Addio ad Angelo Palmieri, l’avvocato che non querelava i giornalisti

L’avvocato Angelo Palmieri (foto da latinaoggi.eu)

“Tu sei giornalista, ma difetti della vista….” Angelo Palmieri, il decano degli avvocati di Latina, è mancato oggi all’età di 94 anni. Non ho mai seguito da vicino la giudiziaria, ma è capitato di incontrarci spesso e di avere anche scambi molto interessanti. La frase che riporto all’inizio me la disse quando, in sella a un ciclomotore, dietro a un giovane del suo studio, arrivò fuori dalla caserma dei carabinieri senza indossare il casco. “Avvocato, proprio lei…” e lì rispose con una battuta ma anche spiegando che in quel momento era semplicemente la mia parola contro la sua. Una piccola pillola di diritto.

La parola di chi, per una vita, ha fatto il difensore anche di chi aveva commesso il delitto più atroce, perché tutti – e per fortuna – hanno diritto alla difesa. Di chi, quando gli ricordavano la sua uscita poco felice al processo per il massacro del Circeo rispondeva “io ho fatto l’avvocato”. Potevi essere d’accordo o meno – sul femminicidio ad esempio eravamo lontani anni luce – ma ti colpiva sempre la sua lucidità nelle analisi.

Con Lidano Grassucci lo coinvolgemmo nei “Dialoghi sulla sanità” e accolse volentieri l’invito, così come si lasciò intervistare quando dirigevo “La Provincia” a Latina, raccontò degli oltre 100 processi per omicidio ai quali aveva preso parte (nel frattempo saranno diventati 150 o chissà quanti) e del carcere “nel quale ogni politico dovrebbe fare un po’ di esperienza”. Teneva tantissimo alle sue origini di Sperlonga, città nella quale il padre era stato medico condotto, al punto che lui ricordava spesso di essere – fino a qualche tempo fa – riconosciuto ancora come “il figlio di…” e non l’avvocato di grido qual era diventato. Sottolineava spesso, proprio in quei “Dialoghi”, la necessaria umanità del medico e ancor più quella di chi assume la difesa in un processo. A un dibattito di Amnesty international contro la pena di morte, anni prima, spiegò come e perché non può mai prevalere la vendetta sulla giustizia.

E aveva talmente a cuore la libertà di informazione che mandava via i clienti che volessero querelare i giornali. Non ha mai sporto denuncia contro i giornalisti, ritenendo la nostra professione indispensabile, anche quando purtroppo commettiamo errori. Una cosa non sono riuscito ad avere, la lettera che Angelo Izzo – suo assistito nel processo per il massacro del Circeo – gli scrisse quando sembrava essersi redento, prima di uccidere ancora. “Se gli avessero riconosciuto all’epoca l’infermità mentale, oggi non saremmo qui”, disse. E con il senno di poi, forse, aveva ragione.

Io dagli scambi avuti, sempre cordiali – l’ultimo in un supermercato vicino al suo studio, ormai qualche anno fa – sento di avere appreso ogni volta qualcosa. Abbraccio Donatella, la figlia giornalista che per un periodo collaborò anche a “La Provincia” e tutti i familiari. Se ne va un signor Avvocato e la maiuscola è voluta,

“Segni d’autore”, quando arte fa rima con inclusione

Ci sono serate che ti riconciliano con la vita frenetica di tutti i giorni. “Segni d’autore”, al Forte Sangallo di Nettuno, è stato questo. La locandina con le immagini dei cantautori che hanno segnato la storia d’Italia e il fatto che l’iniziativa fosse di Giovanna Rinaldi, erano di per sé una garanzia. Con personaggi come Lucio Dalla o Pino Daniele, Fabrizio De Andrè o Lucio Battisti, sono cresciuto e ho fatto crescere i figli, quindi ogni occasione è buona per riascoltare i loro capolavori, ma anche quelli proposti al Forte da Battiato a Rino Gaetano, da Ron a Vecchioni, Bennato e De Gregori. Quella dell’altra sera è stata un’ottima occasione.

Giovanna, invece, non ha bisogno di presentazioni. La conosco da quando era poco più che bambina, mette talento, passione e la giusta dose di testardaggine in tutto quello che fa ed è cresciuta tantissimo anche nell’interpretazione ovvero nel restituire al pubblico non solo i testi in Lingua dei segni (Lis) ma anche a renderne il significato. Il sunto lo ha fatto egregiamente Roberto Alicandri, presidente del consiglio comunale di Nettuno, presente insieme all’assessore alla cultura, Roberto Imperato: “Abbiamo fatto casino – ha detto Alicandri – ma soprattutto cultura e inclusione”. Difficile dargli torto, perché “Segni d’Autore” è stato tutto questo. Uno spettacolo che ha celebrato la grande musica d’autore italiana attraverso un linguaggio universale fatto di musica dal vivo, teatro e appunto Lingua dei segni italiana, sulla quale Giovanna e la sua Aps Quattrotto sono diventati una certezza. Lo dimostra il progetto “Lascia parlare le tue mani”, un laboratorio di teatro-danza Lis nato con l’obiettivo di utilizzare la Lingua dei segni come autentico linguaggio espressivo capace di dare voce alle emozioni, coinvolgendo studenti, famiglie, artisti e persone con differenti abilità in un percorso condiviso di crescita umana e artistica.

