“Fare” il giornale, grazie Gigi

Sapevamo e abbiamo taciuto. Anche a noi stessi. Conoscevamo la tua riservatezza, caro Gigi, così quando ci incontravamo tra colleghi nessuno ne accennava. E dire che in più di qualche occasione ci era capitato di parlare di quei tempi, di quella straordinaria palestra che è stata “Latina Oggi”. Da ultimo quando è mancato Giuseppe Ciarrapico. Ha ragione uno dei tanti che ti ha ricordato sui social, il “romano” Claudio Barnini che nella sua esperienza con il Ciarra ha almeno vissuto spensierato gli anni con noi a Latina: speriamo siate in posti diversi lassù…

Perché Luigi Cardarelli, lo ricordo qualche giorno dopo la triste notizia della sua scomparsa, non meritava quell’editore così ingombrante in vita, meno ancora nel riposo eterno.

Lo so, a Gigi non sarebbe piaciuto nemmeno il clamore mediatico che ha avuto il suo passaggio, sarebbe stato schivo anche in quel momento se avesse potuto. E quando ci avvicinavamo alla cattedrale di San Marco (che “battaglie” con l’allora vescovo Pecile….) per l’estremo saluto, con Rita Cammarone ci siamo detti che in fondo in fondo si era scelto anche il clima.

Per avere meno gente, forse, o magari tenere lontano qualche ipocrita che invece c’era… Quelli che non varcavano la soglia di Corso della Repubblica, non provavano nemmeno a offrirti un caffè (freddo e amaro, d’estate) perché tanto avresti scritto ciò che volevi. Quelli che da un certo punto in poi hanno deciso che il loro riferimento era il Ciarra. Il quale inizialmente fece solo scena, poi entrò prepotentemente nelle scelte. L’inizio della fine, 1999 se non ricordo male.

Lo sapevi, ma non ammettesti (e quando mai…) che in fondo in fondo io e Lidano Grassucci avevamo ragione ad andar via. La situazione era diventata insopportabile, quando squillava il telefono nel “gabbiotto” sudavamo freddo perché avremmo dovuto rivedere un’apertura o ospitare uno sgrammaticato editoriale del presidente. E che pena quei fogli con i quali stabiliva di chi scrivere e chi non o i fantomatici ordini di servizio.

Tu, Gigi, hai tenuto botta finché hai potuto, hai provato a salvaguardare la “sacralità” che ci avevi tramandato della redazione, di questo straordinario lavoro, della necessità di fare la guardia “a tutti i Palazzi, comunque intesi”, come scrivesti sull’editoriale (attualissimo, 27 anni dopo) del primo numero del “Granchio”.

Ti chiesi la cortesia di scriverlo dopo averti chiesto l’autorizzazione a collaborare a quella intrapresa. Mi mettesti di “corta” ogni mercoledì, giorno di chiusura del “Granchio” ed era il tuo modo per dire: vai e fai. Dicono che mi consideravi un po’ come tuo “erede”, cosa alla quale non ho mai creduto. Paola un giorno a pranzo a casa tua mi disse che ti rivedevi in me da giovane, forse lo pensavi davvero, per questo vivesti come un “tradimento” il mio addio al giornale. Ecco, non ne abbiamo mai parlato, ce lo siamo sempre tenuti per noi, oggi vorrei dirti ancora e semplicemente: grazie. Come quella sera che chiusi dietro le mie spalle la porta di Corso della Repubblica. Grazie per la fiducia che non hai dato a me – affidandomi la responsabilità a un certo punto di sostituirti al giornale e all’Ansa – bensì a tutti i colleghi cresciuti in quella palestra. Ci ha fatto “fare” i giornalisti, per questo maestro è un termine riduttivo e che non avresti apprezzato.

Eri più felice di me quando il Messaggero stava per portarmi a Roma, cosa che a te il Tempo aveva sempre negato, rispondesti “lo sapevo” e rimanesti deluso quando non se ne fece più nulla. Meglio così, Gigi, dammi retta, E meglio che la mia “carriera” politica – che non hai condiviso, anzi… – sia finita presto. Anche di questo non abbiamo mai parlato, era il modo non solo per “controllare” il Palazzo ma rivoluzionarlo. Lo so, ai giornalisti compete altro, ma conosci la mia viscerale passione per Anzio, un po’ come l’idea “Europea” che avevi di Latina citando Muzio e Corona.

