Ecomostro alle Grotte, i paladini del “dopo” e il sistema Anzio

Sono in molti ad accorgersi solo adesso che qualcosa nei lavori che dovevano essere a difesa dei resti dell’antico porto Neroniano non andò per il verso giusto. C’è voluta la chiusura di un’indagine – purtroppo datata – per scoprire che parte di quelle tangenti erano per l’opera assegnata alla Icem di Minturno. Quando il Comitato per la tutela e la salvaguardia, fatto di semplici cittadini – per giunta di estrazione diversa come Silvia Bonaventura, Chiara Di Fede e Francesco Silvia – chiedeva lumi, i componenti nella migliore delle ipotesi venivano presi per “ingegneri navali”. La campagna del Fai venne boicottata fino all’ultimo dall’amministrazione dell’epoca che non brillò nemmeno prima, quando una ruspa era parcheggiata sui ruderi della villa. Quell’immagine resterà un simbolo di come il “sistema Anzio” tenda a non dare fastidio, c’erano i lavori, magari qualche subappalto ad aziende “vicine”, cosa ti metti a fare… Quella ruspa fu uno schiaffo di fronte al quale nessuno reagì in Comune, politici e dirigenti, amministratore e opposizione di lotta e di governo che nel frattempo è di nuovo alla guida della città. Tutto ciò mentre in Regione c’è chi favoriva la ditta – successivamente colpita da interdittiva antimafia – come leggiamo nell’atto che chiude l’inchiesta: “Pepe Raffaella accettava una somma di denaro e altre utilità da parte di Amato Carlo per compiere atti contrari al proprio dovere d’ufficio, consistiti nel fare ottenere alla Icem Srl, società amministrata dallo stesso Amato, l’esecuzione di una variante d’opera relativa all’appalto aggiudicatosi dalla stessa società per lavori presso “l’Antico Porto Neroniano di Anzio”, tale da compensare il ribasso praticato dall’imprenditore nell’offerta di gara e così consentirgli un maggiore guadagno di circa 150 mila euro“.

E’ un’accusa, non una condanna, ma ecco perché le cose andarono in quel modo. Perché a un certo punto sulle procedure si andò in modo spedito e senza troppi fronzoli, anzi forse dimenticando qualcosa. Ripeto, nel silenzio del Comune, anzi con il fastidio di fronte a quello che faceva il Comitato e che si faceva in Regione da parte dei consiglieri Santori, Righini, De Paolis e dei 5Stelle.

Quando finalmente venne bloccato tutto, qualcuno che ancora oggi siede in Comune se ne uscì con una delle sue proverbiali battute, tipo “ora siete contenti”. No, nessuno può esserlo, quello scempio è ancora lì e quell’opera – diversa dall’originale, inutile e dannosa – è stata fatta ai danni di Anzio con il “sistema” rimasto in silenzio. Parlarono – e vennero sbeffeggiati – alcuni cittadini, chi oggi si erge a paladino del “dopo” è arrivato tardi.

Per chi volesse approfondire, qui trova i contenuti pubblicati in questo spazio e qui alcuni articoli e comunicati dell’epoca. Non siamo tutti uguali.

Brutto clima e parole pesanti. Diciamo basta

Non possiamo abituarci. Non vogliamo. Ci sono momenti storici in cui la resistenza culturale è un obbligo morale, è il canto libero privo di connotazioni ideologiche di coloro che si oppongono ad una società liquida che sacrifica i valori del rispetto, dell’empatia, della solidarietà, del valore del significato della parola in nome di una comunicazione sguaiata e dal consenso facile.

Tutto questo mentre in città si discute di gravi fatti di cronaca, in cui la violenza urbana è protagonista, in cui una parola mal pronunciata scatena risse fra adolescenti. Le istituzioni sono chiamate (sarebbero…) a dare il loro buon esempio. Ma quale può essere se il confronto nella massima assise cittadina – il consiglio comunale – trova le sue espressioni nella denigrazione della persona e nella mortificazione di caratteristiche anche fisiche che esulano dal dibattito politico che dovrebbe invece concentrarsi sui contenuti?

Stiamo perdendo – diceva Camilleri – la misura, il peso e il valore della parola. Le parole sono pietre e possono essere pallottole. Le parole sono importanti. E l’esempio che si trasmette prende la forma di un’educazione rivolta ai giovani improntata sulla mortificazione dell’altro. Il linguaggio politico (ormai depresso dalla comunicazione social dei “vaffa”) deve conservare il compito di promuovere dibattiti incentrati sui contenuti e non sulla squalifica dell’avversario. Stiamo assistendo ad un clima di allarmante ostilità verbale, in un crescendo di aggressività diffusa, a un’inaccettabile violenza di termini e concetti espressi senza distinzione di colore o partito. Siamo di fronte a un’aggressività tanto trasversalmente agita, quanto universalmente percepita da cittadini di tutte le età ed estrazione sociale che si stanno abituando ad un clima ostile e privo di rispetto.

