Placidi, il Comune: chi denunciava e chi “reggeva”

Al gioco di “sapevano tutti” non possiamo starci. Né a quello di chi fa “spallucce” parlando di bolla di sapone e di amministrazione che tutto sommato non c’entra. La vicenda “Evergreen” ripropone questioni che sì, si trascinano da tempo, ma di fronte alle quali la politica – in particolar modo la maggioranza che guida Anzio da 20 anni – ha preferito girarsi altrove. Non solo  la classe politica di questa città,  brava a organizzare un “Aventino” quando il sindaco – nella prima legislatura Bruschini – vacillava, si rifiutava di vedere.  Invece in quella occasione il sindaco andava già mandato a casa, anche per quello che un “giornaletto” – come amavano definirci – scriveva. Denunciavamo, dalle colonne del “Granchio“, come è sempre stato. Qualche investigatore, evidentemente, non ha trovato i riscontri e la vecchia politica – al solito – o si è girata o ha “retto” il sistema. D’altro canto a Placidi “tutti chiedono posti” – come disse nell’intervista subito dopo gli spari

A chi, oggi, ha la memoria corta, ma anche ai novelli scopritori della legalità, ripropongo quanto da un piccolo foglio di provincia è stato fatto. All’indomani degli spari a casa di Patrizio Placidi, insieme a Ivo Iannozzi  scrivevamo nell’editoriale, riferendoci alla pista che ad aprire il fuoco sarebbe stato uno deluso per non aver avuto il lavoro: “(…) Se è così siamo di fronte a una situazione più preoccupante, a nostro modesto parere, della presenza di criminalità organizzata. Sì, perché si è fatto del sottobosco delle cooperative, degli incarichi affidati a quanto sembra con una rigida spartizione politica, un mercato diventato ormai ingovernabile. Placidi ha espresso alcuni dubbi ai carabinieri, nell’intervista al nostro giornale non nasconde che il suo assessorato è diventato una sorta di ufficio di collocamento al quale tutti vanno a chiedere. Se è così, lo ripetiamo, è peggio della criminalità organizzata. Perché quei lavori, spesso precari e di poche centinaia di euro, altro non sono che un modo per dire – domani – chi votare. Può sembrare la scoperta dell’acqua calda, la politica non ha sempre fatto questo? Vero, ma se la corda si tira troppo poi c’è il rischio che si spezzi. E forse siamo arrivati al punto. Allora c’è da chiedersi quale risposta si dà per lo sviluppo della città, per creare non l’occasione di un posto in cooperativa con la raccomandazione di Tizio o di Caio ma occupazione stabile. E qui il panorama si fa desolante, perché allo sviluppo non si pensa ma si preferisce “gestire” dalla cooperativa all’associazione che otterrà un contributo per un’iniziativa spesso solo pseudo culturale. Basta avere un ritorno di consensi (…)“.

Rispetto ad allora, la criminalità organizzata si è infilata nel gioco delle cooperative, come emerso in “Mala suerte“. La situazione si è involuta, il condizionamento – al quale allora non credevamo forse perché posto male – c’è. Solo il Prefetto di Roma e il Ministero dell’Interno (a guida Pd…) non se ne accorgono.

Una settimana dopo, articolo che mandò Placidi su tutte le furie, scrivevo in cronaca: “(…) gli investigatori cercano di andare oltre. All’attività amministrativa e politica di Placidi, infatti, se ne affiancano sia pure non ufficialmente molte altre. Il vice sindaco – formalmente – vive con il rimborso del Comune per il suo lavoro in giunta tanto che per quanto è dato sapere è da quello vengono detratti i soldi che sta rimborsando, mensilmente, per la condanna della Corte dei conti. Ma è notorio che i suoi interessi – per carità legittimi – sono praticamente in ogni settore. Dai distributori di benzina ai supermercati, dai posti di lavoro in un noto fast food a mediazioni immobiliari, sembra non ci sia cosa ad Anzio per la quale non si debba parlare con Placidi. Solo voci, delazioni della politica o ci sono aspetti che invece meritano di essere valutati? E chi dice, a questo punto, che il motivo degli spari non debba essere cercato altrove?” 

