“Fare” il giornale, grazie Gigi

Sapevamo e abbiamo taciuto. Anche a noi stessi. Conoscevamo la tua riservatezza, caro Gigi, così quando ci incontravamo tra colleghi nessuno ne accennava. E dire che in più di qualche occasione ci era capitato di parlare di quei tempi, di quella straordinaria palestra che è stata “Latina Oggi”. Da ultimo quando è mancato Giuseppe Ciarrapico. Ha ragione uno dei tanti che ti ha ricordato sui social, il “romano” Claudio Barnini che nella sua esperienza con il Ciarra ha almeno vissuto spensierato gli anni con noi a Latina: speriamo siate in posti diversi lassù…

Perché Luigi Cardarelli, lo ricordo qualche giorno dopo la triste notizia della sua scomparsa, non meritava quell’editore così ingombrante in vita, meno ancora nel riposo eterno.

Lo so, a Gigi non sarebbe piaciuto nemmeno il clamore mediatico che ha avuto il suo passaggio, sarebbe stato schivo anche in quel momento se avesse potuto. E quando ci avvicinavamo alla cattedrale di San Marco (che “battaglie” con l’allora vescovo Pecile….) per l’estremo saluto, con Rita Cammarone ci siamo detti che in fondo in fondo si era scelto anche il clima.

Per avere meno gente, forse, o magari tenere lontano qualche ipocrita che invece c’era… Quelli che non varcavano la soglia di Corso della Repubblica, non provavano nemmeno a offrirti un caffè (freddo e amaro, d’estate) perché tanto avresti scritto ciò che volevi. Quelli che da un certo punto in poi hanno deciso che il loro riferimento era il Ciarra. Il quale inizialmente fece solo scena, poi entrò prepotentemente nelle scelte. L’inizio della fine, 1999 se non ricordo male.

Lo sapevi, ma non ammettesti (e quando mai…) che in fondo in fondo io e Lidano Grassucci avevamo ragione ad andar via. La situazione era diventata insopportabile, quando squillava il telefono nel “gabbiotto” sudavamo freddo perché avremmo dovuto rivedere un’apertura o ospitare uno sgrammaticato editoriale del presidente. E che pena quei fogli con i quali stabiliva di chi scrivere e chi non o i fantomatici ordini di servizio.

Tu, Gigi, hai tenuto botta finché hai potuto, hai provato a salvaguardare la “sacralità” che ci avevi tramandato della redazione, di questo straordinario lavoro, della necessità di fare la guardia “a tutti i Palazzi, comunque intesi”, come scrivesti sull’editoriale (attualissimo, 27 anni dopo) del primo numero del “Granchio”.

Ti chiesi la cortesia di scriverlo dopo averti chiesto l’autorizzazione a collaborare a quella intrapresa. Mi mettesti di “corta” ogni mercoledì, giorno di chiusura del “Granchio” ed era il tuo modo per dire: vai e fai. Dicono che mi consideravi un po’ come tuo “erede”, cosa alla quale non ho mai creduto. Paola un giorno a pranzo a casa tua mi disse che ti rivedevi in me da giovane, forse lo pensavi davvero, per questo vivesti come un “tradimento” il mio addio al giornale. Ecco, non ne abbiamo mai parlato, ce lo siamo sempre tenuti per noi, oggi vorrei dirti ancora e semplicemente: grazie. Come quella sera che chiusi dietro le mie spalle la porta di Corso della Repubblica. Grazie per la fiducia che non hai dato a me – affidandomi la responsabilità a un certo punto di sostituirti al giornale e all’Ansa – bensì a tutti i colleghi cresciuti in quella palestra. Ci ha fatto “fare” i giornalisti, per questo maestro è un termine riduttivo e che non avresti apprezzato.

Eri più felice di me quando il Messaggero stava per portarmi a Roma, cosa che a te il Tempo aveva sempre negato, rispondesti “lo sapevo” e rimanesti deluso quando non se ne fece più nulla. Meglio così, Gigi, dammi retta, E meglio che la mia “carriera” politica – che non hai condiviso, anzi… – sia finita presto. Anche di questo non abbiamo mai parlato, era il modo non solo per “controllare” il Palazzo ma rivoluzionarlo. Lo so, ai giornalisti compete altro, ma conosci la mia viscerale passione per Anzio, un po’ come l’idea “Europea” che avevi di Latina citando Muzio e Corona.