Il silenzio di chi assiste poi è ancora più grave, perché avalla comportamenti che dovrebbero essere, invece, stigmatizzati per principio. Questo clima di intollerabile prevaricazione non ha, né deve trovare, giustificazione alcuna. L’appello che facciamo è quello di sottoscrivere i principi del manifesto della “Comunicazione non ostile”. Una città che si rispetti, comincia da qui.

Chiara Di Fede, Giovanni Del Giaccio

Firmate la petizione https://www.change.org/p/sindaco-anzio-adottiamo-il-manifesto-della-comunicazione-non-ostile/share_for_starters?just_created=true&tag_selected=local

Scritte contro Lina, situazione degenerata e responsabilità

Voglio sperare che il sindaco di Anzio abbia chiamato la consigliera comunale Lina Giannino esprimendole solidarietà. E magari chiedendole scusa per come l’ha trattata anche nell’ultima seduta dell’assise civica. Se non lo ha fatto è sempre in tempo, così come ha la possibilità di fare subito tre cose. Una è mandare a cancellare quelle scritte – se non lo fa andiamoci noi cittadini, senza bandiere di partito – un’altra è comunicare ufficialmente che prende le distanze da certi modi di fare, la terza aprire il prossimo consiglio comunale impegnandosi a smetterla con gli atteggiamenti prevaricatori. È parte del personaggio, lo sappiamo, ma anche basta…. E come si dice? Quando il piccolo parla il grande ha già parlato e se un sindaco usa comportamenti poco ortodossi, da chi è nel suo entourage in giù si sentono autorizzati a fare di tutto. Detto ciò non c’è una responsabilità diretta del primo cittadino con quelle scritte – è palese – ma la degenerazione dei rapporti, quella sì. Degenerazione che parte dall’interno della coalizione (basterebbe ascoltare certe riunioni nei bar o i video postati sui social da chi invita a essere “guardato in faccia”), passa per il sindaco che dice di essere alla mercé di “ricattatori seriali” senza che nessuno senta il bisogno di chiedergliene conto e arriva fino a tante teste calde che questa maggioranza l’hanno sostenuta. È una responsabilità politica.

A Lina Giannino va la solidarietà assoluta, è entrata in Consiglio al posto di chi scrive, piace ricordare che in quella sede ebbi a sottolineare – fra l’altro – il clima di prevaricazione e tensione vissuto nei seggi nonostante la facile vittoria della coalizione di centro-destra.

È gente allergica alle regole, ci sono molte persone che hanno messo il vestito bello e sono entrate in politica, provocatori e prevaricatori di professione, gente che se non arriva urla e spacca. Compreso un assessore che è ancora al suo posto.

Ebbi a dire sempre in quella sede, rispetto a diverse vicende quantomeno “border line”, che il responsabile da quel momento era il sindaco. Parole entrate da un orecchio e uscite dall’altro.

Qual è l’esempio che viene dal primo cittadino e dalla sua maggioranza, nonché dai sostenitori vecchi e nuovi? Pessimo. Il dileggio degli avversari, le accuse personali e non le risposte sui fatti. Quando uscirà, finalmente, la delibera sul conferimento alla biogas – per esempio – non avremo spiegazioni tecniche sulla sua “sparizione” ma saremo presi in giro. Aspettiamo qualche giorno e ne avremo conferma.

Poi ci sono questi grandi coraggiosi che hanno fatto le scritte contro la Giannino e non hanno avuto nemmeno il coraggio di firmarsi. Vigliacchi due volte.

Ma perché prendersela con Lina? Ha sollevato alcune questioni, dai lavori “spacchettati” all’ex commissariato per cui venne ascoltata praticamente in diretta dalla Polizia, durante l’assise, fino a criticare il bando per gli spettacoli estivi che forse era il caso di evitare di fronte all’emergenza Covid. E poi ha segnalato anomalie, presentato interrogazioni, fatto notare contiguità singolari, svolto il suo ruolo di opposizione. Il che equivale – ad Anzio – comunque a toccare interessi. Quelli degli amici degli amici, quelli del “ma lascia stare” e via discorrendo.

Le minacce a Lina – alla quale avevano già squarciato gli pneumatici – seguono i proiettili all’ex segretaria generale, gli spari a Placidi e Alessandroni, le auto incendiate a Zucchini, quelle al compagno dell’ex assessore Nolfi. È un clima irrespirabile da anni, con episodi purtroppo mai chiariti dagli investigatori. Con la criminalità – non necessariamente organizzata – che è stata contigua se non dentro al Comune, come dimostrano certe indagini, da Malasuerte in giù. La richiesta della precedente commissione antimafia, le preoccupazioni sul voto che alla luce già di quei fatti non doveva svolgersi, sono rimaste lettera morta. Conosciamo i responsabili: l’allora prefetto Paola Basilone e il ministro Pd Marco Minniti, insieme a quanti – per mille motivi tra cui quella che chiamano “politica” – sono corsi a gettare acqua sul fuoco. Ne vediamo i risultati.

Avanti Lina, non si molla!