Ecco, c’è chi scriveva, chi denunciava e chi sapeva, fingeva o “reggeva“. Una parte siede ancora al governo della città, quella che era in Consiglio e doveva essere opposizione ma si girava, ancora fa “strategie” con pezzi di maggioranza. Sarà un  confine oltre il quale realizzare #unaltracittà

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Malasuerte e le pressioni delle istituzioni comunali

commissariatoanzio

Pressione esercitata dal coinvolgimento nella vicenda di esponenti delle istituzioni comunali“. E’ un piccolo passaggio della sentenza del Tribunale di Velletri sulla vicenda Malasurte. E’ nel capitolo che riguarda la storia del “pizzo” per la gestione dei parcheggi delle auto di chi si imbarca per Ponza  che qualcuno voleva far passare per un patto commerciale e che, invece, era una richiesta di denaro per evitare fastidi.

Quello che l’indagine aveva messo a nudo, oggi è nero su bianco nella sentenza e ha trovato ampio riscontro anche in sede dibattimentale, quando i testi hanno ricostruito quella storia. Quel passaggio (e non solo) forse andrebbe fatto leggere a un Prefetto e un Ministro che con troppa fretta sembrano aver archiviato il caso Anzio.

C’è stata pressione da esponenti delle istituzioni: lo sapevamo, l’abbiamo detto, ora lo scrivono dei giudici. Non è penalmente rilevante, a quanto è emerso, ma resta politicamente disdicevole. La vicenda Malasuerte, infatti, è la cartina al tornasole di come questa maggioranza abbia intessuto rapporti, ottenuto consensi, supportato cooperative, mediato se c’era da “sistemare” una storia come quella dei parcheggi e – a questo punto – chissà quante altre.  I nomi che compaiono in quella sentenza tra gli imputati li ritroviamo in altre inchieste, sempre relative al Comune, sempre con le stesse cooperative.  Dalle proroghe alle aggressioni nel passaggio di consegne dell’appalto del verde. Ho già avuto modo di parlarne qui. I nomi dei politici, invece – chi teste, chi imputato – cambiano e in alcuni casi coincidono.

Ma il punto non era e non è giudiziario, chi pure è stato condannato in primo grado resta innocente fino a sentenza definitiva. No, il discorso è di responsabilità politica.

Ci lasciano una città dove la delinquenza comune ha messo il vestito bello, ha avvicinato/è stata avvicinata dalla politica, ma cosa più preoccupante ha stretto, in questo caso, contatti con esponenti del clan dei Casalesi. Di questo si accorgono o non? Hanno nulla da dire?

E non ritroviamo, forse, nelle espressioni “muscolari” verso i cittadini,  ora “imbecilli locali” ora “disturbati mentali”, nel disprezzo verso i comitati, i giornalisti, chiunque non appartenga al loro sistema di potere,  il clima che traspare dalle pagine di quella indagine e della sentenza emessa, fatto di minacce, gente schiaffeggiata, pistole sui tavoli?

Ci lasciano i veleni che li hanno contraddistinti nel 2013 e che oggi sembrano magicamente superati, dimenticando che in quel clima a farne le spese fu, a margine del primo consiglio comunale, il direttore del settimanale “il Granchio” aggredito. Qualcuno pensò all’epoca che tutto sommato avevano fatto bene, vero?, come pensa oggi che sia il minimo prendersela con chi riporta degli atti e chiede spiegazioni, arrivando quasi a prendere a schiaffi l’editore di Controcorrente.

No, è intollerabile. Le istituzioni comunali non dovrebbero fare pressioni, meno che mai gli accoliti politici o chi ha dato loro consensi. No, le istituzioni dovrebbero avere rispetto, di tutti, chi fa politica e vince avrebbe il dovere di attuare il programma che si è dato,   immaginare una città diversa, impegnarsi perché si realizzi. Invece è passato e passa il principio “abbiamo vinto, facciamo come vogliamo“. A partire da quella che mi piace definire come la legalità delle cose quotidiane, sistematicamente calpestata.

Una cosa è certa, questa sentenza mette un punto fermo. Nel 2018, quando voteremo, c’è chi avrà la responsabilità politica di averci regalato Malasuerte (e chissà quante altre situazioni del genere) e chi non.

Sarà una netta linea di demarcazione.

 

Il Pd, Gabriele, la necessità di cambiare e il dovere di provarci

gabriele

Quando parli con chi frequenta l’ambiente politico di Anzio e chi, anche se di riflesso, si interessa alle vicende cittadine una delle litanie è, sistematicamente: “Va be’ ma il Pd?” Giusto. Non si è fatto volere bene. Prima come centro-sinistra, fallendo clamorosamente dopo l’elezione di Mastracci – vittima sacrificale di logiche che poi hanno continuato a trascinarsi – quindi con le diverse anime spesso di lotta e di governo (leggi piano regolatore), poi con il “no” a prescindere al porto, fossilizzandosi su procedure che erano corrette, quando il solo Aurelio Lo Fazio ripeteva – e oggi va ribadito che aveva ragione – che il problema era la società, infine con la candidatura Bernardone e il mancato allargamento alle esperienze di Pollastrini e Garzia.

