Il Consorzio, la soluzione dei 5stelle, la querela…

(Immagine dal sito http://www.consorziolavinio.org)

Dico la verità, delle vicende del Consorzio di Lavinio sento parlare da quando muovevo i primi passi nel mondo della cronaca locale, ormai qualche decennio fa, ma non me ne sono mai interessato approfonditamente. Per l’esperienza della campagna elettorale ascoltai le ragioni del Consorzio e quelle dei “dissenzienti”. Ho sempre immaginato quell’ente come qualcosa di avulso dalla città, solo che prende soldi del Comune e allora di recente ho ricostruito – è il mio mestiere, in questo spazio allargato anche alle opinioni personali – alcune vicende diciamo singolari. Al Consorzio non sono piaciute e ha deciso di sporgere querela.

Liberissimi, per carità, aspetto di essere chiamato e mi difenderò come ho sempre fatto. Vedremo se avranno ragione o se saremo di fronte all’ennesima azione temeraria nel tentativo di imbavagliare chi scrive. Vedremo se sarà utile a tirare fuori qualche carta…. Di questa vicenda, però, vi terrò informati da questo momento solo sulla base di atti giudiziari.

Quello che non ho raccontato, però, è che una soluzione ci sarebbe. L’ha proposta il Movimento 5stelle di Anzio attraverso il suo capogruppo Rita Pollastrini ed è stata approvata all’unanimità (e dimenticata) dal Consiglio comunale. La mozione prevede la modifica della convenzione affinché tutta la somma che il comune eroga sia destinata interamente alle strade ( quindi non a stipendi o tfr, per esempio) e che si inserisca una scadenza nella convenzione medesima. La stessa Pollastrini ha presentato in commissione l’ipotesi di avocazione della manutenzione di tutte le strade pubbliche ricadenti nel consorzio al Comune, come sta accadendo con successo in alcuni municipi di Roma. Di fatto si “svuoterebbe” il Consorzio e c’è da ipotizzare che questa cosa non piaccia molto a chi governa la città.

Biogas, le carte che scottano. Altro che puzza…

O ci vengono perché li chiamano o perché sanno che trovano terreno fertile”. Sono le parole che l’attuale sindaco, allora consigliere di lotta e di governo formalmente all’opposizione, diceva ai media locali riferendosi al triangolo dei rifiuti di Sacida. Parliamo della biogas alla quale l’amministrazione – della quale egli stesso dice di essere la continuità – aveva dato il via libera e della quale “tutti sapevano”, come dice Patrizio Placidi in inequivocabili intercettazioni agli atti di un processo. Parliamo del secondo impianto, per il quale nelle carte ci sono nomi e cognomi di chi era direttamente interessato a terreni, mediazione e direzione e nell’ultima campagna elettorale è stato a sostegno dell’attuale sindaco. Impianto poi bocciato in Regione. E parliamo dell’impianto di pre selezione dei rifiuti, bloccato dai no di tutti. La biogas, invece, va avanti e chi li chiamava o gli faceva trovare terreno fertile siede in maggioranza. Inutile girarci intorno e prendersela con la Regione. Abbiamo conosciuto un sindaco che avrebbe già provveduto ad adottare i provvedimenti che annuncia, davanti alle carte emerse grazie a chi sul territorio prova ancora a fare informazione senza infingimenti. Carte che spiegano come quell’impianto ha aperto e mancava qualcosa. Non è questione di “molestie olfattive”, se cerchiamo solo la puzza della biogas commettiamo un errore. Perché dobbiamo approfondire quella di bruciato che c’è intorno, dalle preoccupazioni in consiglio comunale per un emendamento che avrebbe bloccato o rinviato – di fatto – la realizzazione (e le intercettazioni lo spiegano benissimo, con nomi e cognomi), fino alle strane manovre in Comune affinché lì e solo lì a un prezzo proposto dalla proprietà e fatto proprio dall’amministrazione si dovesse andare a scaricare.

Mettiamo insieme qualche carta: siamo al 23 marzo, in pieno lockdown e alla società che gestisce l’impianto mancano i “campionamenti delle emissioni in atmosfera” richiesti dal decreto legislativo 152 del 2006 “per la determinazione di tutti i parametri di cui i provvedimenti autorizzativi richiedono la verifica”. È la stessa Asja ambiente a riferirlo alla Regione e per conoscenza al Comune e all’Arpa. L’Agenzia regionale per l’ambiente ha programmato quelle verifiche – a dirlo è sempre Asja – il 7 e il 9 aprile – ma c’è l’emergenza Covid e le misure “potrebbero imporre un differimento dell’adempimento delle prescrizioni previste le emissioni in aria”.

La prima domanda da porsi, allora, è: c’è mai stato questo adempimento? In Comune, visto che con la scusa dei risparmi l’umido si “deve” portare lì, dovrebbero saperlo. Perché altrimenti si sta conferendo in un impianto che – puzza o meno – manca di un passaggio fondamentale. Il decreto legislativo 152 all’articolo 269 citato dalla società è chiaro: senza l’indicazione di quei valori, che devono essere nei limiti previsti dall’autorizzazione, non si va dalla “messa in esercizio” a quella “a regime”. Questi passaggi sono stati rispettati? Anche qui, in Comune – dato che lì si conferisce – dovrebbero saperlo.

