Anzio, la “battaglia” per la commissione trasparenza. Ma pensate a governare…

La sede di piazza Cesare Battisti, dove si riunisce la commissione

In commissione trasparenza ci deve essere un amico o uno scemo”. Paride Tulli, anni fa, amava definire così la presidenza che spettava all’opposizione per legge. Lui, che l’aveva presieduta, di certo scemo non era e non è. La frase dell’ex consigliere Psdi, già assessore nella giunta D’Amico a fine anni ’80, quindi capogruppo di Forza Italia e poi candidato sindaco del Pd, alle ultime amministrative schierato a sostegno di Roberto Palomba sindaco e quindi oggi riteniamo in maggioranza, la dice lunga su come vadano le cose nella politica di casa nostra.

Paride perdonerà, il suo excursus è quello comune a molti di quelli che ancora oggi rappresentano la politica di Anzio, e che nella maggioranza che da un ventennio e oltre guida la città vorrebbero scegliersi oggi anche l’avversario. Quando si svolsero le primarie per il candidato sindaco del centro-sinistra non parteciparono molti esponenti di destra? Su, non ci prendiamo in giro.

Allora, oggi, non basta aver vinto, il manovratore non vuole essere disturbato. E al tempo si deve coalizzare sempre contro qualche “nemico“.

Francamente quale sia il “reato” commesso dalla presidente della commissione trasparenza, Rita Pollastrini dei 5stelle, che oggi si vuole sfiduciare non lo comprendo. O forse sì, è andata a chiedere chiarezza – anche sulla base di sollecitazioni arrivate da non pochi cittadini – sul bando per la spiaggia di Lido dei Pini. Insomma, ha fatto ciò che un presidente né amico né scemo, deve fare. Ma ad Anzio, evidentemente, non è concesso. Lei stessa ricorda le quattro convocazioni, sempre su temi di assoluta attualità, sui quali fra l’altro non c’era né c’è alcuna chiarezza: porto, Consorzio Sant’Olivo, bando per la piscina (qui è arrivata una delibera quadro, va detto per correttezza) e appunto spiaggia di Lido dei Pini. Non si doveva? Non si può? E perché?

Esiste un precedente di “sfiducia“, ricordiamolo, e riguarda l’allora capogruppo del Pd Andrea Mingiacchi che “osò” chiedere chiarimenti sull’appalto mense. Sappiamo che la commissione trasparenza non è un tribunale, ci mancherebbe, ma il buon Mingiacchi – poi passato armi e bagagli nella coalizione di De Angelis sindaco – venne defenestrato per far posto a Eugenio Ruggiero, allora formalmente all’opposizione. Quel volpone di Luciano Bruschini aveva “neutralizzato” la commissione che, di fatto, non si riunì più e se lo fece non trattò temi scottanti. A proposito di discontinuità, ora il sindaco prova a disinnescare le richieste che arrivano da una commissione che per legge deve fare il suo mestiere, per legge spetta come presidenza alla opposizione e che non può essere la maggioranza a decidere di cambiare. Rita Pollastrini è stata indicata dai consiglieri di opposizione – allora presenti anche Cafà e Palomba, poi entrati in maggioranza – e se proprio si deve cambiare sono loro a doverlo decidere.

Ma la maggioranza, alla quale serve il “nemico“, la butta sulla commissione per non affrontare i suoi fallimenti. Sì sì, è vero, il bilancio nei tempi, il “rinascimento“, i “selfie” a ogni lavoro pubblico, la grande stagione estiva che si annuncia (compresi gli spettacoli affidati a un candidato consigliere non eletto nella coalizione, che fa….) ma se andiamo a rileggere il programma del centro-destra quanti punti del programma sono avviati/realizzati un anno dopo? Non dicessero il “De.Co.” per la minestra di pesce, perché era nel programma di altri la denominazione comunale dei prodotti tipici. Come? Ah sì, il mediatico #brandAnzio, unica cosa che corrisponde tra le promesse elettorali messe nero su bianco e ciò che si prova a realizzare.

La maggioranza, divisa e litigiosa su diversi argomenti, pensi a governare e non alla commissione trasparenza e a mettere un presidente “amico o scemo“. Ecco, faccia una cosa di reale discontinuità se ci riesce: e lasci al suo posto la Pollastrini.

E l’opposizione che l’ha indicata, dica all’unanimità che non spetta a chi ha vinto “scegliersi” il presidente.

