Sangue infetto, non ci fermiamo. Ora il documentario

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Ma come, ancora Poggiolini?” E’ stata la domanda ricorrente, ieri, di quanti sentivo, dicendo che ero a Napoli per il processo all’ex direttore generale del farmaco al Ministero della sanità, quello dei soldi nel divano, per intenderci.

Processo che riguarda non le tangenti, però,  bensì persone decedute per farmaci emoderivati che erano infetti e sui quali non si facevano controlli. Uno scandalo italiano del quale si continua a parlare poco. Pochissimo.

Ebbene sì, dopo quasi 25 anni si è riusciti finalmente ad arrivare davanti a un Tribunale e lì si sta combattendo una battaglia impari.

Quella contro la prescrizione, anzitutto, e poi contro una serie di “big” che usano tutte le carte possibili e immaginabili. Persino il pubblico ministero aveva chiesto di prosciogliere gran parte degli imputati, ma ieri il Tribunale ha detto che si va avanti per tutti, ha disposto una perizia e la prosecuzione del dibattimento. Arriveremo a una sentenza, forse, all’inizio del prossimo anno.

Eravamo lì, insieme ai colleghi Steno Giulianelli e Sara Lucaroni, mentre in serata ci siamo visti con la collega Laura Pesino, perché questa storia iniziata con il libro “Sangue sporco” diventi un documentario. Loro tre sono giornalisti precari, giovani e preparati, imbarcatisi in questa impresa perché ormai fare giornalismo investigativo è altrimenti impossibile.

Lo facciamo perché di questo scandalo – dalle trasfusioni con sangue non controllato agli emoderivati, dalle persone infettate prima e beffate per i risarcimenti poi – si continui a parlare. Perché qualcuno ci faccia capire il motivo per il quale la cura (per pochi eletti) costa in Italia 28.000 euro e in India 700 e se davvero chi produceva emoderivati ieri, oggi sia fornitore di materiale per il farmaco per l’epatite.

“The bloodgate” l’abbiamo chiamato. Presto altre novità.

11.395 chilometri per parlare di “Sangue sporco” e non è finita

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Al netto degli incontri ad Anzio (un paio) e Latina (tre) che frequento quotidianamente, alla pausa del singolare “tour” che sto compiendo con il libro “Sangue sporco. Trasfusioni, errori e malasanità” (Giubilei  Regnani, 202 pagine, 15 euro) ho percorso 11.395 chilometri. Da Milano a Lamezia Terme, da Ferrara a Cosenza, da Napoli a Modena, da Bologna a Salerno, da Bari a Cesena passando per Gallicano (Lucca), Ceccano (Frosinone), Rionero in Vulture (Potenza) e le più vicine Roma, Sabaudia, Formia, Gaeta, Aprilia, Terracina….

Un dato quantitativo che si aggiunge ai viaggi per preparare il libro. Un dato che dice poco, forse, ma per il quale devo ringraziare anzitutto la mia famiglia per la pazienza, i colleghi della redazione di Latina con i quali mi sono accordato con corte e recuperi, quindi chi ha organizzato gli incontri e si è prodigato affinché tutto andasse per il meglio. Ho incontrato persone straordinarie, colleghi molto preparati, fatto nuove amicizie, visitato sia pure brevemente città dove non ero mai stato. C’è qualcuno che ha storto il naso, in certo associazionismo, chi ha provato a negare gli spazi, ma pazienza…

Ci sono stati momenti molto partecipati, altri per nulla, tante copie vendute o nessuna, ma l’obiettivo era, è e resta quello di parlare di un argomento sottaciuto, di dare voce ai malati e ai loro familiari, prima ancora di vendere il libro, cosa che ovviamente non guasta. L’obiettivo è quelli di portare all’attenzione dell’opinione pubblica  uno scandalo italiano che “fa” notizia solo quando ci condanna la Corte europea dei diritti dell’uomo, non quando nei Tribunali di tutta Italia – un giorno sì e l’altro pure – viene condannato a risarcire il ministero della Salute che farà di tutto per non pagare.

