Ciao Renato, sei “uscito benissimo”

Scusa Renato ma possibile che in 30 anni di consiglio comunale non hai mai aperto bocca? Mai un Intervento? “Non serve, le decisioni si prendono prima”. Leggete la frase tra virgolette con la sua inconfondibile R moscia e avrete di fronte Renato Amabile, l’ex consigliere di Anzio che ci ha lasciato oggi, 22 settembre 2026. Aveva 83 anni, 30 dei quali trascorsi appunto fra i banchi del consiglio comunale. Era entrato nel 1990, nella “quaterna” del Psi trainata da Luciano Bruschini – che di lì a poco sarebbe diventato sindaco per la prima volta e dal fratello Luigi – non è più uscito fino al 2018, passando dai socialisti al Ppi, quindi a Forza Italia. Di fatto restando sempre in maggioranza e rigorosamente a presiedere la commissione elettorale. Perché aveva ragione, le decisioni si prendono in anticipo. Lo sapeva bene, avendo attraversato prima, seconda e terza repubblica.

Con lui si era instaurato un rapporto di amicizia, ti chiamava per perorare ora la causa di un comitato e ora per il comunicato di un collega, per darti una dritta (esagerava un po’ sull’accaduto, ma non sbagliava mai sul contesto) o chiedere ad esempio “trattami bene Marcolino”, il suo giovane pupillo Maranesi. Non c’era volta – anche di recente – che non ti salutasse dicendo “stai uscendo bene”. Il che poteva significare tutto o niente, anzi le interpretazioni dell’ambiente anziate erano le più disparate su questa frase. Solo che Renato – nella sua semplicità – era comunque presente, lo è stato fino all’ultimo, sulla scena della politica locale. Non un leader, anzi, ma pronto a recepire tutto ciò che succedeva. Con un “faro” sempre ben presente, cioè Luciano, inteso come Bruschini. L’uomo che Amabile non ha mai abbandonato.

Di Renato potrei raccontare aneddoti infiniti, come quella volta che ricevetti una telefonata dal ministero dei lavori pubblici. Mi chiesero che “taglio” volessi allo Zodiaco, perché assegnavano case Inadel solo che io non avevo chiesto nulla, era stato lui a segnalare il mio nome. Rifiutai e gli feci notare che non era il caso, lui rispose serafico “Ma te la trovi, lascia fa”. Non la presi ugualmente, ma lui aveva questo modo di concepire la politica, il ruolo di consigliere, di “dare una mano” quando serviva. A chi lo chiedeva e anche a chi non, come nel mio caso. E poco importava di che partito fosse, perché “lì c’è un bel gruppo” o “quelli sono amici” o “possono servire” o ancora “sentilo, è meglio”. Smussava gli angoli, quando necessario, come quella sera che portò me e Ivo Iannozzi a cena con l’allora deputato Michele Caccavale che ci aveva denunciato, provando a mediare ma in quel caso inutilmente. O come quando sostenne – prima elezione diretta del sindaco – la candidatura di Peppino Tarisciotti che era il sindaco uscente, del Psi, e durante una cena con lui disse “a Bettino rimprovero una cosa, non aver lasciato i soldi al partito”. Bettino era Craxi, ovviamente, e Renato era orfano di quel Psi nel quale in fondo in fondo aveva creduto. E negli anni a venire, con Bruschini sindaco, quanti incontri… “vediamoci con Luciano, non è come avete scritto”.

Lui interpretava la politica così, lo faceva in modo semplice e genuino, magari cercava di far vedere che si era interessato anche se non ce ne era bisogno, da ultimo per una vicenda che si poteva risolvere (e si è risolta) con un appuntamento online. Non vi dico della sua ipocondria, chi lo conosce sa bene di che parlo, e di quanti professori avrà interpretato anche per un raffreddore. Aveva sempre qualcuno “a Roma” da consultare, magari passando per l’amico Piermartini.

Stavolta, purtroppo, non c’è stato nulla da fare. Ho sul telefono il messaggio che è riuscito a mandare dicendo che era in ospedale, poi più nulla. Posso dire che per come ha interpretato il suo ruolo, per la visione che aveva e che i cittadini che si rivolgevano a lui condividevano, è “uscito benissimo”. Piango un amico sincero e presente, abbraccio la moglie Sandra e il figlio Roberto, i nipoti. Conservo l’ultima bottiglia che mi ha regalato. Sa per quale occasione avrei voluto usarla e sa pure che sarà alla sua salute. Ciao Renato.

Ciao Fiorenzo, quanta strada insieme. Grazie!

Forse non è un luogo comune, quello secondo il quale ci sono vicende che non capitano per caso. Ho appreso della morte di Fiorenzo Capomaggi mentre ero in viaggio per Genova, forse l’ultima città rimasta a interpretare l’essere comunisti come lo intendeva lui. Sotto la “Lanterna” ovunque ti giri si “respira” ciò che fu il Pci e quello che ancora oggi porta avanti Rifondazione: al porto c’è un vero e proprio baluardo di “compagni” che dimostrano ogni volta cosa può fare ciò che è rimasto della classe operaia. Soprattutto che è dalla parte degli “ultimi”, dimenticati ormai praticamente da tutti. O degli sfruttati senza essere operai, ma “esercito salariale di riserva” (cito Marx, so che gli piacerà) nei lavori intellettuali.