Rifiuti, biogas e “fuga” dal settore ambiente…

Accontentiamoci del risparmio, teniamoci la biogas (come era nelle cose, dopo che i responsabili politici dell’autorizzazione a quella centrale sono rimasti alla guida di Anzio), ricordiamo – questa città è usa dimenticare in fretta – chi prometteva di andare all’Onu o ammetteva che “vengono perché li chiamano o perché sanno che trovano terreno fertile”. Entrambe le cose, chi guida la città lo sa talmente bene da essersi alleato con chi li ha chiamati o ha dato disponibilità. Teniamoci tutto, a partire da questa litigiosa maggioranza (nulla di nuovo sotto il sole) e dalle prime manovre su chi saranno i candidati sindaco nel 2023 (!!), ma anche una città sporca e abbandonata a se stessa per la quale non è possibile prendersela con Placidi che non è più assessore e allora va bene così. Lo fosse stato, ne avremmo sentite delle belle. Accontentiamoci dei selfie del neo assessore, delle foto con zone pulite messe sui social, ma diamo pure un’occhiata in giro. Perché al netto degli incivili (i primi responsabili del degrado, non c’è dubbio) basta un giro per Anzio per rendersi conto del degrado e di un servizio che non funziona.

Ma il punto nemmeno è questo, bensì la “fuga” dall’ambiente. Dalla dirigente scomoda, Angela Santaniello, che proprio sul conferimento alla biogas ha rimesso le sue deleghe, a una delibera che è stata annunciata ma ancora non si trova all’albo pretorio dopo oltre una settimana. E’ il 3.0 “de noantri”, vero, ma perché non c’è quella delibera? Perché i cittadini – visto che risparmiano – non debbono sapere quante tonnellate si conferiscono, quanto costa, perché si va lì con quello che sembra un affidamento diretto “mascherato”? E non c’è già un affidamento in corso per parte dei servizi che nel frattempo andranno alla Spadellata? Con Placidi assessore cosa sarebbe successo se l’azienda X avesse proposto una convenzione al prezzo Y e l’amministrazione l’avesse affidata? Apriti cielo…. Questa vicenda, allora, è molto più complessa. La Nolfi ha pagato, così si dice negli ambienti, la sua opposizione al conferimento in convenzione alla biogas. Può dircelo solo lei, ma anche qui i cittadini avrebbero diritto di sapere perché si caccia un assessore che fa il suo lavoro almeno come gli altri e si premia una ex avversaria alle elezioni, nominando la sua “portaborse”. Roba che nemmeno nella prima Repubblica…. Della dirigente scomoda si è detto, ma adesso il funzionario che aveva detto sì all’impianto (Walter Dell’Accio) ed è stato rimesso all’ambiente nonostante le sue pendenze giudiziarie sul settore, ha detto “arrivederci e grazie”. Motivo? A saperlo… Sempre negli ambienti le versioni sono due: non ha personale a sufficienza per le verifiche (quante multe a Camassa, ad esempio, che in campagna elettorale si voleva cacciare ed è sempre lì?) e ha mollato o è arrivato un parere Anac che dice che in quel posto non può stare. E’ innocente fino a prova del contrario, lo ribadiamo, ma opportunità avrebbe voluto che non tornasse ad avere a che fare con quel settore per il quale ha un paio di indagini aperte. Tra l’altro, caso forse unico al mondo, il suo assessore di riferimento è imputato in un procedimento nel quale il funzionario è vittima… Questione di minacce, siamo ad Anzio, e l’assessore è chiamato in causa per un episodio che non coinvolge il funzionario però il processo è lo stesso. Deve essersene finalmente accorta anche la responsabile dell’anti corruzione. Alla quale, sempre secondo quel poco che trapela dal fortino di Villa Sarsina, la Corte dei conti ha notificato la sentenza sulle famose “27 proroghe” che riguarda l’ex assessore Placidi e il funzionario, mentre le aziende beneficiarie erano quelle dell’allora estranea alla politica e oggi assessore Valentina Salsedo. Ce n’è abbastanza per far desistere anche il dirigente a interim Luigi D’Aprano, chiamato per le finanze, appoggiato anche all’ambiente dopo l’addio della Santaniello, nominato regolarmente – secondo un dotto parere della segretaria generale – nonostante sia a tempo e che adesso avrebbe riconsegnato l’incarico. Poco trapela, si pensa agli spettacoli estivi dei soliti noti. Ma la “fuga” dal settore ambiente ha tutta l’aria di essere una cosa molto seria.

Carta vince, carta perde: Lavinio e il Consorzio…

Di chi sono le strade di Lavinio? Basterebbe dare questa semplice risposta per uscire da una situazione che si trascina da decenni, tra chi porta avanti il Consorzio di Lavinio e chi ne vorrebbe la chiusura.

Sì perché quelle che un tempo erano “strade vicinali”, nel frattempo sono state inserite nell’agglomerato urbano, mentre per la tassa di suolo pubblico il Comune – ormai dal 2007 – le considera “proprie”.

Perché, si chiedono quelli che un tempo avremmo definito i “dissidenti” del Consorzio, pagare due volte? Una serie di mail per posta elettronica certificata sono state spedite, finora senza risposta, al sindaco e al segretario generale del Comune. I cittadini contestano i pagamenti richiesti. Comune, fra l’altro, che non ha mai aggiornato il proprio catasto stradale. Carta vince e carta perde, insomma.