Schivo sì, riservato pure, ma quel “grazie” dopo il grande lavoro fatto sul piano regolatore di Cervellati, detto a ciascuno di noi, resta indelebile nella memoria. Perché, lo sai, lo ha ricordato Francesco leggendo in Chiesa, noi il giornale lo abbiamo “fatto” finché abbiamo potuto. Vallo a spiegare, per esempio, all’intellighenzia di Latina, della città non a caso “incompiuta” come l’hai descritta nel tuo ultimo libro, che quella sera della vittoria di Finestra noi avevamo pronta una analoga prima pagina con il titolo Di Resta. Vallo a spiegare che con i primi mezzi informatici che avevamo e grazie al compianto Massimo Santarelli ingrandimmo il corpo dei caratteri e perdemmo un pomeriggio. Perché non c’era la rapidità di oggi, non c’erano gli strumenti, i social nemmeno immaginavamo cosa fossero, però il giornale lo “facevamo” e chiunque avesse vinto il ballottaggio dovevamo essere pronti. E vallo a spiegare che quando ancora c’erano i menabò avevi una precisione maniacale con quel “tratto pen” passato sui fogli, tenevi alla grafica come a una notizia ma questa doveva venire sempre prima di sommari, sommarietti e arzigogoli vari. Perché – quante volte me la sono rivenduta – i giornali “si fanno, non si riempiono”. Perché l’essenza di questo lavoro è la notizia, è trovarla, è curiosare, è scriverla come nessun altro farebbe. Che scempio il “copia incolla” di oggi, vero Gigi? E non aveva forse ragione Umberto Eco rispetto a chi ha avuto sui social una voce che sì e no sarebbe rimasta al bar? Chissà quanto avremmo discusso sul fatto che i vari facebook, twitter e compagnia sono diventati una fonte…

E quanti ricordi, quanti… una vita professionale e non solo. Tremavo quando mi facesti chiudere dentro una cartellina pezzi, titoli, foto e menabò di una pagina da spedire… Il primo contratto articolo 36, quello da praticante per il quale andammo a “estorcere” la firma a Brunori, a Cassino, e ci fermammo a mangiare al ritorno a Priverno quando anche Mastrorilli della diffusione si infilò, la festa per la mia laurea, il matrimonio (“è la prima volta che resto fino al termine”), la tua scarsa affezione per il sindacato, le critiche ai sociologi – ma dicevi che non ce l’avevi con me – la passione per Montale, quella per Mina, quel piatto di prosciutto condiviso con pochi ma selezionati colleghi, le tragedie vissute in redazione per Susetta e Massimo che ci hanno lasciato troppo presto, il racconto di quando a Sezze fosti “recluso” dai Carabinieri per evitare guai dopo il delitto De Rosa o della preparazione del processo per il massacro del Circeo, i nostri processi per diffamazione, la gioia ogni volta che vincevamo al Tribunale di Cassino. A un certo punto eravamo diventati come la Lazio di quegli anni, la nostra Lazio che ieri sera ha voluto ricordarti – ne sono certo – con una di quelle vittorie che solo noi possiamo capire. Conservo la cassetta “Vhs” degli ultimi istanti dell’Olimpico e la contemporanea con Perugia… 14 maggio del 2000, uno scudetto indimenticabile.

Altro che “orso”, caro Gigi, c’erano slanci di grande divertimento. Basta che non si toccasse la “sacralità” del lavoro e che non si scherzasse sugli affetti familiari. Le parole lette da Francesco, in Chiesa, hanno riassunto al meglio. E sono certo ci sia la mano di Maddalena.