Negli ultimi quattro anni ha provato a invertire la rotta, ma la litania è rimasta la stessa:  “Va be’ ma il Pd?” Eppure qualche battaglia l’ha fatta. Dal bilancio ai rifiuti, dalla vicenda porto al titolo sbagliato per il dirigente dell’area finanziaria. L’ha fatta senza troppa enfasi? Può darsi. Dando l’impressione (qualcosa in più) che il partito andava da una parte e il gruppo dall’altra? Certo. Ma come ha detto il segretario uscente, Gianni De Micheli, che avrebbe avuto la conferma unanime ma ha preferito dare un segnale di reale cambiamento: “Io ho voltato pagina, oggi si chiude un libro e se ne apre un altro“. Federici ha le idee chiare , ma non dimentichiamo che c’è stato un dibattito e che Maria Cupelli ha detto la sua (si veda cupelli_facebook). Se doveva essere il partito nel quale le diversità sono una risorsa, non la guerra tra correnti o gli “ex qualcosa” com’è stato finora, sarà bene far tesoro di tutto. Non sono mai stato, non sono e certamente non sarò tenero con il Pd, ma oggi va dato atto che qualcosa è successo. Vedremo se servirà al momento del voto del 2018.

Il centro-destra? Minestra riscaldata dopo le accese divisioni del 2013, fallimento di 20 anni di governo e promesse. La situazione di questi giorni e l’annuciatoprogramma di fine consiliatura” ricorda   l’ultimo periodo di Tarisciotti sindaco, tra il ’94 e ’95. I personaggi erano gli stessi di oggi (Bruschini, De Angelis allora molto più battagliero, Amabile, Perronace, Succi, Borrelli, Nolfi padre) e quelli arrivati dopo si sono adeguati, né si può immaginare che escluso Placidi i cittadini dimentichino che lui è stato un asse portante di questo centro-destra. Da ultimo sulla biogas, voluta da tutti e che lui si è “accollato” andando a dire sì.

I Cinque stelle? Sono una grande novità, cavalcano l’onda,  ma se vogliono governare come hanno fatto opposizione – perché un consigliere l’hanno avuto…. – e con le divisioni annunciate tra i diversi meet up, non è che possano andare lontano.

Va be’ ma il Pd?”  Oggi, almeno, ha un segretario di 32 anni (è nato quando Bruschini era già assessore ai lavori pubblici, in giunta con Paride Tulli e Giorgio Zucchini, mentre Perronace era già consigliere comunale, ad esempio), un ragazzo che ha passione e cercherà di cambiare le cose, dentro e fuori il partito. Ha il dovere di provarci. Per le amministrative ripartendo da chi era con Bernardone, con Garzia e Pollastrini nel 2013 e provando ad allargare il campo. Buon lavoro Gabriele.

C’era una volta il centro-destra modello. Che brutta fine

Noi abbiamo Fini, Casini, Berlusconi, andiamo avanti….” Sala degli Specchi del Paradiso sul mare, parole di Sebastiano Attoni allora capogruppo di An, primo mandato di De Angelis sindaco. Avevano tutto, quelli del centro-destra, si erigevano a modello, stravincevano le elezioni – qui il collegio era blindato – e a un certo punto ebbero una invidiabile “filiera“: Comune (De Angelis), Provincia (Moffa), Regione (Storace) e Governo (Berlusconi). Risultati? Pochi o niente.

Il piano regolatore approvato in Regione a tempo di record dopo l’adozione in Consiglio e un comitato tecnico richiamato all’ordine dopo un parere ampiamente negativo, i primi atti del porto, poco altro e qualche “gioco” tra ex An sulle somme – vedi Nettunense – stanziate e non impegnate.

Quando nel ’98 De Angelis andò al ballottaggio dalle colonne del “Granchio” scrivemmo che era ora della stabilità. Ad Anzio come a Nettuno. Potete immaginare quanti “amici” ci facemmo, ma eravamo convinti dopo gli ultimi disastri che queste città avessero bisogno di certezze. Ad Anzio ce ne furono di più, Nettuno cadde nella morsa dei tributi ai privati e pagò con lo scioglimento per condizionamento della malavita probabilmente colpe non sue.