A preoccuparsi, dopo la nota del 23 marzo, è l’allora dirigente all’ambiente Angela Santaniello che mette nero su bianco una frase chiarissima. Chiede cioè se l’eventuale differimento delle verifiche possa comportare “pregiudizio per il buon funzionamento dell’impianto o criticità sanitarie”. Sono gli stessi giorni – pressapoco – in cui proprio Asja manda in Comune la proposta con i 100 euro a tonnellata, si assegna e viene revocato l’affidamento per il conferimento, ci sono assessori che sembrano particolarmente interessati alla vicenda, mentre il sindaco “caccia” la Santaniello e firma un’ordinanza per portare l’umido alla biogas che diceva di non volere e per la quale aveva scritto alla Regione chiedendo la revoca dell’autorizzazione integrata ambientale. Una foglia di fico.

Sono i giorni in cui, in maniera poco opportuna, viene rimesso come funzionario responsabile del settore un ex dirigente indagato per vicende relative ai rifiuti. E che troviamo nelle carte delle inchieste dove mezza maggioranza di ieri e parte di quella di oggi figurano ora citati, ora perché direttamente intervenuti nelle vicende che riguardano il “triangolo” dei rifiuti. Sono storie già scritte (da pochi, purtoppo) e che il primo cittadino ben conosce, solo che la colpa è sempre degli altri. Ad esempio dello spargimento di concime, se arrivano cattivi odori dalla zona. Davvero? E dove sono le carte a dimostrarlo? In Comune dovrebbero averne, se un sindaco arriva ad affermare tanto. O saranno semplici sensazioni? Un accesso agli atti forse sarebbe risolutivo, chissà… Intanto su quell’affidamento l’Anac ha dimostrato di esistere e chiesto informazioni. Se chi si occupa di anticorruzione in Comune segnalasse che il funzionario all’ambiente è vittima in un procedimento nel quale è indagato il suo assessore, sarebbe ancora meglio. Ma pazienza. Va così ad Anzio e sulla biogas tutti parlano, meno proprio l’assessore all’ambiente. Strano no?

È che in questo singolare paese sono bravi a buttarla in caciara. Così il sindaco se la prende con l’Arpa che dice di non essere mai stata chiamata dal Comune, poi prova a rettificare, il primo cittadino incontra il direttore dell’Agenzia e promette provvedimenti esemplari. C’è chi si prende gioco di decine di cittadini che vanno a protestare, ma va così… Ripetiamo la domanda: agli atti del Comune quei rilevamenti annunciati a marzo, ci sono? O fino a oggi si è fatto a “fidarsi”? Non è finita: i primi controllori del territorio, gli appartenenti alla polizia locale, vanno a cercare “molestie olfattive” – così le definisce il loro dirigente – e sono pronti a mandare tutto in Procura.

Diciamo che sulla base delle carte tirate fuori da chi non ha smesso di raccontare le singolarità di questo territorio, la Procura avrebbe già materiale sul quale muoversi. Ma si è a Velletri, non dimentichiamolo, e a cascata si arriva fino agli investigatori di casa nostra. Cercare i cattivi odori è come quando, per la vicenda “Francescana”, i finanzieri si fermarono sull’uscio della casa di riposo, fecero pagare un prezzo esagerato agli arrestati (poi assolti), ma non approfondirono ben altre vicende che pure emergevano. Qui si ha la stessa sensazione. Cioè che la biogas c’è e ce la teniamo e che è meglio cercare le pagliuzze (chi fa uscire le carte, chi vuole farne una questione politica e via discorrendo) anziché accorgersi delle travi. Vale a dire che se gli atti previsti dalla legge in Comune non ci sono (e come si fa a conferire lì?) e chi ha fatto i sopralluoghi non li ha chiesti, la vera puzza è questa.

Grotte di Nerone, il Comitato propone. Ora il sindaco faccia vedere da che parte sta

Ci sono i proclami, i “nemici” che si vedono ovunque, quelli che improvvisamente scoprono una vicenda e si ergono a paladini. Poi ci sono gli atti concreti, quelli che il Comitato tutela Villa e Grotte di Nerone ha fatto prima e propone anche adesso. Ora che l’indagine è chiusa e che i protagonisti di quello schiaffo alla città sono accusati di avere dato e/o incassato tangenti, chiede al sindaco di costituirsi parte civile nel processo. Crediamo non abbia problemi ad aderire. Serve un atto concreto – oltre i proclami – per far sapere da che parte si sta. Di seguito la nota spedita dai portavoce al primo cittadino.