Noi sapevamo, Gigi, ma non ce lo dicevamo. Avevi già combattuto e vinto, alla grande, contro un tumore. Questo ha avuto la meglio. Resti nel cuore di Paola, Maddalena e Francesco – li abbraccio ancora forte – dei tuoi familiari, di chiunque ti ha apprezzato davvero. Resti nel mio. E come quella sera ti dico grazie, mentre in sottofondo su youtube (eh sì, i moderni mezzi…) Mina canta “E se domani….”

La lezione che arriva dal voto

casto

Sarà pure come dice Matteo Renzi, cioè che non è stato un voto di protesta, ma l’impressione è che la politica fatta di liturgie fini a se stesse, “correnti“, schieramenti, lotte per guidare un partito e per il potere fine a se stesso, per arrivare a contare se c’è da dividere qualcosa del “sottobosco“, abbia preso dei sonori schiaffoni. C’è – ed è forte – la voglia di cambiamento che ha vinto – per restare dalle nostre parti – a Nettuno come a Latina. Ma si è fatta sentire in maniera ancora più clamorosa a Roma e Torino.

Del Movimento 5 stelle e del suo “guru” Beppe Grillo, è noto, condivido poco o nulla. Certo è che molti li hanno sottovalutati e oggi ne pagano le conseguenze. Meglio, hanno sottovalutato la stanchezza di chi vota e si era – si è – francamente rotto di una “buca” al centro di Nettuno e dei numeri civici, ad esempio, così come di chi per tentare di vincere ha imbarcato politici (e metodi in alcuni casi poco ortodossi) dalla vicina Anzio. Chi vota, dopo Mafia capitale, dopo Marino e la sua figura, come poteva ancora dare retta al Pd? Giachetti era e resta una brava persona, ma sapeva che l’impresa era impossibile. Per non parlare di quel che resta del centro-destra che preso tra Bertolaso e Marchini, ha dimenticato/abbandonato la Meloni che al ballottaggio avrebbe dato alla Raggi più filo da torcere.

Ora i “grillini” sono chiamati alla prova più difficile, quella del governo. Sinceri auguri di buon lavoro all’amico Angelo Casto a Nettuno. Sa che il compito che lo aspetta è gravoso, ma già dalla nomina della giunta sembra andare nella direzione giusta. Andrà giudicato alla prova dei fatti, mentre piacciono meno le affermazioni dei supporter che danno – nella migliore delle ipotesi – per “accerchiati” i Comuni vicini. Calma, ragazzi. Parliamo di voti, di democrazia, è comprensibile lo sfogo ma non andiamo oltre. Si rischia di cadere nelle “guerre” del centro-destra che hanno caratterizzato recenti campagne sul territorio.

La prossima fermata, per Casto, è quella di Anzio. E’ un obiettivo legittimo e giusto da porsi, a maggior ragione dopo lo “sbarco” di anziati a Nettuno e dopo i toni tutt’altro che tranquilli usati verso di lui.  Sarà bene, però, che i Cinque Stelle ci facciano capire bene chi li rappresenta sul territorio e quale metodo useranno ad Anzio dato che un consigliere comunale ce l’hanno. Non abbiamo visto Cristoforo Tontini gioire per l’elezione di Casto (si veda nota sotto, però) ma intanto ha dichiarato che chiederà al prefetto di sciogliere il Consiglio anziate per i ritardi sul bilancio. Non avrà brillato in questi anni, ma lui è il rappresentante fino a prova contraria. E qual è il “meetup” giusto? E non sarà che questa “rete” nasconda moderne “correnti” di democristiana memoria? E’ una provocazione, sia chiaro, la lezione che arriva dal voto è chiara. Ma a Latina con due senatori e un deputato – che avevano poi lasciato il Movimento – e tre diversi “meetup” la certificazione delle liste non è arrivata.

Una cosa che ha quasi certamente favorito l’esperimento civico di Damiano Coletta, cardiologo che riesce con le sue liste dove il Pd e il centro-sinistra hanno fallito: mandare a casa dopo 23 anni un centro-destra litigioso e rancoroso, alle prese con lotte di potere che abbiamo visto anche a Nettuno (stesso protagonista, il coordinatore regionale di Forza Italia, Claudio Fazzone, Acqualatina sullo sfondo…). Un centro-destra che a Latina era “nato” come esperienza di governo con Ajmone Finestra nel ’93.

