tonfo del 44 a 0 subito dall’Anzio (ma Mauro, dolosamente, non ricorda il derby vinto 12-10 da noi il 21 luglio del ’79….) alla finale di Parma raccontata per Radio Omega nel ’96. Ebbene, Nettuno ha rappresentato sempre un punto di riferimento non solo con la prima squadra ma soprattutto con giovanili che in Italia “comandavano“.

Da quando c’è chi promette – letteralmente – l’America, si pensa che possedere un cartellino sia un’assicurazione sulla vita, ci si divide su tutto anziché mettere insieme i migliori (quando allenavo, lo facevano San Giacomo e Nettuno, a rotazione)  il risultato  è che si pensa di avere grandi prospetti ma non si vince più nulla e, peggio, ho l’impressione che si formi sempre meno. Nel 2016, una delle rare volte da quando ricordi, nessuna squadra di Nettuno ha ottenuto uno scudetto e non ci sono stati – mai accaduto prima – atleti convocati nella Juniores azzurra. Se allarghiamo il discorso al Lazio (che è in buona parte Nettuno), l’ultima spedizione al torneo delle Regioni ha messo insieme ben poco.

Lo do come spunto di riflessione, partendo dalle immagini dell’altra sera. Un valore aggiunto per Nettuno – con quello che si auspica essere il museo – che deve esserlo per chi ha l’ambizione (e ci mette tempo, entusiasmo, soldi, fatica) di formare i ragazzi che in futuro indosseranno quella maglia. Che deve tornare, ha ragione Mauro, a essere una sola.

Nettuno, il problema non è l’addetta stampa…

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Il mio amico Renato Amabile, da una vita in consiglio comunale, non ha capito niente. Si è limitato a prendere qualche nome e inserirlo ai seggi elettorali, quando poteva fare colloqui alla “ricerca delle professionalità disponibili” per una “ricerca di massima“. Lo hanno fatto i suoi colleghi di primo pelo a Nettuno, i grillini duri e puri, come il sindaco afferma in un poco comprensibile comunicato per spiegare la vicenda della scelta dell’addetta stampa.

Fermo Renato, mi raccomando,  perché i consiglieri comunali non fanno colloqui né ricerche, non è loro compito, e immaginati un po’ se te, Marco Maranesi e Pasquale Perronace – vado a caso – vi mettevate a scegliere l’addetto stampa del Comune e il sindaco lo scriveva su un comunicato come ha fatto Angelo Casto a Nettuno. Apriti cielo! Li sentivi te i grillini…

Ma a Nettuno si può, c’è il nuovo, hanno ereditato macerie (ed è vero) ma dopo oltre un anno forse è troppo continuare a prendersela con chi c’era prima. Che ha sbagliato, eccome, ma non c’è più da tempo perché in mezzo è passato pure un commissario.

Comunque per provare a giustificare (senza bisogno) una scelta che era, è e resta di esclusiva del sindaco, si fa tutto un giro (sul sito del Comune, mah…) in nome di “Merito, trasparenza e qualità di eloquio” e si rende ufficiale la “selezione” dei mesi scorsi della quale avevano saputo anche i sassi. Cosa che non è compito dei consiglieri. E’ noto che dei “cugini” mi occupo poco, conosco Angelo Casto come persona seria e preparata, ho avuto modo di lavorare da cronista con vicende seguite da lui in Questura a Latina, non avevo né ho nulla da dire sulla persona. E meno ancora su chi ha scelto come “Esperto delle relazioni esterne ed istituzionali”, dato che posso dire di aver visto crescere Rosanna Consolo  e conosco il suo percorso.

Il problema non è questo, è che il sindaco deve fare il sindaco, scegliere e punto. Se fa un bando che non serve, chiede in giro i curriculum – dopo la selezione dei consiglieri e addirittura un esame scritto fatti mesi fa, vero? – e si presentano professionisti del settore che magari possono vantare più titoli, deve mettere in conto almeno qualche malumore. Se il nome di Rosanna circolava da tempo, poi, non è certo responsabilità di una collega brava e preparata ma di quel “chiacchiericcio” che fa parte della politica che i grillini detestavano ma nella quale evidentemente si ritrovano.  Insomma, si commettono errori, ingenuità, come vogliamo chiamarli? –  che facevano anche i predecessori. Non è un male assoluto, attenzione, ma non ci si ammanti di purezza a tutti i costi. E cosa direbbe un grillino se un altro sindaco – a Peschiera del Garda o Milazzo o dove vogliono – scegliesse chi ha quote della concessionaria di pubblicità del giornale locale? Non è vietato – non fino a quando il Comune stipulerà un contratto con la Crab 2000  – ma sicuramente inopportuno. Su questo conviene il sindaco? E per favore, smettiamola con i “parolai“, termine certamente più fine di “cazzari” usato nel video che ha fatto il giro del web