“Alla c.a. de Sindaco di Anzio Dott. Candido De Angelis

È notizia di qualche giorno fa la chiusura dell’indagine, avviata nel 2014, conclusasi con la richiesta di rinvio a giudizio di 9 persone tra funzionari e dirigenti di diversi enti pubblici e di un consigliere regionale, per presunti illeciti in appalti di lavori in diversi bacini portuali. I fatti riguardano anche Anzio, per la realizzazione della barriera di protezione (o presunta tale) del sito archeologico delle Grotte di Nerone e rimasta incompiuta dal giorno in cui i lavori si interruppero poiché appaltati ad una ditta, la Icem srl, raggiunta nel Novembre 2013 da interdittiva antimafia. Circostanze e fatti che questo comitato conosce bene, avendo dato battaglia, sin dal 2013, contro la realizzazione dell’ecomostro in cemento sul sito archeologico neroniano, progetto il cui ente proponente era, ricordiamolo, proprio il Comune di Anzio già nel lontano 2002. Il progetto fu poi stralciato, ridotto alla lingua di cemento che vediamo e la Valutazione Impatto Ambientale fu aggirata poichè il manufatto avrebbe dovuto, con urgenza, essere posto a difesa dei reperti archeologici in mare. Ci muovemmo presso il Consiglio Comunale anziate, facendo approvare nel 2013, con l’aiuto di consiglieri volenterosi, all’unanimità, un manifesto contenente linee guida a tutela del sito ed a promozione del prezioso patrimonio che rappresenta. Un ordine del giorno disatteso e mai attuato. Sollecitammo la Regione, l’Ardis e la Soprintendenza partecipando a commissioni e conferenze dei servizi tra il 2014 ed il 2016, portando a conoscenza della città la circostanza dell’interdittiva antimafia alla ditta appaltatrice. I lavori si bloccarono e la politica locale, che aveva assistito inerme allo scempio, ci accusò di essere responsabili dell’incompiuto lavoro perché, se non avessimo sollevato tanta polvere, arrivando a denunciare lo stato vergognoso in cui versava il sito in un servizio del TG1, i lavori sarebbero proseguiti. Partecipammo con notevole successo ai Luoghi del cuore del FAI, raccogliendo oltre 5000 firme e classificandoci tra i primi venti siti censiti, incassando, dopo molti sforzi una delibera di giunta di cofinanziamento di 35.000 euro da destinare alla riqualificazione dell’area. Una riqualificazione mai avvenuta. Non sono mancate le denigrazioni a nostro carico, gli appellativi ironici, sui quali abbiamo sempre riso ed i bastoni tra le ruote messi da amministratori locali che, nell’interesse della collettività, avrebbero dovuto lottare al nostro fianco. Fortunatamente alcuni consiglieri regionali trasversalmente ci offrirono il loro supporto ed è giusto ricordarlo. Alla luce di ben 7 anni di attività questo comitato, nello spirito che lo ha sempre animato, rivolge al Sindaco di Anzio l’invito a valutare se ricorrano gli estremi per la costituzione di parte civile nel procedimento che si celebrerà a breve e che, nelle presunte azioni illecite commesse dagli indagati, ha cagionato un grave danno alla nostra città con il lascito di uno scempio in cemento nel cuore del prezioso sito archeologico noto come Grotte di Nerone. Restiamo altresì a disposizione per un incontro essendo noi, nostro malgrado, umile memoria storica di questa vicenda. Cordiali saluti

Comitato tutela Villa e Grotte di Nerone

I portavoce Silvia Bonaventura Chiara Di Fede Francesco Silvia”

Ecomostro alle Grotte, i paladini del “dopo” e il sistema Anzio

Sono in molti ad accorgersi solo adesso che qualcosa nei lavori che dovevano essere a difesa dei resti dell’antico porto Neroniano non andò per il verso giusto. C’è voluta la chiusura di un’indagine – purtroppo datata – per scoprire che parte di quelle tangenti erano per l’opera assegnata alla Icem di Minturno. Quando il Comitato per la tutela e la salvaguardia, fatto di semplici cittadini – per giunta di estrazione diversa come Silvia Bonaventura, Chiara Di Fede e Francesco Silvia – chiedeva lumi, i componenti nella migliore delle ipotesi venivano presi per “ingegneri navali”. La campagna del Fai venne boicottata fino all’ultimo dall’amministrazione dell’epoca che non brillò nemmeno prima, quando una ruspa era parcheggiata sui ruderi della villa. Quell’immagine resterà un simbolo di come il “sistema Anzio” tenda a non dare fastidio, c’erano i lavori, magari qualche subappalto ad aziende “vicine”, cosa ti metti a fare… Quella ruspa fu uno schiaffo di fronte al quale nessuno reagì in Comune, politici e dirigenti, amministratore e opposizione di lotta e di governo che nel frattempo è di nuovo alla guida della città. Tutto ciò mentre in Regione c’è chi favoriva la ditta – successivamente colpita da interdittiva antimafia – come leggiamo nell’atto che chiude l’inchiesta: “Pepe Raffaella accettava una somma di denaro e altre utilità da parte di Amato Carlo per compiere atti contrari al proprio dovere d’ufficio, consistiti nel fare ottenere alla Icem Srl, società amministrata dallo stesso Amato, l’esecuzione di una variante d’opera relativa all’appalto aggiudicatosi dalla stessa società per lavori presso “l’Antico Porto Neroniano di Anzio”, tale da compensare il ribasso praticato dall’imprenditore nell’offerta di gara e così consentirgli un maggiore guadagno di circa 150 mila euro“.

E’ un’accusa, non una condanna, ma ecco perché le cose andarono in quel modo. Perché a un certo punto sulle procedure si andò in modo spedito e senza troppi fronzoli, anzi forse dimenticando qualcosa. Ripeto, nel silenzio del Comune, anzi con il fastidio di fronte a quello che faceva il Comitato e che si faceva in Regione da parte dei consiglieri Santori, Righini, De Paolis e dei 5Stelle.

Quando finalmente venne bloccato tutto, qualcuno che ancora oggi siede in Comune se ne uscì con una delle sue proverbiali battute, tipo “ora siete contenti”. No, nessuno può esserlo, quello scempio è ancora lì e quell’opera – diversa dall’originale, inutile e dannosa – è stata fatta ai danni di Anzio con il “sistema” rimasto in silenzio. Parlarono – e vennero sbeffeggiati – alcuni cittadini, chi oggi si erge a paladino del “dopo” è arrivato tardi.