Mi ha spinto a occuparmi di questo argomento, come ho detto in ogni incontro, la curiosità del cronista. Erano troppe le sentenze, assurde le storie ad esse legate, e poco lo spazio sui media. Normale, non “fa” notizia, e nel mondo della moderna comunicazione – dove conta più un tweet che un approfondimento – scrivere un libro era l’unica possibilità per parlare di questo argomento. L’avevo proposto a editori “impegnati“, a una certa “intellighenzia” della nostra editoria, ma senza Francesco Giubilei e la sua casa editrice non sarebbe mai uscito. E’ un argomento che scotta, dà fastidio, coinvolge le case farmaceutiche e personaggi ancora in vista…

Così come sarebbe stato difficile senza la pazienza e la disponibilità dell’avvocato Renato Mattarelli, di quanti hanno dato un aiuto e degli intervistati che hanno deciso di mettersi a nudo.

Ora che dopo un anno in giro per il Paese c’è una piccola pausa (ma altri incontri sono in programma per l’estate e chi vuole organizzarne ha sempre la mia disponibilità), sappiate che riguarda solo i chilometri percorsi. Perché ci sono due progetti in piedi. Una seconda edizione del libro, aggiornato alla sentenza Cedu e con un capitolo dedicato ai farmaci che qui costano un occhio della testa e non sono per tutti, mentre in India poche centinaia di euro, al punto che si sta organizzando una sorta di “turismo farmaceutico“.

Altra iniziativa in cantiere è la realizzazione di un docu-film sull’argomento, insieme a colleghi che di un lavoro del genere ne sanno di gran lunga più di me: Steno Giulianelli, Sara Lucaroni e Laura Pesino. Una produzione autonoma, perché anche qui se “non ci sono agenzie” o “ma sicuro che interessa?” difficile trovare chi decida di investire per raccontare ciò che in realtà riguarda decine di migliaia di persone.  Cominceremo dal processo a Duilio Poggiolini, destinato a una mesta conclusione. Per ora non diciamo di più. Ma ne macineremo altri, di chilometri, potete starne certi.

“Sangue sporco”, il viaggio non si ferma

11235437_10205843514500370_6893699645416827861_nLo ripetevano tutti, quelli che dicevano subito di sì e quelli che dovevano pensarci, ma anche quelli che declinavano l’invito a raccontare la propria storia o quella dei familiari alle prese con il sangue infetto. Ripetevano che era necessario parlarne, farlo sapere, denunciare, dare voce a chi – fino a quel momento – non ne aveva mai avuta.

Il viaggio di “Sangue sporco” è iniziato quasi tre anni fa e nei giorni scorsi, a Formia, si è concluso per il 2015 il “giro” di presentazioni. Scherzando (ma non troppo….) c’è chi sottolinea come sembra il tour di un Casadei o di qualche altro gruppo musicale. Siamo a 18 tappe da quando è uscito – Cesena, 28 marzo – ma in realtà il viaggio parte prima.

Dai primi accenni con l’avvocato Renato Mattarelli alla raccolta delle storie, dai contatti con le persone coinvolte alle telefonate per illustrare brevemente l’idea, dai primi incontri, fino alle interviste. Da Milano a Vibo Valentia, da Torino a San Felice Circeo, da Roma a Napoli e non solo.

Giornate spese grazie alla “corta” al giornale e inevitabilmente sottratte alla famiglia, ma dalle quali si tornava sempre con una esperienza unica. Auto, treni, aerei, manca la nave ma mai dire mai…

In ogni presentazione gli interlocutori chiedono cosa mi sia rimasto, in alcune è stato detto che traspare un inevitabile coinvolgimento, a me piace parlare di arricchimento e riscoperta del piacere di questa professione. Tra i ricordi di quando volevo fare il giornalista c’è quello di un collega della Rai che amava ripetere che ci siamo per “far parlare gli altri”.

Non avevano avuto voce, finora, i quindici protagonisti delle storie di “Sangue sporco” e – idealmente – non l’avevano avuta tutti coloro che quotidianamente continuano a battersi per vedere riconosciuti i loro diritti.