È vero, la sto prendendo da lontano, ma la scomparsa di Fiorenzo ha avuto l’effetto di una mazzata e della vita che ti passa davanti. L’ho conosciuto che ero ragazzino, come tanti altri che in queste ore lo stanno piangendo giocavo a baseball con il figlio; l’ho vissuto crescendo sempre nello sport, l’ho ritrovato da adulto e nel mio lavoro quando c’era da sapere qualcosa del passato (“no Gianni, Napolitano qua non è mai venuto e nemmeno era così stimato nel partito ad Anzio”, rispose dopo l’elezione del Presidente della Repubblica), ho sempre apprezzato il suo modo di essere a disposizione. Potevi anche pensarla diversamente, ma questo importava poco: c’era, dialogava, provava a portarti dalla sua parte, si addolorava quando diceva “ma cosa vi abbiamo fatto di male?” perché non sapeva spiegare in che modo fosse scomparso il patrimonio di quello che era stato il più grande partito comunista in un Paese che non fosse dell’Est europeo.

Fiorenzo aveva vissuto la guerra, lo sfollamento, la fame, aveva iniziato a lavorare sui motori delle barche, col tempo era diventato un riferimento nel settore termoidraulico, si era impegnato giovanissimo nel Pci. Raccontava, ad esempio, di quando si parlava dell’avvento della Palmolive e l’esponente più autorevole del partito, Amos Sabatini, disse “è una cosa troppo grande, non possiamo decidere in pochi, qua si deve convocare l’assemblea degli iscritti”. È  storia di una vita fa, è cambiato il mondo, ma proviamo a immaginare quale fosse lo spirito oggi perduto: partecipare a una decisione importante per la città, condividere, confrontarsi. Cose oggi difficilmente immaginabili. Non seguì il Pds, scelse Rifondazione e lì  è rimasto fino all’ultimo, anche se nel 2018 firmò per sostenere la mia candidatura a sindaco. Gli dissi “allora vinciamo” e rispose “non credo, però so chi sei e metticela tutta”. Era stato consigliere comunale e assessore – questo nella breve esperienza di Giorgio Polverini sindaco – e ripeteva in ogni occasione utile “il primo fascicolo per realizzare il nuovo campo di baseball l’ho portato io”. Era vero, negli anni d’oro del baseball anziate, con la prima squadra “ammazzagrandi” e i giovani che vincevano scudetti, eravamo alle “4 casette” e serviva il nuovo impianto. Ecco, se oggi c’è il “Reatini” non dobbiamo dimenticare di ringraziare Fiorenzo, insieme a tutti gli altri che credettero nell’impresa.

E qui veniamo al baseball, attraversato prima con l’Anzio, quindi con il Marconi (grazie al quale la storica società potè continuare e esistere dopo la scellerata “fusione” con la Roma), poi con i Pirati. Io l’ho avuto dirigente accompagnatore da ragazzino – e sembrava grandissima quella Peugeot Talbot con la quale ci portava in trasferta, seduti in 4 o 5 nella parte posteriore – poi fino alla juniores. L’attenzione a tutti noi era massima, se c’era da organizzare la trasferta e pensare al cibo si partiva con bruciatore e pentole al seguito e tutti gli ingredienti per mangiare prima o dopo le partite, ovvero più leggeri prima, magari con un piatto di tortellini (rigorosamente di Moscatelli) poi. Alla frutta, inevitabilmente, pensava mio padre, al secolo Zi’ Carlo.

Capirete che la morte di Fiorenzo è qualcosa che sconvolge, tocca nell’intimo, fa male. Quanta strada abbiamo fatto insieme… Tra gli aneddoti sui quali poi avremmo sorriso  uno tra Pci e baseball, dopo la morte di Berlinguer. Eravamo cresciuti, disputavamo un torneo a Potenza, io che ero un pessimo giocatore ma già allora “studiavo” (mi prendono in giro anche adesso) che avevo un’anima radicale ma grande rispetto del leader comunista, mi trovai a parlare con Fiorenzo del possibile successore. Era una scelta sofferta, difficile, si sapeva che nessuno avrebbe potuto eguagliarlo. E si votava per le europee. Solo che il nostro treno sarebbe arrivato troppo tardi e lui e gli altri che avevano diritto di votare non avrebbero fatto in tempo. Quel treno però fermava a Latina, se qualcuno fosse andato alla stazione lui avrebbe votato ed era certo che chi di noi poteva esprimersi lo avrebbe fatto per il Pci. Ma tra chi era ai seggi e chi aveva altri impegni, l’ultima spiaggia per quel passaggio era Zi’ Carlo, il quale mise la scusa del lavoro ma poi ammise “e certo, vengo a prendervi per farvi votare comunista”. Si sa, era democristiano…

Andò che per la prima e unica volta il Pci superò la Dc e Fiorenzo non votò, rimanendoci male per non aver contribuito ma felice per il “sorpasso”. Forse l’inizio della fine, per come andò cinque anni dopo alla “Bolognina” con la svolta, ne parlammo spesso negli anni successivi, scherzando su quell’episodio.