“Volendo riassumere in breve la situazione tecnico-legale relativa alle strade di Lavinio – scrive Fabrizio Faggioni che al tema ha dedicato pagine e pagine rimaste lettera morta in Comune – ne consegue che l’associazione denominata “Consorzio di Lavinio e Sant’Olivo” per la impreparazione, superficialità, approssimazione, arroganza tecnico-amministrativa del Comune di Anzio, (le Autorità competenti potranno verificare ed accertare eventuali più imbarazzanti e preoccupanti comportamenti e situazioni), ha operato abusivamente almeno dal 1992, ma volendo essere più “possibilisti”, sicuramente dal 2007, anno in cui il Comune ha ufficialmente dichiarato le strade di Lavinio come “suolo pubblico” e ne ha conseguentemente tratto un corrispondente profitto economico diretto. A lasciare molto perplesso il sottoscritto e molti cittadini circa la non limpida situazione e conduzione amministrativa e legale sia dell’associazione, sia delle amministrazioni comunali succedutesi almeno negli ultimi venti anni esistono anche le “Convenzioni” stipulate per le manutenzioni delle strade di Lavinio negli anni 2002, 2009, 2016, perplessità/irregolarità evidenziate e condivise anche dalla Delibera/sentenza n 33 del 6 Maggio 2015 dell’ANAC. In conclusione, in base alla semplice, ma attenta, lettura di leggi, decreti, normative e delibere è conseguente, logico e lecito sostenere che il Comune di Anzio e l’associazione denominata “ Consorzio di Lavinio e Sant’Olivo” per decenni hanno consapevolmente omesso di applicare gli articoli 6, 7, 8, 15,16 del Decreto Lgtn n 1446/1918 e che la succitata associazione ha omesso consapevolmente di osservare gli articoli 1,11,12,16,,17,20,26,33 dello Statuto consortile; e, cosa ben più grave, entrambi hanno omesso di rispettare per decenni leggi e decreti dello Stato citati nella presente relazione riguardanti la materia specifica della tipologia e della qualifica delle strade”.

Da qui una serie di istanze per interrompere l’erogazione di somme da parte del Comune e per bloccare le cartelle esattoriali emesse da Equitalia sud a nome del Consorzio. Una storia che andrebbe chiarita, una volta per tutte.

La crisi, la biogas. Pantomime e una città abbandonata

Si erano dimesse, insieme, ed erano tornate in giunta. Sempre insieme. Per due volte. Sembrava un legame indissolubile quello tra Laura Nolfi e Roberta Cafà, ma le loro strade si divisero alle elezioni del 2018. La Nolfi con la maggioranza uscente, allargata per l’occasione agli ex avversari che nel 2013 avevano sostenuto la candidatura dell’attuale sindaco, la Cafà da sola, contro la sua ex maggioranza. “Per coerenza”, quella di non sostenere chi aveva messo a repentaglio il centro-destra 5 anni prima. Scelta coraggiosa, quest’ultima, con parti di programma persino condivisibili. Vittoria degli ex alleati, come era quasi scontato, ma poi nella politica anziate che riproduce se stessa tutto è cambiato. Sono tornate insieme, nella stessa maggioranza, Cafà ci ha ripensato, è andata a dare soccorso al sindaco che prima voleva mandare a casa, (insieme a Palomba, altro da “armiamoci e partite”) e la coppia si è riformata. Con posizionamenti ora in un gruppo ora in un altro, cambi di partito, “conta” di consiglieri comunali…

Solo che la Nolfi era rimasta assessore, la Cafà doveva accontentarsi di essere consigliere. Doveva. Perché – con vicende che sfuggono ai non addetti ai lavori – adesso la Nolfi, una delle più votate in quella coalizione, è fuori (stessa sorte toccata ad Alessandroni, il sindaco dimentica che senza i voti delle liste e quelli dei “big” delle preferenze non avrebbe vinto al primo turno) e la Cafà sarebbe in bilico tra un posto in giunta o la presidenza del Consiglio comunale. Siamo ad Anzio, non c’è da stupirsi. Nemmeno se qualcuno dell’entourage dell’assessora defenestrata proverà ad andare “a prendersi” il Pd, uno dei giochi più in voga in città nel suicidio assistito di quel partito o di quel che ne resta.