Si è ballato e ci si è commossi, è stato possibile apprezzare le capacità della band “La Scelta” con il suo Social tour ma anche giovani talenti come Tommaso Onorato. Le donne presenti hanno messo gli occhi, diciamo la verità, su Mario Ermito che oltre a essere talentuoso è certamente una bella presenza. E poi tanti altri, da Ivana Pellicanò a Giovanni Proia, fino a Salvatore Gabriel Valerio. Un mix perfetto, fatto di parole, musica, ricordi e racconti. I protagonisti principali? Non ce ne vogliano gli altri, ma sono stati i ragazzi del laboratorio dell’assistenza specialistica dell’Apicio Colonna Gatti (ad applaudirli in platea anche la dirigente scolastica, Renata Coppola) e del progetto “Lascia parlare le tue mani”.  

Giovanna, ancora una volta, ha saputo mettere insieme una “squadra” vincente, coniugare arte con inclusione e regalare emozioni. Brava!

Conosco Francesco da una vita, almeno lasciatemi i dubbi

Conosco Francesco Osanna da quando è poco più che ragazzino. Lui studente, io giovane cronista a “Latina Oggi”. Il corteo passava in Corso della Repubblica, i manifestanti mi mandavano a quel paese, poi salivano con il comunicato “che ce lo pubblichi”? Io, che tenero non sono mai stato, rispondevo che l’avrei pubblicato, certo, ma solo dopo aver restituito il “vaffa” ricevuto poco prima.

Da allora sono passati anni, Francesco si è fatto strada da solo, ha lasciato la politica attiva quando era fianco a fianco a una giovanissima Giorgia Meloni, ha detto basta con la “Comunità” – come la chiama chi appartiene a quel mondo – e “si è fatto da solo”. Lavorando a livello internazionale. Un successo partito dal basso, facendosi carico anche delle vicende familiari.

Ora che si trova agli arresti domiciliari e adesso che pur restando giornalista non mi dedico più alla cronaca in prima persona, capisco perfettamente che il provvedimento che lo riguarda “fa” notizia.

Figuriamoci, uno così conosciuto, con il suo curriculum politico, uno che è arrivato dal nulla, accusato di maxi raggiri. Però, conoscendolo, mi chiedo: è possibile? Leggo il comunicato della Finanza, i pezzi dei colleghi, la notizia è in home su tutti i siti pontini. So che non potrebbe essere altrimenti. Poi leggo la nota mandata dall’avvocato Salvatore Sciullo per conto di Francesco e scopro che per le vicende contestate è stato già processato e assolto. Inevitabilmente, la replica non ha lo stesso spazio.

Però c’è scritto che oltre le assoluzioni, Francesco ha pagato tutti e io ci credo. Se colpevole o meno, sarà un processo che finirà chissà quando a dirlo. Nel frattempo la cronaca fa il suo corso, molti sono pronti a scatenarsi, i leoni da tastiera “sguazzano” e allora io voglio essere una voce contro. Perché conosco Francesco e perché – come diceva Norberto Bobbio – “compito degli uomini di scienza, è seminare dubbi e non già raccoglier certezze”.  Io che non sono uomo di scienza, provo semplicemente a ragionare. Perché ammesse pure tutte le cose che dice la Finanza, se davvero siamo di fronte a contestazioni già chiarite allora siamo di fronte a un classico errore giudiziario.

Vicende sulle quali saranno la Procura, da un lato, e la difesa, dall’altro, a portare avanti le proprie tesi. Io esprimo semplicemente i dubbi di chi prova a capire meglio cosa è successo ma soprattutto la mia vicinanza personale – per quel poco che conta – a Francesco e a chi condivide con lui la vita.

Il Frosinone in A, l’incontro con Alvini e la “tigna” (ma solo)

Adesso che sono arrivati tutti i verdetti, voglio per una volta dedicarmi al calcio e in particolare al fortuito incontro con l’allenatore del Frosinone, Massimiliano Alvini, artefice dell’impresa del ritorno in serie A della squadra ciociara. E’ noto che io di calcio capisca poco, rispetto i “soloni” dell’ovvio e chi davvero sa di tecnica e tattica. Apprezzo chi – ma sono pochissimi – non ha peli sulla lingua.