Schivo sì, riservato pure, ma quel “grazie” dopo il grande lavoro fatto sul piano regolatore di Cervellati, detto a ciascuno di noi, resta indelebile nella memoria. Perché, lo sai, lo ha ricordato Francesco leggendo in Chiesa, noi il giornale lo abbiamo “fatto” finché abbiamo potuto. Vallo a spiegare, per esempio, all’intellighenzia di Latina, della città non a caso “incompiuta” come l’hai descritta nel tuo ultimo libro, che quella sera della vittoria di Finestra noi avevamo pronta una analoga prima pagina con il titolo Di Resta. Vallo a spiegare che con i primi mezzi informatici che avevamo e grazie al compianto Massimo Santarelli ingrandimmo il corpo dei caratteri e perdemmo un pomeriggio. Perché non c’era la rapidità di oggi, non c’erano gli strumenti, i social nemmeno immaginavamo cosa fossero, però il giornale lo “facevamo” e chiunque avesse vinto il ballottaggio dovevamo essere pronti. E vallo a spiegare che quando ancora c’erano i menabò avevi una precisione maniacale con quel “tratto pen” passato sui fogli, tenevi alla grafica come a una notizia ma questa doveva venire sempre prima di sommari, sommarietti e arzigogoli vari. Perché – quante volte me la sono rivenduta – i giornali “si fanno, non si riempiono”. Perché l’essenza di questo lavoro è la notizia, è trovarla, è curiosare, è scriverla come nessun altro farebbe. Che scempio il “copia incolla” di oggi, vero Gigi? E non aveva forse ragione Umberto Eco rispetto a chi ha avuto sui social una voce che sì e no sarebbe rimasta al bar? Chissà quanto avremmo discusso sul fatto che i vari facebook, twitter e compagnia sono diventati una fonte…

E quanti ricordi, quanti… una vita professionale e non solo. Tremavo quando mi facesti chiudere dentro una cartellina pezzi, titoli, foto e menabò di una pagina da spedire… Il primo contratto articolo 36, quello da praticante per il quale andammo a “estorcere” la firma a Brunori, a Cassino, e ci fermammo a mangiare al ritorno a Priverno quando anche Mastrorilli della diffusione si infilò, la festa per la mia laurea, il matrimonio (“è la prima volta che resto fino al termine”), la tua scarsa affezione per il sindacato, le critiche ai sociologi – ma dicevi che non ce l’avevi con me – la passione per Montale, quella per Mina, quel piatto di prosciutto condiviso con pochi ma selezionati colleghi, le tragedie vissute in redazione per Susetta e Massimo che ci hanno lasciato troppo presto, il racconto di quando a Sezze fosti “recluso” dai Carabinieri per evitare guai dopo il delitto De Rosa o della preparazione del processo per il massacro del Circeo, i nostri processi per diffamazione, la gioia ogni volta che vincevamo al Tribunale di Cassino. A un certo punto eravamo diventati come la Lazio di quegli anni, la nostra Lazio che ieri sera ha voluto ricordarti – ne sono certo – con una di quelle vittorie che solo noi possiamo capire. Conservo la cassetta “Vhs” degli ultimi istanti dell’Olimpico e la contemporanea con Perugia… 14 maggio del 2000, uno scudetto indimenticabile.

Altro che “orso”, caro Gigi, c’erano slanci di grande divertimento. Basta che non si toccasse la “sacralità” del lavoro e che non si scherzasse sugli affetti familiari. Le parole lette da Francesco, in Chiesa, hanno riassunto al meglio. E sono certo ci sia la mano di Maddalena.

Noi sapevamo, Gigi, ma non ce lo dicevamo. Avevi già combattuto e vinto, alla grande, contro un tumore. Questo ha avuto la meglio. Resti nel cuore di Paola, Maddalena e Francesco – li abbraccio ancora forte – dei tuoi familiari, di chiunque ti ha apprezzato davvero. Resti nel mio. E come quella sera ti dico grazie, mentre in sottofondo su youtube (eh sì, i moderni mezzi…) Mina canta “E se domani….”