La fidejussione, le scelte sbagliate, i nodi al pettine

 

villa_sarsina_fronte_anzioUn paio di premessa necessarie: al momento, da quello che è trapelato, nessuno ha chiesto risarcimenti ai consiglieri comunali e agli assessori che votarono a favore della fidejussione che il Comune concesse per il prestito destinato a pagare la concessione del porto.

A oggi, la notifica della magistratura contabile non c’entra con la procedura del porto in sé che se fosse seguito il piano finanziario votato in assemblea dei soci anche dal sindaco, potrebbe iniziare i lavori della prima fase.

Veniamo alla questione, allora: la Corte dei conti ritiene illegittimo quell’atto e chiede di porre rimedio, in che modo è tutto da vedere. Immaginiamo ad esempio che se non fosse stata pagata con oltre 500.000 euro dei cittadini di Anzio, di recente, sarebbe stata una fidejussione che non si poteva fare, ma non avrebbe avuto conseguenze dirette. Oggi la situazione è diversa e si vedrà come risponderà il Comune, sindaco in testa.

Già, perché l’operazione-concessione si poteva finanziare in modo diverso, volendo, senza arrivare a dare una garanzia simile alla Banca. E quando l’opposizione sollevava – già nel 2011, al momento della prima delibera – una serie di dubbi sulla fidejussione, si poteva e doveva studiare meglio, anziché dire che erano i soliti rompiscatole, anziché votare tutti allineati e coperti. Senza nemmeno porsi il problema – da ultimo – della beffa per cui la Capo d’Anzio dopo oltre dieci anni di attività era considerata una “start up”.

Dovevano fare attenzione nel 2011 e nel 2014, quando Bruschini rispondeva a De Angelis (che poi si sarebbe astenuto con il suo gruppo) “se stavi al posto mio facevi la stessa cosa”.

La scelta sbagliata era stata fatta prima, purtroppo, quando si scelse la via del finanziamento anziché quella di usare i fondi che pure il Comune aveva. I 700.000 euro del rimborso Recordati, per esempio, usati per pagare di tutto, dai quadri di Villa Sarsina a uno sportello anti-violenza del quale si sono perse le tracce. C’erano i 600.000 euro di risparmi in discarica che i dirigenti avevano chiesto di mettere a garanzia dei crediti non esigibili (inascoltati) e che sono stati usati per amenità varie. C’erano i soldi dei terreni venduti a piazzale Roma, ma anche i risparmi dalla chiusura dei “derivati” ereditata proprio da De Angelis.

Soprattutto c’era una strada diversa da perseguire, quella dell’eventuale “pegno delle azioni” che Acqualatina usò, ad esempio, per il prestito da Depfa bank.

No, qui siamo contornati di “scienziati” e di loro affezionati alzatori di mano, così oggi si pagano quelle scelte.

Così come – non dimentichiamolo – la mancata restituzione del prestito e quindi il pagamento fatto di corsa da parte del Comune (manca ancora la quota di Marconi, che sempre a carico della Capo d’Anzio è…) ha origini lontane e più vicine. Inizialmente non si è pagato perché il bando di gara è andato deserto, poi perché nonostante l’inversione del crono-programma non è stato possibile iniziare, da ultimo per il ricorso al Tar, dopo il quale il sindaco resta inerme e senza decidere di riprendersi le aree.

Se la Capo d’Anzio fosse diventata operativa, i soldi alla banca li avrebbe restituiti e oggi quella nota della Corte dei conti sarebbe solo un monito per il futuro. Invece c’è chi rischia di dover pagare.

Al di là di questo, è evidente che i nodi vengono al pettine – dalla fidejussione ai fornitori non pagati, dalle mozioni che spaccano la maggioranza alle liti tra consiglieri – e che Bruschini deve più di qualche risposta. Alla sua maggioranza e alla città.

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Porto, la Corte dei conti boccia la fidejussione

marinamateriale

Gravi inadempienze“. La Corte dei conti boccia la delibera che autorizzava la fidejussione alla Banca popolare del Lazio per pagare la registrazione della concessione alla Capo d’Anzio.

La famosa “start up” – che tale non era – utilizzata per avere ulteriore credito in banca e provare ad aggirare la norma, è di fatto illegittima.

E’ l’ultimo fronte che si apre sulla situazione, tutt’altro che chiara, del porto di Anzio. La lettera è arrivata oggi ma c’è già grande fibrillazione negli ambienti del Comune, soprattutto di una maggioranza alla quale era stato garantito che non c’erano problemi con il voto alla fidejussione.

Lo stesso è stato fatto di recente, quando si trattava di pagare la parte che spettava all’ente perché il prestito non era mai stato onorato e la Banca non avrebbe più aspettato. Che succede ora? Per il porto nulla, per chi ha votato c’è più di qualche rischio.

Un voto sul quale l’opposizione, inascoltata, aveva sollevato dubbi di non poco conto. Inutilmente. I nodi, però, vengono al pettine e alla vacillante maggioranza di Bruschini mancava solo questa.

Richiedenti asilo, avanti c’è posto….

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Gli appartamenti di via dell’Armellino

E tre. Prima nelle case, inadatte allo scopo, di via dell’Armellino. Poi in un albergo chiuso da ordinanza del sindaco, ora in un’altra struttura ricettiva per la quale auspichiamo ci siano tutte le condizioni minime di agibilità e sicurezza.