Premessa doverosa per fare i complimenti, con qualche settimana di ritardo, al Frosinone tornato in serie A e a quella sera a cena al “Pepe Rosa”, dall’amico Paolo, una garanzia nel centro storico del capoluogo. C’era Alvini con alcuni collaboratori, uscendo mi avvicino per salutarlo ed esprimere il mio apprezzamento per come stavano andando le cose. “Mister, adesso posso venire allo Stirpe, sa com’è la scaramanzia, finora non avevate mai perso….” E lui: “L’aspetto, ma oggi abbiamo giocato la migliore partita del campionato”. Era quella persa poche ore prima con il Venezia. Lì, io che sempre ne capisco poco, ho detto che il ritorno in A era praticamente cosa fatta. Quando un allenatore sconfitto commenta in quel modo – senza cercare scuse – se lavora in una società che nel mio periodo alla guida del Messaggero di Frosinone e anche dopo non ho mai sentito lamentarsi con gli arbitri (con i giornalisti ogni tanto sì, ma fa parte del gioco….) se la squadra dà spettacolo e ci mette pure la “tigna” è difficile non arrivare in fondo.

Al mio arrivo conobbi Fabio Grosso, autore di una straordinaria cavalcata ma capace di comunicare il suo addio solo con un sms. L’anno dopo, in A, Eusebio Di Francesco, capace di buttare alle ortiche una salvezza già conquistata e del quale per l’intero campionato successivo – quando aleggiava persino lo spettro della C – si parlava nei bar cittadini. Una ferita che resta aperta, quella retrocessione, con un mister che anziché costruire come gli si chiedeva è andato via ed è retrocesso ancora a Venezia ma finalmente è riuscito a salvarsi a Lecce. La genuinità di Alvini rispetto a loro due vale molto di più.

Il ritorno del Frosinone in A (raggiunto ieri dal Monza dopo i play off, con Palermo che aveva uno squadrone ma è rimasto in B) dice tante altre cose. Anzitutto a quel personaggio singolare di Claudio Lotito, presidente della “mia” Lazio. Mia e di tutti i tifosi che lui ha allontanato, deriso e sbeffeggiato, prendendo in giro la storia di una società gloriosa che nelle sue mani rischia di finire miseramente. E’ troppo presuntuoso per chiedere a Maurizio Stirpe, presidente del Frosinone, di capire il suo “modello” al quale manca solo la conferma nella massima serie. Poi lo dice a un movimento, quello del calcio, che piange per non essere andato ai Mondiali per la terza volta di fila ma non ammette le sue colpe. A cominciare dai “procuratori” nelle giovanili e per finire all’invasione di troppi brocchi stranieri mentre qualche nostro ragazzo andrebbe valorizzato.

Ora Giovanni Malagò, uno che di risultati se ne intende (ma sui conti di Milano/Cortina sono stati sollevati molti dubbi) sarà chiamato al capezzale di un paziente moribondo e cercherà di sistemare le cose. Senza una vera “rivoluzione”, però, che parta dai settori giovanili e che sappia programmare (chiedere a tennis, volley, rugby, atletica, nuoto….) difficilmente si andrà lontano.

Allora di questa stagione – scellerata per la Nazionale e per la “mia” Lazio, meglio la genuinità e il bel calcio di Alvini, insieme la “tigna” ciociara. “Ma solo“, direbbero a Frosinone.

Ps: Allo “Stirpe” non sono riuscito ad andare, però ho una mezza idea per la prossima stagione

Ps1: Adani commenterà ancora per quanto le partite della Nazionale?

Ps2: A che serve mettere la mano davanti alla bocca quando si è sotto di 3 gol e si deve battere una punizione?

Ciao Fiorenzo, quanta strada insieme. Grazie!

Forse non è un luogo comune, quello secondo il quale ci sono vicende che non capitano per caso. Ho appreso della morte di Fiorenzo Capomaggi mentre ero in viaggio per Genova, forse l’ultima città rimasta a interpretare l’essere comunisti come lo intendeva lui. Sotto la “Lanterna” ovunque ti giri si “respira” ciò che fu il Pci e quello che ancora oggi porta avanti Rifondazione: al porto c’è un vero e proprio baluardo di “compagni” che dimostrano ogni volta cosa può fare ciò che è rimasto della classe operaia. Soprattutto che è dalla parte degli “ultimi”, dimenticati ormai praticamente da tutti. O degli sfruttati senza essere operai, ma “esercito salariale di riserva” (cito Marx, so che gli piacerà) nei lavori intellettuali.