Comunque non era né sarà questo che ci dirà se Casto farà bene o meno il sindaco, ma il rispetto del programma che si è dato. Lavori, sopporti qualche critica, e alla fine i cittadini giudicheranno su ciò che ha fatto o meno. Sapendo bene che parte da anni di disastri e tutto il resto, ma pure che non può essere un alibi a vita.

Lo stesso vale per Rosanna, alla quale vanno anche da qui – dopo quelli di persona – sinceri auguri di buon lavoro. Sfrutti le sue capacità, metta in condizione i colleghi – tutti – di operare al meglio, spieghi a chi le sta intorno che la comunicazione istituzionale non è semplicemente il “verbo” del sindaco o degli assessori di turno ma altro. Saprà far bene, ne sono certo.

Bruschini, Casto e un “teatrino” inutile. Serve altro

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Casto e Bruschini (foto inliberauscita.it)

E’ perfettamente inutile il “teatrino” di iniziative e dichiarazioni che vede protagonisti, in questi giorni, il sindaco di Anzio Luciano Bruschini e il suo collega di Nettuno, Angelo Casto. Lo è perché città vicine, da chiunque amministrate, collaborano e non si scontrano. E importa poco chi abbia iniziato questa storia, siamo ormai a una farsa che neanche più alle scuole elementari trova riscontri come quelli ai quali assistiamo.

Ebbene non essendo i nostri sindaci della stregua di un Vittorio Emanuele o un Garibaldi e non avendo noi una ideale Teano nella quale far incontrare i contendenti di questa singolare disfida, né avere uno disposto a dire all’altro “Ecco il Re” o – peggio – “Obbedisco”, forse è il caso di fare un incontro sul serio.

Teano segnava il confine dell’avanzata dei Mille, qui se ho capito bene si vuole “arginare” con iniziative discutibili (e magari riempendo le redazioni e i social di comunicati) quella dei Grillini. Ma non è facendosi la guerra tra istituzioni che si va lontano, anzi a modesto parere di chi scrive le iniziative adottate da Anzio vanno a solo vantaggio dei 5stelle.

Se poi tutto nasce da una esibizione fuori luogo e di non eccezionale valore artistico nella “Serata di Primavera”  – che ha portato a reazioni esagerate – peggio ancora.

Non c’è Teano? Meglio. Facciano una cosa, Bruschini e Casto, non si vedano al confine di via Gramsci perché è troppo facile, si incontrino tra via Cervicione e via della Fonderia, altro punto di contatto tra le due città, e si rendano conto – ma lo sanno già bene, c’è da esserne certi, di qual è lo stato delle nostre periferie. Lì ad esempio i rifiuti la fanno da padrone.

Forse in un luogo lontano dai riflettori, ma pieno di problemi (e ce ne sono altri, sempre al confine tra le due città) capiscono meglio che ripicche, mancati inviti, cerimonie per sé, sono l’ultima cosa da fare. Perché questo territorio – nel suo insieme, Anzio-Nettuno – di tutto ha bisogno fuorché di mancata collaborazione tra Comuni. I quali, invece, sempre al di là di chi governa, dovrebbero mettersi insieme per molti aspetti e ragionare come “area vasta“. Si può andare dai rifiuti ai trasporti,  dall’accesso ai fondi europei agli eventi turistici, dalla sanità  ai bandi regionali. Se mai ci fosse #unaltracittà si batterebbe per questo.

Certo il precedente del piano di zona per i servizi sociali non è brillante. Lo guidò Nettuno ai tempi di Marzoli e restituì i soldi ad Anzio con molta calma, dopo averli utilizzati per altro, ci fu la “staffetta” ma le cose non andarono meglio, ora è di nuovo a Nettuno ma purtroppo in ciò che va fatto insieme non brilliamo.  Altrimenti senza troppi giri avremmo già avuto una stazione appaltante tutta nostra, ma quando mai….