Dopo l’ultimo bando della Prefettura ad Anzio arriveranno altri richiedenti asilo. Fuggono da situazioni drammatiche, almeno la maggior parte di loro, attraversano il Mediterraneo giocando di fatto a una sorta di roulette russa che mette in palio la vita, aspettano in molti casi di ricongiungersi a familiari che sono già in Europa.

Vanno accolti, non v’è dubbio, ma l’impressione è che non esista programmazione alcuna e soprattutto che i Comuni – come qualche giorno fa ricordava sul Messaggero il sindaco di Fondi (Latina) – vengono facilmente bypassati. Se domani esce un altro bando e si presenta un’altra struttura ricettiva di Anzio ovvero un costruttore al quale le case di “villettopoli” sono rimaste invendute, ne arriveranno altri.

E’ possibile questo? E cosa intendiamo fare? Si può dire al Prefetto che – almeno per i richiedenti asilo – abbiamo già dato?

Il problema, come in passato da questo umile spazio si è provato a sostenere, non sono loro in sé ma la necessità che il Comune si faccia carico dell’intera vicenda immigrazione. 70-80 rifugiati in più o in meno rappresentano un fastidio per chi cavalca la protesta populista “a loro sì, agli italiani no….” ma un’amministrazione che ha a cuore le sorti della città ha il dovere di guardare al quadro generale. Certo, decine di persone in un solo posto, con una minima assistenza, rappresentano una potenziale fonte di disagio, ma come si diceva in passato lo sono forse di più quelli che – sotto gli occhi di tutti – vivono e vengono sfruttati in precarie condizioni abitative in punti della città ben noti.

E sarebbe il caso, allora, di mettere mano oltre che al rispetto delle regole anche alle famose politiche di inclusione, che sono altro rispetto alla volenterosa Roberta Cafà che va in Prefettura salvo fermarsi sull’uscio e che diventa oggetto di un documento del resto della maggioranza. Perché poi qui si pensa alla visibilità di un assessore o un consigliere, mai al problema in sé. Tanto meno alla sua ipotetica soluzione.

Avanti, c’è posto, allora. Aspettiamo il prossimo bando, tanto tra mani legate dal punto di vista burocratico-amministrativo e chi sembra aver aperto un proficuo canale con gli uffici della Prefettura che si occupano di questo, possiamo aspettarci di tutto. Ma non sarà questo il punto, perché saremo una città cresciuta solo quando conosceremo le realtà degli immigrati – non solo dei “cattivi” richiedenti asilo – e lavoreremo per una integrazione che per fortuna, nella larga maggioranza dei casi, è venuta fuori da sola.

Cacciato il cronista fuori dal coro

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Michele Crosti mentre viene allontanato dall’aula (foto Repubblica.it)

Questa ci mancava. Nella civilissima Milano si scopre che la sala contiene troppe persone rispetto a quelle che potrebbero starci e viene mandato via – senza troppe buone maniere – il cronista di Radio Popolare Michele Crosti. Una scusa.

Si presentavano i conti dell’Expo e la candidatura del commissario all’esposizione, Giuseppe Sala, alle primarie del Pd. Via via sono stati fatti uscire gli altri giornalisti, ai quali è stata riservata una postazione con diretta streaming. Dalla quale, per esempio, era quantomeno difficile porre domande.

Conosco “Michelino” per l’attività nell’Unione cronisti e per quella da giornalista appassionato nella “sua” Milano, constato dopo la vicenda di ieri che non solo tutto il mondo è paese ma che se uno che racconta la realtà fuori dal coro, come Crosti, è il primo a subirne le conseguenze.

Succedeva anche in Provincia, a Latina, con i giornalisti tenuti nella sorta di “acquario” del Consiglio nella sala Cambellotti, per esempio, quando non costretti a restare fuori perché di una testata ritenuta “scomoda“.

E’ successo ad Anzio con l’identificazione, succede ovunque nel nostro Paese, come ci ricorda l’osservatorio di Ossigeno.

Il problema, al solito, è chi racconta, mai chi ha il dovere di far sapere ciò che fa in virtù dell’incarico pubblico – di norma pagato dai cittadini – che riveste.

E’ la civilissima Milano, certo, ma mal comune in casi del genere non è mai mezzo gaudio.

Porto, i nomi non servono a salvare la società

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La politica anziate, ma deve essere una caratteristica di quella italiana, si affanna a cercare il successore di Luigi D’Arpino alla presidenza della Capo d’Anzio e di Franco Pusceddu nel consiglio di amministrazione, ignorando o fingendo di ignorare quello che prevede la riforma Madia ovvero qualcosa più di un rischio di cedere le quote pubbliche.

Il passare del tempo conferma che l’intento – sotto sotto – era proprio quello e che deve esserci stata una “cordata” pro Marconi e una per qualche altro gruppo se nato all’improvviso e con specifico sponsor politico si vedrà, certo è che cercare nomi serve a tutto fuorché a salvare la società, quindi l’idea del porto come la conosciamo da quando Renzo Mastracci la consegnò alla Regione.

Se sarà l’ingegnere Alberto Noli a presiedere la Capo d’Anzio o l’avvocato Arcangelo Barone – entrambi stimatissimi professionisti e profondi conoscitori di materie portuali e demaniali –  interessa poco. Così come se al posto di Pusceddu andrà il segretario generale del Comune, Pompeo Savarino.