Ad Anzio c’era un’idea di città, De Angelis venne fatto lavorare, ma poi alle idee si sostituì il metodo anni ’90. “Dovete dargli un posto buono, non tanto per riempire la lista” – disse Luciano Bruschini nel Consiglio che sanciva le dimissioni del sindaco che si sarebbe candidato al Senato e avrebbe segnato la sua investitura per tornare primo cittadino.

Continuiamo insieme” fu lo slogan, ma le cose cambiarono subito. Il piano di “Mare cultura e natura” era ormai già “Varianti, cemento e furberie“. Il resto del programma trascinato, gli appetiti da accontentare, un senatore che anziché essere punto di intesa lo era di divisione, fino ad arrivare a candidarsi contro il sindaco che lui stesso aveva indicato, criticandolo aspramente e per molti versi giustamente. Il modello si era rotto, non c’era più la filiera che almeno il porto avrebbe potuto garantirlo (si racconta di Storace che disse “avete avuto il piano regolatore, sul porto aspettate“) la colpa sulle cose che non si realizzavano erano sempre di altri. Lo scontro di quattro anni e mezzo fa è stato senza esclusione di colpi, ha messo a nudo le lacerazioni e gli interessi che non sono politici, intesi come modo di intendere la città e svilupparla, far funzionare i servizi, avere i conti in ordine.

Il resto è storia abbastanza recente: cooperative, indagini, un bilancio prossimo al dissesto,  attenzione agli equilibri “politici” e non ai programmi da attuare, l’immondizia che nemmeno l’estate “sold out” ha nascosto, una relazione del Mef che farebbe tremare i polsi a chiunque, le casse vuote, furbizie (reati?) sulle assunzioni di dirigenti “vicini” a qualche assessore, morosi da difendere (primi loro, sulle sedi) tutto e il contrario di tutto sul porto per promettere un bando che difficilmente vedremo e De Angelis che spera di tornare a un modello come quello per cui “…abbiamo Fini, Casini, Berlusconi, andiamo avanti….” No, è finita. Dobbiamo ricordare chi c’era allora e chi adesso? Gli stessi e qualche “nuovo” che è entrato ha fatto presto ad adeguarsi.

E’ fallito il centro-destra che poteva anche pensare a qualche cooperativa, a sistemare qualche amico, a scegliere Tizio piuttosto che Caio per questioni di convenienza – non facciamo i puritani – ma che si presentava con una idea di città. Non l’ha attuata, se non nel lato peggiore del consumo di suolo, deve andare a casa. L’ultima vicenda dell’azzeramento di giunta lo dimostra. Avessero messo un minimo di impegno nel risolvere i problemi come per le trattative di questi mesi, Anzio sarebbe un gioiello.

Poi può darsi che rivincano, che i cittadini gli diano ancora fiducia, a quel punto avranno ragione. Ma se pure tornasse, De Angelis sappia che troverà una situazione drammatica e non potrà dare la colpa a Bruschini, visto che va ad accollarsi quello per cui quattro anni e mezzo fa si è battuto. Anzi, un quadro ancora peggiore.

Ora un gesto di coraggio, fate venire il commissario

insieme

Non hanno fatto in tempo a essere tutti d’accordo – sia pure forzatamente – sulla staffetta tra Luciano Bruschini e Candido De Angelis che nel litigioso centro-destra di Anzio sono volati gli stracci. Certo, la politica è mediazione, la paura che vincano altri fa 90, ma quello che è successo quattro anni fa non si dimentica facilmente. Così l’imposizione di Bruschini del suo successore, il quale ovviamente certi assessori non li avrebbe mai confermati, ha creato a dir poco malumori. Una parte di centro-destra già con Roberto Palomba, il commercialista Nino Monghese che fa “L’altra Anzio” (è vecchia, la usò Marco Garzia 20 anni fa…) e si dice sia sponsorizzato da Patrizio Placidi, Roberta Cafà che ieri sera ha affidato a un   comunicato il suo dissenso e oggi, per tutta risposta, cinque assessori – tutti tranne Placidi e la stessa Cafà – si sono dimessi con una nota (dimissioniassessori) in politichese, tutt’altro che comprensibile. Di certo sono protocollate, lo erano anche quelle – poi ritirate l’estate 2016 – della stessa Cafà e della Nolfi. Restano fuori l’assessore che ha detto la sua e Patrizio Placidi, mentre Agostino Gaeta scrive che potrebbe dimettersi anche Luciano Bruschini. Del resto Candido De Angelis aveva chiesto l’azzeramento e lo sta ottenendo. Poi tutti ci ripenseranno per il bene della città (!?!?!) e forse già lunedì avremo la nuova giunta, praticamente con i cinque e senza Cafà e Placidi. La chiamano politica e avranno anche ragione, ma mentre queste schermaglie elettorali vanno avanti – scrivevo qui, a giugno 2016, che Bruschini sarebbe andato fino al 2018 e avrebbe avuto l’appoggio della finta opposizione di centro-destra –  ci sono problemi della città che non si risolvono con i comunicati stampa.