D’altro canto la cultura di appartenenza è ancora quella della Usl Rm/35 che toccava ad Anzio e del Consorzio Acquedotto di Carano a Nettuno (salvo l’ultimo periodo che prima o poi pagheremo carissimo) mentre  ai posti di potere si provvedeva bilanciando per città e partito di appartenenza. Comprensibile per Bruschini, non per Casto.

A entrambi, invece, compete lavorare per fare insieme delle scelte Politiche, si con la  maiuscola, che abbiano una visione del territorio e non delle bagattelle di paese. Ecco, un incontro serio per programmare questo sarebbe l’ideale. Non c’è bisogno di evocare Teano.

 

L’ospedale, il territorio. Un dialogo tra sordi e qualche idea

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In attesa del prossimo “tavolo” convocato dai Comuni sulle vicende dell’ospedale, è bene sottolineare ancora una volta che il problema non è e non può essere semplicemente il “Riuniti” ma quello che c’è intorno. Perché se prima non capiamo una volta per tutte che i posti letto, da soli, non sono più una risposta ai bisogni di salute, non capiremo mai che l’investimento vero va fatto sul territorio.

Ecco, convocare un “tavolo” come è stato fatto nei giorni scorsi e dimenticare i medici di base – primo filtro per una sanità che funziona a dovere – è stato un errore madornale. Nobile l’intento di salvaguardare l’ospedale, ma ripeto che da solo non è sufficiente. La prossima apertura del Policlinico dei Castelli (spero di sbagliare, ma pare avessero “dimenticato” che servono rete fognaria e fornitura idrica) e l’inserimento di Anzio-Nettuno nella rete dell’infarto (prossimamente dell’Ictus) con la Asl di Latina, impongono ripensamenti seri sul ruolo del “Riuniti” ma prima ancora dell’offerta sul territorio. Finora medici ospedalieri e di base, specialisti ambulatoriali, hanno messo in piedi un dialogo tra sordi. La responsabilità è sempre di altri, ma proviamo a vedere come si è arrivati a questo punto e quali sono le reti da costruire prima che sia troppo tardi. Qualcosa si è mosso, ma non basta ancora.

  1. Il pronto soccorso affollato: è rimasto l’unico presidio certo al quale rivolgersi, non solo ad Anzio-Nettuno, e lo dimostra la situazione in tutto il Lazio. La chiusura di sedi ospedaliere, la mancata riconversione e il mancato avvio di adeguati servizi territoriali fa sì che pazienti cronici o con patologie non tali da giustificare un accesso  vadano nei dipartimenti di emergenza. Risultato? Affollamento, personale sovraccaricato, il 70% circa  di codici bianchi o verdi – per i quali non serviva il pronto soccorso – e casi come quello del paziente oncologico morto al “San Camillo”.
  2. Ucp: le unità di cure primarie o studi  associati, quelli che la Regione ha organizzato ma che i medici di base che hanno aderito (non tutti) preferiscono non pubblicizzare. Dalle 9 alle 19 e dal lunedì al venerdì se non c’è il proprio medico si può andare da un altro, associato, senza ricorrere necessariamente al pronto soccorso. Non sono rese adeguatamente note,  quindi finora sono inutili.
  3. Ambufest: nei fine settimana e nei festivi, sempre dalle 9 alle 19, si può fare ricorso a questo servizio, certamente molto più rapido di un’attesa in pronto soccorso per dolori addominali che magari durano da tre giorni. Anche qui, scarsa pubblicizzazione.
  4. Casa della salute: questa sconosciuta o chi l’ha vista? Quella che la Asl di Latina si affrettò ad aprire a Sezze non aveva collaudo, ad esempio, ma al di là di vicende strutturali è il modello che non funziona o almeno non ancora. La “presa in carico” dei pazienti, la rete sociosanitaria, sono pie intenzioni finora non realizzate. Il modello teorico c’è: se un paziente diabetico – ad esempio – ha bisogno di x esami o visite l’anno, per quale motivo devo farlo girare a fare prescrizioni, prenotazioni e via discorrendo? So chi è, ci penso io. Un orizzonte affascinante ma non ancora concreto. E di quella prevista a Villa Albani non vediamo traccia.
  5. Assistenza domiciliare/Rsa: chiudere i posti letto va bene, è stato  necessario dopo anni di sprechi e grazie alla moderna chirurgia che non richiede più lunghi ricoveri, ma servono alternative. Potenziare l’assistenza domiciliare, autorizzare Rsa che non siano dei “soliti” furbi e paghino gli stipendi, le alternative ci sono ma  non sono mai decollate sul serio. Una casa della salute capace di “prendere in carico” servirebbe anche a questo.
  6. Prevenzione: è la vera grande sfida della sanità e non può che essere fuori dagli ospedali. Su questo i sindaci – e non solo loro – devono battersi con la Asl affinché metta al primo posto attività di screening sempre più vaste, sia per le patologie tumorali sia per i corretti stili di vita.
  7. Liste d’attesa: più servizi aprono, più c’è richiesta, più si allungano i tempi. Sono di per sé un falso problema, soprattutto perché se una prestazione serve con urgenza i medici di base hanno a disposizione un numero dedicato grazie al quale – entro 72 ore – l’esame necessario si esegue. Anche qui, qualcosa non torna. L’adeguatezza prescrittiva, riferibile anche ai farmaci, va necessariamente affrontata, mentre i cittadini educati a chiamare il Recup (o scrivere, richiamano in 24 ore) perché se la prestazione sotto casa è fra sei mesi, spesso ce n’è una a pochi chilometri fra tre giorni. Certo, si deve trovare chi ti accompagna,  ma pure qui se esiste la “presa in carico” si trova pure il modo di far funzionare servizi di trasporto protetto che ormai sono la norma nei posti civili.
  8. Ospedale:  funzionando tutto il resto, si capisce che  diventa un pezzo del sistema, non il centro dello stesso. In pronto soccorso va chi ha un’urgenza vera, viene trattato e stabilizzato, quindi trasferito se necessario. A quel punto date le chirurgie di base e per l’emergenza, lasciato il punto nascita,  si può immaginare un’attività di elezione mirata ovvero una trasformazione in attività di supporto o ambulatoriali. Il percorso che oggi fa l’ortopedia, ad esempio, è già virtuoso: frattura, pronto soccorso, poi ambulatorio per tutto il resto.
  9. Specialistica: l’ospedale generalista non esiste più, per questo a un primo trattamento nelle emergenze devono seguire  risposte adeguate non necessariamente sotto casa. Il principio, e i sindaci farebbero bene a battersi per questo, deve essere quello della cura migliore nel posto più adeguato e non della cura semplicemente in quello più vicino.
  10. Riabilitazione: insieme alla prevenzione è l’altra grande sfida, in parte già vinta proprio a Villa Albani dove arrivano persone dopo il primo trattamento post ictus – ad esempio – o si va a seguito di una operazione all’anca o al femore.

