Sangue infetto, non ci fermiamo. Ora il documentario

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Ma come, ancora Poggiolini?” E’ stata la domanda ricorrente, ieri, di quanti sentivo, dicendo che ero a Napoli per il processo all’ex direttore generale del farmaco al Ministero della sanità, quello dei soldi nel divano, per intenderci.

Processo che riguarda non le tangenti, però,  bensì persone decedute per farmaci emoderivati che erano infetti e sui quali non si facevano controlli. Uno scandalo italiano del quale si continua a parlare poco. Pochissimo.

Ebbene sì, dopo quasi 25 anni si è riusciti finalmente ad arrivare davanti a un Tribunale e lì si sta combattendo una battaglia impari.

Quella contro la prescrizione, anzitutto, e poi contro una serie di “big” che usano tutte le carte possibili e immaginabili. Persino il pubblico ministero aveva chiesto di prosciogliere gran parte degli imputati, ma ieri il Tribunale ha detto che si va avanti per tutti, ha disposto una perizia e la prosecuzione del dibattimento. Arriveremo a una sentenza, forse, all’inizio del prossimo anno.

Eravamo lì, insieme ai colleghi Steno Giulianelli e Sara Lucaroni, mentre in serata ci siamo visti con la collega Laura Pesino, perché questa storia iniziata con il libro “Sangue sporco” diventi un documentario. Loro tre sono giornalisti precari, giovani e preparati, imbarcatisi in questa impresa perché ormai fare giornalismo investigativo è altrimenti impossibile.

Lo facciamo perché di questo scandalo – dalle trasfusioni con sangue non controllato agli emoderivati, dalle persone infettate prima e beffate per i risarcimenti poi – si continui a parlare. Perché qualcuno ci faccia capire il motivo per il quale la cura (per pochi eletti) costa in Italia 28.000 euro e in India 700 e se davvero chi produceva emoderivati ieri, oggi sia fornitore di materiale per il farmaco per l’epatite.

“The bloodgate” l’abbiamo chiamato. Presto altre novità.

Parte civile? Staremo a vedere

Parte civile? Staremo a vedere

 

Il Comune di Anzio si costituirà parte civile contro la cosiddetta “cupola” dei rifiuti? Lo sapremo quando inizierà il processo. Prendiamo atto – e sottoscriviamo – della petizione on line del comitato Tares equa. Una cosa è scritta nero su bianco dai magistrati che hanno svolto l’inchiesta: Anzio, ma anche Nettuno, sono state praticamente “costrette” a scaricare a Borgo Montello e quindi a spendere di più. 

Questo perché la “cupola” bloccava in Regione l’impianto di Aprilia, aveva il monopolio nel Lazio, faceva quello che riteneva opportuno e pazienza se i cittadini dovevano pagare di più. E’ tutto da accertare, sia chiaro, ma un segnale forte dal Comune di Anzio potrebbe anche arrivare. Se davvero si è pagato di più, hai visto mai che i Landi, i Cerroni e compagnia un giorno debbano restituire qualcosa alle casse del Comune?

Le speranze sono poche, la costituzione non è arrivata contro il clan Gallace-Novella o contro quello Noviello-Schiavone, figuriamoci nei confronti di persone con le quali se non amicizia c’è stato un rapporto istituzionale-imprenditoriale lungo anni. Vedremo cosa faranno il sindaco Luciano Bruschini e il rientrante assessore Patrizio Placidi, vedremo se dalla maggioranza qualcuno batterà un colpo e se dall’opposizione si leverà una voce in tal senso. Il processo è alle porte, il Comune sostiene ogni anno migliaia di euro di spese legali, una parcella in più – in questo caso – sarebbe un segnale nel verso giusto.