È vero, la sto prendendo da lontano, ma la scomparsa di Fiorenzo ha avuto l’effetto di una mazzata e della vita che ti passa davanti. L’ho conosciuto che ero ragazzino, come tanti altri che in queste ore lo stanno piangendo giocavo a baseball con il figlio; l’ho vissuto crescendo sempre nello sport, l’ho ritrovato da adulto e nel mio lavoro quando c’era da sapere qualcosa del passato (“no Gianni, Napolitano qua non è mai venuto e nemmeno era così stimato nel partito ad Anzio”, rispose dopo l’elezione del Presidente della Repubblica), ho sempre apprezzato il suo modo di essere a disposizione. Potevi anche pensarla diversamente, ma questo importava poco: c’era, dialogava, provava a portarti dalla sua parte, si addolorava quando diceva “ma cosa vi abbiamo fatto di male?” perché non sapeva spiegare in che modo fosse scomparso il patrimonio di quello che era stato il più grande partito comunista in un Paese che non fosse dell’Est europeo.

Fiorenzo aveva vissuto la guerra, lo sfollamento, la fame, aveva iniziato a lavorare sui motori delle barche, col tempo era diventato un riferimento nel settore termoidraulico, si era impegnato giovanissimo nel Pci. Raccontava, ad esempio, di quando si parlava dell’avvento della Palmolive e l’esponente più autorevole del partito, Amos Sabatini, disse “è una cosa troppo grande, non possiamo decidere in pochi, qua si deve convocare l’assemblea degli iscritti”. È  storia di una vita fa, è cambiato il mondo, ma proviamo a immaginare quale fosse lo spirito oggi perduto: partecipare a una decisione importante per la città, condividere, confrontarsi. Cose oggi difficilmente immaginabili. Non seguì il Pds, scelse Rifondazione e lì  è rimasto fino all’ultimo, anche se nel 2018 firmò per sostenere la mia candidatura a sindaco. Gli dissi “allora vinciamo” e rispose “non credo, però so chi sei e metticela tutta”. Era stato consigliere comunale e assessore – questo nella breve esperienza di Giorgio Polverini sindaco – e ripeteva in ogni occasione utile “il primo fascicolo per realizzare il nuovo campo di baseball l’ho portato io”. Era vero, negli anni d’oro del baseball anziate, con la prima squadra “ammazzagrandi” e i giovani che vincevano scudetti, eravamo alle “4 casette” e serviva il nuovo impianto. Ecco, se oggi c’è il “Reatini” non dobbiamo dimenticare di ringraziare Fiorenzo, insieme a tutti gli altri che credettero nell’impresa.

E qui veniamo al baseball, attraversato prima con l’Anzio, quindi con il Marconi (grazie al quale la storica società potè continuare e esistere dopo la scellerata “fusione” con la Roma), poi con i Pirati. Io l’ho avuto dirigente accompagnatore da ragazzino – e sembrava grandissima quella Peugeot Talbot con la quale ci portava in trasferta, seduti in 4 o 5 nella parte posteriore – poi fino alla juniores. L’attenzione a tutti noi era massima, se c’era da organizzare la trasferta e pensare al cibo si partiva con bruciatore e pentole al seguito e tutti gli ingredienti per mangiare prima o dopo le partite, ovvero più leggeri prima, magari con un piatto di tortellini (rigorosamente di Moscatelli) poi. Alla frutta, inevitabilmente, pensava mio padre, al secolo Zi’ Carlo.

Capirete che la morte di Fiorenzo è qualcosa che sconvolge, tocca nell’intimo, fa male. Quanta strada abbiamo fatto insieme… Tra gli aneddoti sui quali poi avremmo sorriso  uno tra Pci e baseball, dopo la morte di Berlinguer. Eravamo cresciuti, disputavamo un torneo a Potenza, io che ero un pessimo giocatore ma già allora “studiavo” (mi prendono in giro anche adesso) che avevo un’anima radicale ma grande rispetto del leader comunista, mi trovai a parlare con Fiorenzo del possibile successore. Era una scelta sofferta, difficile, si sapeva che nessuno avrebbe potuto eguagliarlo. E si votava per le europee. Solo che il nostro treno sarebbe arrivato troppo tardi e lui e gli altri che avevano diritto di votare non avrebbero fatto in tempo. Quel treno però fermava a Latina, se qualcuno fosse andato alla stazione lui avrebbe votato ed era certo che chi di noi poteva esprimersi lo avrebbe fatto per il Pci. Ma tra chi era ai seggi e chi aveva altri impegni, l’ultima spiaggia per quel passaggio era Zi’ Carlo, il quale mise la scusa del lavoro ma poi ammise “e certo, vengo a prendervi per farvi votare comunista”. Si sa, era democristiano…

Andò che per la prima e unica volta il Pci superò la Dc e Fiorenzo non votò, rimanendoci male per non aver contribuito ma felice per il “sorpasso”. Forse l’inizio della fine, per come andò cinque anni dopo alla “Bolognina” con la svolta, ne parlammo spesso negli anni successivi, scherzando su quell’episodio.