Il 26 è convocato un Consiglio che a questo punto è in forse o che vedrà una maggioranza diversa da quella uscita dal voto, sancendo la spaccatura che serpeggia anche in qualche messaggio di consiglieri di Forza Italia. Si deve discutere, fra l’altro, di bilancio consolidato. Una cosa rilevante, perché da anni si sostiene – lo faceva anche De Angelis in campagna elettorale, nel 2013 – che siamo sull’orlo del dissesto. Ma loro pensano alle elezioni, a restare dove sono, pazienza il bilancio, pazienza un Comune che va avanti senza i “Peg” affidati ai dirigenti (mai deliberati) che incassa la tariffa rifiuti senza aver mai approvato la delibera sul numero di utenze per il 2017 e con voci che differiscono tra il bilancio e il piano finanziario. Pazienza una macchina allo sbando, procedure diciamo singolari e all’attenzione della Corte dei Conti per il dirigente dell’area finanziaria. Nessuna pazienza, invece, per la Biogas che Bruschini e Placidi ci lasciano in eredità, opponendosi a una seconda che invece vorrebbero eccome. Nessuna pazienza per lo schifo della raccolta dei rifiuti che sa tanto di emergenza voluta, perché avete sempre dichiarato che volevate un’altra ditta. E nessuna pazienza per la contiguità tra chi ha portato i voti a questa maggioranza – oggi allargata – e Malasuerte, per le cooperative dei “soci elettori di…” , per un porto eternamente annunciato, per l’assoluta mancanza di rispetto della legalità delle cose quotidiane. Come per un decreto ingiuntivo non opposto del quale parleremo presto.

Una sfida, allora: andatevene davvero, fate venire il commissario. Proviamo a fare ordine per qualche mese e andiamo alle elezioni tutti dallo stesso punto di partenza. Se siete stati bravi, come dite, rivincete a mani basse.

Provate a farlo, però, senza il potere. Senza fare foto in ogni occasione tra sindaco e successore incaricato, senza tagliare nastri da qui al voto, senza poter promettere posti di lavoro – con i quali avete vinto le ultime elezioni, con le assunzioni per il “porta a porta” – o strade o altro. Fatelo senza il sottobosco che bivacca intorno a Villa Sarsina. Ammettete il vostro fallimento, è palese, e giochiamo la partita su quale città vogliamo.

La vostra l’abbiamo conosciuta e la viviamo, purtroppo, una diversa dipende dalla capacità che avremo di immaginarla, rendere le proposte credibili, spiegarla e di convincere chi vota.

Il Pd, Gabriele, l’indispensabile discontinuità

pdprimarie

La pagina del Granchio del 2007

Domenica è in programma il congresso del Pd di Anzio, partito che come tale non ha mai governato in città e che ha avuto un’esperienza – brevissima – come centro sinistra ormai oltre venti anni fa.

Quando Renzo Mastracci venne malamente mandato a casa Gabriele Federici, uno dei candidati alla segreteria del Pd, aveva appena 12 anni. Dieci in più quando si votava al “Fiamma” per far nascere il nuovo partito e le facce, purtroppo, erano sempre le stesse. Votai, c’ero, e lo scrissi sul Granchio. Inimicandomi, allora come oggi, più di qualcuno.  C’era anche Gabriele. All’ultimo congresso mi mandarono una  sua relazione e risposi “scommetto che non è stato eletto“. Avevo ragione.

Spero lo sia adesso, a patto che garantisca una indispensabile discontinuità. Nulla contro l’altra candidata Maria Cupelli, figuriamoci, chi la sostiene o chi – comunque – con il suo bagaglio personale, culturale e politico ha tenuto “botta” in questi anni.  Ma i personaggi che mandarono a casa Mastracci – segnando l’inizio del declino del centro-sinistra ad Anzio – c’erano e ci sono. Così come quelli che non scelsero Mangili, due anni prima. Così come gira ancora Veltroni che doveva essere in Africa.

C’erano e ci sono quelli che sul piano regolatore sono stati di lotta e di governo, arrivando persino a sbagliare tribunale nel quale presentare ricorso, salvo uscire dall’aula consiliare quando c’erano da votare le osservazioni. C’erano e ci sono i sacerdoti delle procedure sulla vicenda porto, quelli che hanno impedito di realizzarlo allora passando per il partito del “no“.

