Ciao Fiorenzo, quanta strada insieme. Grazie!

Forse non è un luogo comune, quello secondo il quale ci sono vicende che non capitano per caso. Ho appreso della morte di Fiorenzo Capomaggi mentre ero in viaggio per Genova, forse l’ultima città rimasta a interpretare l’essere comunisti come lo intendeva lui. Sotto la “Lanterna” ovunque ti giri si “respira” ciò che fu il Pci e quello che ancora oggi porta avanti Rifondazione: al porto c’è un vero e proprio baluardo di “compagni” che dimostrano ogni volta cosa può fare ciò che è rimasto della classe operaia. Soprattutto che è dalla parte degli “ultimi”, dimenticati ormai praticamente da tutti. O degli sfruttati senza essere operai, ma “esercito salariale di riserva” (cito Marx, so che gli piacerà) nei lavori intellettuali.

È vero, la sto prendendo da lontano, ma la scomparsa di Fiorenzo ha avuto l’effetto di una mazzata e della vita che ti passa davanti. L’ho conosciuto che ero ragazzino, come tanti altri che in queste ore lo stanno piangendo giocavo a baseball con il figlio; l’ho vissuto crescendo sempre nello sport, l’ho ritrovato da adulto e nel mio lavoro quando c’era da sapere qualcosa del passato (“no Gianni, Napolitano qua non è mai venuto e nemmeno era così stimato nel partito ad Anzio”, rispose dopo l’elezione del Presidente della Repubblica), ho sempre apprezzato il suo modo di essere a disposizione. Potevi anche pensarla diversamente, ma questo importava poco: c’era, dialogava, provava a portarti dalla sua parte, si addolorava quando diceva “ma cosa vi abbiamo fatto di male?” perché non sapeva spiegare in che modo fosse scomparso il patrimonio di quello che era stato il più grande partito comunista in un Paese che non fosse dell’Est europeo.

Fiorenzo aveva vissuto la guerra, lo sfollamento, la fame, aveva iniziato a lavorare sui motori delle barche, col tempo era diventato un riferimento nel settore termoidraulico, si era impegnato giovanissimo nel Pci. Raccontava, ad esempio, di quando si parlava dell’avvento della Palmolive e l’esponente più autorevole del partito, Amos Sabatini, disse “è una cosa troppo grande, non possiamo decidere in pochi, qua si deve convocare l’assemblea degli iscritti”. È  storia di una vita fa, è cambiato il mondo, ma proviamo a immaginare quale fosse lo spirito oggi perduto: partecipare a una decisione importante per la città, condividere, confrontarsi. Cose oggi difficilmente immaginabili. Non seguì il Pds, scelse Rifondazione e lì  è rimasto fino all’ultimo, anche se nel 2018 firmò per sostenere la mia candidatura a sindaco. Gli dissi “allora vinciamo” e rispose “non credo, però so chi sei e metticela tutta”. Era stato consigliere comunale e assessore – questo nella breve esperienza di Giorgio Polverini sindaco – e ripeteva in ogni occasione utile “il primo fascicolo per realizzare il nuovo campo di baseball l’ho portato io”. Era vero, negli anni d’oro del baseball anziate, con la prima squadra “ammazzagrandi” e i giovani che vincevano scudetti, eravamo alle “4 casette” e serviva il nuovo impianto. Ecco, se oggi c’è il “Reatini” non dobbiamo dimenticare di ringraziare Fiorenzo, insieme a tutti gli altri che credettero nell’impresa.

E qui veniamo al baseball, attraversato prima con l’Anzio, quindi con il Marconi (grazie al quale la storica società potè continuare e esistere dopo la scellerata “fusione” con la Roma), poi con i Pirati. Io l’ho avuto dirigente accompagnatore da ragazzino – e sembrava grandissima quella Peugeot Talbot con la quale ci portava in trasferta, seduti in 4 o 5 nella parte posteriore – poi fino alla juniores. L’attenzione a tutti noi era massima, se c’era da organizzare la trasferta e pensare al cibo si partiva con bruciatore e pentole al seguito e tutti gli ingredienti per mangiare prima o dopo le partite, ovvero più leggeri prima, magari con un piatto di tortellini (rigorosamente di Moscatelli) poi. Alla frutta, inevitabilmente, pensava mio padre, al secolo Zi’ Carlo.

Capirete che la morte di Fiorenzo è qualcosa che sconvolge, tocca nell’intimo, fa male. Quanta strada abbiamo fatto insieme… Tra gli aneddoti sui quali poi avremmo sorriso  uno tra Pci e baseball, dopo la morte di Berlinguer. Eravamo cresciuti, disputavamo un torneo a Potenza, io che ero un pessimo giocatore ma già allora “studiavo” (mi prendono in giro anche adesso) che avevo un’anima radicale ma grande rispetto del leader comunista, mi trovai a parlare con Fiorenzo del possibile successore. Era una scelta sofferta, difficile, si sapeva che nessuno avrebbe potuto eguagliarlo. E si votava per le europee. Solo che il nostro treno sarebbe arrivato troppo tardi e lui e gli altri che avevano diritto di votare non avrebbero fatto in tempo. Quel treno però fermava a Latina, se qualcuno fosse andato alla stazione lui avrebbe votato ed era certo che chi di noi poteva esprimersi lo avrebbe fatto per il Pci. Ma tra chi era ai seggi e chi aveva altri impegni, l’ultima spiaggia per quel passaggio era Zi’ Carlo, il quale mise la scusa del lavoro ma poi ammise “e certo, vengo a prendervi per farvi votare comunista”. Si sa, era democristiano…

Andò che per la prima e unica volta il Pci superò la Dc e Fiorenzo non votò, rimanendoci male per non aver contribuito ma felice per il “sorpasso”. Forse l’inizio della fine, per come andò cinque anni dopo alla “Bolognina” con la svolta, ne parlammo spesso negli anni successivi, scherzando su quell’episodio.

Quando nacquero i Pirati fu naturale la scelta di Fiorenzo presidente. Vincemmo il campionato, io ero l’allenatore della migliore formazione che uno potesse avere in quella categoria, ci divertimmo, tornammo tutti ragazzi e si riaprirono le porte della sua casa fosse la festa estiva o la polenta in inverno. Faceva “squadra” anche così, il presidente, e raramente gli ho sentito alzare la voce in campo e fuori. E di politica in campo non si parlava, forse in una sola occasione a mia memoria, per la mancata fiducia a un governo, ma finì subito. Una volta, dopo la promozione, prendemmo tanti punti in un inning e io non avevo sostituito il lanciatore come invece forse era il caso. Venne a trovarmi qualche giorno dopo, mi disse “io lo avrei tolto, ma decidi te”. Aveva ragione, ma fatemi sfatare una leggenda: non ha mai fatto la formazione a nessuno. Però il Gioco lo conosceva eccome. E così conosceva il suo lavoro, l’evoluzione che aveva avuto la città, si preoccupava della famiglia e di sapere come stavamo noi, un po’ tutti suoi ulteriori “figli”.

Sono addolorato, abbraccio Marisa, la moglie, Nicoletta, Corrado e Natascia – i figli – e gli adorati nipoti. Mi piace pensare che nell’aldilà – anche se non credeva ci fosse quello che chiamano paradiso – sia con Angelo, James, Eroe, Stefano, Mimmo, Trigoria, il Kette. Orlando, Massimo e Zi’ Carlo a godersi il miglior baseball del mondo e lasciando stare la politica. E siccome nulla accade per caso, scrivo mentre sto tornando da Genova. Ciao Fiorenzo, grazie per tutto.  

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