Quando nacquero i Pirati fu naturale la scelta di Fiorenzo presidente. Vincemmo il campionato, io ero l’allenatore della migliore formazione che uno potesse avere in quella categoria, ci divertimmo, tornammo tutti ragazzi e si riaprirono le porte della sua casa fosse la festa estiva o la polenta in inverno. Faceva “squadra” anche così, il presidente, e raramente gli ho sentito alzare la voce in campo e fuori. E di politica in campo non si parlava, forse in una sola occasione a mia memoria, per la mancata fiducia a un governo, ma finì subito. Una volta, dopo la promozione, prendemmo tanti punti in un inning e io non avevo sostituito il lanciatore come invece forse era il caso. Venne a trovarmi qualche giorno dopo, mi disse “io lo avrei tolto, ma decidi te”. Aveva ragione, ma fatemi sfatare una leggenda: non ha mai fatto la formazione a nessuno. Però il Gioco lo conosceva eccome. E così conosceva il suo lavoro, l’evoluzione che aveva avuto la città, si preoccupava della famiglia e di sapere come stavamo noi, un po’ tutti suoi ulteriori “figli”.

Sono addolorato, abbraccio Marisa, la moglie, Nicoletta, Corrado e Natascia – i figli – e gli adorati nipoti. Mi piace pensare che nell’aldilà – anche se non credeva ci fosse quello che chiamano paradiso – sia con Angelo, James, Eroe, Stefano, Mimmo, Trigoria, il Kette. Orlando, Massimo e Zi’ Carlo a godersi il miglior baseball del mondo e lasciando stare la politica. E siccome nulla accade per caso, scrivo mentre sto tornando da Genova. Ciao Fiorenzo, grazie per tutto.  

Aggressioni (e non solo) ai medici. Presentiamo il mio libro ad Anzio

Le aggressioni ai medici e al personale sanitario stanno “facendo” molto notizia ma sono un fenomeno che si trascina da tempo. Di questo (e non solo), si occupa il libro “Volevo solo fare il medico. Storie di aggressioni, mobbing e maxi-risarcimenti” edito da Giubilei Regnani e scritto dal giornalista Giovanni Del Giaccio. Un “viaggio” nel quale: “Si racconta di aggressioni, violenze, mobbing per chi ha denunciato le storture di un sistema, ma anche di maxi-risarcimenti e medicina difensiva. Si analizzano le diverse modalità di aggressione e si fanno parlare i protagonisti. Gli “eroi” che abbiamo presto dimenticato e le tante, troppe carenze del servizio sanitario pubblico”.

Il libro, con la prefazione del presidente della Federazione nazionale dell’ordine dei medici, Filippo Anelli, sarà presentato ad Anzio sabato 7 marzo alle 17,30 presso la sede della Lega Navale Italiana, riviera Zanardelli 38.

Interverranno per i saluti il presidente della Lega Navale, Alessandro Sciolari, il sindaco di Anzio, Aurelio Lo Fazio e l’assessore al turismo Valentina Corrado. A dialogare con l’autore ci saranno la consigliera regionale Emanuela Droghei e il segretario nazionale della Cisl Medici, Biagio D’Alessandro.

“Li abbiamo chiamati eroi – si legge nella sinossi – ma ce ne siamo dimenticati presto. Come se il Covid non abbia insegnato nulla, quando in realtà la pandemia ha messo a nudo le carenze del sistema sanitario, la mancata programmazione ed esaltato il ruolo di tutti i medici che sono stati in prima linea. Li abbiamo chiamati eroi, ma continuiamo ad aggredirli e non solo fisicamente. C’è chi ci ha rimesso la vita, è vero, chi ha subito violenza sessuale, chi è stato picchiato o si è trovato di fronte una pistola. Poi ci sono coloro che quelle carenze le hanno denunciate e per questo sono stati messi da parte e inutilizzati (ma non c’è carenza di medici?) e coloro che passeranno il resto della vita in tribunale per difendersi da accuse spesso infondate o maxi-richieste di risarcimento. Raccontiamo le loro storie: volevano solo fare i medici”.

Ciao Francesco, è una promessa: non molleremo

Ci sono notizie che ti lasciano senza fiato. La morte di Francesco Squintu è una di queste. Un infarto fulminante lo ha portato via, mentre ad Anzio, a Villa Sarsina, si scriveva una pagina di storia alla quale aveva dato il suo contributo. Ho conosciuto Francesco sette anni fa, alla vigilia della mia candidatura, nella sede del Pd. Abbiamo trascorso insieme quei mesi, fino alla sonora sconfitta, scoprendo che avevamo una comune provenienza dai Radicali e che sui diritti ci trovavamo sempre. Ricordo gli incontri alla neuropsichiatria di Villa Albani per affrontare i problemi e cercare soluzioni, in un modo che solo chi vive in casa un’esperienza del genere può fare. Si era candidato, come tutti senza grande successo, non aveva mai mollato prima con Italia Viva e poi nel lungo e difficile percorso – tra un caffè e l’altro, a disegnare possibili scenari – che ha portato all’intesa per Lo Fazio sindaco, fino alla vittoria inaspettata. E per questo ancora più bella: “La strada è cominciata sette anni fa. Non si arriva alla fine se non si parte. Con pazienza si semina anche quando sembra inutile. Ciò che sembrava impossibile si è realizzato. Per me una fetta della gioia di ieri nasce da quella sconfitta” – ha scritto sotto un mio post che celebrava quel momento, il 3 dicembre.