Per fare questo serve una Asl che risponda a principi di corretta gestione prima che politici (negli anni sono state costruite a destra e sinisrta carriere che avrebbero portato voti a forza di “Uos” spesso inutili) servono medici umili, di ogni categoria, e cittadini disposti a capire che se chiude un reparto non crolla il mondo, basta che c’è un servizio alternativo che funziona. Serve una rivoluzione culturale, dunque, che potrebbe cominciare già al prossimo “tavolo“, quando sarà bene affrontare il tema salute,  perché solo ospedale è riduttivo.

Il Granchio e queste città, 25 anni dopo

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Era una fredda domenica di gennaio. Chi dice che quello che stiamo vivendo è l’inverno peggiore, spesso su basi non meglio specificate, ha evidentemente la memoria corta. Sì, domenica 11 gennaio 1992 faceva freddo più o meno come adesso ed era in edicola il primo numero del settimanale “Il Granchio“. Doveva uscire il giorno prima, nelle intenzioni di noi giovani e di belle speranze, ma i rigorosi tempi che avevamo provato a darci e la tecnologia dell’epoca non erano serviti a molto. La sfida iniziata qualche mese prima, con la costituzione della cooperativa editrice ancora oggi del settimanale, era appena iniziata. Ci davano per spacciati dopo le elezioni del ’92, poi dicevano che avremmo retto fino alle amministrative, via via hanno imparato che quel gruppo iniziale – e chi è arrivato dopo – è stato capace di reggere finora per 25 anni. Anzitutto auguri al Granchio, a chi c’è e a chi c’è stato, a chi ha anche solo una volta consegnato i giornali nelle edicole, a chi a vario titolo ha permesso di arrivare sin qui. Nessuno di noi, con me c’erano Giovanna Consolo, Ivo Iannozzi, Claudio Pelagallo, Elvira Proia e Nino Visalli,  immaginava che quell’idea di un giornale vero e “nostro” potesse avere una vita del genere. Invece è ancora qui e ci sarà per molto. Facevo i conti, ad Anzio sono passati sette sindaci e tre commissari, a Nettuno sei sindaci, una commissione straordinaria e due commissari, ma il Granchio è lì.

