Ciao Angelo, possiamo solo dirti grazie

Era stato faticoso riportarlo sul campo di baseball. Aveva chiuso con quel mondo, un po’ nauseato, ma prima per lo “Stefano7” e poi per l’evento di 50 anni di baseball ad Anzio, c’era tornato. Perché quella era casa sua. Perché a noi tutti teneva come fossimo figli.

Oggi siamo qui a piangerlo, Angelo Scagnetti, presidente dell’Anzio baseball dei tempi d’oro, della promozione nella massima serie, degli scudetti giovanili, del campo da costruire. Siamo tutti noi che in quell’ambiente siamo cresciuti, abbiamo praticato questo fantastico sport con i figli, vediamo oggi proseguire una tradizione di famiglia con le nipoti. Angelo è stato un riferimento, dicevi Scagnetti in quegli anni e volevi dire baseball. Ma lui è stato anzitutto un grande artigiano, nella sua “bottega” – che dalla piazza, fino all’ultimo, ha sempre raggiunto a piedi – sono nate creazioni uniche. Ha avuto un ruolo importante nell’associazione di categoria, se n’è andato senza vedere realizzato il sogno di quella “Città artigiana” che aveva immaginato insieme ad altri e che aveva abbandonato dopo aver capito che c’era poco da fare. Anzio, da questo punto di vista, perde uno dei suoi artigiani migliori.

Anni fa mi raccontava delle sue opere in Belgio, per esempio, nelle boutique di diamanti, diceva che qui ci sono tante norme sulla sicurezza da rispettare “poi vai nel cuore dell’Europa dove fanno queste leggi ma trovi i fili elettrici volanti”. Conosceva il suo mestiere come pochi, era rimasto umile nonostante il presidente del Rimini baseball – Rino Zangheri – lo chiamasse “collega”, solo che lui aveva una falegnameria industriale e Angelo una bottega dove capitava di svolgere anche riunioni per parlare di baseball. Ci siamo cresciuti, tra il campo e quel posto, anche quando non era più presidente se ci incontrava chiedeva sempre come andassero le cose. Ci teneva, a tutti noi.

Gli episodi che vengono in mente sono tanti, dall’infortunio scendendo dal tabellone segnapunti dopo la prima vittoria in serie Nazionale, giocavamo allora a Nettuno, alla notte che lo svegliarono perché la prima squadra aveva vinto a Rimini e mica c’erano i telefonini, bisognava andare a casa e suonare…. Dalla riunione con l’allora sindaco Piero Marigliani che promise che il campo nuovo si sarebbe fatto – eravamo alle “4 casette” – alla prima volta in quello stadio dove raccoglievamo l’erba per far giocare la prima partita e lui montava le panchine per gli spogliatoi che sono ancora lì, dalla trasferta negli Usa nel ’90 a quando mi disse “tu alleni, ma non ti possiamo mica pagare, fai tutti i corsi e quelli sono a carico nostro, studia te che sei portato”. E l’amore per Anzio, l’arredamento del museo dello sbarco o l’idea di eseguire i lavori a Villa Sarsina “li farei pure gratis”. Mi diede anche uno “stipendio”, una volta, conservo da qualche parte la copia di un assegno di 250.000 lire che usai per l’università. Non avevamo vinto una partita quell’anno, ma volle premiare la mia costanza, la passione che ci mettevo nel seguire i ragazzini. E lo sentivi poco, però tornato dai corsi o dalle convention dovevi dirgli come era andata, fargli sapere che novità c’erano.

Non l’ho mai sentito dire una parola fuori posto, quando ho allenato e lui era dirigente non ha mai fatto mancare nulla ai ragazzi che sentiva – come era stato con noi – un po’ “suoi”. Ho visto in lui sempre una straordinaria passione. E’ quella che ha tramandato ai figli per il lavoro e per il baseball, è quella che abbiamo conosciuto noi che possiamo solo stringerci alla moglie Teresa, ai figli Pino, Laura e Andrea, a tutti i nipoti in un grande abbraccio.

Manchi già Angelo e grazie presidente, possiamo solo dirti questo.

Addio a Zucconi, quei ritagli e il piacere di leggerlo…

Vittorio Zucconi (foto da Repubblica.it)

Vorrei tanto dirlo a mio figlio, se solo ci fosse una cabina telefonica qui…” Di Vittorio Zucconi, il giornalista morto oggi, conservo un’infinità di “ritagli“. Quella di mettere da parte articoli, prima dell’avvento del web e dei pdf, è una vecchia passione. La frase che riporto all’inizio concludeva il primo pezzo su “Repubblica” del viaggio che intraprese in Italia sulle orme dello sbarco dei “Mille”. Raccontava – come solo lui sapeva fare – delle preoccupazioni del figlio per la situazione italiana, ironizzava, spiegava che sì il museo di Marsala era chiuso ma lui aveva trovato un custode disponibile e che gli aveva fatto da guida. Del fatto che nessuno lo aveva aggredito o derubato, per esempio, ma che non poteva dirlo perché fuori al museo non c’era modo di telefonare. E’ passato qualche anno, è evidente, le cabine sono un lontano ricordo. Ma non era cambiato il suo modo di raccontare, quello che ti prendeva dalla prima all’ultima riga, quello che ti faceva “vivere” insieme ai protagonisti, ti “portava” nei luoghi – in America, soprattutto – e ti spiegava cosa stava succedendo.

Leggerlo era un piacere, ascoltarlo anche quando si collegava con Radio Capital, i suoi pezzi non erano mai banali. Mai. Fosse il reportage sulle elezioni americane, il mondiale di calcio scritto da un’angolazione assolutamente diversa o il racconto della vittoria degli Usa contro Cuba alle Olimpiadi di Sidney Un evento storico, per chi conosce un po’ di batti e corri…

Chi aveva la passione per questo lavoro e ha avuto anche la fortuna di farlo, ha sempre avuto in Vittorio Zucconi un punto di riferimento, un fine conoscitore del mestiere prima ancora che delle cose del mondo, rese al pubblico – mi ripeto – in maniera affascinante. Non mi è mai capitato di incontrarlo, per quello che vale scrivo qui la stima che avevo per lui. E conservo ancora più gelosamente quei ritagli di stampa.