Mentre il Pd si “uccideva” sulle primarie, candidava cavalli di ritorno della Prima Repubblica, puntava a un uomo di partito che fa politica da quando era ragazzino come Enrico Forte, non si accorgeva di perdere proseliti e consensi. I cittadini gli hanno dato una lezione , Latina bene Comune e le sue liste hanno saputo interpretare meglio di chiunque altro ciò che il Pd doveva essere e non è stato dalla sua fondazione a oggi. Qualcosa che andava oltre il partito inteso in senso tradizionale e guardava, davvero, alla società civile. Una sonora lezione.

Buon lavoro a Casto, Coletta, a tutti i nuovi sindaci, di ogni schieramento. Ne hanno bisogno, ora questa voglia sacrosanta di nuovo e cambiamento è chiamata alla prova dei fatti.

***

Vengo giustamente “richiamato” da Cristoforo Tontini. Non mi ero accorto, nel marasma elettorale, del suo post di complimenti a Casto. Correggo e chiedo scusa pubblicandolo. Questa era e resta una provocatoria riflessione sul voto….

cristpost

Giornalisti di provincia, più forti delle intimidazioni

Vittorio Buongiorno

Vittorio Buongiorno

La vicenda che ha riguardato il collega Vittorio Buongiorno, capo della redazione di Latina del Messaggero, porta alla luce per l’ennesima volta una situazione molto pesante nel territorio pontino. E’ la punta di un iceberg, non si era mai arrivati a minacce di morte, ma l’elenco di chi vorrebbe mettere il bavaglio è lungo. Lunghissimo.

Nella redazione del Messaggero abbiamo ben presente quella domenica, i giorni successivi con i “passaggi” delle forze dell’ordine a verificare che fosse tutto a posto, le piccole precauzioni, la difficile scelta tra la riservatezza delle indagini e quella di scrivere tutto e subito. Si è preferita la prima e i risultati, per fortuna, si vedono. Perché contro certa gente erano stati pochi, finora, a mettere nero su bianco una denuncia. Vittorio lo ha fatto, noi  siamo stati al suo fianco, oggi tanti altri colleghi e non esprimono solidarietà e apprezzamento per il coraggio di chi aveva scritto raccontando fatti.  E dando evidentemente fastidio.

Ma in questa provincia  è pieno di gente che non è minacciata di morte, magari, ma è subissata di querele temerarie. Chi scrive, per aver riferito di un boss dei Casalesi che chiedeva e otteneva ospitalità in una nota struttura ricettiva, il titolare della quale faceva poi iniziative sulla legalità, è arrivato fino in Cassazione per avere ragione. La querela era stata archiviata, ma il personaggio non intendeva mollare.

Di casi del genere siamo pieni, i colleghi di Latina Oggi hanno avuto un record di querele solo per aver scritto delle gesta – poco eroiche – dell’ex presidente della Provincia, Armando Cusani, al punto che dopo una serie di archiviazioni o assoluzioni l’Associazione Stampa Romana ha presentato un esposto alla Corte dei Conti perché quelle querele erano pagate con i soldi dei contribuenti.

Per non parlare dei giovani collaboratori aggrediti nel Sud Pontino, delle battutine poco piacevoli,  di chi chiama l’editore e “tuona“, di un’altra serie di episodi  come le maxi richieste di risarcimento danni. L’osservatorio Ossigeno, cliccando Latina, fornisce questo quadro. Desolante.

In una provincia dove le mafie sono ormai radicate, perché quando iniziavamo questo mestiere sentivamo di infiltrazioni, mentre oggi abbiamo sentenze passate in giudicato con l’accusa di 416 bis. Con il compianto Santo Della Volpe e la collega Graziella Di Mambro abbiamo lavorato, in occasione della giornata di “Libera” a Latina due anni fa, al Manifesto dell’informazione locale che era e resta il faro da seguire in un territorio dove i tentativi di condizionamento sono pressoché quotidiani.