E quando ho detto che il blog avrebbe cambiato pelle, settimana scorsa: “Serviranno sempre le tue parole. Che saranno da sprone alla nuova classe politica emergente della nostra Città, per non cadere negli errori del passato. Ripristinare la normalità amministrativa, un rapporto non più da sudditi con i Cittadini e un occhio al futuro“. Oggi vorrei tanto che queste parole non servissero, perché sono velate di tristezza.

Francesco, orgogliose origini sarde, dirigente d’azienda e consulente, poteva forse non essere “portodanzese” ma ha avuto a cuore questa città mettendosi sempre a disposizione e portando una passione senza eguali in tutto ciò che faceva.

Possiamo solo fare una promessa, caro Francesco: non molleremo.

Lo Fazio sindaco, qualche riflessione e poi mi taccio (non proprio eh…)

“Scusate il ritardo“, avrebbe detto lo straordinario Massimo Troisi ma nell’ultimo mese e mezzo come immaginerete è successo di tutto. La campagna elettorale, l’elezione a sindaco di Aurelio Lo Fazio che ha dello storico, la sentenza al processo “Tritone”. Per le elezioni avevo promesso silenzio e così è stato, come sapete ho seguito da vicino la campagna di Aurelio, contribuendo a scrivere il programma, mettendo a disposizione il simbolo della civica che aveva (e ha) l’idea di realizzare #unaltracittà, immaginando le cose da dire e il modo in cui farlo, curando con il prezioso aiuto di un giovane professionista il palinsesto dei social.

Che potesse accadere il miracolo no, sinceramente non ci credevo. Già raggiungere il ballottaggio è stata un’impresa, vincere al secondo turno una gioia indescrivibile. Una “liberazione” dopo 26 anni nei quali, l’ho sempre ammesso, a qualcosa di chi ha governato la città avevo pure creduto. Sbagliando. Dopo 26 anni di un “modello di amministrazione” che non c’è mai stato, come ampiamente dimostrato dalla Commissione d’accesso e – se andiamo a ben guardare – già anni fa dalla relazione del Ministero dell’economia e finanze con i “famosi” 27 punti. O con le contestazioni e le relative condanne della Corte dei conti, fino al “sistema Anzio” che insieme a pochissimi altri denunciavamo. Fino alla vergogna dello scioglimento per mafia con un percorso di decadenza avviato nel 2013, con lo scontro fratricida della destra locale.

Nessuno ci credeva, invece è successo e come ho scritto su facebook sono felice….

L’ULTIMO DEI MOHICANI

A volerla raccontare da giornalista che da ormai 40 anni segue le vicende del territorio, Aurelio è L’ultimo dei Mohicani della prima repubblica. Nato e cresciuto democristiano, rimasto sempre dalla stessa parte nell’evoluzione avuta dalla Dc, ha attraversato da consigliere comunale e assessore ad Anzio, da consigliere provinciale e assessore in Provincia, da dirigente prima e direttore poi in Regione, un’era. Alla sua carriera politica mancava solo la ciliegina sulla torta che adesso è arrivata. L’intesa dopo il primo turno non era scontata, serviva un politico navigato per trovarla e c’è riuscito e gli elettori hanno premiato la scelta. Una squadra tutta nuova, per la quale il sindaco farà da “chioccia”. Non sarà una passeggiata, lo sa, ma la città ha scelto e non può deluderla. Lui, ma tutta la “squadra”. Chi c’è stato dall’inizio e chi è arrivato per il ballottaggio.

LA CAMPAGNA

La strategia è stata chiara: nessun attacco personale agli avversari, riportiamo al centro la politica, parliamo della città e alla città (“Anzio!” si è rivelato una scelta indovinata), rimarchiamo che c’erano altri e non noi dal 1998, puntiamo su una figura autorevole e spendibile come Aurelio, mandiamo messaggi positivi, rimarchiamo la responsabilità politica (il penale è affar loro) dello scioglimento. Mai una nota oltre le righe, l’idea della destra-centro che qualcuno ha fatto notare come un errore è stata un modo (riuscito) per attirare l’attenzione, così come il pensare politico e amministrare civico, qualche video sulle differenze nei programmi. Nell’epoca dei social, delle condivisioni, della disintermediazione, non abbiamo dimenticato che le parole restano importanti e farsi capire ancora di più. Per questo abbiamo ripetuto che il dialogo era centrale.

Adesso c’è una grande responsabilità, quella di continuare a farlo perché dire le cose in campagna elettorale è relativamente semplice, mantenerle molto più complesso.

LA GRANDE OCCASIONE

Sindaco e coalizione hanno davanti una possibilità senza precedenti, paragonabile a quello che accadde nel ’98 con l’elezione di De Angelis. In quella campagna elettorale si “sfilarono” dagli schieramenti tradizionali da una parte Piero Marigliani e dall’altra Maria Vittoria Frittelloni. De Angelis arrivò al ballottaggio che aveva 8 voti più dello sfidante, Giovanni Garzia, rappresentante dell’Ulivo, e vinse. Venivamo da due commissariamenti a stretto giro, il primo con Stefano Bertollini sindaco, il secondo con Renzo Mastracci. La città chiedeva un governo stabile e lo trovò, diversi dal centro-sinistra cominciarono a spostarsi (e l’elenco sarebbe lungo…) forti di consensi e preferenze. Ora può accadere il contrario, a patto che ci sia una differenza: non cadere nell’errore del potere fine a se stesso, nelle beghe interne, nell’arroganza del “ho vinto e faccio come mi pare”, nella mancanza di rispetto per l’avversario.