Un quarto di secolo dopo, con due generazioni e mezzo che nel frattempo sono passate, con chi è nato nel ’92 che intanto si sarà laureato o starà lavorando, la domanda è: senza il Granchio queste città sarebbero state le stesse? A parere di chi scrive assolutamente no. Il giornale ha esercitato ed esercita quel ruolo che avevamo immaginato di “cane da guardia” delle istituzioni locali. Ha portato un modo di fare giornalismo – dando spazio alla cronaca più che alla politica, allo sport più che al chiacchiericcio – ha messo la classe  dirigente di fronte a una prima pagina che mai avrebbe immaginato, ha incalzato il potere e le macchine burocratiche, ha cercato e pubblicato i documenti, ha espresso opinioni, è andato in piazza “contro ogni crimine“, si è scontrato, è rimasto sempre di chi lo mandava in edicola e non di altri, ha dato voce a chi non l’avrebbe avuta, ha avuto il riconoscimento dell’unico padrone possibile: il lettore. Indimenticabile l’aiuto di chi – in un periodo di crisi – decise di dare un sostegno economico o la frase di un’umile signora di Nettuno che in ospedale, al medico che fa il saccente verso il giornale, risponde: “Nci fosse o Granchio, tante cose nse saprebbero“.  Bellissime le parole di Luciano Bruschini, sindaco di Anzio, al 18° compleanno della testata: “Siete stati la vera opposizione“.

Non ho mai creduto alle funzioni pedagogiche di un giornale, a quelle di far conoscere a un pubblico il più vasto possibile quello che succedeva sì, senza guardare in faccia nessuno. Ho, abbiamo, interrotto amicizie, minato parentele, subito minacce, ricevuto querele e richieste di risarcimento. Emblematica una sentenza che non riconosce i 300.000 euro che avrebbero fatto chiudere il Granchio: le notizie vanno date con particolari a maggior ragione in una realtà locale. E fare il giornale nel posto dove sei nato e cresciuto, era e resta infinitamente più difficile che fare l’inviato, arrivare in un posto, raccontare e andare via.

Il giornale è stato ed è anche altro: un’impresa che dà lavoro, una “palestra” per chi si avvicina a questo mestiere, una rampa di lancio per quelli che passati per la redazione ora lavorano come professionisti. C’è da esserne orgogliosi.

Ha sbagliato il Granchio in questi 25 anni? Certamente, ma mai in malafede. Non sarebbe ancora qui, oggi. E a quanti, ogni settimana, hanno perso e perdono tempo a immaginare cosa o chi possa aver portato a scrivere una vicenda, a far “salire” o “scendere” qualcuno, basterebbe semplicemente far vivere quello che accade in “chiusura” del numero, il mercoledì. C’era l’idea – rimasta tale – di farne un  copione teatrale o un “corto“. Chissà….

Ho sbagliato, io che sono tra i fondatori? Sì, perché non si è perfetti, perché quando una notizia è uscita non la blocchi, perché le fonti devi verificarle non una ma dieci volte. Il più grande errore è stato quello di credere – e provare a far credere ai lettori – che il nuovo porto di Anzio era cosa fatta. Di certo per la prima volta dalle ipotesi eravamo passati alle carte e a un percorso definito, ma non è bastato e non è il caso di ripercorrere qui i motivi.

Tre anni fa il mio rapporto si è interrotto, ma come dico sempre equivale a essersi staccati da un figlio che oggi fa il suo percorso. Non ero d’accordo sul futuro “industriale“, avrei anticipato lo sbarco massiccio sul web, immaginato il Granchio non dei 25 ma dei 50 anni,  c’era stata una dura campagna elettorale, qualche screzio, avevo altre iniziative editoriali in mente e sono usciti, infatti, un paio di libri. A quello sul sangue infetto – che era già in lavorazione – non avrei potuto dedicare il tempo necessario

Oggi che molti si prodigano nel prendersela con “il Granchio” io posso solo fare gli auguri per queste nozze d’argento, invitando a non dimenticare mai che chi amministra va pressato – sempre e comunque, a prescindere da chi sia – che su battaglie come legalità e trasparenza anche le piccole cose sono importanti, che scrivere sul web impone un’attenzione anche maggiore di quella del settimanale, sia nel dare le notizie, sia nel modo di esporle. E’ giusto arrivare prima e cercare “click“, è doveroso arrivare per bene, dopo le verifiche, scrivendo con meno errori possibili se proprio non è possibile senza. E’ necessario limitare il “copia e incolla” e approfondire, sempre.