Attenzione Gabriele: non basta essere giovani, acculturati, parlare inglese fluentemente, aver scelto di tornare ad Anzio per vivere e lavorare. Nell’esperienza almeno di quello che un tempo era il Pds c’è stato un giovane di belle speranze, durato ben poco: Massimiliano Pucci, ora avvocato di fama nazionale e specializzato nel settore del gioco.

Se posso permettermi, sommessamente, da ultimo arrivato,  forse in questi 10 anni ci sono stati tanti “ex” (della Dc e del Pci, dei Popolari e dei Ds) ma poco Pd. Tante divisioni -in questi anni quella tra segreteria e gruppo consiliare, basta vedere come si comunicava – poca attenzione al lavoro di squadra. Che pure c’è stato, dalle iniziative sui rifiuti (paghiamo il doppio di Senigallia) a quelle sulla legalità, dalle battaglie sul bilancio (dai tempi di approvazione al rischio dissesto) alle mancate certezze sul porto. Forse è mancata incisività,  si è scelto il fioretto e non la spada, ma adesso si deve guardare al futuro.

Per questo serve assoluta discontinuità,   legarsi a “liturgie” che sanno di vecchia politica è inutile. Una squadra rinnovata e giovane, correnti di nostalgici addio per quanto possibile, vicinanza reale al territorio anche dando ascolto a esperienze civiche che esprimono malessere nei confronti della politica che non si sporca le mani con le vicende quotidiane. Soprattutto un’idea di città da anteporre a quella della destra e da affermare con credibilità.

Gabriele – a modesto parere di chi scrive – è la persona giusta. Anzi, forse l’ultima carta da giocare

A proposito di candidato sindaco. E scusate il ritardo

altra

Siamo ormai in una fase nella quale, come per il termine “presidente“, se andiamo in piazza e diciamo “sindaco” più di qualcuno si gira, sentendosi ormai investito come tale o almeno come candidato. Scusate il ritardo, aggiorno solo oggi questo spazio perché impegni di lavoro e studio, oltre che personali, mi hanno tenuto lontano. Lo faccio con una riflessione su quello che dovremmo provare a condividere prima di individuare il “sindaco“. E’ noto ai più che il mio nome circola, ripeto da tempo che sarei lusingato ma anche che non è questo il punto. Perché, prima, ce ne sono diversi.

Cosa vorremmo fare: dare un’amministrazione diversa a questa città, mettere in campo una proposta alternativa al modello di varianti, cemento e furberie che il centro-destra fintamente diviso (lo dimostrano gli ultimi accordi, De Angelis quattro anni fa aveva illuso molti…) ha messo in campo nel ventennio che parte dalla fine del 1998. Immaginare un modello di gestione alternativo a quello degli “amici degli amici“, che parta dalla legalità delle cose quotidiane. Mettere in campo un’idea di sviluppo che guardi alla sostenibilità e non al mattone, alla qualità degli eventi e non ai soldi a pioggia, al rilancio del nome della città, ai servizi moderni per i residenti e non, al coinvolgimento – serio – degli operatori, non solo locali, in un progetto che abbia la visione di Anzio del 2038 e del 2058 e non sia semplicemente quello di vincere le elezioni. Serve un programma, condiviso, su quanto si vuole realizzare a breve, medio e lungo termine e su quale visione della Anzio da qui a 40 anni abbiamo.

Con chi: sappiamo che non abbiamo alcuna intenzione di stare con quanti hanno condiviso il governo cittadino. Ma anche con chi – benché senza rilievi penali o con profili ancora da definire – è finito in situazioni che sono politicamente inaccettabili, al di là di quello che avviene nelle Procure e nei Tribunali. Nulla di personale – questo è chiaro –  ma la situazione nella quale ci hanno portato non è condivisibile. Da soli, però, non si va da nessuna parte. Se ne sono accorti anche esponenti del Pd che quattro anni fa – con ruoli diversi – forse non fecero gli sforzi necessari a chiudere un quadro che avrebbe scritto una storia diversa. Passato a parte, è evidente che si debba cercare di mettere insieme chi quattro anni fa era dalla parte di Ivano Bernardone, chi da quella di Valerio Pollastrini e chi da quella di Giovanni Garzia. Sapendo che non basta, per questo occorre guardare a realtà civiche e a chi – pur provenendo dal centro-destra e senza aver governato – si è rotto le scatole della staffetta Bruschini-De Angelis, Bruschini-De Angelis, ma soprattutto non ne condivide più i metodi. E non pensa affatto, come chi scrive e tanti altri, che la panacea possa essere quella di un movimento come il 5stelle che si affida ai “guru” e quando ha un eletto – com’è stato ad Anzio – non fa nemmeno opposizione