Quando nacquero i Pirati fu naturale la scelta di Fiorenzo presidente. Vincemmo il campionato, io ero l’allenatore della migliore formazione che uno potesse avere in quella categoria, ci divertimmo, tornammo tutti ragazzi e si riaprirono le porte della sua casa fosse la festa estiva o la polenta in inverno. Faceva “squadra” anche così, il presidente, e raramente gli ho sentito alzare la voce in campo e fuori. E di politica in campo non si parlava, forse in una sola occasione a mia memoria, per la mancata fiducia a un governo, ma finì subito. Una volta, dopo la promozione, prendemmo tanti punti in un inning e io non avevo sostituito il lanciatore come invece forse era il caso. Venne a trovarmi qualche giorno dopo, mi disse “io lo avrei tolto, ma decidi te”. Aveva ragione, ma fatemi sfatare una leggenda: non ha mai fatto la formazione a nessuno. Però il Gioco lo conosceva eccome. E così conosceva il suo lavoro, l’evoluzione che aveva avuto la città, si preoccupava della famiglia e di sapere come stavamo noi, un po’ tutti suoi ulteriori “figli”.

Sono addolorato, abbraccio Marisa, la moglie, Nicoletta, Corrado e Natascia – i figli – e gli adorati nipoti. Mi piace pensare che nell’aldilà – anche se non credeva ci fosse quello che chiamano paradiso – sia con Angelo, James, Eroe, Stefano, Mimmo, Trigoria, il Kette. Orlando, Massimo e Zi’ Carlo a godersi il miglior baseball del mondo e lasciando stare la politica. E siccome nulla accade per caso, scrivo mentre sto tornando da Genova. Ciao Fiorenzo, grazie per tutto.  

Ciao Gigi, avevi ragione: la vita è un depliant

Luigi Raniero Avvisati (Foto da Il Granchio)

“La vita è un depliant, oggi qua e domani là”. Quante volte te l’ho sentita dire, caro Gigi. Ah no, al secolo Luigi Raniero Avvisati, per tutti Gigi “Sega Sega” ma non disdegnavi di farti chiamare Zio Gigi o Conte. Poi rivendicavi con forza il titolo al quale ti eri autoproclamato: Borgomastro. Ovviamente del Borgo di Nettuno, la tua “casa”, il luogo dove eri nato e cresciuto, svolgendo il prezioso ruolo di ebanista.

Eri bravo, assai, qualche lavoretto hai pure continuato a farlo a patto che quelli che ti chiamavano per sistemare delle cose ti invitassero anche a pranzo. Solo che prima tifoso, poi fotoreporter, lo sport era diventato la tua casa. Il baseball, in particolare, ma anche l’Olimpico per il calcio, gli stadi di basket, le piscine per la pallanuoto. Faceva poca differenza, per te, che avevi alle spalle anche due Olimpiadi come reporter.

I ricordi in questo triste momento per la tua famiglia, per la città di Nettuno, per il mondo dello sport in generale, sono molteplici.

Entrammo in campo per primi, ad esempio, quando l’Italia vinse l’Europeo di baseball nel ’91, nel rinnovato stadio di Nettuno. Io giovane cronista e te vestito tricolore ma con la macchinetta già pronta, insieme a quella di Marco Rossi. Ci siamo “scazzati” non ricordo più quante volte quando al Granchio ti dicevo che le foto non andavano bene e che avevamo chiesto altro. Finiva con una risata, per fortuna, qualcosa che potesse andare alla fine lo trovavamo. A tavola, invece, non ce n’era per nessuno. Al punto di mangiare una improbabile torta alla presentazione di non ricordo quale campionato di serie A di pallanuoto. Perché “La vita è un depliant, oggi qua e domani là”

A un certo punto eri diventato non semplicemente il fotografo ufficiale del Comune di Anzio ma una sorta di cerimoniere, mentre girare l’Italia con te significava che il Benetton della situazione venisse a salutarti ignorando, magari, fior di giornalisti accreditati. Sei stato generoso e soprattutto una persona buona, di quelle che aneddoti a parte sono ricordate proprio per questo.

Ciao Gigi, so che un giorno ci rivedremo e sarai pronto a scattare la tua foto, anzi lo starai già facendo. Anche “di là”.