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Fu proposta “assessore” ad Anzio, arrestata per mafia

Aggiornamento del 5 giugno: a “proporre” assessore ad Anzio una esponente della famiglia Fragalà è stato un esponente Pd di Pomezia, nel frattempo espulso dal partito. E’ ancora più grave, perché qui amministrava il centro-destra e conferma purtroppo la “trasversalità” di certi rapporti nel “sistema Anzio“. Che squallore….

Di seguito quello che scrivevo ieri.

Assessore ad Anzio, per fortuna, non c’è mai diventata e va dato atto a chi ha detto “no, grazie“. Ma il fatto che qualcuno vicino al clan Fragalà, sgominato oggi dai Carabinieri sia arrivato a proporla deve comunque rappresentare un campanello d’allarme.

E continuare a ripetere che poco interessano le vicende penali, è la politica a dover prendere distanze nette da certa gente. Astrid Fragalà, così si racconta in una intercettazione, venne “sponsorizzata” per fare l’assessore ad Anzio “tu sei stata in lista per fare l’assessore ad Anzio (…) ma là , tu
quello che sei qui è una cosa, a … a quaranta chilometri … non c’è il collegamento!
“, si legge nelle carte dell’inchiesta. La conversazione risale al 2015 e non è escluso che l’interlocutore possa aver millantato.

Ma ormai non c’è vicenda giudiziaria che non arrivi ad Anzio, da Mafia Capitale (Buzzi disse di aver “buttato 150.000 euro” ad Anzio, non sappiamo per cosa o chi) alla nostrana Malasuerte che coinvolge pesantemente la politica, passando per le vicende Ecocar di Cassino e fino alle proroghe degli appalti per il verde o alle minacce per un cambio di azienda (sempre per il verde), da Evergreen a Velletri a Touchdown a Latina, arrivando fino agli omissis dei pentiti del clan Di Silvio che raccontano dei loro legami con esponenti di camorra e ‘ndrangheta ad Anzio e Nettuno.

Bene chi ha detto “no” a quell’assessore, ma continuare a negare l’evidenza di certi rapporti è un errore clamoroso.

La spiaggia della discordia e il sindaco che “dimentica”

La riunione sulla convenzione per la spiaggia di Lido dei Pini

Anziché dire “nzognende” e provare a ricucire come faceva il suo predecessore, il sindaco di Anzio accusa i componenti della sua maggioranza. La vicenda del bando in fretta e furia per la convenzione con la spiaggia di Lido dei Pini (brava Linda Di Benedetto a scovarla e renderla pubblica) riapre una spaccatura mai sopita in maggioranza. O diciamo “dimenticata” solo durante la campagna elettorale di un anno fa. C’era l’uomo vincente, era l’unico capace di mettere tutti d’accordo, addio divisioni e andiamo avanti. In questi mesi il sindaco qualche “sassolino” se l’è tolto, sconfessando più di qualcuno di chi l’ha portato nuovamente alla guida della città – a cominciare da Alberto Alessandroni – tornando al noto fare dirigista che tutti ben conosciamo. Soprattutto colui che ama ripetere “senza di me non vincevate“, pur prendendo 200 voti meno delle liste che lo sostenevano. Lo dico da “mister 6%” come ha avuto modo di definirmi, senza rinunciare a poter esprimere qualche concetto che va oltre i voti presi.

Lo sapevano anche i suoi sostenitori come la pensasse e come facesse il sindaco, ma poi per come vanno le cose nella politica di casa nostra un bando e 1500 metri di spiaggia diventano l’ennesimo motivo di scontro (ce ne sono altri, purtroppo con poco seguito mediatico) e il sindaco sbotta. Amo ripetere che non viene da Marte a fare il primo cittadino e nell’ultimo periodo di Luciano Bruschini è stato parte integrante della maggioranza. Nel primo ha fatto una opposizione “di lotta e di governo“. Ebbene oggi che il capogruppo di Forza Italia, Massimiliano Marigliani, va a chiedere spiegazioni sul bando e organizza riunioni, il sindaco non ci sta e “tuona