Se a destra devono fare una riflessione, è proprio questa: come hanno gestito, negli anni, consensi che ancora oggi le liste hanno dimostrato di avere. Forse le “guerre” alle quali abbiamo assistito (2013 su tutte), in danno alla città, alla fine sono state pagate. Ecco l’errore che non dovrà fare il “campo largo” e civico che sostiene Lo Fazio. Dall’altra parte, può essere quasi un bene aver perso: gruppo consiliare ristretto e praticamente tutto nuovo, giovani con i quali puntare al rinnovamento reale. Gli altri “Mohicani” della prima repubblica sono arrivati al capolinea politico e non hanno eletto propri rappresentanti in Consiglio. E’ il caso che capiscano che è arrivata l’ora di passare la mano.

TRITONE E LA “MALEDIZIONE” DEL PUPAZZO

In tutto questo sono arrivate, con molta calma e tempi poco degni di un paese civile, la sentenza sulle incandidabilità e quella del processo “Tritone”. Quest’ultima, in particolare, ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso. Io continuo a pensare quello che ho sempre sostenuto e cioè che i risvolti giudiziari esulano da chi ci ha portato a questa condizione e ha precise responsabilità politiche. Per aver fatto mettere il vestito bello a qualche poco di buono, averlo pericolosamente avvicinato alla cosa pubblica, essersi girato altrove. Con la sentenza – al momento di primo grado – si conferma la “maledizione” del pupazzo. Da quando, in piazza Pia, venne messo un manichino che doveva rappresentare Sant’Antonio ma lo faceva a dir poco in modo irriverente, per non dire blasfemo, è successo di tutto a quella maggioranza. Aneddoto a parte, ciò che abbiamo letto nelle carte e quanto emerso al processo sono da brividi e la sensazione è che noi sia finita. Dispiace, sinceramente, che servano anni per arrivare a tanto ma la Dda ha dovuto colmare, non dimentichiamolo, anche numerose lacune della magistratura ordinaria di Velletri che da queste parti si è vista ben poco.

Detto ciò, mi “taccio”. Questo è stato uno spazio di denuncia, di opposizione, di racconto delle cose che non andavano, scoperte di “copia e incolla”. Ho fatto il “cane da guardia” come si conviene a chi svolge il ruolo di giornalista. Aver seguito da vicino la campagna e aver vinto, comporta una riflessione diversa ma tranquilli, il blog non chiude. Intanto si occuperà d’altro (comunicazione, salute….) senza far mancare un occhio sulle vicende cittadine.

ps, ho finalmente avuto modo di conoscere la presidente della commissione straordinaria, Antonella Scolamiero, alla quale mi sono presentato come “il giornalaio“. Abbiamo chiarito le nostre incomprensioni ed è la cosa che fanno le persone perbene. Ho ringraziato lei e gli altri componenti, confermando qualche perplessità sull’operato, riconoscendo che Anzio è una città difficilissima. Con la prefetta Scolamiero abbiamo appuntamento per un pranzo, insieme a una comune conoscente. Non mancherò.

Vero, non siete mafiosi. Ma vi siete prestati

La campagna elettorale è iniziata e sembra di sentire chi ha portato la città allo scioglimento per condizionamento della criminalità organizzata: “Non siamo mafiosi” (vero), “Non ci hanno arrestato” (altrettanto vero), “Gli atti compiuti erano regolari” (ci mancherebbe pure). Quindi? Votateci, perché lo scioglimento è stato ingiusto, c’è chi ha gettato fango sulla città e via discorrendo. Li sentite anche voi, vero?

Aggiungete che per candidato sindaco è stato scelto un generale dei carabinieri, Crescenzio Nardone, il quale in perfetta continuità con chi lo ha indicato per quel ruolo se l’è presa con i media che hanno avuto la “colpa” di raccontare, il gioco è fatto.

Ebbene sì, non siete mafiosi ma come emerso prima nelle carte dell’indagine e poi nel corso del processo a Velletri, avete prestato il fianco a chi è accusato del malaffare. Andavate, con il beneplacito guarda caso proprio di qualche carabiniere che fingeva di non aver visto, in casa di persone agli arresti domiciliari, parlavate di appalti da assegnare, di affidamenti sotto soglia, vi tenevate e zitti le minacce che arrivavano. Quando si è insediata la commissione d’accesso avete nascosto le carte, provato a rimandare grazie a un’anticorruzione che spesso si era girata altrove e a dirigenti e funzionari “allineati” la consegna dei documenti. Avete consentito, con il beneplacito di un “signorsì” buono per ogni stagione, che dopo il frettoloso ingresso in Aet si utilizzasse una struttura che doveva essere evitata. Non avete, almeno finora e francamente questo è l’aspetto che interessa meno, responsabilità penali ma politiche sì, enormi.