Perché: un’alleanza vasta, aperta a realtà civiche, basata sulle cose sulle quali la vediamo alla stessa maniera (e sono molte di più di quanto si possa immaginare) a prescindere dalla storia e dalla cultura personale, dall’appartenenza politica che pure molti hanno, di militanza in alcuni casi. C’è una città da provare a salvare, un centro-destra compatto che proverà a vincere al primo turno promettendo ancora la luna, si può provare a contrastarlo solo unendosi. Ripeto quello che ho detto in diversi incontri: dobbiamo tenere la città pulita, riparare le buche, tenere aperte le scuole in sicurezza, immaginare un modello di sviluppo alternativo. Ius soli, fine vita e altre questioni che potrebbero dividerci attengono a vicende nazionali, lasciamole ad altri.

Quando: Su cosa siamo d’accordo? Cominciamo da lì. Alle elezioni mancano 8-9 mesi, ci saranno prima politiche e regionali, ma i tempi per metterci intorno a un tavolo e vedere cosa ci unisce, quale modello di futuro condividiamo, sono maturi. Un tavolo programmatico, scevro da personalismi e da pregiudizi. Sappiamo chi non vogliamo, è evidente, dobbiamo fare in modo che intorno ci siano gli altri. Se e come andrà a finire, dipende da noi.

Come: ai cittadini andrà detta la verità, si dovrà spiegare che la situazione dell’ente è molto difficile (era De Angelis che quattro anni fa parlava di dissesto finanziario, la situazione non è che sia migliorata) e che un’alleanza e un sindaco non hanno la bacchetta magica ma possono proporre un modello diverso. Come si diceva nel breve, medio e lungo periodo. Servirà rovesciare il paradigma del “volemose bene” che ha fatto la fortuna – politica, si intende – di chi ci amministra. Si potrà fare solo rinunciando agli interessi particolari in favore di quelli generali. E’ una rivoluzione culturale che riguarda i cittadini, quelli che spesso preferiscono il favore al diritto. Nella certezza delle regole, per tutti, e nel loro rispetto, c’è la base per #unaltracittà

Chi scrive: ho detto e ripeto, fare il sindaco piacerebbe a tutti, ma candidarsi tanto per dire “io ci ho provato” o “io c’ero” ha poco senso. Farlo per una “testimonianza“, pure. Diverso è il discorso di costruire, prima, un programma e un’alleanza per come ho provato a delinearle sopra. La mia disponibilità è nota, soprattutto a fare non uno ma dieci passi indietro qualora si trovi una figura che mette d’accordo tutti e unisce una coalizione che deve puntare al ballottaggio per poi vincerlo. Tutto mi interessa, oggi, fuorché una poltrona. #iosonopronto e se servo a unire, bene, se non spetterà ad altri. Le cose da fare, per fortuna, non mi mancano.

Però non mi arrendo all’idea che si debba vedere questa città continuare nella sua agonia e che a darci le ricette per il futuro siano quelli che ci hanno ridotto nelle condizioni in cui siamo.

Malasuerte, la camorra e le conferme in aula

tribunalevelletri

Parole pesanti sono echeggiate durante l’ultima udienza del processo “Malasuerte“, in corso a Velletri. Le ha pronunciate il pubblico ministero, Travaglini, e confermano ciò che andiamo dicendo da tempo e che tanto infastidisce la maggioranza (vecchia e nuova) di casa nostra.

Nel corso dell’udienza di qualche giorno fa  è stata chiesta l’acquisizione di materiale dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Riguarda Raffaele Letizia, non indagato in questo procedimento ma ampiamente citato nell’inchiesta. Sembra – questa l’ipotesi dell’accusa – che i soldi dell’estorsione ai danni di chi gestiva i parcheggi per Ponza finissero al sostentamento della famiglia di Letizia, in passato in soggiorno obbligato ad Anzio.

Letizia è di Casal di Principe, è un personaggio di rilievo tra i “Casalesi“, e  le difese degli imputati – facendo il loro mestiere – si sono opposte all’acquisizione. Ma perché? Il pubblico ministero è stato chiaro: i soggetti coinvolti in Malasuerte avevano “frequentazioni”  e tra queste c’era Letizia, soggetto per il quale chi faceva le estorsioni si prodigava in quanto detenuto durante quell’indagine.