Venisse da Marte, appunto, avrebbe tutte le ragioni. Ma giova ricordare che Marigliani è stato anche assessore all’ambiente – sia pure per un breve periodo – in questa città. Lo avrebbe fatto, secondo il sindaco “senza cognizione“. Peccato che in quello stesso periodo De Angelis stringeva l’accordo per dare continuità al centro-destra e a Bruschini. Che avevano un assessore “senza cognizione“. E peccato che sugli impianti dei rifiuti e i “modus operandi” dice bene Patrizio Placidi – intercettato, sono atti pubblici – come siano andate le cose e quali fossero gli interessi. Non di De Angelis, è evidente, ma di chi lo ha ampiamente sostenuto un anno fa. A cominciare proprio da Placidi che ha in Marigliani il suo “delfino” e l’altro giorno era lì a Lido dei Pini alla riunione sulla spiaggia. E oltre l’ex assessore imputato in più procedimenti, in quelle carte ci sono i nomi – fatti da Placidi – di chi era nelle liste di De Angelis. I “modus operandi” dei quali parla il sindaco sono quello che amo definire il “sistema Anzio” . Forse “dimentica“, ma erano con lui. E non interessano i risvolti penali, per carità, ma quelli politici.

La spiaggia, allora: forse era destinata già ai titolari del vicino campeggio? Di certo servirebbe avere già attrezzature da decine di migliaia di euro e 15 bagnini disponibili per almeno 200.000 euro. Ma la spiaggia per la maggioranza e le sue tensioni è una scusa, alla fine, la discordia è quella che emerge palesemente e cova in altre stanze. Oltre a essere legata ai risultati del voto europeo e della vicina Nettuno.

Poi il sindaco è bravo, comunica le cose che non vanno (dalla sanità alla Nettunense), gode al solito di ottimo seguito, ma un anno dopo – esclusi il bilancio in tempo da record e l’annunciata stagione estiva dei grandi nomi – aspettiamo di vedere punti del programma attuati. Ad esempio che fine abbia fatto il porto. Ah, scusate, quello sul programma copiato e incollato dal 2013 (quando molti che l’hanno sottoscritto erano avversari) non ce l’avevano messo.

ps: rimpiango il sindaco che nella prima stesura del piano regolatore aveva “cancellato” le villette sulla duna, purtroppo i potenti proprietari fecero valere il fatto che erano su area demaniale….

Addio a Zucconi, quei ritagli e il piacere di leggerlo…

Vittorio Zucconi (foto da Repubblica.it)

Vorrei tanto dirlo a mio figlio, se solo ci fosse una cabina telefonica qui…” Di Vittorio Zucconi, il giornalista morto oggi, conservo un’infinità di “ritagli“. Quella di mettere da parte articoli, prima dell’avvento del web e dei pdf, è una vecchia passione. La frase che riporto all’inizio concludeva il primo pezzo su “Repubblica” del viaggio che intraprese in Italia sulle orme dello sbarco dei “Mille”. Raccontava – come solo lui sapeva fare – delle preoccupazioni del figlio per la situazione italiana, ironizzava, spiegava che sì il museo di Marsala era chiuso ma lui aveva trovato un custode disponibile e che gli aveva fatto da guida. Del fatto che nessuno lo aveva aggredito o derubato, per esempio, ma che non poteva dirlo perché fuori al museo non c’era modo di telefonare. E’ passato qualche anno, è evidente, le cabine sono un lontano ricordo. Ma non era cambiato il suo modo di raccontare, quello che ti prendeva dalla prima all’ultima riga, quello che ti faceva “vivere” insieme ai protagonisti, ti “portava” nei luoghi – in America, soprattutto – e ti spiegava cosa stava succedendo.

Leggerlo era un piacere, ascoltarlo anche quando si collegava con Radio Capital, i suoi pezzi non erano mai banali. Mai. Fosse il reportage sulle elezioni americane, il mondiale di calcio scritto da un’angolazione assolutamente diversa o il racconto della vittoria degli Usa contro Cuba alle Olimpiadi di Sidney Un evento storico, per chi conosce un po’ di batti e corri…

Chi aveva la passione per questo lavoro e ha avuto anche la fortuna di farlo, ha sempre avuto in Vittorio Zucconi un punto di riferimento, un fine conoscitore del mestiere prima ancora che delle cose del mondo, rese al pubblico – mi ripeto – in maniera affascinante. Non mi è mai capitato di incontrarlo, per quello che vale scrivo qui la stima che avevo per lui. E conservo ancora più gelosamente quei ritagli di stampa.

I nuovi morosi e la legalità delle cose quotidiane…

Mi viene da sorridere, perché sono trascorsi quasi quattro anni e torna di stringente attualità una vicenda che sollevai all’epoca e ho avuto l’ardire di riproporre all’unico Consiglio comunale al quale ho preso parte, dopo il voto. Il 20 ottobre 2015 su questo umile spazio, diedi l’informazione di consiglieri comunali ai quali era stato chiesto di “rientrare” dall’esposizione nei confronti dell’Ente, pena la decadenza.