La domanda che la Politica – qui uso volutamente la maiuscola – quella cioè che dovrebbe pensare al bene della cosa pubblica, dovrebbe porsi è: rispetto al decreto Madia, la Capo d’Anzio ha una speranza di restare, insieme alla sua concessione ovvero al porto “di” Anzio, con un controllo pubblico? Se rischia, come rischia, cosa è possibile fare per evitare di cederla al miglior offerente, con Marconi che sarebbe comunque in prima fila? Vogliamo, una volta per tutte, affrontare la vicenda in Consiglio comunale?

Ancora ieri, sul Sole 24 Ore, è stato ampiamente anticipato il contenuto del decreto che mette il Comune praticamente con le spalle al muro.

Leggiamo, ad esempio, che: “Nei nuovi parametri, prima di tutto, non trovano spazio appunto le società che producono beni e servizi commerciali in settori dove esiste la concorrenza“.  Ma anche che: “Secondo il decreto l’alienazione dovrà colpire tutte le partecipate che non hanno raggiunto il milione di euro. In base ai calcoli del commissario, sono 2.545 le società pubbliche che non sono in grado di certificare il superamento del milione di euro in bilancio, per cui potrebbe essere proprio questo il parametro più potente nell’armare le forbici della riforma“. Infine la vicenda dei dipendenti: “Ma c’è un terzo gruppo, ancora più numeroso, di partecipate che la riforma prova a indirizzare verso l’estinzione, e cioè le aziende con più amministratori che dipendenti. Nelle tabelle di Cottarelli sono 3.035 le aziende che hanno organici fino a 5 persone, e altre fra le 2.093 che non hanno dichiarato il numero di dipendenti potrebbero ingrossare il gruppo“.

La Capo d’Anzio – come diremmo dalle nostre parti – c’è dentro con tutte le scarpe. Anzi, pur avendo dipendenti (due) il piano di razionalizzazione affidato a un professionista esterno nemmeno li ha indicati….

Esiste una alternativa? C’è un modo per salvare la Capo d’Anzio e quindi il controllo pubblico indispensabile per non “appaltare” il porto e di conseguenza la città?

Si potrebbe andare da Renzi, tutti insieme,  dal sindaco al suo ormai ritrovato alleato Candido De Angelis, al Pd, agli operatori che hanno creduto nel progetto, a spiegare che cosa è successo dal 2000 a oggi ma che, finalmente, siamo in grado di essere operativi e partire con la fase 1 dei lavori prevista dall’inversione del crono-programma. Magari si potrebbe fare insieme a Zingaretti che ha dimostrato – sotto la sua gestione – che una Regione oculata i problemi li supera, non li crea come era stato con Marrazzo-Montino, i quali preferivano rispondere a ben noti maggiorenti anziati.

Si potrebbe restituire tutto alla Regione, come suggerisce Sel, accollare i 2 milioni di debiti della Capo d’Anzio ai cittadini e arrivederci e grazie. Abbiamo scherzato, il porto resta com’è, le concessioni fra sei anni vanno a gara europea, se c’è l’insabbiamento… aspettiamo. Certo, l’accordo di programma e la concessione sono stati disattesi, ma con i tempi che corrono la Regione prende in carico una situazione del genere?

Si potrebbe “navigare” verso l’autorità portuale, alla quale chiedere di rilevare la concessione.

Ma prima di tutto ci si deve rendere conto che siamo agli sgoccioli e che nessuno crede più alle favole, né quella di “inizio lavori 2005” (che fu uno slogan di De Angelis), né quella di un nuovo bando che tanto piace a Bruschini.  Così come è inutile rivangare un passato fatto di screzi, ostacoli, “politica” invadente e via discorrendo. Si deve guardare al presente e al possibile futuro. Per questo un nome – magari frutto di un accordo pre elettorale – non basta.

Sono candidato, l’impresa non è facile

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I miei amici anziati  e gli “scienziati” che da anni, ormai, parlano di una mia candidatura a sindaco possono stare tranquilli. Sono candidato, è vero, ma non alle amministrative che saranno tra due anni.

Ho scelto di essere parte della squadra di informazione@futuro che propone il cambiamento e il salvataggio dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti che naviga in pessime acque.

Quando la scadenza elettorale di febbraio (si vota dal 22 al 24 on line, quindi ai seggi) era ancora lontana, nel corso di un’assemblea a Latina con il segretario di Stampa Romana, Lazzaro Pappagallo, avevo sottolineato l’importanza di dare un riconoscimento ai giornalisti di provincia.

A coloro che, in molti casi, la previdenza devono guadagnarsela con le unghie e con i denti, in particolare nelle piccole realtà. Nel preparare la “squadra“, alla fine, si è tenuto conto anche di questo.

L’impresa non è facile, perché c’è grande disaffezione tra i colleghi, ma soprattutto perché in caso si riuscisse a essere eletti l’Inpgi è in condizioni drammatiche.

L’impegno che ho assunto, prima ancora della candidatura, è chiaro ed è scritto nei sei punti approvati dal direttivo di Stampa Romana. L’apporto è quello di un sindacato che non si limita a

Sintetizzati possono essere tradotti come: 1) ampliamento della base di contribuzione, inserendo anche i co.co.co nella gestione principale dell’istituto; 2) gestione oculata dell’Istituto e del patrimonio immobiliare, dismissione, utilizzo di locali sfitti per il co-working dei colleghi; 3) pensioni dignitose nella gestione separata; 4) trasparenza e correttezza, a prescindere dalle vicende occorse al presidente Camporese; 5) certezze ai pensionati, considerando straordinario e temporaneo il contributo di solidarietà; 6) riformare gli organismi, ridurre i consiglieri, indicare un tetto per retribuzione del presidente, del suo vice, di chi compone il consiglio d’amministrazione.