Direte: che c’entra la biogas? Ci arriviamo. La Nolfi avrebbe sollevato dei problemi sulla scelta di andare a conferire lì i rifiuti, quando in campagna elettorale il sindaco in pectore prometteva che sarebbe andato fino all’Onu per non farla aprire. Ha ragione l’ex assessore all’istruzione, doveva andare a spiegare a Sacida – nella scuola di Sacida – che in Comune quella scuola avevano dimenticato di inserirla tra i documenti per la biogas per esempio. E sempre a Sacida, suo quartiere, oggi la Cafà spiegherà i benefici di quell’impianto per il quale nei giorni scorsi in Regione c’è stata l’ennesima conferma che c’è ben poco da fare. Si poteva agire prima, con la proposta che “sfiorò” il consiglio comunale, avanzata dal movimento “Città futura” rappresentato da Chiara Di Fede. Una modifica per le quali “non c’erano le condizioni politiche”, disse l’allora sindaco Luciano Bruschini. Chi era presente? Molti degli attuali consiglieri comunali di maggioranza, certamente l’intera giunta di oggi (Mazzi escluso). Nessuno battè ciglio. Modifica che avrebbe bloccato l’impianto per il quale – oggi – la dirigente regionale viene a dirci che “è in esercizio e autorizzato, non è possibile revocare l’autorizzazione perché non ci sono i presupposti, il riesame è possibile a certe condizioni o particolari problemi (ma non è il caso) o per nuovi elementi relativi alle carte”. Perché la scuola nei pressi sia stata “dimenticata” resterà un mistero, perché assessori che non c’entravano andavano a sollecitare provvedimenti sulla captazione dell’acqua a chi oggi è diventato dirigente altrove pure, che quell’impianto lo volessero – e lo vogliano – nella maggioranza di allora e di adesso è nelle carte.

Quelle giudiziarie, da una parte, quelle del Comune oggi. Nelle prime l’ex assessore Placidi – un tempo male assoluto come oggi la Nolfi – spiega per filo e per segno che l’impianto stava bene a tutti. Nelle seconde che lì si “deve” andare. In pratica – come ha spiegato l’assessore Fontana in commissione alla Regione – vogliamo la revisione dell’autorizzazione ma intanto conferiamo. E’ come – per fare un esempio – che dobbiamo divorziare, ma intanto compriamo casa insieme… Vogliamo far chiudere un distributore di carburante perché inquina ma intanto andiamo a farci benzina…

E comunque lasciateci qualche dubbio, in una città appiattita sul “copia e incolla”: la manifestazione di interesse indica 25 tonale settimanali, la determina a seguito dell’ordinanza del sindaco parla di 70 tonnellate. Dove portiamo le restanti 45 e a quale prezzo rispetto a quello “suggerito” – guarda caso – nel proporre una convenzione dalla società che gestisce l’impianto?

E già che ci siamo, chi prometteva di cacciare la Camassa entro due mesi (ricordando che era tutta colpa del fatto che fosse commissariata, oltre che dell’amministrazione precedente da lui stesso sostenuta) non è forse l’attuale primo cittadino? Lo sappiamo attento e capace, l’appalto nel frattempo non è scaduto? E l’Anac ha più risposto al quesito se occorre partire dall’aggiudicazione o dalla firma del contratto? Siamo in proroga senza saperlo? Di più: in quel capitolato c’è un costo per portare l’umido a destinazione, ora che l’impianto è più vicino, qualcuno – tra dirigente che non potrebbe essere in quel posto perché “a tempo” e funzionario che era opportuno non rimettere all’ambiente – si è preoccupato di questo? Stiamo decurtando le somme?

Speriamo. Intanto fra crisi, solenni impegni ad andarsene se avesse toccato gli assessori di Fratelli d’Italia smentiti il giorno dopo, fiducia rinnovata al sindaco (e ci mancherebbe) da chi teme di andare a casa perché il primo cittadino minaccia di lasciare, nessuno sembra girare per la città. O lo fa, senza rendersi conto delle condizioni di abbandono nelle quali si trova. A chi “fa” politica piacciono crisi, documenti, annunci roboanti anche per l’ordinaria amministrazione, pantomime. Intanto si dà la responsabilità alla precedente amministrazione – della quale si votarono un paio di bilanci (basta andare a rileggersi le delibere) – se c’è un disavanzo di 4 milioni di euro.

E’ tutto a posto, siamo ad Anzio…

In Regione la biogas delle beffe, cosa inventeranno ora?

Si potrebbe sempre fare ricorso alla frase di Alberto Sordi “A me m’ha bloccato la malattia” perché è difficile immaginare cosa andranno a dire domani in Regione, alla commissione incaricata di analizzare la richiesta di revoca dell’autorizzazione alla biogas di Anzio. Il sindaco potrebbe uscirsene dicendo che ad autorizzare quell’impianto è stato il suo predecessore insieme al dirigente dell’epoca e all’assessore “cattivo” Patrizio Placidi, potrebbe dire che lui era formalmente all’opposizione benché facesse azione di lotta e di governo. E poi potrebbe anche dire che in campagna elettorale ha promesso – vero – che sarebbe andato fino all’Onu pur di non far realizzare un impianto per il quale i lavori erano praticamente già iniziati, ma era solo uno slogan. Qualche difensore d’ufficio da tastiera, riferendosi alla campagna elettorale, parla del secondo impianto per il quale si sarebbe andati all’Onu, cercando di “assolvere” il sindaco dalla figuraccia. Solo che a leggere le carte di qualche indagine è proprio Placidi a ricordare di chi fossero gli interessi sulla seconda biogas. Nomi e cognomi, tutti candidati o sostenitori dell’attuale maggioranza.