Ne seguì uno dei dibattiti peggiori della storia dell’assise civica, almeno a memoria di chi scrive, al quale erano presenti molti dell’attuale maggioranza, sindaco in testa. Venni definito pseudo giornalista, al meglio, ma per chi volesse tutta la querelle è riassunta qui

E oggi? Ci risiamo… Si legge di minacce, addirittura, nei confronti di chi è andato a chiedere “lumi” forse con l’intenzione di prendere il posto del consigliere Di Carlo. C’è chi vede in questo una macchinazione politica (eh sì…) chi fa selfie e dice chiaramente da che parte sta, visto che è il capogruppo della sua lista.

Ma il problema non è Di Carlo – al quale mi lega fra l’altro un sincero affetto – non solo almeno. Perché se si mette mano a questo settore, in nome dell’annunciata (e poco vista) discontinuità, si scopre il vaso di Pandora. Il sindaco – che continuo a ribadire, non arriva da Marte a ricoprire il prestigioso ufficio – lo sa bene e conosce anche i modi usati per affrontare eventuali difficoltà in casi del genere. Un problema possono averlo tutti, ci mancherebbe, e non si è incompatibili fino a quando non si apre un contenzioso con il Comune. E qui sta il nocciolo della questione, qui si torna a quella che mi piace definire legalità delle cose quotidiane.

Si fanno piani di rientro, spero tanto di sbagliare, si paga una rata e si dimentica il resto. Fino al prossimo “polverone”. E lo si fa con uffici che rischiano di diventare “complici”, cosa che nessuno si augura. Il neo dirigente dell’area finanziaria, Luigi D’Aprano (auguri!) ricorderà di essere stato quasi “processato” per avere fatto le 16 lettere nel 2015, pertanto stavolta non si giri dall’altra parte e provveda a verificare immediatamente qual è la situazione. Perché è facile rispondere “non risultano messi in mora”, più difficile far rispettare i piani di rientro ovvero aprire i contenziosi che porterebbero alle incompatibilità. Ce ne sono? Magari in un gesto di trasparenza potrebbe dircelo lo stesso primo cittadino.

E questione di principio, chi segue questo spazio lo sa: ho chiesto in Consiglio comunale che cosa sarebbe stato delle nostre dichiarazioni sulla eleggibilità e compatibilità ovvero assenza di conflitti con l’Ente. La segretaria di allora, Marina Inches, rispose che c’erano state verifiche e non risultava nulla, ma ne sarebbero state fatte altre. Alla sua sostituta – Pierpaola Tomasello – ho scritto, con accesso agli atti, per conoscere cosa era stato fatto ed è arrivata dagli uffici la risposta che “non risultano situazioni per cui ci sia stata legalmente la messa in mora“. Altri – Amato Toti, primo dei non eletti – si sono rivolti all’Ente e sembra scoppiare un putiferio.

Come fu nel 2015, non c’è solo l’eventuale morosità/furbizia di pagare una rata e andare avanti, contando nella magnanimità che si ha nei confronti di chi “fa” politica ad Anzio, ma un reato. Perché se dichiari che è tutto a posto e non lo è, se lo confermi in consiglio comunale a precisa domanda e le cose sono diverse, si chiama falso. Altri, a quanto sembra, se ne stanno finalmente occupando. Ma dei reati, qui, interessa poco: era e resta questione di responsabilità politica. E della volontà, o meno, di ripartire dalla legalità delle cose quotidiane.

La balaustra e gli altri “sfregi” alle Grotte

Siamo tutti indignati per quello che è accaduto alla balaustra alle Grotte di Nerone. Il sindaco, attraverso la pagina facebook del Comune, auspica che siano individuati i responsabili e che a breve funzioni la videosorveglianza.

A commento della notizia la consigliera dei 5Stelle Rita Pollastrini ha messo in evidenza che le telecamere, lì, ci sono già. Evidentemente non funzionano e quella immagine – insieme a un altro paio delle quali parlo tra poco – confermano come sono andate le cose in questa città.

E’ un affronto quel danno, siamo d’accordo, vanno individuati i responsabili e speriamo avvenga presto. E’ stato toccato un simbolo di Anzio e non ci piove.