La nostra “squadra” per gli attivi è questa, dato che possono essere espresse 7 preferenze. Se ritenete dateci fiducia. L’impresa non è facile, ma è doveroso provarci.

Attivi

Adriano Bonafede, Repubblica

Graziano De Franco, Newsmediaset

Giovanni Del Giaccio, Messaggero Latina

Cristiano Fantauzzi, AdnKronos

Maria Grazia Fiorani, Raitre

Fabio Morabito, Messaggero

Elena Polidori, quotidiano nazionale

Cristina Prezioso, Rainews

Sindaci attivi

Paolo Rubino, Ansa

Porto: Capo d’Anzio da cedere, ora una risposta

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Alla luce della riforma della pubblica amministrazione sembrano esserci pochi dubbi sul fatto che la Capo d’Anzio è arrivata al capolinea. Le anticipazioni del Sole 24 ore sono  chiare e fanno riferimento alle partecipate e  alle controllate, tanto siamo lì.

Abbiamo meno dipendenti rispetto agli amministratori, anzi nel piano di razionalizzazione è stato scritto che nemmeno ci sono,  bilanci in negativo, siamo in un settore dove altri sono specialisti e non il pubblico. Si parla di “scatole vuote” che si occupano di “beni e servizi non indispensabili alle finalità istituzionali  dell’ente“.

Letta così la Capo d’Anzio è da cedere. Di più, con finalità che qui sfuggono si è fatto – da ogni parte – di tutto per arrivare a questo punto. Il sindaco che non dà seguito all’ordine del giorno unanime del 2012 di mandare via Marconi, il tentativo abortito di referendum (con responsabilità anche di chi scrive) per riprendersi le quote, il parere dell’avvocato Cancrini tenuto nei cassetti e una causa mai intentata, l’inversione del crono-programma che avrebbe consentito di avviare i lavori bloccata da una gestione dei vari “passaggi” con i concessionari fatta mandando avanti l’ex presidente Luigi D’Arpino con il sindaco che sistematicamente lo smentiva, il ricorso al Tar di ormeggiatori e circolo della vela, una proposta di delibera sul “controllo strategico” della Capo d’Anzio da parte del Comune rinviata e mai discussa (sai com’è, l’aveva presentata Candido De Angelis…), un piano di razionalizzazione spedito in ritardo alla Corte dei conti e imbarazzante nei contenuti, una proposta del Pd di discutere la ricapitalizzazione bollata come “impossibile” e mai portata in Consiglio comunale, la promessa di un fantomatico bando e la presenza di una cordata che avrebbe i soldi in Turchia.

Chi per un verso, chi per un altro, si è mandata la Capo d’Anzio verso gli scogli. Tra l’altro con la spada di Damocle di un debito ancora in essere con la Popolare del Lazio (che Marconi deve restituire per la sua parte, ma in capo alla società) la vicenda mai risolta del progetto Life, D’Arpino che andando via ha chiesto di avere i compensi mai percepiti e in conferenza stampa ha annunciato che farà atti in tal senso.

La responsabilità politica di questo andazzo è senza dubbio del sindaco – il quale da ultimo,  dopo aver fatto rinviare il consiglio d’amministrazione sulla seconda fase dei lavori ha deciso di non presentarsi – e di una maggioranza che pensa a chi “mettere” nello stesso consiglio al posto dei dimissionari ignorando che siamo al capolinea.

Vogliamo chiudere la Capo d’Anzio, consegnare le quote a un privato – con Marconi in pole position – o provare a dire che Anzio “è” il porto e non si può immaginare di appaltare la città? Vogliamo discuterne in  Consiglio comunale?

Una cosa è certa: se esiste una via d’uscita è quella di dimostrare che le aree sono in possesso della società (lo chiede anche la Regione nella sua lettera) e che si può diventare operativi… ieri. Basterà? Non è detto, ma va fatta un’azione seria della città e delle sue istituzioni. Va spiegato perché si decise di fare il porto pubblico e a cosa andremmo incontro privatizzandolo.

Un’alternativa – difficile – è che la Regione si riprenda la concessione e la Capo d’Anzio venga chiusa. Il porto resta com’è, anzi fra sei anni i concessionari di oggi non se la vedono più con D’Arpino o il sindaco, bensì con la normativa europea Bolkstein e i loro titoli – allora sì – decadono senza troppe storie e magari vengono ceduti a prezzi molto più ragionevoli. Intanto i debiti della Capo d’Anzio ricadono sui cittadini.

Un’altra è quella della ricapitalizzazione, dando al Comune un ruolo simbolico ma passando per un’azionariato diffuso, un po’ quello che si aveva in mente all’atto della costituzione, prima che ci venisse imposta Italia Navigando che non era interamente pubblica già allora. E’ l’idea del Pd: peregrina o meno, è l’unica proposta in campo.

La via d’uscita di cedere tutto all’autorità portuale è percorribile, ma si tagliano anche queste e poi si dovrebbe dire a quella di Civitavecchia di liquidare la Capo d’Anzio pagando la concessione e poi avviare i lavori. Ha soldi per questo che non è, tra gli altri, uno dei suoi fini istituzionali? Qui la Regione dovrebbe dire la sua. Avremmo il porto comunque in mano a un’autorità pubblica e non al faccendiere di turno.