Per chi volesse approfondire, qui trova i contenuti pubblicati in questo spazio e qui alcuni articoli e comunicati dell’epoca. Non siamo tutti uguali.

Brutto clima e parole pesanti. Diciamo basta

Non possiamo abituarci. Non vogliamo. Ci sono momenti storici in cui la resistenza culturale è un obbligo morale, è il canto libero privo di connotazioni ideologiche di coloro che si oppongono ad una società liquida che sacrifica i valori del rispetto, dell’empatia, della solidarietà, del valore del significato della parola in nome di una comunicazione sguaiata e dal consenso facile.

Tutto questo mentre in città si discute di gravi fatti di cronaca, in cui la violenza urbana è protagonista, in cui una parola mal pronunciata scatena risse fra adolescenti. Le istituzioni sono chiamate (sarebbero…) a dare il loro buon esempio. Ma quale può essere se il confronto nella massima assise cittadina – il consiglio comunale – trova le sue espressioni nella denigrazione della persona e nella mortificazione di caratteristiche anche fisiche che esulano dal dibattito politico che dovrebbe invece concentrarsi sui contenuti?

Stiamo perdendo – diceva Camilleri – la misura, il peso e il valore della parola. Le parole sono pietre e possono essere pallottole. Le parole sono importanti. E l’esempio che si trasmette prende la forma di un’educazione rivolta ai giovani improntata sulla mortificazione dell’altro. Il linguaggio politico (ormai depresso dalla comunicazione social dei “vaffa”) deve conservare il compito di promuovere dibattiti incentrati sui contenuti e non sulla squalifica dell’avversario. Stiamo assistendo ad un clima di allarmante ostilità verbale, in un crescendo di aggressività diffusa, a un’inaccettabile violenza di termini e concetti espressi senza distinzione di colore o partito. Siamo di fronte a un’aggressività tanto trasversalmente agita, quanto universalmente percepita da cittadini di tutte le età ed estrazione sociale che si stanno abituando ad un clima ostile e privo di rispetto.

Il silenzio di chi assiste poi è ancora più grave, perché avalla comportamenti che dovrebbero essere, invece, stigmatizzati per principio. Questo clima di intollerabile prevaricazione non ha, né deve trovare, giustificazione alcuna. L’appello che facciamo è quello di sottoscrivere i principi del manifesto della “Comunicazione non ostile”. Una città che si rispetti, comincia da qui.

Chiara Di Fede, Giovanni Del Giaccio

Firmate la petizione https://www.change.org/p/sindaco-anzio-adottiamo-il-manifesto-della-comunicazione-non-ostile/share_for_starters?just_created=true&tag_selected=local

Scritte contro Lina, situazione degenerata e responsabilità

Voglio sperare che il sindaco di Anzio abbia chiamato la consigliera comunale Lina Giannino esprimendole solidarietà. E magari chiedendole scusa per come l’ha trattata anche nell’ultima seduta dell’assise civica. Se non lo ha fatto è sempre in tempo, così come ha la possibilità di fare subito tre cose. Una è mandare a cancellare quelle scritte – se non lo fa andiamoci noi cittadini, senza bandiere di partito – un’altra è comunicare ufficialmente che prende le distanze da certi modi di fare, la terza aprire il prossimo consiglio comunale impegnandosi a smetterla con gli atteggiamenti prevaricatori. È parte del personaggio, lo sappiamo, ma anche basta…. E come si dice? Quando il piccolo parla il grande ha già parlato e se un sindaco usa comportamenti poco ortodossi, da chi è nel suo entourage in giù si sentono autorizzati a fare di tutto. Detto ciò non c’è una responsabilità diretta del primo cittadino con quelle scritte – è palese – ma la degenerazione dei rapporti, quella sì. Degenerazione che parte dall’interno della coalizione (basterebbe ascoltare certe riunioni nei bar o i video postati sui social da chi invita a essere “guardato in faccia”), passa per il sindaco che dice di essere alla mercé di “ricattatori seriali” senza che nessuno senta il bisogno di chiedergliene conto e arriva fino a tante teste calde che questa maggioranza l’hanno sostenuta. È una responsabilità politica.

A Lina Giannino va la solidarietà assoluta, è entrata in Consiglio al posto di chi scrive, piace ricordare che in quella sede ebbi a sottolineare – fra l’altro – il clima di prevaricazione e tensione vissuto nei seggi nonostante la facile vittoria della coalizione di centro-destra.

È gente allergica alle regole, ci sono molte persone che hanno messo il vestito bello e sono entrate in politica, provocatori e prevaricatori di professione, gente che se non arriva urla e spacca. Compreso un assessore che è ancora al suo posto.

Ebbi a dire sempre in quella sede, rispetto a diverse vicende quantomeno “border line”, che il responsabile da quel momento era il sindaco. Parole entrate da un orecchio e uscite dall’altro.

Qual è l’esempio che viene dal primo cittadino e dalla sua maggioranza, nonché dai sostenitori vecchi e nuovi? Pessimo. Il dileggio degli avversari, le accuse personali e non le risposte sui fatti. Quando uscirà, finalmente, la delibera sul conferimento alla biogas – per esempio – non avremo spiegazioni tecniche sulla sua “sparizione” ma saremo presi in giro. Aspettiamo qualche giorno e ne avremo conferma.