Aggressioni (e non solo) ai medici. Presentiamo il mio libro ad Anzio

Le aggressioni ai medici e al personale sanitario stanno “facendo” molto notizia ma sono un fenomeno che si trascina da tempo. Di questo (e non solo), si occupa il libro “Volevo solo fare il medico. Storie di aggressioni, mobbing e maxi-risarcimenti” edito da Giubilei Regnani e scritto dal giornalista Giovanni Del Giaccio. Un “viaggio” nel quale: “Si racconta di aggressioni, violenze, mobbing per chi ha denunciato le storture di un sistema, ma anche di maxi-risarcimenti e medicina difensiva. Si analizzano le diverse modalità di aggressione e si fanno parlare i protagonisti. Gli “eroi” che abbiamo presto dimenticato e le tante, troppe carenze del servizio sanitario pubblico”.

Il libro, con la prefazione del presidente della Federazione nazionale dell’ordine dei medici, Filippo Anelli, sarà presentato ad Anzio sabato 7 marzo alle 17,30 presso la sede della Lega Navale Italiana, riviera Zanardelli 38.

Interverranno per i saluti il presidente della Lega Navale, Alessandro Sciolari, il sindaco di Anzio, Aurelio Lo Fazio e l’assessore al turismo Valentina Corrado. A dialogare con l’autore ci saranno la consigliera regionale Emanuela Droghei e il segretario nazionale della Cisl Medici, Biagio D’Alessandro.

“Li abbiamo chiamati eroi – si legge nella sinossi – ma ce ne siamo dimenticati presto. Come se il Covid non abbia insegnato nulla, quando in realtà la pandemia ha messo a nudo le carenze del sistema sanitario, la mancata programmazione ed esaltato il ruolo di tutti i medici che sono stati in prima linea. Li abbiamo chiamati eroi, ma continuiamo ad aggredirli e non solo fisicamente. C’è chi ci ha rimesso la vita, è vero, chi ha subito violenza sessuale, chi è stato picchiato o si è trovato di fronte una pistola. Poi ci sono coloro che quelle carenze le hanno denunciate e per questo sono stati messi da parte e inutilizzati (ma non c’è carenza di medici?) e coloro che passeranno il resto della vita in tribunale per difendersi da accuse spesso infondate o maxi-richieste di risarcimento. Raccontiamo le loro storie: volevano solo fare i medici”.

Beffa ai danneggiati da sangue, soldi tolti per un acceleratore

L’acceleratore lineare è uno strumento fondamentale per la cura dei pazienti oncologici. Su questo, non ci sono dubbi. Ha un costo elevato per le aziende ospedaliere o sanitarie, ma si tratta di un investimento importante perché il macchinario è in grado di raggiungere e distruggere le cellule tumorali, garantendo attraverso la radioterapia risultati spesso soddisfacenti. È una premessa doverosa per introdurre quanto accaduto con il decreto legge 29 ottobre 2025, numero 156 “Misure urgenti in materia economica”. L’atto,  pubblicato sulla gazzetta ufficiale 252 del 29 ottobre, destina all’Azienda sanitaria provinciale di Agrigento  4 milioni di euro per il 2026 e voi direte: qual è il problema? È una cosa buona. Certamente, se non fosse che per far fronte a quella somma “si provvede mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 2, comma 361, della legge 24 dicembre 2007, numero 244”. Testualmente: “4-quinquies. ((Ai fini dell’acquisto di un acceleratore lineare e del relativo bunker finalizzato alla sua installazione, sono destinati, per l’anno 2026, 4 milioni di euro all’Azienda sanitaria provinciale di Agrigento per l’ospedale “San Giovanni di Dio”. Agli oneri di cui al presente comma, pari a 4 milioni di euro per l’anno 2026, si provvede mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 2, comma 361, della legge 24 dicembre 2007, n. 244)”.

Vale a dire che saranno tolti 4 milioni di euro dalle somme destinate a risarcire soggetti emofilici infettati da farmaci emoderivati, in particolare il comma citato parla delle transazioni che ancora oggi sono il modo di chiudere in maniera tombale una vicenda scandalosa che ha riguardato le infezioni dovute al sangue nel nostro Paese tra gli anni ’70 e ’90. Immancabile il richiamo a un ulteriore decreto riferito sempre ai soggetti “danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a  causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazioni di emoderivati

Risultato? La coperta è corta e per comprare l’acceleratore si toglie ai danneggiati dal sangue. L’ennesima beffa.

Ciao Alessandro, so che ci ritroveremo su un diamante

Alessandro Tiberti (foto davidecamera.com)

Nel mondo del baseball si dice che “c’è sempre un diamante sul quale ci rincontreremo” e oggi che Alessandro Tiberti ci ha lasciato sono certo che andrà così. Su un campo – quello di Nettuno – ci eravamo conosciuti, era l’inizio degli anni ’90, sullo stesso campo ci siamo salutati l’ultima volta. Era il 12 agosto, al “Borghese” c’erano i play off tra Nettuno 1945 e Macerata.