Però facciamocela qualche domanda, perché il sindaco – come amo ripetere – non arriva da Marte a fare il primo cittadino, né i suoi sostenitori vecchi e nuovi possono ignorare quelle telecamere che stanno lì e ciò che è accaduto – in termini di sfregio – sul sito archeologico. Altrimenti nella smania di comunicare #soldout e #brandAnzio facciamo a dimenticare, mettiamo taglie e tutti contenti.

Ebbene partiamo dall’immagine delle telecamere di piazza Caduti di Nassirya, montate, pagate (o da pagare in qualche debito fuori bilancio prossimo venturo) e dobbiamo desumere mai entrate in funzione. O comunque fuori uso, a oggi, altrimenti sapremmo già chi ha buttato giù la balaustra. Quando quelle telecamere venivano installate e più di qualcuno esprimeva dubbi, il sindaco e diversi suoi sostenitori avevano già un ruolo in questa città ma siccome è “politica”, non si interviene su vicende che riguardano altri. Sapete? Quelle telecamere ci portano – sbaglierò… – ai debiti fuori bilancio pagati per la sorveglianza della stazione ferroviaria e – sbaglierò ancora – ai lavori all’ex commissariato. Ecco, oggi indignarsi è sacrosanto ma se quelle telecamere non funzionano forse forse il “sistema Anzio” ci ha messo del suo.

E chi si indignò, dei vecchi e nuovi politici di casa nostra, quando una ruspa venne posizionata proprio tra i ruderi? Pochi… Era la metà del 2013, non c’è bisogno di ricordare chi amministrasse e chi fingesse di fare opposizione. Gli stessi pochi, cittadini, che segnalarono come la ditta che stava realizzando l’opera di “protezione” ormai lasciata come ecomostro aveva una interdittiva antimafia. Da questo umile spazio – così, per ricordare – affermavo: “Da quando una ruspa della ditta che poi è stata allontanata per l’interdittiva antimafia è stata piazzata sui ruderi e nessuno ha detto nulla, si capisce quale fosse l’interesse a difendere una delle principali bellezze del territorio“. Dal Comune il sindaco “nzognende” – principale sponsor e alleato della conferma dell’attuale – faceva spallucce, ricordava che i lavori erano di competenza regionale. Non ci furono provvedimenti per la ruspa sui ruderi, la stessa Regione se la prese con calma per mandare via la ditta, quel molo di “protezione” è rimasto lì a deturpare il paesaggio.

I cittadini che denunciavano, quelli che facevano comitati per in concorso “Fai” e riportavano il complesso della Villa imperiale al centro dell’attenzione – penso a Silvia Bonaventura, Chiara Di Fede e Francesco Silvia, ma anche a Claudio Tondi – chi si batteva per farne un monumento naturale era considerato “ominicchio” o “viperella” dall’allora primo cittadino, veniva deriso o si parlava di “strumentalizzazione”, termine molto caro ai politici di casa nostra. Oggi chi prova a dire cose diverse da chi governa è iscritto secondo l’attuale sindaco al “club dei rancorosi”. Sa che non è così, ma pazienza.

Chiudo prendendo da facebook una frase della giornalista Linda Di Benedetto che – è noto – non usa mezzi termini e pone anche qualche altra vicenda sul complesso archeologico: “La balaustra divelta alle Grotte di Nerone è solo un altro atto, che denuncia l’incuria e l’abbandono di questo sito archeologico. I granai della Villa Imperiale sono pieni d’immondizia, un uomo scava tra i resti da sempre, accogliendo addirittura i turisti ed è stato costruito un braccio di cemento armato sui resti del porto neroniano. Chi sono i vandali?

Il clan, Anzio e Nettuno, gli “omissis” che fanno tremare…

Per chi si diverte a parlare senza sapere, posto anzitutto la foto sopra. Anno 1993 o 1994, manifestazione organizzata dal settimanale “il Granchio” a seguito delle operazioni di polizia note come “Tridente” e “San Valentino” e di un delitto legato al traffico di droga. Qualcuno – soprattutto tra chi è uso cambiare partito a seconda di come tira il vento – è solito dimenticare. Ma l’impegno civile di chi scrive – come per fortuna
(non elettorale, vero, per chi la vede solo da quel punto di vista) di molti altri sul territorio – non inizia e tanto meno finisce oggi. Non era e non è legato ad alcun tornaconto, non avevo e non ho bisogno di “fare” politica per trovare una sistemazione. Il mio curriculum professionale, per chi vuole, è anche su questo sito.