Poi ci sono questi grandi coraggiosi che hanno fatto le scritte contro la Giannino e non hanno avuto nemmeno il coraggio di firmarsi. Vigliacchi due volte.

Ma perché prendersela con Lina? Ha sollevato alcune questioni, dai lavori “spacchettati” all’ex commissariato per cui venne ascoltata praticamente in diretta dalla Polizia, durante l’assise, fino a criticare il bando per gli spettacoli estivi che forse era il caso di evitare di fronte all’emergenza Covid. E poi ha segnalato anomalie, presentato interrogazioni, fatto notare contiguità singolari, svolto il suo ruolo di opposizione. Il che equivale – ad Anzio – comunque a toccare interessi. Quelli degli amici degli amici, quelli del “ma lascia stare” e via discorrendo.

Le minacce a Lina – alla quale avevano già squarciato gli pneumatici – seguono i proiettili all’ex segretaria generale, gli spari a Placidi e Alessandroni, le auto incendiate a Zucchini, quelle al compagno dell’ex assessore Nolfi. È un clima irrespirabile da anni, con episodi purtroppo mai chiariti dagli investigatori. Con la criminalità – non necessariamente organizzata – che è stata contigua se non dentro al Comune, come dimostrano certe indagini, da Malasuerte in giù. La richiesta della precedente commissione antimafia, le preoccupazioni sul voto che alla luce già di quei fatti non doveva svolgersi, sono rimaste lettera morta. Conosciamo i responsabili: l’allora prefetto Paola Basilone e il ministro Pd Marco Minniti, insieme a quanti – per mille motivi tra cui quella che chiamano “politica” – sono corsi a gettare acqua sul fuoco. Ne vediamo i risultati.

Avanti Lina, non si molla!

Rifiuti, biogas e “fuga” dal settore ambiente…

Accontentiamoci del risparmio, teniamoci la biogas (come era nelle cose, dopo che i responsabili politici dell’autorizzazione a quella centrale sono rimasti alla guida di Anzio), ricordiamo – questa città è usa dimenticare in fretta – chi prometteva di andare all’Onu o ammetteva che “vengono perché li chiamano o perché sanno che trovano terreno fertile”. Entrambe le cose, chi guida la città lo sa talmente bene da essersi alleato con chi li ha chiamati o ha dato disponibilità. Teniamoci tutto, a partire da questa litigiosa maggioranza (nulla di nuovo sotto il sole) e dalle prime manovre su chi saranno i candidati sindaco nel 2023 (!!), ma anche una città sporca e abbandonata a se stessa per la quale non è possibile prendersela con Placidi che non è più assessore e allora va bene così. Lo fosse stato, ne avremmo sentite delle belle. Accontentiamoci dei selfie del neo assessore, delle foto con zone pulite messe sui social, ma diamo pure un’occhiata in giro. Perché al netto degli incivili (i primi responsabili del degrado, non c’è dubbio) basta un giro per Anzio per rendersi conto del degrado e di un servizio che non funziona.

Ma il punto nemmeno è questo, bensì la “fuga” dall’ambiente. Dalla dirigente scomoda, Angela Santaniello, che proprio sul conferimento alla biogas ha rimesso le sue deleghe, a una delibera che è stata annunciata ma ancora non si trova all’albo pretorio dopo oltre una settimana. E’ il 3.0 “de noantri”, vero, ma perché non c’è quella delibera? Perché i cittadini – visto che risparmiano – non debbono sapere quante tonnellate si conferiscono, quanto costa, perché si va lì con quello che sembra un affidamento diretto “mascherato”? E non c’è già un affidamento in corso per parte dei servizi che nel frattempo andranno alla Spadellata? Con Placidi assessore cosa sarebbe successo se l’azienda X avesse proposto una convenzione al prezzo Y e l’amministrazione l’avesse affidata? Apriti cielo…. Questa vicenda, allora, è molto più complessa. La Nolfi ha pagato, così si dice negli ambienti, la sua opposizione al conferimento in convenzione alla biogas. Può dircelo solo lei, ma anche qui i cittadini avrebbero diritto di sapere perché si caccia un assessore che fa il suo lavoro almeno come gli altri e si premia una ex avversaria alle elezioni, nominando la sua “portaborse”. Roba che nemmeno nella prima Repubblica…. Della dirigente scomoda si è detto, ma adesso il funzionario che aveva detto sì all’impianto (Walter Dell’Accio) ed è stato rimesso all’ambiente nonostante le sue pendenze giudiziarie sul settore, ha detto “arrivederci e grazie”. Motivo? A saperlo… Sempre negli ambienti le versioni sono due: non ha personale a sufficienza per le verifiche (quante multe a Camassa, ad esempio, che in campagna elettorale si voleva cacciare ed è sempre lì?) e ha mollato o è arrivato un parere Anac che dice che in quel posto non può stare. E’ innocente fino a prova del contrario, lo ribadiamo, ma opportunità avrebbe voluto che non tornasse ad avere a che fare con quel settore per il quale ha un paio di indagini aperte. Tra l’altro, caso forse unico al mondo, il suo assessore di riferimento è imputato in un procedimento nel quale il funzionario è vittima… Questione di minacce, siamo ad Anzio, e l’assessore è chiamato in causa per un episodio che non coinvolge il funzionario però il processo è lo stesso. Deve essersene finalmente accorta anche la responsabile dell’anti corruzione. Alla quale, sempre secondo quel poco che trapela dal fortino di Villa Sarsina, la Corte dei conti ha notificato la sentenza sulle famose “27 proroghe” che riguarda l’ex assessore Placidi e il funzionario, mentre le aziende beneficiarie erano quelle dell’allora estranea alla politica e oggi assessore Valentina Salsedo. Ce n’è abbastanza per far desistere anche il dirigente a interim Luigi D’Aprano, chiamato per le finanze, appoggiato anche all’ambiente dopo l’addio della Santaniello, nominato regolarmente – secondo un dotto parere della segretaria generale – nonostante sia a tempo e che adesso avrebbe riconsegnato l’incarico. Poco trapela, si pensa agli spettacoli estivi dei soliti noti. Ma la “fuga” dal settore ambiente ha tutta l’aria di essere una cosa molto seria.