Solo che ogni passaggio va  fatto presto e bene, mentre qui la politica continua a “giocare“.

Presunti morosi in Comune, diritto alla privacy

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Non sapremo mai dagli uffici chi erano i 16 tra consiglieri comunali e assessori dei quali si ipotizzava la decadenza perché morosi nei confronti del Comune di Anzio. Il difensore civico dell’area metropolitana di Roma, avvocato Alessandro Licheri, ha risposto all’istanza presentata al Garante della privacy che l’aveva a sua volta girata al difensore civico regionale il quale per competenza l’aveva mandata a lui, rispetto al diniego da parte del Comune dei nomi di personaggi pubblici.

L’istanza è stata rigettata “in quanto le argomentazioni espresse dal responsabile U.O. tributi e demanio della città di Anzio sono quanto normativamente previsto“. Ne prendiamo atto, dovremmo tentare la strada del Tribunale amministrativo regionale per cercare di dimostrare che se i consiglieri comunali e gli assessori devono per legge comunicare redditi, proprietà e via discorrendo, a maggior ragione dovrebbero dimostrare di aver pagato i tributi al Comune. Ma ci fermiamo qui, anzi facciamo sinceri complimenti all’ufficio per aver fatto ciò che “normativamente previsto“. Un giorno, forse, avremo in Italia il cosiddetto Foia e allora sarà veramente tutto pubblico e accessibile. Ora con una norma contenuta nella legge 241 del ’90 – che ignora quanto successo fino alle recenti norme su trasparenza e accesso agli atti – si nega, giustamente se è così, qualcosa che i cittadini ma prima ancora il Consiglio comunale hanno diritto di sapere.

Vorremmo uno sforzo, però: in consiglio comunale prima era questione di “cinque-sei giorni“, poi gli uffici “stanno lavorando“, possibile che dopo quasi tre mesi ancora non sappiamo chi dei sedici destinatari della lettera era in regola o lo è diventato nel frattempo?

Sappiamo che Marco Maranesi è persino creditore dell’ente, che altri dicono di avere “stupidaggini“, abbiamo sentito dire che alle società di mogli e dove si possedevano quote non potevano essere contestate le somme e che altre erano prescritte. Si vuole far capire non a chi scrive, per carità, ma ai cittadini e ai consiglieri comunali in regola qual è stata, alla fine, la soluzione?

Siamo proprio certi che, in questo caso, sia stato fatto quanto  “normativamente previsto“? C’erano presunti incompatibili che nel frattempo hanno avuto modo di sistemare la loro posizione?

Lo zelante Ivano Bernardone che si era giustamente preoccupato della pubblicazione della notizia, della strumentalizzazione (termine ormai più in uso di qualunquismo), del fare di tutt’erba un fascio, dando vita a un dibattito che resterà tra i più singolari della storia del Consiglio comunale di Anzio, può avere la bontà di chiedere che fine ha fatto la vicenda?

Privacy o meno, ciò che emerge è che in quell’ufficio il 3.0 sbandierato da Bruschini non sembra essere arrivato. Almeno non per vicende pregresse o, peggio, solo per chi riveste un ruolo pubblico nel Comune.

La “politica” gioca, il porto può attendere

darpenIl presidente della Capo d’Anzio, Luigi D’Arpino, ha confermato le dimissioni senza cedere alle “sirene” del sindaco e di quanti hanno cercato di farlo tornare sui propri passi. Non poteva farlo per le parole pronunciate, se non esponendosi alla peggiore delle figure. A lui s’è unito il dirigente del Comune Franco Pusceddu e presto la stessa cosa farà l’altro consigliere d’amministrazione di nomina pubblica, Mauro Fantozzi. Il Consiglio odierno – che il sindaco aveva chiesto di rinviare dal 15 gennaio a oggi – ha valutato alcuni aspetti legati al piano finanziario che consentirebbe di iniziare i lavori secondo il crono-programma approvato ormai due anni fa dalla Regione ma non ha potuto fare altro. Lo stesso sindaco era assente, impegnato a Roma, per “motivi istituzionali”. Forse legati allo stesso porto e alla politica locale (e non solo) che mai come adesso sembra essere interessata. A chi succederà a D’Arpino, Pusceddu e Fantozzi, attenzione, non al porto in sé…. Quello può tranquillamente marcire alle condizioni attuali, la “politica” troverà con chi prendersela. Per questo chi avrà la pazienza di proseguire oltre troverà un aggiornamento di quanto ho avuto modo di scrivere a marzo 2013, all’indomani della gara andata deserta. Prima di riproporre il pezzo di allora – pubblicato sulle colonne del Granchio – vediamo cosa ha fatto la “politica” in questi tre anni. Quali responsabilità ha avuto il sindaco, in primo luogo, quale socio di maggioranza e nel ruolo di primo cittadino.

DOPO IL BANDO

Cerchiamo di capire cos’è accaduto dopo la gara deserta, anzitutto. Marconi, divenuto nel frattempo socio di minoranza, ha suggerito e ottenuto l’inversione del crono-programma dei lavori. La Regione Lazio, mai così vicina (sembra proprio grazie al socio privato) l’ha accordata, il sindaco diceva al Consiglio comunale che aveva votato già per l’allontanamento di Marconi che gli serviva tenerlo “per la parte operativa”. Nel frattempo, a investimento invertito, si faceva un piano finanziario che avrebbe consentito alla Capo d’Anzio di iniziare “in house” i lavori: due fasi, poi se le cose fossero andate bene la terza, il raddoppio. A ottobre 2014, con le aree già concesse alla società, sempre in Consiglio comunale, Bruschini si impegnava “parola d’onore” a “cacciare” Marconi “entro fine mese”, ma nel frattempo sottoscriveva con lui la “road map” per confermare le decisioni assunte in assemblea e portate avanti – con modi discutibili, dirigisti, irriverenti e tutto quello che si vuole – da Luigi D’Arpino.  

