Da Leicester a Paternò, una riflessione necessaria

phoca_thumb_l_finalegara5-25-foto-di-gruppo-finale-red-sox-lauro-bassani

La festa di Paternò (Foto Fibs – Lauro Bassani)

Due imprese sportive, due mondi neanche lontanamente paragonabili e una riflessione necessaria per chi fa il lavoro di giornalista. A maggior ragione mentre si discute un contratto che dovrà necessariamente rivedere le arcaiche figure costruite su organizzazioni redazionali superate dalla storia grazie alle moderne tecnologie, ma anche riconoscere le nuove professionalità.

Da Leicester, lo scudetto inatteso della Premier League inglese e di un mondo milionario, a Paternò, lo scudetto del piccolo mondo del baseball di casa nostra, fra l’altro nella “A” federale, nemmeno nel massimo campionato, dove non gira un euro. Impresa la prima, mai vinto un titolo, con un allenatore che mai aveva centrato un risultato simile, per giunta in una città che a cospetto dei milioni e del blasone di Manchester, Chelsea Liverpool e compagnia ha realizzato un sogno. Impresa la seconda, perché vincere in Sicilia non è mai facile, perché il baseball italiano è quello che è, perché si partiva da 2-0 nella “serie” a favore bel Bollate e perché per arrivare fino in fondo è stata necessaria addirittura una sorta di colletta come racconta Il Fatto Quotidiano“.

In mezzo il giornalismo che cambia ma che – a parere di chi scrive – continua a servire. Immaginiamo solo qualche anno fa cosa avrebbero fatto le tv di mezzo mondo per entrare e avere l’esclusiva della possibile festa dei giocatori del Leicester. Invece hanno atteso, tutti, che Vardy postasse sul suo profilo twitter le immagini e le hanno rilanciate. Ecco, vedi, i giornalisti non servono più… basta uno bravo tecnologicamente e via. Alt, fermiamoci. Era una festa, ma ammettiamo che i giocatori decidessero di denudarsi, di fare qualche rito strano o quello che si vuole. Chi sarebbe chiamato a “mediare” tra quelle immagini e il pubblico? Certo, uno va da solo sul profilo del giocatore e vede ciò che vuole, ma la necessità – in questo come in altri molteplici casi – di un giornalista che valuti è indispensabile. Certo, oggi è molto più semplice avere foto, video, messaggi e quant’altro senza spostare troupe, scomodare corrispondenti (i servizi per Repubblica da Leicester li ha fatti il bravo Alessandro Allocca, collega nato e cresciuto alla “scuola” di provincia, collaboratore della testata con poche tutele)  ma spesso avere tutto e subito non è sinonimo di qualità, verifica delle fonti, autorevolezza. Del racconto, delle immagini, dei pezzi che qualcuno vorrebbe finissero su un giornale o in un sito grazie a un programma che “pulisce” agenzie che spesso sono già dei semplici copia e incolla.

Dall’Inghilterra all’Italia, dalle Midlands alla Sicilia. Domenica il tour de force della finale scudetto è stato raccontato in diretta grazie alla buona volontà di un grande appassionato – giocatore e poi tecnico, da anni trasferitosi da quelle parti – come Arcangelo Cibati, in diretta con gli amici del “Bar del baseball” di Nettuno. Un tablet o smartphone, una linea internet e il gioco è fatto.  Perché dovrebbe andarci un giornalista? E’ tutto a disposizione…. Va tutto bene, ma se c’è una rissa, ci scappa una bestemmia o succede qualcosa che non è il caso di pubblicare. Ah no,  è noto: i cronisti sono degli impiccioni, montano casi, cercano notizie, a volte sono “scomodi” per i loro stessi editori….

Non sono tipo da difese d’ufficio della categoria, ma dalle due imprese così distanti tra loro sportivamente, economicamente, come impatto sociale, c’è da riflettere per chi questo mestiere vuole ancora farlo. Vuole andare, vedere, verificare, incrociare le fonti, raccontare, dare un servizio.

E’ chiaro che un editore punterà sempre a “tagliare“, cercherà nella tecnologia i costi più bassi, ed è a questo che le organizzazioni di categoria – dal sindacato che sta lavorando sul contratto a un Ordine che così com’è è superato dalla storia, fino a un istituto di previdenza dove si prova a chiudere la stalla quando i buoi sono scappati – deve saper rispondere. Senza fossilizzarsi sulle figure dell’attuale contratto, ma provando a dare risposte. Ai tanti Alessandro Allocca sparsi per il mondo e, di più, ai tanti che con le unghie e i denti a volte per  5 euro lordi, vanno ancora a cercare notizie. La tecnologia, i “personal media“, i profili facebook e le dirette possono darti delle informazioni – è pacifico – ma trovare le notizie era e resta altra cosa.