Perché quel “modello di amministrazione” che volevate farci credere era a uso e consumo del vostro bacino elettorale (“i nomi ce li hanno dati loro”, parlavano delle assunzioni alla Camassa) e si è pericolosamente avvicinato a chi è ancora oggi in odore di ‘ndrangheta. Prima ancora a chi era in Malasuerte e in ogni altra indagine  fatta a fatica, tanta fatica perché le forze dell’ordine locali non escono affatto bene da “Tritone”. Quando si sosteneva che se ci fosse stato un investigatore avremmo saputo molte cose in più, non era campato in aria. Non è mancata solo la politica, come emerge dalle carte e dal processo, ma più generalmente lo Stato. Sì, quello con la S maiuscola. Come se questo fosse un porto franco.

Il pubblico ministero Giovanni Musarò (nella foto) ha ricostruito nella sua lunga requisitoria, con dovizia di particolari, quanto emerso al processo, ma c’è tra di voi e tra chi accettava quel modo di fare che è andato in Tribunale quasi con aria di “sfida” e chi, invece, secondo il magistrato, sarebbe andato a raccontare bugie durante gli interrogatori alla Dda. Certo è la sua versione, aspettiamo le difese, vediamo cosa decide il Tribunale, ma non è della sentenza che importa bensì di come vi siete comportati in questi anni. Calpestando spesso, troppo spesso, la legalità delle cose quotidiane e via via il resto. Basta leggere qualche carta, suvvia!

Poi certo, c’è tanta brava gente ad Anzio. E’ vero anche questo, ma voi l’avete vilipesa e – peggio – avete offeso la memoria di ciò che è stata la città, medaglia d’oro al merito civile. E’ di questo che dovete rispondere.

Addio a Elio Marcoccia, il nostro “Eroe” del baseball

Mi piace partire dall’immagine a fianco, quando in occasione dei “50 anni di baseball ad Anzio” lo facemmo premiare dal tesserato più piccolo della squadra dei Dolphins. In segno di continuità, di una storia che proseguiva. Era il 20 ottobre 2019. Elio Marcoccia, per tutti “Eroe”, è mancato oggi all’ospedale di Latina. Aveva 83 anni. Quella targa, destinata a tutti coloro che erano stati presidenti nelle squadre di baseball costituite ad Anzio, era la prima da consegnare. Il motivo? Lui, nel 1969, era stato il primo presidente della neonata società. Erano anni di fermento, il gruppo che si identificava nel “Moderno” (il cinema di piazza I maggio, era il luogo di ritrovo) aveva componenti impegnati su fronti diversi.

Lui lo era nello sport, dove avrebbe attraversato discipline ed epoche diverse. Aveva giocato a pallanuoto (e si racconta che da portiere, data la sua altezza, nella piscina troppo bassa di Velletri riuscisse a toccare a terra), era stato dirigente del baseball e poi della pallavolo. Lo definirono “Eroe” – e se ne va con questo soprannome – perché a soli 16 anni decise di arruolarsi in Aeronautica. Io lo ricordo da quando ero bambino, alle “Quattro Casette”, dietro all’Anzio “ammazzagrandi”, in quel periodo d’oro con Angelo Scagnetti presidente.

Aveva un’altra caratteristica: in pratica era l’unico a parlare fluentemente inglese e le trattative per i giocatori d’oltre oceano le conduceva lui. L’ho rivisto sempre volentieri, sul campo di baseball o in piazza ad Anzio. Prima che papà (per tutti “Zi Carlo”) se ne andasse, mi chiedeva sempre delle sue condizioni di salute. Se c’era da criticare qualcosa che avevo scritto – prima sul Granchio e poi qui – non si tirava indietro, anzi, ma era capace anche di apprezzamenti che da uno con il suo fare da burbero non ti saresti mai aspettato. L’ultimo incontro fu proprio lì, nello stadio che insieme ad altri aveva contribuito a realizzare ed è intitolato a Renato Reatini, per tutti “James”, anche lui di quel gruppo del “Moderno”. Ci ritrovammo per l’evento e per consegnare la targa, non smetteva di ringraziare, invitò me e gli altri a non mollare, perché il baseball insegna a farlo. Poi arrivò il Covid, quindi il mio trasferimento, ma in fondo meglio che io conservi quel piacevole ricordo. Oggi che lo piango, sono certo che io né quanti di noi abbiamo praticato e continuiamo a seguire questa fantastica disciplina ad Anzio, dimenticheremo il nostro “Eroe”

Sede a due partiti di destra, ma sono in regola con gli arretrati?

La commissione straordinaria che dopo il voto del 17 e 18 novembre lascerà Anzio (ma su una determina dirigenziale è scritto che sarà il 16 e 17, refusi….) ha deliberato la “Concessione temporanea del locale sito a piazza Lavinia” usato fino a qualche tempo fa come sede distaccata della Polizia locale. A chi? Fratelli d’Italia e Noi moderati. Affidamento che scadrà il 31 dicembre prossimo – poiché è in corso il piano delle alienazioni degli edifici pubblici – ma che arriva in piena campagna elettorale. Deve essere sicuramente un caso, perché le richieste presentate da Marco Del Villano – candidato sindaco in pectore del centro-destra e presidente del circolo di Fratelli d’Italia – e da Franco Trinci, per conto di Noi moderati, risalgono rispettivamente a settembre dello scorso anno e maggio di questo. Pagheranno poche centinaia di euro fino a dicembre, la prossima amministrazione vedrà come regolarsi sulla prosecuzione o meno dei contratti.