“Ma ci sei?” – mi avevi chiesto al telefono. E io “Certo, ci vediamo stasera”. Ironia della sorte, al parcheggio di fronte allo stadio arrivammo nello stesso momento.

Un abbraccio, poi la domanda sulle condizioni di salute che sapevo non essere delle migliori, anzi. “Me la cavo dai, ormai sono anni che ci convivo”. E quel sorriso, il suo, quello di sempre. Come di tanti anni prima, lui all’agenzia Area io a Latina Oggi, lui a Rds e io a seguire le partite per Radio Omega Sound e il Granchio. Lo volemmo al nostro fianco per i 15 anni della testata, eravamo di fatto partiti insieme e a quella realtà era rimasto legato.

Tra le esperienze avventuroso e indimenticabile il viaggio che facemmo fino a Parma per le finali del ’96, con il Nettuno avanti 3-0 nella serie. “Evitiamo l’autostrada, facciamo da Orte a Cesena e poi la via Emilia”. Un po’ come dire che per andare da Roma a Napoli passi prima per Viterbo. Ma le finanze erano quelle che erano e l’autostrada una spesa di troppo, solo che partiti con largo anticipo e fermatici vicino casa sua, il viaggio durò un’eternità sulla E45 e decidemmo – in extremis – di prendere l’autostrada. Risultato? Allo stadio “Europeo” arrivammo in contemporanea con il pullman dei tifosi del Nettuno, partito praticamente tre ore dopo di noi. “Sete magnato?” ci chiese la mamma di Mauro Cugola, ovviamente la risposta era negativa, ma ci salvarono le banane della signora. Nettuno perse il quarto e il quinto incontro, al sesto arrivò la vittoria e per fare quelli “fighi” io facevo l’esperto in un suo collegamento e Alessandro in un mio. Poi altre finali, come quella in cui mi disse “non posso venire, sto in studio, ti colleghi te?”. Cosa che feci, raccontando in diretta che lo scudetto andava al Parma, perché gli arbitri dopo una dura contestazione avevano lasciato il campo. E poi, ancora, la sera che dovevamo andare in diretta ma Giuliano Salvatori – al secolo Bughele – accese il suo trattorino. Alessandro, con l’educazione che gli era proverbiale, disse “scusi, dobbiamo lavorare” e lui “tengo da lavora’ pure io”. Finì con una risata e comunque in diretta ci andammo. Nel frattempo, dopo anni di precariato, era arrivato a Rai Sport e io al Messaggero, ci eravamo incontrati in qualche occasione per le elezioni dell’Ordine (“ti candidi e non mi hai chiesto il voto, ma tanto te lo do lo stesso”), sentiti più di rado, fino all’estate scorsa. “Sai, quest’anno rimandiamo le finali in diretta e voglio riprendere un po’ di contatto con l’ambiente”. Perché i giornalisti, quelli veri, e Alessandro lo è stato, fanno così: vanno, vedono e raccontano.

Lui avrebbe dovuto seguire la finale e così era venuto a vedere dal vivo. “Ma riesci a venire? Tanto è Parma e San Marino, mi sembrano le meglio attrezzate. Certo Bologna, una delusione, mentre Grosseto se facesse una sola squadra magari tornerebbe a vincere…” Non solo era venuto a vedere, si era preparato. Come fanno i giornalisti, ripeto quelli veri. Inevitabile parlare del Nettuno, di quello grande che avevamo conosciuto e vissuto insieme, di Marco Ubani andato via troppo presto, dei nostri aneddoti, del fatto che il baseball in Italia avesse perso da tempo quel poco appeal che aveva. “Guarda – gli dissi – che se promuovono bene il baseball5 forse qualcosa si recupera”. “Ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai seguito, magari dopo la finale chissà. Ma riesci a venire?”

Gli risposi che ce l’avrei messa tutta, invece non ce l’ho fatta e nemmeno l’ho più sentito da quella sera. Porto con me l’ultima chiacchierata, tanti bei ricordi e l’assoluta certezza che sì, c’è un diamante sul quale ci ritroveremo. Ciao Alessandro!

La signora con il tumore, costretta a pagarsi la colonscopia

Non entravo all’ospedale “Santa Maria Goretti” di Latina da tempo, ieri ci sono andato da paziente, per una visita programmata . Nei poliambulatori al di sotto di malattie infettive eravamo io e una signora: minuta, occhi chiari, tanta voglia di raccontare di sé, dei suoi malanni e dei disagi che affronta. La chiamerò Cristina e nei giorni delle polemiche sulle liste d’attesa o della prosopopea sugli “Stati generali della salute” mi va di raccontare la sua storia.