Nel 2007, in occasione del congresso nazionale dell’Unione cronisti a San Felice Circeo, portammo i colleghi in diversi luoghi della provincia. Volemmo dimostrare quanto, anche geograficamente, fosse difficile raccontare ciò che avviene. Ma le distanze si superano, i viaggi “infiniti” verso il sud, la difficoltà di salire sulle colline con il maltempo,  di arrivare sulle isole se c’è qualche evento, sono nulla di fronte ai tentativi di bavaglio di ogni genere.

Vittorio ha dimostrato che i giornalisti di provincia – quelli che vivono in prima linea, quelli che incontrano ogni giorno le persone delle quali scrivono – sono più forti delle intimidazioni. Con lui, ogni giorno, cerchiamo di essere tutti più forti.

Quotidiano di Latina, viene da piangere. Sciopero e uscita, adesso come allora…

quotidiano

Ammetto, sono molto combattuto. Viene da piangere di fronte a quanto sta accadendo al quotidiano di Latina, già Latina Oggi. In quella sede, con alcuni dei colleghi che ancora oggi sono lì, ho vissuto un’esperienza umana e professionale unica. “Facevamo” il giornale, senza starci a preoccupare troppo del potente di turno. Ha ragione Lidano Grassucci quando dice che andato via Sandro Panigutti è sostanzialmente finita un’epoca. Al direttore dimissionario va la mia vicinanza e solidarietà, lo stesso ai colleghi di un tempo (ormai pochissimi) e di adesso, che hanno con grandi sacrifici portato avanti fino a oggi un’esperienza a dir poco travagliata. Perché dall’avvento prepotente di Giuseppe Ciarrapico, a partire dalle europee del ’99, quel giornale non era più stato lo stesso. Continuavamo a “farlo” ma c’era sempre qualche politico di casa nostra che ci faceva convocare a Roma. Lo trovavamo lì, vicino al Ciarra, e la “linea” subito dopo cambiava. Anche più volte al giorno: stiamo con Tizio, anzi no con Caio. Possono testimoniarlo più colleghi e diversi esponenti politici, alcuni ancora sulla breccia. E senza quei colleghi, comunque, oggi vicende come quella di Fondi – con il mancato scioglimento del Consiglio comunale che era e resta uno scandalo – o la gestione dell’Amministrazione provinciale, forse non sarebbero mai emerse.

Era difficile fare il giornale, nonostante Gigi Cardarelli cercasse di tenere la barra dritta. Poi con Ciarrapico – che nel frattempo era ricercatissimo da destra e sinistra, cosa non si fa per comparire… – è andata come sappiamo. E’ arrivato Andrea Palombo, salvatore della patria, ma la musica non è cambiata. Anzi. C’è stato un fallimento diciamo singolare, una sentenza “copia e incolla” che andrebbe approfondita, ma anche qualche passaggio poco chiaro tra una testata e l’altra, una gestione e l’altra. Tanto che se ne occupa la Procura. Fino a oggi, all’ennesimo tentativo di rilancio fallito e all’attenzione a una società – la Nuova editoriale oggi – da andarsi a riprendere. Il tutto senza pensare a posti di lavoro a rischio, a un’esperienza che è stata e resta unica nel suo genere. Che ha dato al giornalismo di questo territorio molto, ricevendo pochissimo. A cominciare da “cordate” o simili, passando per editori che nemmeno sanno di cosa parlano. In questo caso, come nelle altre esperienze editoriali che sono andate male (il Territorio, la Provincia, il Latina Oggi notizie che voleva scimmiottare quello vero, Tele Etere) o rischiano di andarci (Lazio Tv). Sono combattuto – anzi ero, ormai ho scritto… – perché ho lavorato in quel Latina Oggi e ne vado fiero, perché conosco (e bene) e ho un rapporto di amicizia con il proprietario della maggioranza della Qap editore, ma anche per il ruolo sindacale che ho avuto fino a qualche tempo fa. Siamo alla vigilia del congresso di Stampa Romana e altri dovranno essere fiduciario in provincia. Se una responsabilità hanno i giornalisti pontini è proprio quella di essersi accorti sempre troppo tardi del sindacato, di averlo “scansato” fino a quando la situazione era ormai precipitata.