Ora la Lega di Nettuno – mai chiamata in ballo – ha sentito il dovere di replicare alla citazione di atti giudiziari nei quali un clan che a Latina – secondo il racconto di pentiti – ha avuto una certa “vicinanza” con esponenti di quel partito, spiega i rapporti con la criminalità del territorio, compresa quella di Anzio e Nettuno. E’ un fatto. Ho dato spazio, qui ce l’hanno tutti, alla nota arrivata che (perdoneranno gli autori) lascia il tempo che trova.

Perché nei verbali dei pentiti la cosa più interessante – e al momento ignota, spiace per chi mi invita a fare nomi e riferire circostanze – sono gli “omissis”. Sì, le parti che non vengono rese note, perché i collaboratori di giustizia hanno evidentemente segnalato potenziali reati e coinvolto persone sulle quali la magistratura può svolgere accertamenti. A un certo punto, dopo che vengono resi noti i contatti con gli Sparapano e i Gallace – ad Anzio e Nettuno (anche la Lega dovrebbe sapere di chi parliamo, giusto?) c’è un lungo “omissis”. Chi si è pentito ha riferito circostanze che evidentemente possono far tremare chi sa di aver avuto rapporti diciamo poco raccomandabili.

Sono esponenti politici? Altri delinquenti? Persone insospettabili? Non lo sappiamo. Ciò che è noto sono altri atti dai quali certi rapporti escono, almeno su Anzio. Ho detto e ripeto che tutti sono innocenti fino a sentenza definitiva e che le responsabilità penali – ove esistano – sono personali. Ne facevo, ne ho fatto e ne farò sempre una questione di responsabilità (e scelte) politiche. Anche questo non lo dico da oggi, ma non ci sono sordi peggiori di quelli che non vogliono sentire.

Il clan e i rapporti sul territorio, la replica della Lega

Riporto il pensiero della Lega di Nettuno su un mio recente blog. Confermo quanto scritto lì e nelle carte dell’inchiesta. Lascio ad altri – compresa qualche evidente “manina” di Anzio – le vicende personali, professionali ed elettorali. E comunque sull’etica non accetto lezioni. Ribadisco che su questo territorio esiste una emergenza, non la denuncio da oggi ma da oltre 25 anni. Basterebbe avere la bontà di leggere gli archivi. A seguire la replica, questo è uno spazio aperto.

Come sempre accade vicino al periodo elettorale, una parte del centrosinistra e della stampa ‘intelligente’, quella che sale sui pulpiti e fa la lezione e la morale, torna a parlare di mafia associandola a partiti e coalizioni. In questi giorni, senza un’indagine, senza un’accusa, senza una denuncia, si è associato il termine Mafia alla Lega di Nettuno. Il tentativo evidente è quello di danneggiare chi sta portando avanti un percorso politico alternativo a quello di chi scrive.
La stampa ‘intelligente’ è quella che si può permettere di candidarsi a Sindaco ad Anzio con il Pd dopo aver fatto l’ufficio stampa al Sindaco del centrodestra e, dopo aver ben frequentato tutti gli ambienti della politica, oggi sapientemente giudica. E’ troppo facile davvero in questo modo tentare di gettare fango e cercare di favorire persone che sono politicamente più affini. Ma è un modo di agire scorretto e privo di etica personale e professionale. Se il giornalista e candidato del Pd Del Giaccio è a conoscenza di qualche fatto che in qualche modo coinvolge la Lega di Nettuno con atti criminosi o persino mafiosi, lo dica apertamente, faccia nomi, denunci. Se invece così non è dimostri più rispetto per sé stesso e per la sua professione, che ha ampiamente usato per avvicinarsi alla politica e usarla a suo piacimento e che continua ad usare oggi contro quegli avversari politici che lo hanno pesantemente sconfitto alle ultime elezioni
“.

Maurilio Leggieri

Coordinatore della Lega di Nettuno

I manifesti, il clan, la Lega e i rapporti con Anzio-Nettuno

La Prefettura di Roma

Le vicende che riguardano il clan Di Silvio e che portano alla luce – grazie a due pentiti – i rapporti che c’erano a Latina e provincia con esponenti della Lega e non solo, stanno facendo agitare le acque persino nel governo.

Un ministro che ribadisce che lui la mafia la combatte e rischia di avercela in casa – stando a quanto emerge dalle carte – non ci fa una bella figura.