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Alla luce dei fatti il sindaco, che aveva il dovere di andare a spiegare agli ormeggiatori, per esempio, cosa significasse l’inversione del crono-programma, che doveva dire al Circolo della vela che era comunque garantito il posto che occupa ma con modalità diverse, ha fatto fare a D’Arpino il lavoro “sporco”. Ma sì, tanto quello è “guascone”. Solo che il presidente seguiva la linea dettata e il sindaco la smentiva, da ultimo con l’annuncio bando sì-bando no, prima dicendo agli interlocutori che su ciò che facevano il presidente e Bufalari – l’avvocato indicato da Marconi – comunque avrebbe deciso lui. Come ha deciso lui, contrariamente alle indicazioni del Consiglio comunale, di tenere nel cassetto il parere dello studio Cancrini secondo il quale a Marconi dovevamo fare causa subito, tre anni fa. Oggi sono soldi buttati. Così come il “controllo strategico” per dire che la Capo d’Anzio ce la dobbiamo tenere arriva come delibera in consiglio comunale, ma essendo proposta da Candido De Angelis si rinvia e non si approva più. Poi si fa un piano di razionalizzazione discutibile, nel quale ci si dimentica di dire che la Capo d’Anzio ha dei dipendenti. Del resto lo stesso sindaco aveva detto di “non sapere” che li avesse. Poi si bolla – lo fa il presidente su facebook – come “un’altra c…. dei comunisti” la proposta di ricapitalizzazione avanzata dal Pd che al contrario degli anni passati ha un atteggiamento che spinge per la realizzazione del porto. Si sistemerebbe quel “bacino interno” per il quale si è tanto battuto il centro-sinistra, ma va salvata la Capo d’Anzio prima.

E’ la politica…. c’era (e c’è) una maggioranza da tenere unita, così arriva la cordata che piace a un paio di consiglieri e rispunta il bando, alla faccia di una società che dopo la vittoria al Tar potrebbe iniziare i lavori. Certo, dicendo agli ormeggiatori che purtroppo è giunto il loro momento, che saranno ricollocati ma con meno pretese di quelle di prima dopo un ricorso che il sindaco aveva il dovere di evitare. Solo che la “politica” si oppone, così come quando D’Arpino si dimette la “politica” si preoccupa della successione – o della battuta sulla sua candidatura a vice-sindaco di chi scrive (!) – e non del porto. Ecco i nomi di Placidi, quelli di Zucchini, quelli che piacciono a Tizio e non a Caio, ecco la preoccupazione sul vertice di Bruschini con Danilo Fontana, Candido De Angelis e Marco Maranesi, lo spettro delle elezioni del 2018. Già, ma il porto? Pazienza, abbiamo aspettato tanto… La Capo d’Anzio da cedere? Macché, ci sono tanti esperti che ci indicano la differenza tra “controllata” e “partecipata” mentre domani potrebbe essere già tardi.

Ora c’è una fase di inevitabile stallo. Un investitore diverso da quello de noantri” messo insieme – si dice – con qualche sponsor politico, di fronte alle scene degli ultimi giorni scapperebbe a gambe levate.

Di questo passo privatizzeremo inevitabilmente, se la Capo d’Anzio non diventa operativa – ed è questione di ore, nemmeno di giorni – altro che porto pubblico. Forse è quello che si voleva davvero. Forse è il caso – se andasse così – che la Regione imponga all’Autorità portuale di prendere la concessione, liquidare Comune e Marconi, e mantenere il controllo pubblico.

E’ sicuramente il caso – infine – di andare in consiglio comunale e giocare, una volta per tutte, a carte scoperte, non ai giochetti della politica locale.

TRE ANNI FA…

Per chi ha la pazienza di proseguire, questo quanto ho scritto a marzo del 2013

In primo luogo le scuse di chi scrive. Per aver creduto e aver fatto credere ai lettori che il progetto del porto di Anzio fosse cosa fatta. Ci abbiamo messo la faccia e impegnato un giornale e lo abbiamo fatto perché mai – prima di questa iniziativa – avevamo visto le carte. Per anni ci avevano fantasticato di “Marine investimenti” e simili, qui il porto sarebbe stato della città. Per questo abbiamo difeso il diritto di Anzio a essere trattata come Formia e Fiumicino. Abbiamo sbagliato e prendiamo atto che questo porto, ormai, è irrealizzabile. Ma cerchiamo pure di capire quali sono state le responsabilità di rinvii, veti, azioni politiche fini a se stesse.