Infine un pensiero per chi ci ha lasciato. Sergio Moscatelli fu il primo grafico, aveva un “Mac” che sembrava un’astronave, lo scanner avrebbe “letto” i pezzi mettendoli in pagina. Ma le macchine da scrivere erano “sporche” e lo scanner impazziva… Ci mise professionalità e pazienza, soprattutto dovette piegarsi ai “floppy disk” morbidi….

Guglielmo Natalini fu tra i fondatori della cooperativa, un pungolo in più occasioni, un personaggio che voleva pubblicato dove e come diceva lui i suoi lunghi interventi…. Ci scontrammo spesso, sempre con grande onestà intellettuale.

Eugenio Mingiacchi, senza il quale non saremmo qui. L’imprenditore, quando si stava per chiudere, disse che ciascuno di noi avrebbe dovuto investire su quella sgangherata impresa, che il sabato il giornale doveva essere in edicola ma il lunedì le cambiali andavano pagate, trasformò quel gruppo di illusi in un’azienda. Anomala, come noi stessi la definivamo, ma azienda. Ci ha lasciato troppo presto, abbiamo dedicato al suo nome  borse di studio che fra l’altro hanno fornito dei lavori a queste città. E’ un’iniziativa che non va dimenticata, spero che presto torni la borsa di studio “Eugenio Mingiacchi”.

Auguri al Granchio, ma anche ad Anzio e Nettuno. Questo giornale avrà pure sbagliato, ma resta una delle poche certezze in queste martoriate città.

Il limite superato, le accuse personali. Abbassiamo i toni

ossigenonettuno

La sensazione che abbiamo superato il limite la provo da tempo. La caccia alle streghe non mi è mai piaciuta, quindi chiunque vada oltre nelle sue affermazioni  – a volte solo per partito preso – mi infastidisce. Il linguaggio della politica di casa nostra – ad Anzio in particolare – è ormai tutto sul personale, perché non è il futuro della città a interessare ma il proprio. D’altro canto, come recita il vecchio adagio, a stare vicino al sole ci si scalda di più e per molti quel sole è “fare” politica ovvero occupare un posto e poter dire la propria in quel consesso,  far pesare il proprio voto, ottenere. Allora ci si divide non se vogliamo il piano del colore o il porto, bensì se spetta a una cooperativa o a un’associazione qualcosa e alla mia o a quella “vicina” a me nulla. Per questo a chiunque dissente va trovato un difetto, va attaccato personalmente.

La prendo da lontano per dire che ad Anzio, ma anche a Nettuno, il clima si fa sempre più pesante. Non la penso come Agostino Gaeta su Edoardo Levantini, per esempio, perché ritengo  che il coordinamento antimafia faccia sforzi notevoli per tenere alta la guardia sul territorio. Parla di cose concrete, di sentenze, di rapporti scientifici. Si smentiscano, ma non si dica che il problema è “Levantino” come viene definito. Altrimenti arriviamo al punto che il problema non è la camorra, ma Saviano che la racconta, facendo imbufalire il sindaco di Napoli in un “teatrino” che non fa bene all’Italia.

Ma come diceva Voltaire, e come ad Anzio ci ricordano nella sala consiliare con un cartello: “Detesto ciò che dici, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa dirlo“. Allora al tempo stesso è giusto dire che Agostino Gaeta – con tutti i suoi difetti – è uno che a modo suo racconta questo territorio. Raccontava, almeno, anche se non credo che smetterà di farlo dopo l’annunciata chiusura già paventata in passato e ribadita oggi. Certo non è giornalista, ha avuto pure i suoi guai, ma non facciamo come Orwell per cui “tutti gli animali sono uguali, ma i maiali sono più uguali degli altri“.  Allora serve rispetto, per le opinioni di tutti. Se poi ci sono profili penali, si perseguano. Di più: un giornale si può comprare o non, leggere o meno, è la più grande arma in mano a un lettore.

Dico questo conoscendo Edoardo e Agostino, ma conoscendo anche molte delle persone che si accapigliano su chi possa avere titolo a parlare e chi non. Lo dico per principio e da un osservatorio – tutto mio personale, sia ben chiaro – che è quello di chi prova, da anni, a raccontare questo martoriato territorio, denunciando il malaffare e  restando spesso inascoltato.