Carta vince, carta perde: Lavinio e il Consorzio…

Di chi sono le strade di Lavinio? Basterebbe dare questa semplice risposta per uscire da una situazione che si trascina da decenni, tra chi porta avanti il Consorzio di Lavinio e chi ne vorrebbe la chiusura.

Sì perché quelle che un tempo erano “strade vicinali”, nel frattempo sono state inserite nell’agglomerato urbano, mentre per la tassa di suolo pubblico il Comune – ormai dal 2007 – le considera “proprie”.

Perché, si chiedono quelli che un tempo avremmo definito i “dissidenti” del Consorzio, pagare due volte? Una serie di mail per posta elettronica certificata sono state spedite, finora senza risposta, al sindaco e al segretario generale del Comune. I cittadini contestano i pagamenti richiesti. Comune, fra l’altro, che non ha mai aggiornato il proprio catasto stradale. Carta vince e carta perde, insomma.

“Volendo riassumere in breve la situazione tecnico-legale relativa alle strade di Lavinio – scrive Fabrizio Faggioni che al tema ha dedicato pagine e pagine rimaste lettera morta in Comune – ne consegue che l’associazione denominata “Consorzio di Lavinio e Sant’Olivo” per la impreparazione, superficialità, approssimazione, arroganza tecnico-amministrativa del Comune di Anzio, (le Autorità competenti potranno verificare ed accertare eventuali più imbarazzanti e preoccupanti comportamenti e situazioni), ha operato abusivamente almeno dal 1992, ma volendo essere più “possibilisti”, sicuramente dal 2007, anno in cui il Comune ha ufficialmente dichiarato le strade di Lavinio come “suolo pubblico” e ne ha conseguentemente tratto un corrispondente profitto economico diretto. A lasciare molto perplesso il sottoscritto e molti cittadini circa la non limpida situazione e conduzione amministrativa e legale sia dell’associazione, sia delle amministrazioni comunali succedutesi almeno negli ultimi venti anni esistono anche le “Convenzioni” stipulate per le manutenzioni delle strade di Lavinio negli anni 2002, 2009, 2016, perplessità/irregolarità evidenziate e condivise anche dalla Delibera/sentenza n 33 del 6 Maggio 2015 dell’ANAC. In conclusione, in base alla semplice, ma attenta, lettura di leggi, decreti, normative e delibere è conseguente, logico e lecito sostenere che il Comune di Anzio e l’associazione denominata “ Consorzio di Lavinio e Sant’Olivo” per decenni hanno consapevolmente omesso di applicare gli articoli 6, 7, 8, 15,16 del Decreto Lgtn n 1446/1918 e che la succitata associazione ha omesso consapevolmente di osservare gli articoli 1,11,12,16,,17,20,26,33 dello Statuto consortile; e, cosa ben più grave, entrambi hanno omesso di rispettare per decenni leggi e decreti dello Stato citati nella presente relazione riguardanti la materia specifica della tipologia e della qualifica delle strade”.

Da qui una serie di istanze per interrompere l’erogazione di somme da parte del Comune e per bloccare le cartelle esattoriali emesse da Equitalia sud a nome del Consorzio. Una storia che andrebbe chiarita, una volta per tutte.

La crisi, la biogas. Pantomime e una città abbandonata

Si erano dimesse, insieme, ed erano tornate in giunta. Sempre insieme. Per due volte. Sembrava un legame indissolubile quello tra Laura Nolfi e Roberta Cafà, ma le loro strade si divisero alle elezioni del 2018. La Nolfi con la maggioranza uscente, allargata per l’occasione agli ex avversari che nel 2013 avevano sostenuto la candidatura dell’attuale sindaco, la Cafà da sola, contro la sua ex maggioranza. “Per coerenza”, quella di non sostenere chi aveva messo a repentaglio il centro-destra 5 anni prima. Scelta coraggiosa, quest’ultima, con parti di programma persino condivisibili. Vittoria degli ex alleati, come era quasi scontato, ma poi nella politica anziate che riproduce se stessa tutto è cambiato. Sono tornate insieme, nella stessa maggioranza, Cafà ci ha ripensato, è andata a dare soccorso al sindaco che prima voleva mandare a casa, (insieme a Palomba, altro da “armiamoci e partite”) e la coppia si è riformata. Con posizionamenti ora in un gruppo ora in un altro, cambi di partito, “conta” di consiglieri comunali…

Solo che la Nolfi era rimasta assessore, la Cafà doveva accontentarsi di essere consigliere. Doveva. Perché – con vicende che sfuggono ai non addetti ai lavori – adesso la Nolfi, una delle più votate in quella coalizione, è fuori (stessa sorte toccata ad Alessandroni, il sindaco dimentica che senza i voti delle liste e quelli dei “big” delle preferenze non avrebbe vinto al primo turno) e la Cafà sarebbe in bilico tra un posto in giunta o la presidenza del Consiglio comunale. Siamo ad Anzio, non c’è da stupirsi. Nemmeno se qualcuno dell’entourage dell’assessora defenestrata proverà ad andare “a prendersi” il Pd, uno dei giochi più in voga in città nel suicidio assistito di quel partito o di quel che ne resta.