Forse non era opportuno assegnarla ora, diciamo la verità, ma dobbiamo immaginare che il richiamo della politica abbia sempre il suo effetto. Basta vedere quante volte si è stati a fianco di un consigliere regionale spesso presente ad Anzio (Aurigemma, presidente del consiglio regionale ed esponente di spicco di Fratelli d’Italia) disertando, ad esempio, l’evento con don Ciotti.

Nell’atto si richiamano norme e pareri, com’è giusto che sia, il regolamento per l’assegnazione, ma non si fa riferimento (perché non è previsto, lo sappiamo) alle morosità che il centro-destra aveva accumulato per altre sedi.

La commissione straordinaria – che ci aspettavamo “brillasse” di più dal suo insediamento a oggi – può non saperlo. Il dirigente al patrimonio, chiamato dalla commissione, anche. Ma il “signorsì” dell’area finanziaria dovrebbe ricordare che per le sedi di via Aldobrandini le varie anime del centro-destra anziate, gli stessi personaggi ancora in quei partiti o passati da An a Futuro e libertà per l’Italia, da Forza Italia a Udc a Noi moderati alla Lega, hanno occupato quegli spazi senza pagare. Lo hanno più fatto? Perché se sono ancora morosi, si dà un pessimo segnale alla cittadinanza e si calpesta quella che mi piace chiamare legalità delle cose quotidiane. Della serie: io non pago un alloggio, la mensa, il trasporto, le lampade votive, la Tari, poi chiedo un nuovo spazio o metto un altro soggetto ed è tutto a posto. Funziona così? Ci auguriamo proprio di no.

Infine, visto che la commissione straordinaria è venuta perché il Comune è stato sciolto per condizionamento della criminalità organizzata, nella penultima udienza di Tritone il pubblico ministero Giovanni Musarò ha citato – tra gli altri – proprio l’esponente di Noi moderati che ha chiesto (e ottenuto) quella sede. Lo ha fatto perché vittima di minacce da parte di un esponente di quella che è considerata la “locale” di ‘ndrangheta. Si può non sapere quello che emerge nelle udienze, ma l’episodio delle minacce era noto dalle carte dell’indagine che la commissione certamente ha avuto modo di conoscere, così come la relazione che ha portato allo scioglimento. In sostanza, cosa è cambiato?

Si torna al voto, i 30 anni di bugie che ci precedono. A futura memoria

“La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso“
Francesco De Gregori

Tra gli insegnamenti che Giampaolo Pansa forniva a chi voleva fare questo mestiere, c’era quello di avere un buon archivio. Non esistevano i computer di oggi, internet era usato solo a fini militari, chi scrive queste righe aveva il sogno di fare il giornalista. E così applicava alla lettera le indicazioni del grande giornalista, allora a “Repubblica”.

Ora che ad Anzio si torna a votare, dopo l’onta del commissariamento per condizionamento della criminalità organizzata, quell’insegnamento torna utile per questa pubblicazione che per buona parte nasce dall’aver conservato del materiale in occasione del voto amministrativo.

Sono passati circa 30 anni dalla prima elezione diretta del sindaco, la popolazione è cresciuta a dismisura (i residenti erano 35.889 nel 1995, sono 59.335 all’1 gennaio scorso), la tecnologia ha fatto passi da gigante, ma senza tema di smentita i personaggi che hanno guidato la città sono stati praticamente sempre gli stessi.

Come le proposte inserite nei programmi, inizialmente non obbligatorie, e dal decreto legislativo 267 del 2000 da allegare alle candidature.

Le pagine che seguono non hanno pretese diverse da quelle documentali, far sapere chi ha vinto, cosa proponeva, chi erano le giunte e i consigli comunali, cosa ha fatto o non, i fallimenti.

È materiale a disposizione di chi avrà la bontà di sfogliare, perché no stampare e conservare, di chi sarà curioso di sapere quante volte e con chi è stato eletto Tizio piuttosto che Caio.

Un primo dato che balza agli occhi è l’affluenza alle urne che ha avuto il picco nel ’95 (85,59%), è calata lievemente fino al 2008 quando è risalita fino all’83,71% fino a crollare sei anni fa al 54,22%

A proposito del 2018, chi scrive ha avuto l’ardire di candidarsi sindaco (Pd e civica #unaltracittà) perdendo sonoramente e assumendosene la responsabilità. L’unica “divagazione” di questo documento rispetto ai programmi e ai risultati elettorali, sarà l’appendice con il solo discorso pronunciato in consiglio comunale. C’erano tutti gli elementi che hanno portato allo scioglimento, ma è un dettaglio. Si era e si resta convinti che quando i cittadini scelgono, hanno sempre ragione. Nelle pagine che seguono si vedrà come hanno scelto e chi, perché riprendendo la frase del “Principe” Francesco De Gregori: la storia siamo noi, nessuno si senta escluso.

Buona lettura, per chi vorrà.