L’uscita su “Repubblica” della sentenza definitiva di Malasuerte e di quanto ad Anzio era ignoto solo a chi finge di non vedere, rimettono in evidenza quanto esponenti della politica di casa nostra abbiano almeno lambito certi ambienti.

E dalle carte emerge, adesso, chi attaccava quei manifesti per conto di noti esponenti politici di Latina e provincia, molto presenti dalle nostre parti, passati da una precedente militanza o saliti in fretta e furia sul “carro” della Lega. Gente che si muoveva tra estorsioni e attacchinaggio a pagamento, nonché compravendita di voti, ad Anzio e Nettuno aveva rapporti con famiglie potenti, note alle cronache. Nelle loro ricostruzioni, i pentiti Renato Pugliese e Agostino Riccardo descrivono per filo e per segno come si muovevano se dovevano andare in una zona non di loro competenza e come – comunque – fossero ampiamente conosciuti per il loro spessore criminale. Che – ricordiamolo agli smemorati o a chi finge di non vedere – è attenzionato al punto che c’è un processo per associazione a delinquere di stampo mafioso nei confronti del clan.

E di cronache si tratta, non di “collage” come scrive il sindaco di Anzio. E non si può rispondere come ha fatto il consigliere Maranesi – anche avendo ragione, anche comprendendo la rabbia del momento – che ci si deve lavare la bocca “con l’acido muriatico” che corrisponderebbe inevitabilmente a fare una brutta fine.

I giornalisti raccontano, gli esponenti di comitati denunciano o riportano quanto emerge da atti giudiziari e indagini, la presenza di ‘ndrangheta e camorra dalle nostre parti è nota e sappiamo adesso che con loro anche il clan Di Silvio si rapportava.

Non c’era bisogno che uscisse Repubblica per ricordarci quanto accaduto da queste parti: lo sapeva bene e lo ha scritto la commissione antimafia, ha finto di non accorgersene il prefetto di Roma, hanno dormito i ministri Alfano e Minniti. Le prove “muscolari” nei seggi di Anzio le ricordiamo tutti ed erano eloquenti. Così come i legami tra le diverse indagini (da “Malasuerte” alle cooperative del verde, da Ecocar a Touchdown e tutto il resto), i personaggi che vi troviamo e i loro rapporti con esponenti di camorra e ‘ndrangheta, l’imprenditore che voleva “ammazzare Placidi” e ha rapporti con la Lega e vorrebbe farlo con chi ancora oggi è in campagna elettorale a Nettuno…. Da ultimo la recente e misteriosa vicende di cronaca – a Lavinio – passata quasi inosservata e che invece ribadisce la contiguità di un certo mondo.

Vediamo cosa farà chi ci governa, che il faro va puntato oggi lo ribadisce Morra, presidente dell’antimafia – e va fatta chiarezza una volta per tutte.

Radio Radicale e gli altri “bavagli”: è questione di libertà

Vediamoci domani a piazza Venezia, a sinistra dell’altare della Patria, dalle 11 alle 13. Ritroviamoci per la manifestazione a sostegno di Radio Radicale ma, più in generale, per il diritto alla pluralità di espressione in questo Paese.

Chi ha la bontà di seguire questo spazio sa che non ho mai fatto questioni di “casta” e conosce bene come la penso su chi il mestiere di informare lo ha scambiato per altro o vìola le regole.

Ma il punto è un altro e riguarda la libertà di tutti noi. Il sottosegretario Crimi – magistralmente definito un “ex emarginato” da Salvatore Merlo sulle colonne del Foglio – ne ha fatto una questione quasi di principio. Il servizio pubblico? Lo fa la Rai, l’attività di Radio Radicale (che costa 10 volte di meno) non è più necessaria. Il sottosegretario – e la truppa grillina che da anni dice che il sostegno all’informazione va eliminato – ha ribadito che la convenzione non sarà rinnovata e sa bene che questo equivale a far chiudere Radio Radicale e mandare disperso il patrimonio – sì, il patrimonio – di un archivio che ha un valore inestimabile. Mettere a tacere l’unico strumento attraverso il quale – ma è solo l’ultimo esempio – abbiamo seguito dalla prima all’ultima udienza del processo sul sangue infetto a Napoli. O attraverso il quale, liberamente e autonomamente, ciascuno può farsi un’idea sul processo Cucchi o i lavori di un congresso di partito – di qualsiasi partito – su una commissione parlamentare o un convegno. Ma Radio Radicale deve tacere, a seguire – lungi dal toccare quelli che loro chiamano “i giornaloni” – toccherà agli altri media. A quelli locali, per esempio, senza i quali intere comunità resterebbero prive di un punto di vista prima ancora che di un mezzo di informazione. Anzio e Nettuno, senza “Il Granchio”, sarebbero più povere. Ah certo, c’è la “disintermediazione“, c’è la verità “della rete“, ci sono i “prosumer” e tutto quello che vi pare, ma senza alcune voci tutti saremmo più poveri. E questa – unita alle querele temerarie, ai tagli alle agenzie di stampa – è un’altra forma di bavaglio. E poi non avrebbero spazio i deboli, ad esempio, perché se viene meno il sostegno e chiudono “il Manifesto” o “Avvenire”, nessuno si occuperà dei diritti di chi non ha voce e paga già il cosiddetto “digital divide” ovvero non ha accesso alla “rete” come tutti. E parliamo di realtà agli antipodi per i due quotidiani citati.