Direte: che c’entra la biogas? Ci arriviamo. La Nolfi avrebbe sollevato dei problemi sulla scelta di andare a conferire lì i rifiuti, quando in campagna elettorale il sindaco in pectore prometteva che sarebbe andato fino all’Onu per non farla aprire. Ha ragione l’ex assessore all’istruzione, doveva andare a spiegare a Sacida – nella scuola di Sacida – che in Comune quella scuola avevano dimenticato di inserirla tra i documenti per la biogas per esempio. E sempre a Sacida, suo quartiere, oggi la Cafà spiegherà i benefici di quell’impianto per il quale nei giorni scorsi in Regione c’è stata l’ennesima conferma che c’è ben poco da fare. Si poteva agire prima, con la proposta che “sfiorò” il consiglio comunale, avanzata dal movimento “Città futura” rappresentato da Chiara Di Fede. Una modifica per le quali “non c’erano le condizioni politiche”, disse l’allora sindaco Luciano Bruschini. Chi era presente? Molti degli attuali consiglieri comunali di maggioranza, certamente l’intera giunta di oggi (Mazzi escluso). Nessuno battè ciglio. Modifica che avrebbe bloccato l’impianto per il quale – oggi – la dirigente regionale viene a dirci che “è in esercizio e autorizzato, non è possibile revocare l’autorizzazione perché non ci sono i presupposti, il riesame è possibile a certe condizioni o particolari problemi (ma non è il caso) o per nuovi elementi relativi alle carte”. Perché la scuola nei pressi sia stata “dimenticata” resterà un mistero, perché assessori che non c’entravano andavano a sollecitare provvedimenti sulla captazione dell’acqua a chi oggi è diventato dirigente altrove pure, che quell’impianto lo volessero – e lo vogliano – nella maggioranza di allora e di adesso è nelle carte.

Quelle giudiziarie, da una parte, quelle del Comune oggi. Nelle prime l’ex assessore Placidi – un tempo male assoluto come oggi la Nolfi – spiega per filo e per segno che l’impianto stava bene a tutti. Nelle seconde che lì si “deve” andare. In pratica – come ha spiegato l’assessore Fontana in commissione alla Regione – vogliamo la revisione dell’autorizzazione ma intanto conferiamo. E’ come – per fare un esempio – che dobbiamo divorziare, ma intanto compriamo casa insieme… Vogliamo far chiudere un distributore di carburante perché inquina ma intanto andiamo a farci benzina…

E comunque lasciateci qualche dubbio, in una città appiattita sul “copia e incolla”: la manifestazione di interesse indica 25 tonale settimanali, la determina a seguito dell’ordinanza del sindaco parla di 70 tonnellate. Dove portiamo le restanti 45 e a quale prezzo rispetto a quello “suggerito” – guarda caso – nel proporre una convenzione dalla società che gestisce l’impianto?

E già che ci siamo, chi prometteva di cacciare la Camassa entro due mesi (ricordando che era tutta colpa del fatto che fosse commissariata, oltre che dell’amministrazione precedente da lui stesso sostenuta) non è forse l’attuale primo cittadino? Lo sappiamo attento e capace, l’appalto nel frattempo non è scaduto? E l’Anac ha più risposto al quesito se occorre partire dall’aggiudicazione o dalla firma del contratto? Siamo in proroga senza saperlo? Di più: in quel capitolato c’è un costo per portare l’umido a destinazione, ora che l’impianto è più vicino, qualcuno – tra dirigente che non potrebbe essere in quel posto perché “a tempo” e funzionario che era opportuno non rimettere all’ambiente – si è preoccupato di questo? Stiamo decurtando le somme?

Speriamo. Intanto fra crisi, solenni impegni ad andarsene se avesse toccato gli assessori di Fratelli d’Italia smentiti il giorno dopo, fiducia rinnovata al sindaco (e ci mancherebbe) da chi teme di andare a casa perché il primo cittadino minaccia di lasciare, nessuno sembra girare per la città. O lo fa, senza rendersi conto delle condizioni di abbandono nelle quali si trova. A chi “fa” politica piacciono crisi, documenti, annunci roboanti anche per l’ordinaria amministrazione, pantomime. Intanto si dà la responsabilità alla precedente amministrazione – della quale si votarono un paio di bilanci (basta andare a rileggersi le delibere) – se c’è un disavanzo di 4 milioni di euro.

E’ tutto a posto, siamo ad Anzio…

In Regione la biogas delle beffe, cosa inventeranno ora?