Il magistrato ha pochi dubbi, sostenendo sostanzialmente che esisteva la consapevolezza di chi fosse e del suo “spessore“. C’è di più, perché rivolgendosi al Tribunale il pubblico ministero che se parliamo di camorra ad Anzio “questa è la dimostrazione che alcune persone sono vicine ai camorristi“.

Lo sapevamo, l’abbiamo scritto , detto pubblicamente che alla piccola criminalità locale è stato fatto mettere il vestito bello. Ecco, quello che il magistrato non sa o non vuole o non può dire perché non attinente al procedimento in corso, è che alcune delle persone vicine a Letizia al tempo stesso hanno avuto un ruolo di sostegno elettorale, organizzativo, di “vicinanza“, di supporto, chiamatelo come volete per la  maggioranza che ci governa. Questo non ha né avrà rilevanza penale, questo non condiziona né condizionerà la quotidiana gestione del Comune come ci dice anche il Ministero dell’Interno, però se permettete preoccupa. E tanto.

Insulti, brutte parole e pessime azioni. Una deriva pericolosa

banchivuoti

La deriva è palese e temo andrà sempre peggio con l’avvicinarsi della campagna elettorale. Deriva in consiglio comunale, deriva nella città e sui social network divenuti “sfogatoio” per molti – e dietro una tastiera – più che pubblica piazza di confronto.

Nel giorno del “buffoni” urlato in consiglio comunale il presidente di quell’assemblea si è lasciato sfuggire la parola handicappato riferendosi alla pratica di un cittadino. Voleva forse far capire il concetto ma non è il caso … Ora non vi affrettate dire che ha una certa età, lo sappiamo, e che voleva intendere altro,  lo immaginiamo. Diciamo che non è nuovo a uscite inopportune e aggiunge questa alle tante altre.
D’altronde se in quella sede si è permesso di interrompere i lavori con veemenza e senza conseguenza alcuna, se si può accedere in emiciclo senza rispettare regole, cosa possiamo aspettarci? Semplice, il “vaffa” che Gianfranco Tontini riserva a un suo alleato in quella stessa seduta. Non è forse la città dove il sindaco dà degli “imbecilli locali” a chi osa sollevare dei problemi?

Ricordo la sorta di “processo” al quale fui sottoposto per la definizione di “sgarrupato” del Consiglio comunale di Anzio. Feci pubblica ammenda (mentre aspetto ancora di sapere chi sono i morosi e chi non) per aver utilizzato forse un termine troppo colorito nei confronti di un’Istituzione. Con le parole ci lavoro, ogni giorno, e so cosa vuol dire. Faccio attenzione, provo a spiegare e mai a offendere.

Per questo è  brutta la deriva, bruttissima, perché il confronto civile e il rispetto sono venuti meno e l’aggressione è quotidiana a chiunque non la pensi alla stessa maniera. E’ noto che non mi sono simpatici Beppe Grillo e molti dei suoi adepti, ma come ho fatto pubblicamente ieri ribadisco qui la totale solidarietà a Marco Cesarini del Movimento 5stelle di Anzio. Su facebook si discute, si prova il confronto, ma arrivare a mettere in mezzo credendo di fare chissà quale “scoop” l’auto parcheggiata sul posto per disabili…. Marco ha diritto a quel posto e chi ha messo quella foto è quantomeno un incivile. Vigliacco, per giunta, perché il post è di un profilo che palesemente sembra inventato.  No, non ci siamo, non si può continuare in questa maniera. Chi fa ciò è indifendibile e lo sarà chiunque metterà in campo argomenti personali e familiari, evidentemente non avendone altri.

Poi i 5stelle usano spesso affermazioni a dir poco colorite, in particolare nei confronti dei giornalisti, ma nulla giustifica il clima che si respira in questo territorio e tanto meno il fatto di mettere in mezzo vicende legate alla sfera familiare. Solo perché i grillini potrebbero vincere le elezioni? Eh no….

Sarebbe altra cosa, invece, parlare di sviluppo della città, di programmi, di progetti, scontrarsi civilmente tra posizioni diverse, essere per qualcosa e non necessariamente contro qualcuno. Rispondere agli argomenti posti, anziché ribattere semplicemente “perché voi….” o “quella volta che…“. Non succede e, temo, non succederà se il clima resterà questo e se a partire dal Consiglio comunale si offrono certi spettacoli.

Ma abbiamo il dovere di provare a fare qualcosa di diverso, perché questa deriva oltre a non piacere rischia di diventare pericolosa.