Due cose, infine, sembrano accomunare il Ciarrapico dei tempi migliori – quando, almeno, pagava sempre regolarmente gli stipendi – al Palombo di oggi. La prima: sono editori del quotidiano ma formalmente non compaiono. La seconda: di fronte a uno sciopero dell’intera redazione hanno fatto uscire ugualmente il giornale. Allora era per il contratto nazionale, adesso per rivendicare gli arretrati. In entrambi i casi ai colleghi che si sono fermati è stato risposto con un prodotto di pessima fattura. Allora si ruppe un incantesimo, un gruppo coeso di colleghi, alcuni di noi presero strade diverse. Adesso è stato fatto di peggio con le firme di chi scioperava (Luca Artipoli, Alberto Dalla Libera e Alessandro Marangon) finite sul giornale. Si dice “per errore”. No, ha ragione Stampa Romana: questo si chiama – e si chiamava anche allora – comportamento antisindacale.

Ciao Pierluigi e grazie di tutto

cava

Guarda che serve uno su Anzio, c’è da seguire il baseball ma non solo, parlo io con il Conte“. Mi avvicinai così a Latina Oggi, ormai oltre 25 anni fa, grazie a Pierluigi Cavallini (la foto è del “Giornale del Lazio”) che ci ha lasciato questa mattina . Lui era corrispondente da Aprilia, aveva cessato la collaborazione con il Tempo per avventurarsi nel nuovo quotidiano. Aveva seguito il Conte, al secolo Paolo Brunori, ma anche Gigi Cardarelli e Romano Rossi. Avrei conosciuto tutti dopo, a presentarmi l’occasione era stato proprio lui, dopo una chiacchierata a Campoverde presente il nipote, Gianlorenzo, che abbraccio fraternamente, e la scoperta della mia passione per questo fantastico mestiere.

Un personaggio d’altri tempi, un linguaggio da giornalismo “arcaico” per allora – quante liti sulle maiuscole da togliere… o sulla Benemerita… – ma senso della notizia innato. Arrivava prima, non ti faceva prendere “buchi“, di Aprilia sapeva tutto.

Da quello che “serviva” su Anzio, infatti, arrivai in redazione e poi a coordinare le pagine provinciali. Con Pierluigi il confronto – lo scontro a volte – era quotidiano. Ma “sulla” notizia lui c’era. Sempre. Non che fosse appassionato di cronaca, ma della sua città sicuramente sì.

Pazienza per qualche maiuscola di troppo e scusa “Cavallo” se qualche volta non ci siamo capiti. Se oggi sono arrivato fin qui è grazie alla tua segnalazione al Conte: “Sei appassionato, va bene così, guarda che serve uno su Anzio...” I casi della vita.

Ciao Pierluigi e grazie di tutto.

Alta diagnostica, la trasparenza non abita alla Regione

urplazio

C’è la trasparenza decantata, quella messa nei comunicati ufficiali copiati a piene mani da siti e agenzie, e quella reale. La Regione Lazio predica bene e razzola male e aspetto ancora – sono trascorsi più di due mesi – la risposta in merito a un documento che chissà cosa contiene se è così difficile da avere. E’ la nota con la quale, nel dicembre scorso, la Regione ha fatto dietrofront sul centro di alta diagnostica per immagini di Latina. Da lì è partito un percorso kafkiano che finora ha prodotto un solo risultato: il centro unico in Italia per macchinari e potenzialità rischia seriamente di non farsi più nel capoluogo pontino, anche se nessuno sa dirci ufficialmente perché a livello istituzionale. Chiedi alla Regione Lazio, all’ufficio stampa, ma della nota non ti fanno sapere nulla. Fai chiedere a un consigliere regionale di opposizione, ma nemmeno lui riesce a scardinare la burocrazia. Allora pensi al percorso ufficiale: richiesta di accesso agli atti “ai fini di un servizio giornalistico” (a cosa siamo arrivati…) dalla pagina dell’Ufficio relazioni con il pubblico (Urp). E’ il 4 agosto, l’Italia è in ferie, ma la risposta automatica con il numero di “ticket” assegnato alla richiesta arriva subito. Speri sia la volta buona, ma nulla…