Direte va be’, acqua passata… No, perché con chi l’ha autorizzata e con chi aveva interessi sulla seconda il sindaco si è alleato per tornare alla guida della città. Quando in consiglio comunale dove lui, gli attuali assessori Fontana, Ruggiero e Ranucci sedevano sui banchi dell’opposizione – almeno formalmente – è arrivata la richiesta di retroattività di quell’impianto si sono allineati al sindaco Bruschini. Il quale spiegò come non ci fossero le condizioni politiche per approvare quel provvedimento che avrebbe bloccato la realizzazione della biogas. Atto – ce lo dicono sempre le carte delle indagini – che avrebbe creato qualche problema a chi quell’impianto lo voleva, cioè alla maggioranza di centro destra vecchia e nuova che poi è sempre la stessa dal 1998 a oggi. Si potrebbe usare la frase di Alberto Sordi per togliersi dall’impaccio, suvvia, e magari ricordare che il Comune presentò anche un ricorso al TAR per bloccare l’impianto sentendosi rispondere che prima lo aveva autorizzato. O magari potrebbe provare a spiegare perché a dicembre si chiede la revoca dell’autorizzazione e poi si conferiscono oggi lì i rifiuti umidi del Comune. Cosa inventeranno, insomma?

Perché questo è successo, la biogas delle beffe è stata prima autorizzata e oggi viene utilizzata per portarci l’umido prodotto dai cittadini ai quali si vuole ancora far credere alle favole che quell’impianto non si vuole. Gli ultimi fatti dimostrano il contrario: la proprietà presenta una proposta di convenzione a 100 euro a tonnellata, la dirigente Santaniello prova a spiegare che non si può perché si deve fare una gara, adotta e revoca atti, quindi lascia l’incarico. Si evince – ma questo dovrebbero accertarlo altri – che la volontà politica è chiaramente di andare alla biogas che nel frattempo si è chiesto di chiudere per la vicinanza alla scuola e tutto il resto. La Santaniello lascia, il sindaco emette una ordinanza, spiega che risparmieremo (se il criterio è questo, w la biogas!) e nomina a dirigere l’ambiente chi per contratto è chiamato a fare altro e non potrebbe assumere quell’incarico. Il dottor Luigi D’Aprano, facente funzioni, indica a responsabile del servizio l’ingegnere Walter Dell’Accio. Rimette al suo posto, cioè, colui che ha dato il via libera alla biogas con Placidi – e pazienza – ma che opportunità vorrebbe si occupasse di altro. Perché in quel settore risulta indagato (e innocente fino a prova del contrario, sia chiaro) per un paio di vicende, ma anche vittima in un procedimento nel quale è imputato il “suo” assessore di riferimento. E’ un dettaglio, poi, che l’attuale sindaco lo ritenesse il responsabile, con Placidi, di avere avviato un “porta a porta” fallimentare in piena campagna elettorale nel 2013.

Cosa fa il responsabile? Un avviso nel quale si cerca chi possa offrire il servizio, partendo dal prezzo di 100 euro a tonnellata. Regolarissimo, sicuramente, ma vi immaginate se l’azienda X avesse proposto una convenzione al Comune per un servizio qualsiasi indicando un prezzo e questi poi sarebbe diventato la base di partenza per un avviso pubblico? Immaginate se a fare una procedura del genere ci fosse stato il “cattivo” Placidi insieme a Bruschini? Ecco, forse spiegare tutto questo a una commissione regionale, provare a salvare la faccia con quello che resta del comitato cittadino, sarà una impresa. Meglio la frase di Alberto Sordi.

Infine, sarebbe stato il caso di parlare di ciclo dei rifiuti prima. Della necessità di chiuderlo il più vicino possibile, certo. Di come funzionerebbe se ci fosse un vero “porta a porta”, il compostaggio domestico (altra beffa), la filosofia del “rifiuto zero”, la tariffa puntuale che premia i cittadini virtuosi e via discorrendo. Ma come disse l’attuale sindaco, chi proponeva gli impianti “o viene perché lo chiamano o perché sa che trova terreno fertile”. Ci sentiamo di dire che è per entrambe le cose. E’ lui ad essercisi alleato.

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Le nascite no, il reparto Covid sì. La sanità alla rovescia

La chiusura del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale “Riuniti” di Anzio-Nettuno è stata dettata dall’emergenza Coronavirus. Il direttore generale Narciso Mostarda – capace di attraversare senza colpo ferire prima e seconda repubblica – ha preso la palla al balzo e stabilito che qui non si nasce più. Era nell’aria, ma quel reparto e i servizi annessi non sono stati ancora “cancellati” quindi, venute meno le esigenze emergenziali, devono riaprire. Subito.

In questo senso bene faranno i cittadini che hanno organizzato il flash mob, chi ha presentato mozioni, sindaci e via discorrendo a diffidare l’azienda affinché si proceda alla riapertura. Vero che le nascite sono al di sotto degli standard, a causa del fatto che nel corso degli anni si è scientemente “svuotato” il reparto oltre che del calo demografico, ma un’utenza come quella di Anzio e Nettuno ha diritto a livelli essenziali di assistenza adeguati. I famigerati “Lea” che stabiliscono servizi, posti letto e personale a seconda della popolazione.