Ho provato a dargliela, ricevendo in cambio tante lezioni di dignità assoluta. Persone amareggiate, indignate, ma che possono andare a testa alta. Al contrario di chi, invece, quando va bene la testa la mette sotto la sabbia. Fingendo di non vedere il problema. Lo fanno, sistematicamente, al Ministero con i rimborsi o quando si costituiscono nei processi copiando e incollando e sapendo, in partenza, che tanto perderanno. Già, tanto poi non pagano mica….

L’ho scritto sul libro e vado a raccontarlo dove mi chiamano, ogni volta con la stessa voglia ma al tempo stesso l’apprensione per l’evento, con l’idea di proseguire il viaggio perché si parli di un argomento misconosciuto e la certezza che potrò incontrare gente nuova, scambiare opinioni, conoscere.

A Cesena, in occasione della fiera organizzata dall’editore, l’adrenalina era alle stelle: giocavo fuori casa e in platea c’erano medici che si erano presentati poco prima dell’evento. La responsabile di un centro trasfusionale che annuiva allentava la tensione nella bella sala della biblioteca Malatestiana, la presenza di Angelo Magrini – uno degli intervistati – arrivato apposta da Torino era un segnale importante per l’esordio del libro, mentre a rassicurarmi c’era la “prima fila” con sorella, nipote e cugino della collega Monica Forlivesi. Dalla “sua” Romagna erano arrivati i fans. E poi la cena a casa di Francesco Giubilei, il giovane editore senza il quale il libro non sarebbe mai uscito, in famiglia, con i piatti tipici….

Latina, la mia seconda città, la sala “De Pasquale” appena rinnovata, la bella lettera del sindaco Giovanni Di Giorgi letta dal presidente del consiglio comunale, Nicola Calandrini, l’avvocato Renato Mattarelli al fianco, il presidente dell’Ordine dei medici – alla faccia di quelli che quando leggono “malasanità” storcono il naso – la brava Dina Tomezzoli a moderare, un pubblico di amici, colleghi, tanti intervistati che avevano scelto di esserci. Tra loro ricordo il sorriso e l’abbraccio della ragazza down che sa di essere parte del libro… A Latina un altro paio di tappe, prima a una festa in piazza e poi all’Avis, di recente, con il complimento che il libro “è un monito a fare attenzione”.

A Roma l’appuntamento era in Senato, realizzato grazie all’amico e collega Lidano Grassucci. collaboratore del senatore pontino Claudio Moscardelli. Diciamo la verità: avremmo ufficialmente dovuto parlare di un disegno di legge, ma eravamo lì – nello splendido complesso di Santa Maria in Aquiro – per il libro. Mia moglie, i genitori, gli zii, la presenza istituzionale del Comune di Anzio con il vice sindaco Giorgio Zucchini, amici romani – alcuni persi di vista anni fa – quelli anziati e di Latina venuti apposta, la “sponsor” Maria Letizia Mariani che avrebbe offerto il cocktail subito dopo, i colleghi ex Ansa, quelli del sindacato. Tra tutti Santo Della Volpe, presidente della Federazione della stampa, venuto a mancare qualche mese dopo. Le sue toccanti parole sul libro, sull’argomento, sul “giornalismo di prossimità”, sono impresse nel mio cuore. Già non stava bene eppure volle esserci, spero che il mio grazie arrivi fin lassù….

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Con Santo Della Volpe al Senato, dopo la presentazione del libro

Rotta verso Milano, la sala Melampo con pochi presenti ma un dibattito comunque forte, con l’amico e collega Alessandro Fulloni al quale mi legano i trascorsi sul litorale romano, in mezzo alla strada, a raccontare la cronaca. In sala altri intervistati, alcuni conosciuti via facebook dopo l’uscita, amici e colleghi, qualche anziate in “trasferta”.