Allora chiami, due mesi dopo, e chiedi. E’ ormai una questione di principio, la lettera e il suo contenuto nel frattempo sono ormai noti per vie traverse, ma scopri da una gentile operatrice che la Regione ha chiesto alla Asl di provvedere… Siamo seri, quella nota è partita dagli uffici della Regione Lazio e per quale motivo – in quella che è ormai universalmente nota come accessibilità totale – non sia ancora stata consegnata a chi l’ha chiesta è un mistero. E fortuna che attraverso l’Urp, fra l’altro “il cittadino ha la possibilità di porre quesiti ed osservazioni attraverso il canale mail ed ottenere risposta in tempi brevi”. Brevi quanto, di grazia?

Ah, comunque la lettera non serve più. Grazie lo stesso. 

Latina, la serie A sfumata e quella moquette….

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Stessi colleghi, stessi posti. Peccato la moquette. Un anno fa, play off per la promozione dalla C alla B, non c’era… Sarà stata quella? Non c’è dubbio. O più semplicemente sarà stato che la palla è davvero rotonda e come banalmente ci ripetono gli esperti pallonari nel calcio decidono gli episodi.

Dispiace che Latina non sia arrivata in serie A. Alla fine dei conti lo avrebbe meritato, ma il campo dice che Cesena ha vinto due volte e quindi merita di essere promossa. Sì, sulla carta. Sì, la stagione e i punti persi con Auteri, il pari a Castellammare o la sconfitta in casa con il Trapani. Sì, le occasioni buttate al vento a Cesena e Jonathas che ieri sera sbaglia a porta vuota. Episodi, vero, come dicono? “Il calcio è questo”.

Eppure ce l’abbiamo messa tutta, siamo tornati – io, Monica Forlivesi e Marco Cusumano – come un anno fa. Non solo, la cabala diceva che nella stagione 2012-2013 la prima sconfitta era stata a Pisa 3-1 e quella di adesso partiva da Empoli, guarda caso con un 3-1. E poi l’abbigliamento, la borsa, la promessa fatta a Milani che se fossero andati in finale ci saremmo ritrovati al “Francioni”. Brutta bestia questa scaramanzia, non c’è dubbio, perché alla fine sai che non conta nulla ma ci credi. E ognuno che era ieri allo staduo aveva la sua. E’ per questo che è beffarda… Anzi, tanti ieri sera davano la loro convinzione: finisce 2-1 per noi, secondo un tifoso che ha seguito il Latina anche in Eccellenza. No no, è 1 a 1, parola di un collega che dei nerazzurri sa vita, morte e miracoli. E’ 1-2, alla fine, e passano i romagnoli. Antipatico quel Bisoli, è vero, ma vagli a dare torto… Il campo dice che ha vinto lui e Latina ha solo potuto accarezzare il sogno.

Pazienza per i colleghi che erano pronti a venire a raccontare la città del Duce con i tombini sui quali è scritto Littoria, o a dire del veneto Breda che arriva – come i bonificatori di un tempo e i primi coloni – a riscattare la città e condurla nella massima serie.  

Ci sarebbe piaciuto, ce lo diciamo poi, un “giro” in serie A, ma non dimentichiamo – a mente fredda – che pure la B era un sogno fino a un anno fa. Restarci e fare le cose per bene sarà segno, davvero, che questa realtà ha saputo crescere. L’applauso che tutto il pubblico ha decretato a Milani e compagni dopo il rigore del Cesena e l’addio alla serie A è la cosa più bella di questa stagione. Disperdere l’esperienza sarebbe  l’ennesima beffa per un territorio che qualcuno ha deriso tra i grandi media, qualcun altro non ha saputo collocare geograficamente, ma che ha saputo incarnare la favola della piccola squadra di provincia che arriva alle porte del sogno.