Perché è una di quelle – tante, tantissime – che i giornali hanno “dimenticato” di seguire, presi come sono dai diktat di chi comanda che preferisce le veline alla vita reale. Non mi stupisce, è un mondo nel quale ho vissuto a lungo e so come funzionano certe cose. Però le storie come quella di Cristina “fanno” ancora notizia e qualcuno dovrebbe continuare a preoccuparsene, per rispetto della professione che facciamo.

Ci provo io, sommessamente. La signora in questione grazie alle prevenzione ha scoperto anni fa un tumore al seno, è stata operata e segue regolarmente lo screening. Nel frattempo un altro tumore è comparso, stavolta al colon, quasi per caso come mi ha raccontato lei, facendo accertamenti per un’altra patologia (“non mi faccio mancare niente”). Anche in questo caso, è stata operata e le sono stati prescritti esami diagnostici di controllo. Nello specifico la colonscopia che deve eseguire con calma, entro un anno. “Però non c’è posto, non me la prenotano, così sono costretta a pagarla”. Sì, avete capito bene. Una donna operata di tumore, con il famigerato codice 048, costretta a pagare la colonscopia di controllo.

Mentre i direttori generali e sanitari delle Asl ripetono come un mantra che è necessaria la “presa in carico” dei pazienti, quelli fragili in particolare o con comorbidità, Cristina deve trovare per conto proprio un centro dove fare la colonscopia e pagarsela. Non è questione di Rocca o di Zingaretti che l’ha preceduto, attenzione, ma di civiltà. Quella che la politica e i supermanager che nomina, hanno dimenticato. Una normale “presa in carico” dovrebbe prevedere che la struttura alla quale la donna è affidata, le programmi e prenoti direttamente l’esame. Invece no, una cittadina malata di tumore deve fare il giro delle sette chiese e pagarsi pure la prestazione.

Direte “ma credi a quello che ti ha raccontato”? Sì, ma ho pure verificato ed è la stessa regione nel suo “Monitoraggio sui tempi di attesa” (aggiornato al 27 agosto, mentre scrivo è il 19 novembre 2025) a riconoscere che l’indice per la colonscopia è pari a 55. Il che significa che la prima prestazione utile entro l’anno, Cristina la può anche ottenere ma non a Latina (indice 49,7, quindi attesa ancora più lunga rispetto alla Regione).

E se è una donna sola che non guida più come un tempo? Cerca una soluzione vicino casa e paga. Per dovere di cronaca è giusto dire che la stessa prestazione, tenendo conto dell’offerta in tutto il Lazio ha un indice di 80 se urgente (sono quelle che possono prenotare direttamente i medici e vanno eseguite nell’arco di 72 ore), scende a 55,4 se breve (da fare entro 10 giorni), a 52,4 se differibile (entro 60 giorni) e risale a 59,3 se programmata ovvero da eseguire entro 120 giorni.

E questa storia della colonscopia apre un’altra pagina. La collega Linda Di Benedetto ha scritto sul Fatto Quotidiano che la Regione Lazio fornirebbe dati alterati rispetto alle liste d’attesa. Il presidente Rocca si è difeso, sostenendo di essere nel giusto.

In realtà basta recarsi a uno sportello Cup o telefonare al Centro unico di prenotazione per scoprire che le cose stanno in questo modo innegabile e beffardo: il paziente di Anzio ha una prescrizione con priorità B. Chiama e in un ambulatorio vicino casa non c’è posto, può spostarsi e chiede per altri centri nel raggio di una trentina di chilometri (Aprilia, Latina) o magari Roma dove può andare in treno ma entro 10 giorni non c’è posto. Anzi sì, a Cassino o Viterbo. Risultato? Il paziente dice “no grazie”, il sistema regionale di prenotazioni dice “ok, ma io entro 10 giorni te l’avevo garantita e sei tu che hai rifiutato”. Con la conseguenza che il paziente si rivolge al privato e la Regione dice di rispettare i tempi.

Qualcuno lo spieghi a Cristina e a quanti, come lei, si sentono presi in giro quando gli si racconta che sulle liste d’attesa è tutto a posto. Ripeto, non ne faccio e non ne ho mai fatto una questione di chi guida la Regione ma di onestà intellettuale.

Infine, per la medesima onestà, è giusto dire che le liste sono solo uno dei problemi e che se domani mattina apriamo un servizio, tra una settimana le attese si creano. Questo non vale, però, per le situazioni come quella di Cristina e di tanti altri. Non può e non deve valere.