Anzio, allora, la mia città, alla vigilia della Comunione di Gaia, nell’aula magna del Chris Cappel College. Con me il presidente uscente dell’Unione cronisti, Guido Columba, e il fratello acquisito Ivo Iannozzi, direttore del Granchio. Il contatto creato da Elena Ammannito con i coniugi Cappelluti che hanno fatto un gesto d’amore incondizionato donando la scuola alla città per ricordare il figlio scomparso era andato a buon fine: tanti in sala, alcuni inaspettati, firme, abbracci, complimenti. Pensavo fosse finita, invece le tappe erano appena agli inizi.

Perché non se ne era mai parlato e adesso ti cercavano, chiedevano di organizzare, c’erano articoli sui giornali, l’ospitalità in tv e radio, sui siti….

L’amico e collega Claudio Pelagallo alla biblioteca di Aprilia, dove i rappresentanti degli emofilici hanno fornito la loro esperienza, la collega Adriana Paratore a Cosenza, dove ho conosciuto persone fantastiche; la collega Sandra Cervone a Gaeta – in una sala bellissima e con i passaggi letti dalla stessa Sandra emozionanti, oltre a Vanni Albano chiamato a moderare – il comitato elettorale dell’ex sindaco di Ceccano, l’iniziativa in piazza a Sabaudia con l’editore, il contatto creato con Tina Muscio a Salerno e la conoscenza con il collega Alessandro Mazzaro che mi avrebbe portato successivamente a Pontecagnano Faiano per il compleanno del suo sito, anche qui con la conoscenza di persone assolutamente piacevoli che senza “Sangue sporco” non avrei mai incontrato. E Gallicano (Lucca)? Lì hanno fatto storie per la sala, eravamo in “casa” dei Marcucci… Ma l’Arci Garfagnana non s’è tirata indietro, figuriamoci io…. Alle 21,15, in un paesino di provincia: “Verrà qualcuno?” chiedo mentre siamo a tavola. “Qui le cose si fanno dopo cena…” Era pieno, peccato per i pochi libri disponibili. Però nuovi contatti, conoscenze, appuntamenti che vorremmo organizzare.

Ancora Anzio, con il Comitato Villa Claudia su input di Angelo Pugliese e Stefano Colelli, Terracina grazie a Franco Iannizzi E Marcela Avduramani, Formia con il sacerdote e amico Alfredo Micalusi, il presidio di Libera e il “consigliere” Saverio Forte a moderare l’appuntamento al quale ha preso parte il direttore generale della Asl Michele Caporossi.

No, non finisce il viaggio, passato da sale importanti a librerie, da incontri all’aperto a hotel, caratterizzato sempre dalla voglia di raccontare.

Sangue sporco” è alla prima ristampa, spero ne seguano altre, a gennaio forse ci vediamo a Bari (il 19, da confermare), a febbraio sicuramente a Ferrara (il 10) e poi Modena e Bologna, di nuovo a Lamezia Terme, ancora Genova, Torino, Napoli….

Critiche, complimenti e contatti arrivano grazie a facebook che ha facilitato scambi di idee e appuntamenti, ma passare dal mondo virtuale all’incontro con le persone resta la cosa più bella.

E’ quello che noi giornalisti dovremmo fare, sempre. Facendo “parlare gli altri”. Grazie a tutti.

Epatite, qualcosa si muove. E il Ministero continua a tacere

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E’ interessante lo studio dell’università di Tor Vergata relativo alle epatiti C. E’ segno che qualcosa intorno a questo killer silente si muove, soprattutto che c’è chi comincia a prendere coscienza del potenziale di malati che non sanno ancora di essere infettati.

L’interesse, inevitabilmente, è legato all’arrivo di nuovi e costosi farmaci, ma dallo studio emerge un particolare che raccogliendo il materiale per il libro “Sangue sporco” ho più volte riscontrato.

Di fronte a un potenziale infettivo come quello dell’Epatite C nessuno ha svolto, negli anni, politiche di educazione sanitaria attive. Né ha cercato di fare – scoperto un donatore infetto – quello che noi faremmo se danneggiamo un’auto durante una manovra di parcheggio: cercare di capire il danno, lasciare i dati, trovare il modo di contattare il proprietario dell’altra auto.