Ce ne andiamo, allora. Convinti di aver ripetuto gli stessi riti di Latina-Pisa del 16 giugno 2013. Peccato solo per quella moquette sui gradini…. 

 

Morte, sofferenze e soldi pubblici al vento. Happygoodyear e non solo…

Immagine C’è una storia fatta di morte e sofferenze. Di soldi pubblici elargiti con la Cassa del Mezzogiorno e di un’azienda multinazionale che, finiti i fondi, ha chiuso e se n’è andata. Una storia di mancata riconversione, grazie all’italico andazzo delle perdite pubbliche e profitti privati. E’ una storia che, fortunatamente, qualcuno non si stanca di raccontare. Se il film “Il posto dell’anima” non l’aveva mai nominata direttamente – pur riferendosi proprio a questa vicenda – adesso il documentario “Happy Goodyear” (nella foto un’immagine di scena) fa nomi e cognomi. Racconta con i veri protagonisti, quelli rimasti, la storia della multinazionale della gomma che a Cisterna ha costretto i dipendenti a lavorare respirando di tutto. La commozione di uno di loro basta e avanza a dimostrare cosa è stata quella fabbrica.

Al documentario hanno lavorato due colleghe, Elena Ganelli e Laura Pesino, mettendo insieme storie, documenti, atti che hanno visto i vertici della multinazionale condannati in un primo processo con una sentenza in parte riformata in appello, mentre un nuovo filone relativo all’ex Goodyear è in corso a Latina.

Il documentario ha vinto il Riff, Rome indipendente film fest, sbaragliando la concorrenza di realtà internazionali. In questa provincia, evidentemente, ci sono anche potenzialità del genere e le colleghe non possono che meritare i complimenti di tutti noi.

Le scene delle macerie rimaste, però, raccontano anche un’altra storia, analogamente scandalosa. Sulla quale servirebbe un altro documentario, se non la rappresentazione di quello che resta come di un monumento allo spreco. E’ la storia della mancata riconversione di quel sito, di un effimero sogno chiamato “Meccano”, di bonifica, formazione e cassa integrazione a carico del pubblico e dipendenti di fatto mai riassunti dal privato.

Una vicenda tutta da approfondire, ma intanto ci si può fare un’idea di “Happy Goodyear” con i link sottostanti.

https://www.youtube.com/watch?v=NIXx1uwjXeI

http://www.riff.it/finalisti-2014/happy-goodyear/

http://www.ilmessaggero.it/LATINA/latina_happy_goodyear_miglior_documentario_italiano_vince_riff/notizie/590796.shtml

http://www.ilmessaggero.it/latina/latina_cancro_goodyear_documentario/notizie/575258.shtml

 

Crisi dell’editoria e nuove illusioni. Facciamo attenzione

E’ un interessante spunto di riflessione quello che fornisce l’amico e collega Lidano Grassucci (http://www.corrieredilatina.it/news/economia/4534/Quel-dispiacere-di-leggere.html#.UyxKfnBWxlU.facebook) sulla situazione dell’editoria in questa provincia.

Occorre chiedersi davvero cosa è successo e dove stiamo andando, soprattutto se c’è spazio per nuove intraprese come quelle annunciate a breve. Sia chiaro: nel libero mercato chiunque ha la possibilità di avviare ogni iniziativa, ci mancherebbe, però in questo territorio abbiamo già dato.

Questo mondo si è rivoluzionato, i giornali cartacei segnano il passo, le chiusure vecchie e nuove sono lì a dimostrarcelo e occorre tenerne conto. 

 E’ vero, ci sono tanti ragazzi – e ormai tanti disoccupati, cassintegrati o colleghi  nel limbo – che per fare questo straordinario mestiere oggi sono ancora disposti a tutto. Ma ripeto, abbiamo già dato. L’abbiamo fatto accettando sin troppi compromessi rispetto ai diritti dei giornalisti, fidandoci di imprenditori che non si sono dimostrati tali fino in fondo. Peggio, di quelli che finiti i soldi pubblici hanno fatto le valigie e lasciato per strada la gente.  

Per questo occorre fare attenzione rispetto a nuove illusioni.