De Masi, un anno dopo. Il ricordo e l’insegnamento che resta

È trascorso un anno e tante cose tornano alla mente. Come quella volta in cui gli dissi che ero candidato sindaco ad Anzio e chiese “ce la fai?” Risposi “difficile professore” e lui “ma se ce la fai cercami”. Andò male, però pensate: avremmo avuto lui al posto di qualche “solito noto”, buono per ogni stagione.

Domenico De Masi ci ha lasciato un anno fa. Non l’ho mai chiamato Mimmo, non c’è mai stata la confidenza che ha avuto con altri – anche del mio corso all’università – ma quando ho potuto sono sempre andato dove fosse per un evento. Di lui ripeto, orgoglioso, in ogni dove “è stato il mio professore, il relatore della mia tesi”. Ma ci pensate? Cercare la creatività in un ambiente burocratico. Quando glielo proposi, ormai più di 30 anni fa, rispose con il suo caratteristico “è bellissimo” (e sembra di sentirlo ancora), i suoi detrattori (e c’erano alla “Sapienza”, come se c’erano….) mi dissero che tanto non le leggeva le tesi. Invece potrei citare a memoria quello che disse davanti alla commissione, avendola letta eccome. C’erano i detrattori perché De Masi era avanti, la rivista dell’Associazione italiana formatori nel numero “L’eredità di un maestro” ospita un articolo di Antonella Calvaruso che lo cita come “esempio di innovazione”. Guardava oltre, era di una curiosità innata e al tempo stesso di un rigore scientifico senza pari. Ci invitava, da ultimo me la sono “rivenduta” con gli studenti che hanno seguito la mia docenza a contratto a Genova nel corso di Informazione ed editoria, a “vivere e studiare per sputtanare i millantatori di cultura”.

Quanti ne girano, oggi più di allora, caro professore.

Come ho avuto modo di scrivere sul Messaggero quando ha lasciato questo mondo, seguire le sue lezioni era qualcosa di unico, mai un rapporto subordinato docente-discente ma l’invito a ragionare, gli spunti sui quali riflettere, la ripetizione quasi ossessiva del “non so se è chiaro”. Perché se non lo era, potevi chiedere e avresti ricevuto risposta.

Quando ci siamo trovati a parlare dei suoi insegnamenti, noi di quei gruppi di studio che bene o male abbiamo mantenuto rapporti dopo l’università, su una cosa abbiamo concordato: senza le sue ricerche, assegnate a inizio anno accademico e valutate alla fine quando dovevi presentare il lavoro (quante nottate trascorse….) il nostro approccio alle professioni diverse che poi abbiamo svolto non sarebbe stato lo stesso. Lì abbiamo imparato come si fa ricerca sociale. Lì abbiamo appreso un metodo. Ignoro se abbiamo “sputtanato” qualcuno, sono certo che ci abbiamo messo il rigore necessario nell’effettuare quelle ricerche e poi nel lavoro che abbiamo svolto nella vita.

Perché – come si legge ne “L’emozione e la regola” che è un testo da consigliare ancora oggi, universalmente – può esserci chi in un gruppo creativo non ha regole se non partecipare alla riunione a una data ora di un determinato giorno e chi, invece, ha regole talmente ferree che però non gli impediscono di “creare”. Tradotto, l’approccio che ci ha dato De Masi ce lo portiamo ancora dietro in molti, ne sono certo.

Lui era andato oltre, era “oltre”: dal paradigma della società post industriale ci aveva portato fino all’ozio creativo, tra i primi aveva capito l’importanza del telelavoro (e oggi sullo smart working gli direi che non sono proprio d’accordo) del tempo libero, delle professioni che non hanno più orari ferrei – neanche in ambienti burocratici – della necessità di investire in innovazione e cultura. Intervenne a un convegno di Federlazio al Palacultura di Latina, anni fa, nella sala conferenze ovviamente stracolma. L’argomento, manco a dirlo, era la famigerata autostrada Roma-Latina che gli imprenditori vedevano (e vedono) come un toccasana. Da allora siamo passati da internet delle cose a quello delle persone, dai primi rudimentali telefoni cellulari al 5G, quella strada se e quando sarà realizzata sarà già vecchia. Lui semplicemente aveva messo in guardia su questo, dando una visione diversa. Poi certo, le merci devi trasportarle ugualmente, ma intanto certi imprenditori che continuano a piangersi addosso e chiedere provvidenze statali alla prima crisi, a innovare non ci hanno pensato.

Forse perché hanno visto sempre di traverso la Sociologia e ancora peggio quella del lavoro che De Masi ha istituzionalizzato in Italia, prima di essere anche preside di Scienze della Comunicazione. Perché chi pensa, analizza la realtà, fa ricerca sociale, indica una via alternativa, non è mai così ben accetto. Volete mettere gli ingegneri e le loro formule così precise?

E la cultura? Lui che era stato assessore a Ravello e ne è diventato cittadino onorario, aveva seguito e fatto realizzare l’Auditorium Oscar Niemeyer, fatto del festival un evento unico al mondo, ci aveva portato a comprendere che tanto del “tempo libero” può e deve essere trascorso così. Tornando all’aneddoto iniziale, quello della candidatura, non è un caso che citassi Ravello nel programma di #unaltracittà

Perché, questo è uno dei tanti insegnamenti che ci ha lasciato, devi pensare in grande. E continuare a “vivere e studiare per….” Va be’, lo sapete. Grazie ancora, professore.