Vai dal medico di base – se non nei reparti specializzati in malattie infettive – e non trovi una che è una informazione. Della serie: “Hai subito trasfusioni? Hai fatto uso di emoderivati? Contattaci…” Meno ancora la comunicazione sulle modalità di trasmissione.

Oggi, ripeto sarà per i farmaci che finalmente danno una risposta completa, anche se non sono ancora per tutti, ci sono anche campagne come quella “Una malattia con la C” che provano a colmare il vuoto.

Finora solo le associazioni di malati hanno cercato di diffondere e far conoscere, l’Epac attraverso i codici di esenzione nelle Regioni ha fatto una stima dei malati noti, ma resta il problema di chi ignora.

Dal Ministero della Sanità prima e della Salute oggi si sono, invece, sempre girati dall’altra parte. E continuano a farlo.

Non risulta, è una delle vicende che racconto nel libro, che individuato un donatore infetto si sia risaliti ai pazienti per i quali era stato utilizzato il suo sangue e si sia cercato di prevenire o quanto meno di informare. Si aspetta, si mette la testa sotto la sabbia, se e quando arriveranno le richieste di indennizzo ci si difenderà negando l’evidenza, eccependo la prescrizione, poi si cercherà in tutti i modi di non pagare i risarcimenti.

Mentre le infezioni, se non si adottano provvedimenti come quelli suggeriti dal pool di Tor Vergata, aumenteranno.

Il libro sul sangue, i colleghi, l’auto-pubblicità

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Ai tempi dell’università il professor Domenico De Masi ci invitava a fare citazioni tra noi. Sosteneva, a ragione, che altrimenti nessuno ci avrebbe mai indicato per un lavoro fatto. Una lezione che ho evidentemente imparato, se oggi continuo ad auto-promuovere il libro “Sangue sporco. Trasfusioni, errori e malasanità” che da qualche giorno è disponibile nelle librerie di tutta Italia.

Ne hanno parlato agenzie, giornali e siti autorevoli, a cominciare dal “mio” – nel senso che ci lavoro – Messaggero e stiamo presentando o presenteremo  il libro edito da Giubilei Regnani in mezza Italia. Qualche giorno fa al Senato, con a fianco il presidente della Fnsi Santo Della Volpe, il collega e amico Lidano Grassucci e l’avvocato Renato Mattarelli  ho avuto l’onore di presentarlo in una sede istituzionale e il piacere di vedere tanti colleghi, oltre ad amici di una vita e altri invitati.

Mi soffermo sui colleghi perché questo, lo ripeto, è il libro di un giornalista. Di chi fa il proprio mestiere, come tanti e soprattutto nelle redazioni di provincia, in quel lavoro “di prossimità” – come ha ricordato Della Volpe – fondamentale per questo Paese. Perché piaccia o no, di giornalisti abbiamo ancora bisogno. E tanto. Non di chi “copia e incolla”, ma di chi ha ancora voglia di andare a scoprire e raccontare fatti. Non di chi si preoccupa delle possibili reazioni del “potente” di turno, ma di chi prova a mantenere la schiena dritta come ci ricordava il Presidente Carlo Azeglio Ciampi. Non di bavagli e lacci di vario genere, di querele temerarie o maxi richieste di risarcimento che minano la libertà di esprimersi.

Abbiamo bisogno, allora, anche di trovare tutti i modi per raccontare le storture delle nostre città e non solo. Fosse con i media tradizionali o con i libri d’inchiesta che ti fanno riscoprire il gusto di questo lavoro (e ce ne sono molti in circolazione) con i blog o i siti d’informazione, i social network.

Nell’era che stiamo conoscendo, quella dei cosiddetti “personal media” , c’è ancora molto bisogno di chi va, vede e racconta così come di chi si informa, va alla fonte e verifica prima di scrivere.  E’ il nostro dovere, nei confronti dell’unico padrone che ci ricordava Indro Montanelli: il lettore.