Si potrebbe sempre fare ricorso alla frase di Alberto Sordi “A me m’ha bloccato la malattia” perché è difficile immaginare cosa andranno a dire domani in Regione, alla commissione incaricata di analizzare la richiesta di revoca dell’autorizzazione alla biogas di Anzio. Il sindaco potrebbe uscirsene dicendo che ad autorizzare quell’impianto è stato il suo predecessore insieme al dirigente dell’epoca e all’assessore “cattivo” Patrizio Placidi, potrebbe dire che lui era formalmente all’opposizione benché facesse azione di lotta e di governo. E poi potrebbe anche dire che in campagna elettorale ha promesso – vero – che sarebbe andato fino all’Onu pur di non far realizzare un impianto per il quale i lavori erano praticamente già iniziati, ma era solo uno slogan. Qualche difensore d’ufficio da tastiera, riferendosi alla campagna elettorale, parla del secondo impianto per il quale si sarebbe andati all’Onu, cercando di “assolvere” il sindaco dalla figuraccia. Solo che a leggere le carte di qualche indagine è proprio Placidi a ricordare di chi fossero gli interessi sulla seconda biogas. Nomi e cognomi, tutti candidati o sostenitori dell’attuale maggioranza.

Direte va be’, acqua passata… No, perché con chi l’ha autorizzata e con chi aveva interessi sulla seconda il sindaco si è alleato per tornare alla guida della città. Quando in consiglio comunale dove lui, gli attuali assessori Fontana, Ruggiero e Ranucci sedevano sui banchi dell’opposizione – almeno formalmente – è arrivata la richiesta di retroattività di quell’impianto si sono allineati al sindaco Bruschini. Il quale spiegò come non ci fossero le condizioni politiche per approvare quel provvedimento che avrebbe bloccato la realizzazione della biogas. Atto – ce lo dicono sempre le carte delle indagini – che avrebbe creato qualche problema a chi quell’impianto lo voleva, cioè alla maggioranza di centro destra vecchia e nuova che poi è sempre la stessa dal 1998 a oggi. Si potrebbe usare la frase di Alberto Sordi per togliersi dall’impaccio, suvvia, e magari ricordare che il Comune presentò anche un ricorso al TAR per bloccare l’impianto sentendosi rispondere che prima lo aveva autorizzato. O magari potrebbe provare a spiegare perché a dicembre si chiede la revoca dell’autorizzazione e poi si conferiscono oggi lì i rifiuti umidi del Comune. Cosa inventeranno, insomma?

Perché questo è successo, la biogas delle beffe è stata prima autorizzata e oggi viene utilizzata per portarci l’umido prodotto dai cittadini ai quali si vuole ancora far credere alle favole che quell’impianto non si vuole. Gli ultimi fatti dimostrano il contrario: la proprietà presenta una proposta di convenzione a 100 euro a tonnellata, la dirigente Santaniello prova a spiegare che non si può perché si deve fare una gara, adotta e revoca atti, quindi lascia l’incarico. Si evince – ma questo dovrebbero accertarlo altri – che la volontà politica è chiaramente di andare alla biogas che nel frattempo si è chiesto di chiudere per la vicinanza alla scuola e tutto il resto. La Santaniello lascia, il sindaco emette una ordinanza, spiega che risparmieremo (se il criterio è questo, w la biogas!) e nomina a dirigere l’ambiente chi per contratto è chiamato a fare altro e non potrebbe assumere quell’incarico. Il dottor Luigi D’Aprano, facente funzioni, indica a responsabile del servizio l’ingegnere Walter Dell’Accio. Rimette al suo posto, cioè, colui che ha dato il via libera alla biogas con Placidi – e pazienza – ma che opportunità vorrebbe si occupasse di altro. Perché in quel settore risulta indagato (e innocente fino a prova del contrario, sia chiaro) per un paio di vicende, ma anche vittima in un procedimento nel quale è imputato il “suo” assessore di riferimento. E’ un dettaglio, poi, che l’attuale sindaco lo ritenesse il responsabile, con Placidi, di avere avviato un “porta a porta” fallimentare in piena campagna elettorale nel 2013.

Cosa fa il responsabile? Un avviso nel quale si cerca chi possa offrire il servizio, partendo dal prezzo di 100 euro a tonnellata. Regolarissimo, sicuramente, ma vi immaginate se l’azienda X avesse proposto una convenzione al Comune per un servizio qualsiasi indicando un prezzo e questi poi sarebbe diventato la base di partenza per un avviso pubblico? Immaginate se a fare una procedura del genere ci fosse stato il “cattivo” Placidi insieme a Bruschini? Ecco, forse spiegare tutto questo a una commissione regionale, provare a salvare la faccia con quello che resta del comitato cittadino, sarà una impresa. Meglio la frase di Alberto Sordi.

Infine, sarebbe stato il caso di parlare di ciclo dei rifiuti prima. Della necessità di chiuderlo il più vicino possibile, certo. Di come funzionerebbe se ci fosse un vero “porta a porta”, il compostaggio domestico (altra beffa), la filosofia del “rifiuto zero”, la tariffa puntuale che premia i cittadini virtuosi e via discorrendo. Ma come disse l’attuale sindaco, chi proponeva gli impianti “o viene perché lo chiamano o perché sa che trova terreno fertile”. Ci sentiamo di dire che è per entrambe le cose. E’ lui ad essercisi alleato.

Per gli approfondimenti sulla biogas e il pensiero di chi scrive nel corso del tempo, basta cliccare qui