Lo dico a maggior ragione dopo il video del sindaco di Nettuno, Angelo Casto, che se la prende con i giornalisti. Non mi interessa perché sia uscito fuori oggi e chi l’abbia reso noto, certo è che lui adesso è sindaco e quelle sono parole pesanti, ma soprattutto cose che evidentemente pensa – insieme ai suoi accoliti – di chi fa il giornalista. Conosco Casto da quando era giovane funzionario Digos a Latina e io giovane cronista, non ho alcun dubbio sulla sua persona e sulla sua professionalità, in più sono certo che ha ereditato a Nettuno una situazione pesante. Ma in quel video – con chiunque ce l’avesse – scende al pari di chi negli anni ha definito (e definisce) “giornaletti” i media locali, al pari di chi dà dell’infame, dello pseudo giornalista, del prezzolato e via discorrendo. Diventa come gli altri politici e personaggi pubblici che sono allergici a chi racconta. Che differenza c’è tra Casto che canta e Stefano Di Magno che faceva le magliette contro il Granchio, ad esempio? Tra la nuova e la vecchia politica?

Certo, chi fa questo mestiere non è esente da responsabilità, a livello locale ha a maggior ragione il dovere di verificare le fonti, non seguire le “sirene” del politico o dell’imprenditore di turno, di pesare le parole. Chi ha la bontà di seguirmi sa che non ho mai fatto, non faccio e non farò difese corporative. Mai mi sognerei, però, di definire “cazzari della verità” i commercianti, gli artigiani, i netturbini, i commercialisti, gli avvocati e chi volete voi. Gli stessi politici che pure qualche castroneria la raccontano ai cittadini. Mi spiace che l’abbia fatto una persona che stimo.

Io preferisco continuare a cercare carte, provare a dimostrare che su un determinato argomento è stata detta una cosa e se ne fa un’altra, che ci sono documenti che mancano e via discorrendo. Voglio tenermi il mio diritto dovere di critica, senza fare questioni personali (se parlo di un politico è per il ruolo che ricopre e non per altro) provando a rispettare tutti e chiedendo scusa quando sbaglio.

E’ per questo che è meglio abbassare i toni, lasciando ai giornalisti – tutti – il diritto/dovere di verificare quello che fanno gli amministratori pubblici e di rispettare – tutti – le regole che impone questa straordinaria quanto delicata professione.

 

 

Lo scioglimento di Nettuno, quello che rischiamo

Ci sono state diverse richieste di commissione d’accesso per il Comune di Anzio. Ho sostenuto pubblicamente che si tratta dell’ultima cosa che vorrei e ho scritto a più riprese che a Nettuno (nel 2005)  è stata usata la mano pesante, mentre a Fondi (quattro anni dopo) – dove la situazione era molto, ma molto più grave – si è scritta una pagina vergognosa della storia del nostro Paese.

Ebbene mentre in Comune si fanno “spallucce“, fingendo di non vedere né sapere, mentre in Prefettura si prende tempo per decidere, la situazione di Anzio precipita ogni giorno di più. Da ultimo con due incendi in 24 ore, compreso il secondo in due mesi ai danni del vice sindaco.

Ho pensato, allora, di riprendere la relazione che portò allo scioglimento del Comune di Nettuno e fare un paragone – per sommi capi – con quella che è la situazione di Anzio. Ciascuno potrà trarre le sue conclusioni.

Nettuno, i 5stelle, i giornali. Vorrei parlarne ma…

casto

Casto dopo la vittoria

Vorrei scrivere di Nettuno e dei 5stelle, esprimere solidarietà a chi è stato aggredito, dire che non mi piace il clima che c’è e che parlare di “minacce mafiose” è grave. Gravissimo. Perché i giornali scrivevano, scrivono e scriveranno, andare a cercare “chi c’è dietro”, “chi paga” e via discorrendo fa parte di un retaggio che doveva essere superato. A Nettuno come a Roma, dove la figuraccia (si può dire, è corretto?) è di stampo mondiale.

Vorrei argomentare sul fatto che se altri avessero nominato due avvocati che condividono lo stesso indirizzo, sia pure non più lo studio associato, sarebbe scoppiato il putiferio. È corretto formalmente, ci mancherebbe, e non si discutono gli stimati professionisti ai quali vanno auguri di buon lavoro, ma è questione di opportunità.