Ecco che la battaglia non è per Radio Radicale, ma per tutti. Lo ha riassunto bene Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della stampa, nella conferenza di qualche giorno fa proprio alla Fnsi: “Riteniamo che la mobilitazione che si è creata non sia una un qualcosa di facciata.
Appartiene alla storia democratica di questo Paese, appartiene soprattutto alla tradizione del pluralismo dell’informazione di questo Paese. Quando parliamo di radio radicale parliamo di una una voce che incarna uno spirito di libertà, lo spirito dell’articolo 21 della Costituzione. Il diritto di informare e soprattutto il diritto dei cittadini ad essere informati, dare voce a tutti anche a coloro di cui non si condivide il pensiero. Questa è una grande lezione di democrazia, una lezione che non può essere spenta da un provvedimento che più lo guardiamo e più ce ne convinciamo è dettato da ragioni meramente ideologiche

Anche il consiglio comunale di Anzio si è unito ai tanti, in Italia, che hanno sollecitato una soluzione. La proposta della capogruppo Pd Anna Marracino ha trovato il favore di tutti, grillini esclusi. E non c’erano dubbi sul fatto che il sindaco, al quale Radio Radicale si era appellata come a tutti i primi cittadini, avesse già aderito. Ci sono questioni che vanno oltre le appartenenze.

Poi ci sono le ragioni di chi propone e difende il provvedimento: la gara, la convenzione prorogata, i soldi da risparmiare dicendo basta ai finanziamenti di Stato all’informazione e via discorrendo. Bene, la gara c’è stata, se ne faccia un’altra se il governo vuole, partecipasse pure la “Casaleggio e associati”, così magari scopre che è facile fare soldi grazie ai “contratti” sottoscritti dai parlamentari, meno se si fa una impresa come quella che Radio Radicale ha messo in piedi anche grazie alla convenzione prorogata, certo.

E ci vogliamo mettere i fondi all’editoria? Ma sì, dai… C’è chi ha rubato ed è stato perseguito, ma ci sono quelli che le regole le rispettano. Ci sono tanti “Granchio” in Italia che per ottenere il finanziamento hanno assunto, pagano i contributi, fanno parte della economia di un territorio. Se chiudono, è un male non solo per l’informazione ma per il tessuto produttivo fatto di stipendi pagati e spesi per fare acquisti nelle realtà dove si vive e lavora.

Eh – dicono i duri e puri a 5 Stelle – è il mercato. Se ce la fai resti aperto, altrimenti fallisci“. A parte che parliamo di diritto ai cittadini di sapere e di avere la possibilità di confrontare più voci/opinioni – tanto che in Canada il governo ha deciso di investire 600 milioni di dollari – e non di scarpe, maglioni o qualsiasi bene di consumo vogliate, ma proviamo a seguirlo il ragionamento. E diciamo pure: ok, togliamo il finanziamento a Radio Radicale, togliamo i sostegni all’editoria, ma allora eliminiamo le agevolazioni fiscali per chi assume, la cassa integrazione in caso di crisi, gli sgravi se fai i lavori in casa o acquisti i mobili. Togliamo tutto: chi sta sul mercato, ci rimane, chi non riesce pazienza. Addio agli “ammortizzatori sociali“, evviva, ma se hanno quel nome ci sarà un motivo. Dai, ci arrivano anche gli “ex emarginati” a capirlo.

Buona Pasqua, ci vediamo a piazza Venezia. Per Radio Radicale e per la libertà. Di tutti.