Nel 2005, prima di lasciare la presidenza della Regione, Francesco Storace poteva dare al Comune la “delega di funzioni”. Il sindaco era Candido De Angelis, il porto oggi ci sarebbe, ma si sa che l’ex primo cittadino e senatore uscente nei rapporti non è mai stato bravo e la risposta del presidente – ricandidato – fu sostanzialmente quella di aspettare il voto. Perché, del resto, far “crescere” troppo De Angelis che aveva già portato a casa il piano regolatore? Storace perse e andò a fare il ministro. Anzio? Ma sì… E cosa importava ad Andrea Augello e Francesco Aracri del raddoppio della Nettunense e della accessibilità al porto? Era fatto, finanziato ma non “impegnato”, c’erano le elezioni, i due assessori dell’allora potente An non si intendevano molto, così la politica decise di aspettare… Ora i due sono parlamentari, ad Anzio hanno preso i voti, poi che fa? Di quel progetto sono rimaste le briciole. Anzi la Regione guidata dal centro-sinistra con Bruno Astorre assessore ai lavori pubblici provò a dire che i soldi non c’erano. Salvo poi restituirli per non averli utilizzati. La politica… La stessa che dovrebbe dirci – Candido De Angelis da un lato e Giorgio Pasetto dall’altro – cosa è successo tra il 12 luglio 2006 e il 18 settembre dello stesso anno. Dopo la conferenza dei servizi di luglio il sindaco di allora ringraziò Marrazzo e la Regione, l’intesa era trovata, si poteva proseguire, due mesi dopo la doccia fredda e l’arrivo dei sacerdoti delle procedure sbagliate. Si parlava negli ambienti dell’avvento di Francesco Bellavista Caltagirone, quello di Imperia e Fiumicino, De Angelis e Pasetto vogliono dirci qualcosa? Sì, anche Pasetto, l’ex sindaco e “faro” della parte del Pd che più si è battuta contro il raddoppio del porto. Lui ha sempre detto di non entrarci nulla ma a chiamarlo in causa, nero su bianco, è stato proprio Astorre che sul porto impegnava i propri uffici a dire no che altrove (Formia e Fiumicino) erano sì. L’ha fatto dopo il famoso convegno al Lido Garda, spiegando come coloro che andavano a Roma a dirgli di fermare tutto in quell’occasione restarono in silenzio. Anzio? Ma sì… Pasetto è pagato dalla collettività per gli incarichi ricoperti in passato, Astorre dopo aver contribuito nell’ufficio di presidenza della Regione Lazio ad aumentare i fondi ai gruppi è stato promosso senatore dal Pd. Anzio? Pazienza. O veramente, come denunciò De Angelis dare un incarico specifico avrebbe significato il via libera al porto? Ce lo dicano.

A quel convegno c’era anche Esterino Montino – del quale dimostrammo la presenza di una sua “delegata” con un’attività sul lungomare di Fiumicino – colui che bloccò un accordo di programma che era solo da firmare perché le procedure erano corrette. Dopo aver fatto di tutto nel centro-sinistra ora è candidato sindaco a Fiumicino, la moglie è in Senato, il capo segreteria in Regione. Anzio, il porto? Ma sì… Questa è la politica. Nessuno ha mai chiesto agli esperti di Sabaudia chiamati dal Pd che citano studi degli anni ’90 e sentono il litorale minacciato dal nuovo porto di Anzio, per esempio, perché l’erosione già oggi ha fatto sparire la spiaggia. La politica… La stessa che dopo una serie di annunci non ha portato a conseguenze: il Comune non ha mai chiesto i danni ai vari Gaglioli, Caliendo e compagnia che davano pareri a soggetto a seconda di chi realizzava gli interventi. Si sa, in politica possono sempre servire. I danni? Pagheranno i cittadini di Anzio le perdite della società… E se De Angelis predicava nel deserto – nessuno di An in Regione se lo filava mentre il centro-sinistra metteva i piedi in testa ad Anzio – il dialogo di Bruschini non è che abbia prodotto molto. Anzi. La politica… Quella che ha imposto, grazie a Gianfranco Fini, prima Italia Navigando e poi un presidente come Baldassarre che De Angelis accettò quando, invece, pensava di affidare l’incarico a Giuseppe De Rita. La politica, quella dell’ex sindaco “con me o contro di me” e quella dell’attuale che rinviò la conferenza dei servizi in ragione del dialogo e si fece prendere in giro. Quella di chi, come la Polverini che oggi siede in Parlamento, ha impiegato cinque mesi per un accordo di programma pronto e un anno per la concessione. Anzio? Ma si… La politica di chi non ha sentito il dovere di preoccuparsi perché nell’operazione di scissione di Italia navigando Anzio restasse al carrozzone pubblico anziché finire a Renato Marconi. Quel progetto, in gara fino al 2010 avrebbe avuto un senso, davvero si sarebbe ripagato con i posti barca. Oggi non più. E che con il fallimento della gara e di conseguenza del porto viene meno anche quel progetto di città che doveva essere “mare, cultura e natura” ed è diventata “varianti, cemento e furberie”. Luciano Bruschini, la sua risicata maggioranza e quella degli ex si avviano a una fine ingloriosa, condita dalla storiella della sfiducia sì sfiducia no. Perché, alla fine, i consiglieri comunali del centro-destra del porto non si sono mai preoccupati. Ci sono prima cooperative e affini. E’ la politica… Poi ci si chiede perché il Movimento 5 stelle ha in Italia il seguito da record.

Finita l’era del centro-destra è giusto, a questo punto, che ci sia un’alternanza. Quella più accreditata è di Ivano Bernardone che a proposito del porto si è sempre battuto – con i suoi – per la riqualificazione dell’attuale. Benissimo. Il candidato sindaco ci eviti studi o varianti di salvaguardia tanto cari a chi – tra Anzio 2000 e Futura – è esperto in convegni che portano al nulla e dove gli stessi medici sono al capezzale da anni di un paziente moribondo. Bernardone ha il dovere di dire la verità e cioè che per fare il bacino attuale si deve cambiare il piano regolatore portuale o modificare in variante l’accordo di programma e dove intende trovare i soldi per la riqualificazione.