Assolutamente legale che il sindaco, persona stimata, preparata, a modo, continui a fare il poliziotto e anzi non ci sarà alcun problema di ineleggibilità ma pure qui era e resta – parere personale – vicenda di opportunità, non di altro. Così come non ci vuole molto a sapere se esiste o meno un verbale della polizia locale relativo al vice sindaco, senza porre tanti segreti o immaginare chissà quale mafia.

Vorrei, anzi ormai ho ceduto. Meglio fermarsi, perché i 5stelle sono ultra suscettibili e guai a parlarne, questo emerge dai social. Meno che mai se a parlarne sono i giornalisti.

Una sola domanda: fino a quando durerà la litania che gli altri facevano peggio, quindi il manovratore oggi non va disturbato? Diamoci, dateci, un tempo…

Ah, così per cronaca, quando gli altri facevano scelte singolari – a livello locale – si è sempre scritto. Senza guardare in faccia nessuno. Qualcuno ultimamente, anche tra i colleghi, l’ha dimenticato. Ma sarà solo per il periodo di “tolleranza” normalmente concesso a chiunque arriva a guidare una città, ne sono certo.

Stefano7, l’obiettivo centrato e il nostro Paradiso…

stefano7sandro

Foto Alessandro Guerra

Lo sa che stiamo insieme per lui, queste “capocce” così diverse altrimenti non lo farebbero. Ma gli piace così ed è riuscito nell’impresa di farci andare avanti… Che anni, che mesi, che ultimi giorni…

Pazienza l’alzataccia dopo che fino a poche ore prima sei stato al campo a sistemare, pazienza se hai rubato tempo alla famiglia e hai usato qualche mezzo del lavoro per aiutare la causa, al diavolo il caldo di questa giornata che ti fa girare la testa in un viavai tra stand, squadre che devono mangiare cibo che non arriva ancora e ti fa prendere il magone, abbracci con chi non vedevi da una vita, emozioni per i figli che scendono in campo.

Che brutto girarsi intorno e dire “oh, mi sembra che c’è meno gente” e che spettacolo straordinario vedere, poche ore dopo, le tribune piene. I bus per disabili che entrano in campo, il quinto dono dello Stefano7 che non sarebbe mai arrivato senza il provvidenziale intervento per l’acquisto e per il contributo dato da Elvio Stefanelli e dalla sua Gioia bus. E senza gli sponsor e i cittadini comuni che continuano ad aiutare. Come poco prima hanno fatto mogli e compagne di vita, sotto la guida del mitico Orlando e della sua immancabile bistecchiera, sfamando centinaia di persone. In tutto questo Fabio “schiumava” alla regia insieme al suo collega, mentre magicamente le tessere di questo mosaico si mettevano insieme senza che riuscissi ad accorgertene…. O forse sì, solo che temevi che qualcosa non andasse

Ci sono state le partite, lo sport genuino dei ragazzini, ma l’apprensione sale finché non arrivano i bus. E le persone da premiare? Questo c’è, questo no… le ore che sembravano interminabili volano come nulla fosse, anzi quasi “cacci” dal campo chi sta terminando l’ultima gara. Sono venuti anche da Teramo e da Roma per la riuscita di questo evento, così come ogni anno non fa mancare il suo apporto la vicina Nettuno. C’era il sostegno Fibs, come sempre, e quello dei Comuni. Perché ormai dici Stefano7 e non devi aggiungere altro. Anzi sì.

Questo è il Paradiso?

No, è l’Iowa…

L’Iowa? Però sembra il Paradiso

C’è il Paradiso?

Oh certo, è il luogo dove si avverano i sogni

Abusiamo delle parole e delle immagini del film L’uomo dei sogni” perché lo stadio “Reatini” ma più in generale Anzio e Nettuno sono state – ieri – il Paradiso. Il luogo dove un altro sogno si è avverato. I bus, certo, la riuscita, vero, ma come in quel film il figlio incontra il padre, nel nostro abbiamo a fianco Stefano. Sempre. E lo vediamo lì, tra seconda e interbase, nella “sua” zona di diamante, tra quei mezzi, a ridere di noi.

Già, perché alla fine, tra diversità, alti e bassi, qualche incomprensione, la discussione inevitabile dei giorni e delle ore precedenti, si va avanti. Perché il Paradiso un po’ te lo devi guadagnare e senza tutto questo non ci arrivi… Allora ti tremano le gambe, trattieni le lacrime a fatica, sei felice, tanto, e non potrebbe essere altrimenti.

Vero Ste?