Su cosa in realtà debba essere questo ospedale e le scelte che debbono essere fatte – come qui umilmente si sosteneva a settembre scorso – aspettiamo indicazioni concrete e non proclami, né tagli del nastro di “Case della salute” che sono scatole vuote finché non prenderanno in carico realmente i cittadini, quando dovrebbero essere un modello. Meno ancora abbiamo bisogno di comunicati di chi difende l’indifendibile o di chi si erge a paladino della sanità ma fino a domenica nemmeno sapeva dove fosse l’ospedale di Anzio. No, abbiamo bisogno di scelte chiare.

Allora, paradossalmente, chiudiamola l’ostetricia e ginecologia. Ma sì, lo dicono i “numeri”, andiamo tutti ai Castelli in una logica di “hub” e “spoke” tanto cara ai manager della sanità, e siamo a posto. Va bene, si dica con chiarezza ma soprattutto si dica quale “percorso nascita” si propone per le donne del territorio, quali servizi (esiste ancora un consultorio?), come saranno “accompagnate” dal concepimento al parto facendo nel territorio tutto il necessario e chi materialmente le porterà all’ospedale dei Castelli al momento opportuno, poi ci si dica quale percorso di sostegno avranno una volta tornate a casa in termini di visite, allattamento al seno, persino banali certificazioni che vivendo ad Anzio e Nettuno si potevano fare all’ospedale di riferimento grazie a un familiare e poi andrebbero fatte ai Castelli.

Ce l’hanno la Regione e la Asl questo coraggio? Sono in grado di dire alle 300 donne che sono rimaste a partorire qui che saranno seguite sul territorio e andranno solo all’ultimo istante ai Castelli, peraltro con un servizio “taxi” della stessa Asl? Suvvia, assessore D’Amato e direttore Mostarda: se si coglie l’occasione di chiudere per l’emergenza Covid e ancora non si riapre, si dia un’alternativa seria e credibile e i cittadini potrebbero persino apprezzare.

Ma bisogna essere chiari e qui, purtroppo, lo si è poco. Perché i bambini devono nascere altrove, ma una struttura Covid sul territorio – Villa dei Pini – ce la ritroviamo senza autorizzazione e senza che siano finora resi noti provvedimenti adottati dalla Regione e dalla Asl nei confronti della proprietà. Il sindaco ha formalmente le mani legate. Certo, poteva evitare di salutare chi diceva di rinunciare al reparto Covid come “eccellenza sanitaria” e oggi essere lì a fare le barricate, potrebbe intanto fare un accesso agli atti alla Asl e alla Regione per capire la procedura seguita dalla proprietà di Villa dei Pini. Perché no una ordinanza che quasi certamente sarebbe stata stracciata dal Tar ma sarebbe un segnale: sarai pure una eccellenza, però hai di fatto aperto senza autorizzazione un reparto.

Detto del primo cittadino che comunque scriverà al prefetto, come sollecitato dalla commissione sanità, ci spiegano Regione e Asl per quale motivo i pazienti Covid della Rsa “San Michele” di Aprilia sono stati trasferiti in fretta e furia come previsto dai protocolli – per esempio – e quelli di Villa dei Pini restano qui? E perché si chiede la revoca dell’accreditamento di alcune realtà che hanno avuto focolai Covid nelle Rsa mentre qui tutto tace?

Sarà un’impressione sbagliata, ma sul nostro territorio assistiamo a una sanità alla rovescia: i bambini da far nascere no, i pazienti Covid usciti dalla porta e rientrati dalla finestra sì. Complimenti

Villa dei Pini Covid, prese in giro e inspiegabili silenzi

Avevano proposto di fare una Rsa Covid, ci sono riusciti. Diciamo le cose come stanno, a Villa dei Pini c’è un focolaio e quello che è uscito ufficialmente dalla porta, è rientrato dalla finestra.

Fingere che non esista il problema, come si ostinano a fare al Comune nel quotidiano bollettino che specifica i positivi al Covid 19 solo residenti, sa francamente di presa in giro. Come lo sa il silenzio della Regione Lazio che per altre strutture ha fatto fuoco e fiamme e ammesso che nelle Rsa ci sono stati pochi controlli (giusto, assessore D’Amato?) e di una Asl che quei controlli dovrebbe farli. I pazienti positivi da altre Rsa sono stati spostati (vedi la San Michele di Aprilia, per esempio), qui no: perché?

Gentilmente, qualcuno vuole spiegare ai cittadini cosa è successo a Villa dei Pini? Come sia stato possibile che si sia arrivati al focolaio? Quali misure si stanno adottando?

Nessuno, l’ho detto in tempi non sospetti, vorrebbe essere oggi al posto di un sindaco o di un amministratore pubblico con l’emergenza che stiamo vivendo. Ma ciò non toglie che i cittadini vadano rispettati. I malati, vittime evidentemente di qualche manchevolezza nell’adozione di misure idonee a prevenire l’infezione da Covid 19 in quella struttura, e coloro che devono fare i “salti mortali” per comprendere quanti sono realmente i casi ad Anzio e se corrono rischi. Al netto delle polemiche, degli “ultras” pro o contro chi guida la città, di chi spara a zero contro presunte “bufale” che tali non sono. Ad Anzio esiste un focolaio – un cluster, chiamatelo come volete – ed è in una struttura che voleva essere Rsa Covid, è stata salutata dal sindaco come “eccellenza sanitaria” quando ha detto che avrebbe rinunciato a quell’investimento, ora ospita quei malati tra poca indignazione e tanti silenzi.