Aveva ragione Luigi Pirandello nelle “Sorprese della scienza”: la politica dibatte per anni, mentre il paese di Milocca resta al buio. Tradotto: per un altro lungo periodo ci terremo il porto così, gestito dai soliti noti, con servizi inesistenti e strutture al limite delle norme ovvero della sicurezza, dell’igiene e della salute pubblica. La chiamano politica…

I morosi che ignoriamo, l’efficienza per 3 euro…

Aspettiamo ancora di sapere chi fosse moroso davvero, al punto da configurarne la decadenza da consigliere comunale e assessore, e chi, invece, è stato tirato in ballo per un grossolano errore dell’ufficio politiche delle entrate del Comune di Anzio.

Il quale, apprendiamo dalla lettera che segue, sa essere efficientissimo in alcuni frangenti. Cosa che gli va riconosciuta, non v’è dubbio, anzi vorremmo che  fosse così per tutti. Da quando sono state spedite quelle lettere a consiglieri e assessori ritenuti morosi per sé o per società a essi collegate, non abbiamo più saputo nulla. Questo nonostante un solenne impegno assunto nello stesso, burrascoso, Consiglio comunale seguito alla pubblicazione della notizia: “Cinque o sei giorni…“. Sono passati mesi  e nel Comune 3.0 non riusciamo ancora a sapere chi e quanto deve pagare. Però ai neonati arrivano i tributi, giustamente.

Speriamo che prima o poi sapremo chi era stato raggiunto dalla lettera perché moroso e chi per errore, qual è la loro posizione, forse anche i nomi perché il Comune ha detto di non poterli dare (e parliamo di personaggi pubblici….), il garante della privacy ci ha rimandato al difensore civico regionale, il quale a sua volta ci ha rimandato a quello dell’area metropolitana di Roma. Attendiamo fiduciosi, intanto questa lettera spiega meglio di ogni altra cosa come funzioni il nostro Comune.

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La sede di piazza Cesare Battisti, dove si trova l’ufficio tributi

La celebre frase attribuita a B. Franklin «al mondo di sicuro ci sono solo la morte e le tasse» (frase da attribuire probabilmente a C. Bullock che già nel 1716 scrisse: «Impossibile essere sicuri di altro se non la morte e le tasse») potrebbe essere il motto della città di Anzio. Come è noto, quando si nasce si acquisiscono diritti e doveri ai quali per qualche anno assolvono i genitori. Accade, così, che alla nascita di un figlio/a il primo obbligo per un genitore è la registrazione all’anagrafe comunale. Fin qui tutto nella norma. Senonché ad un mese dalla nascita mi viene recapitata una missiva da parte del Comune. In un primo momento – pur non risiedendo in un municipio che cerca di incentivare le nascite – pensi ad una possibile lettera d’augurio o a possibili informazioni su servizi utili per il nuovo/a arrivato/a. Apri la corrispondenza e al posto di quanto avevi immaginato trovi, invece, un F24 ed una cartella dell’Ufficio Tributi in cui, con estrema solerzia, ti viene ricordato che per i 18 giorni del 2015 in cui il tuo nucleo familiare è variato sei debitore per la TARI di ben TRE euro. Chiarisco subito: l’importo è giusto, dovuto ed è già stato pagato. Alcune riflessioni, però, sono inevitabili.

Come è noto: TA.RI, è l’acronimo di Tassa (Tariffa) sui rifiuti e, come è altrettanto noto, le tasse si corrispondono per uno specifico servizio erogato dall’amministrazione pubblica. La prima considerazione riguarda la raccolta dei rifiuti. Con la stessa solerzia con cui è stata richiesta la “ragguardevole” somma, sarebbe stata gradita una contestuale comunicazione del tipo: “oltre al giorno canonicamente fissato, Lei potrà conferire i rifiuti indifferenziati (es. pannolini) anche nei giorni …”; ma di un simile avviso nessuna traccia. Troppo complicato, forse. L’attivazione di questo servizio, immagino, richieda una specifica trafila burocratica. Eppure, non sarebbe così difficile avviarlo contemporaneamente all’emissione della cartella. Del resto un neonato/a non lascia molto tempo libero e qualche “domandina” in meno da compilare non dispiacerebbe a nessuno.

La seconda considerazione che faccio è sull’opportunità – intesa in termini di costi – nell’inviare la richiesta di soli TRE euro. Inserirla a conguaglio, con le somme dovute per il 2016, sarebbe stato più efficiente ed economicamente vantaggioso per l’intera collettività.

Infine, fa piacere ricordare la medesima efficienza nella riscossione dei tributi ad Anzio. Infatti, recenti articoli di stampa (ad esempio cfr. Consiglieri morosi, devono al Comune di Anzio 400.000 euro di G. Del Giaccio) evidenziano come a soli due anni dall’elezione del Consiglio, l’ente abbia prontamente richiesto tributi pregressi, causa rischio incompatibilità, a rappresentanti istituzionali democraticamente eletti.

Come (non) vanno alcune dinamiche nella realtà è meglio impararlo sin dai primi mesi di vita.

Cordialmente

Roberto Fantozzi