Cacciato il cronista fuori dal coro

michelecrosti

Michele Crosti mentre viene allontanato dall’aula (foto Repubblica.it)

Questa ci mancava. Nella civilissima Milano si scopre che la sala contiene troppe persone rispetto a quelle che potrebbero starci e viene mandato via – senza troppe buone maniere – il cronista di Radio Popolare Michele Crosti. Una scusa.

Si presentavano i conti dell’Expo e la candidatura del commissario all’esposizione, Giuseppe Sala, alle primarie del Pd. Via via sono stati fatti uscire gli altri giornalisti, ai quali è stata riservata una postazione con diretta streaming. Dalla quale, per esempio, era quantomeno difficile porre domande.

Conosco “Michelino” per l’attività nell’Unione cronisti e per quella da giornalista appassionato nella “sua” Milano, constato dopo la vicenda di ieri che non solo tutto il mondo è paese ma che se uno che racconta la realtà fuori dal coro, come Crosti, è il primo a subirne le conseguenze.

Succedeva anche in Provincia, a Latina, con i giornalisti tenuti nella sorta di “acquario” del Consiglio nella sala Cambellotti, per esempio, quando non costretti a restare fuori perché di una testata ritenuta “scomoda“.

E’ successo ad Anzio con l’identificazione, succede ovunque nel nostro Paese, come ci ricorda l’osservatorio di Ossigeno.

Il problema, al solito, è chi racconta, mai chi ha il dovere di far sapere ciò che fa in virtù dell’incarico pubblico – di norma pagato dai cittadini – che riveste.

E’ la civilissima Milano, certo, ma mal comune in casi del genere non è mai mezzo gaudio.

Il Granchio e la denuncia per stalking, siamo all’assurdo

il-granchio-settimanale-4876234

Con Il Granchio​ abbiamo rotto molti schemi. Fondato un giornale “nostro“, fatto cronaca più che politica, dato voce a chi aveva qualcosa da dire e non alle interviste tanto per fare, fatto inchieste. Abbiamo anche rotto, molto, le scatole. E’ il nostro mestiere.

Sono tra i fondatori di una straordinaria esperienza editoriale locale, ho preso per diversi motivi altre strade  e oggi che il direttore Ivo Iannozzi è stato denunciato addirittura per stalking, faccio ancora più parte di quella famiglia. E dovrebbero sentirsene parte i lettori, da sempre i veri padroni del settimanale, gli inserzionisti, quanti credono nel ruolo della stampa libera.

Le querele, per i giornalisti, sono pane quotidiano. Sono sempre più temerarie e per questo chi le fa dovrebbe automaticamente risarcire se i procedimenti vengono archiviati o i cronisti assolti. Dovrebbero dare, sull’unghia, almeno la metà dei soldi che vorrebbe con maxi quanto pretestuose richieste di risarcimento. A molti passerebbe la voglia.

Questa dello stalking, però, ci mancava. Ed è  grave perché somiglia, ancora di più, a un tentativo di bavaglio. Anni fa, con un personaggio che voleva 300 milioni delle vecchie lire, con il giornale che in caso di condanna al risarcimento avrebbe chiuso, il giudice affermò non solo che quanto avevamo scritto era corretto ma che la cronaca “per il giornalista di un periodico locale configura anche un dovere di informazione della collettività locale“. Ecco: dovere. Ancora più forte in piccole cittadine. Più forte degli schiaffi, delle querele, di chi pensa – da ultimo l’assessore Giorgio Bianchi in consiglio comunale – ai “giornaletti“, delle pressioni di ogni genere, degli insulti, delle minacce, del “chi te lo fa fare” e via discorrendo.

Ricordo l’episodio di una signora, in ospedale, ad Anzio. Alcuni medici si lamentavano per un “incidente” che c’era stato con il Granchio. Un’incomprensione, poi chiarita, con il reparto di pediatria, ma i due sanitari c’erano tornati sopra. Lei si intromise e in nettunese stretto disse “a dottò, nci fosse o Granchio tante cose nse saprebbero“. Poi il Granchio sbaglia, come sbagliamo tutti, senza malafede, ma informa e fa il suo mestiere. Ci sono le rettifiche, le precisazioni, anche le querele. Ma lo stalking è una novità assoluta, anzi è un assurdo provare a contestarlo. Vedremo come andrà a finire. Intanto faccio mia la nota di Stampa Romana e del Sindacato cronisti mandando a Ivo e a tutta la redazione un grande abbraccio.

Alla faccia dei bavagli: vecchi, nuovi e… minacciati

Alla faccia dei bavagli: vecchi, nuovi e… minacciati

Ecco a cosa servono gli organismi di categoria. L’Unione nazionale cronisti, la Federazione della stampa e l’Ordine dei giornalisti hanno ottenuto un importante riconoscimento. Non per quella che alcuni considerano la “casta” dei giornalisti, ma sempre per il diritto imprescindibile dei cittadini di sapere…