Ha nulla da dire il plenipotenziario direttore generale della Asl, capitano di lungo corso della sanità che – come la stragrande maggioranza dei manager in questo settore – deve le sue “fortune” in buona parte alla politica? E l’assessore regionale? Oltre chiudere servizi all’ospedale – ci sarebbe da ragionare a lungo, non è il momento – e darci una scatola vuota come la “Casa della salute” che fatica a prendere in carico realmente i cittadini, sulla vicenda Villa dei Pini intendono fare chiarezza? Perché c’è poco da fare: la Regione autorizza, la Asl deve controllare. Quella struttura non è autorizzata Covid, o sì?

Il Comune? Nella smania comunicativa del primo cittadino aver “salutato” quella eccellenza ha costretto a fare retromarcia qualche giorno dopo e a chiedere ad Asl e Regione come stessero le cose. Ha chiesto controlli, sicuramente urlato alla sua maniera, così ora preferisce celarsi dietro ai casi dei residenti e pazienza. Cosa hanno fatto le altre istituzioni? Il sindaco è stato informato o non? Lui è la principale autorità sanitaria sul territorio e se quel gruppo imprenditoriale pubblicamente ringraziato per avere ritirato la richiesta di realizzare la Rsa Covid oggi di fatto la ospita, sicuro che non può fare nulla? E l’assessore alle politiche sanitarie del Comune che in un video su facebook invita chi lo critica a “guardarlo in faccia”, ha nulla da dire a proposito?

Restiamo ai dati, allora: da inizio epidemia Anzio ha registrato 68 casi, i numeri di Salute Lazio sono chiari. Non dividono tra residenti e non. Nella vicina provincia di Latina, per esempio, si contano 32 decessi tra i quali una donna originaria di Cremona e un senza fissa dimora tedesco, perché i casi sono avvenuti in quella Asl. Non si conta, pensate, un uomo di Fondi che però è morto ad Albano. Possiamo discutere sul metodo, ma i dati a oggi sono questi e i conti si fanno così.

Ad Anzio esiste, una “prevalenza” cioè i casi in rapporto alla popolazione in un determinato periodo che è vicino a 30 ogni 10.000 residenti, tra i più alti in questo momento nel Lazio. Ed esiste un gruppo che voleva una Rsa Covid, si è tirato indietro, ma ce l’ha ugualmente. Come e perché nessuno sa o vuole dircelo, tra Comune, Asl e Regione Lazio.

Siamo di fronte a una pandemia, nessuno gioisce – anzi – ma i silenzi e le prese in giro no. Sono troppo.

Il Comune, il sindacato, il viavai delle lauree

Un dirigente con un titolo per un altro ce lo abbiamo avuto, chi prometteva di “cacciarlo” se lo è tenuto prima che questi salutasse senza troppa benevolenza. Stavolta meglio non correre rischi, così sulla copertura di due posti di istruttore di vigilanza categoria D/1 (uno dei quali per personale interno) riservati alla polizia locale e per i sei di istruttore direttivo amministrativo (sempre metà agli interni) al Comune di Anzio si fanno sei atti in pochi giorni. Quelli del 16 e del 23 aprile sull’albo pretorio sono – per i modesti mezzi di chi scrive – introvabili. Però una copia, per fortuna, quando si scarica può essere conservata.

Direte: ma assumono! E certo, ne siamo tutti felici. Primo atto, servono lauree specialistiche o magistrali che vanno da giurisprudenza a relazioni internazionali, da scienze politiche a scienze dell’amministrazione, fino a scienze economico-aziendali, con relativi riferimenti alle lauree del vecchio ordinamento. Servono sia per i vigili, sia per gli amministrativi. E’ il 16 aprile.

Una settimana dopo, con l’intento di assicurare “la massima partecipazione”, il bando viene integrato alle lauree triennali che riguardano – ancora – le aree precedenti. E’ il 23 aprile. Tra le motivazioni dell’ampliamento “la particolare situazione emergenziale che ha provocato una non prevedibile criticità economica e occupazionale sull’intero territorio nazionale”. I posti non si aumentano, andrebbe rifatta la delibera e trovati i fondi necessari, ma le possibilità di partecipare causa Covid 19 sì.

Si racconta in Comune che ci sia particolare attenzione alla vicenda da parte di delegati sindacali, uno in particolare: non è pubblica ma ci sarebbe persino una lettera che invita a indicare altri classi di laurea. Arriviamo al 5 maggio, alle lauree triennali per gli istruttori di vigilanza si aggiunge quella di scienze dell’educazione e della formazione, mentre alle magistrali quella di ingegneria chimica. Agli amministrativi si aggiunge la prima, ma non la seconda.

Un viavai di lauree, dunque, qualche preciso sollecito, pare. Si sa, la difesa dei lavoratori…