Giustizia: Mingiacchi, la montagna e il topolino

Giustizia: Mingiacchi, la montagna e il topolino

 

Sono passati cinque anni, Luciano Mingiacchi – caso più unico che raro – si dimise da direttore generale della Asl. Aveva l’obbligo di dimora ma dignitosamente decise di farsi da parte. Adesso è stato prosciolto, in udienza preliminare, dalle accuse di truffa, falso e abuso d’ufficio. Nessun elemento a suo carico.

Il vecchio adagio inglese racconta che gli errori dei giornalisti finiscono in prima pagina, quelli dei medici al cimitero e dei giudici in carcere. In questo caso in un provvedimento cautelare che ha avuto, comunque, delle conseguenze.  Chi risarcirà mai l’ex direttore generale? E perché non accorgersi, come era palese, che la Asl si era espressa contro i posti in più al gruppo Angelucci? 

Invece la montagna ha partorito il topolino e nessuno pagherà

Trasparenza, fossero solo i Comuni…

Trasparenza, fossero solo i Comuni…

Il cittadino non deve sapere. Ecco cosa succede con il sito della giustizia amministrativa. Vale a dire quella di chi si occupa di gare pubbliche, appalti, decisioni contrastate, piani regolatori e tutto ciò che sappiamo. Sacrosanta la protesta dell’Unione cronisti

Giustizia: il caso Colarieti, le congetture, la responsabilità dei giudici…

Il 3 aprile è in programma al Tribunale di Velletri una nuova udienza del processo per l’ex assessore Italo Colarieti, la dirigente Angela Santaniello e l’ex presidente della cooperativa Raimbow Augusto De Berardinis. Il 23 aprile si dovrebbe arrivare alla conclusione, ma per come stanno andando le cose la montagna sembra aver partorito il classico topolino. 

Ho avuto modo di sostenere già altrove che anche se venissero riconosciuti colpevoli avrebbero, di fatto, già scontato la pena dopo una lunga quanto ingiustificata custodia cautelare ai domiciliari. Una misura – nei confronti degli imputati, come di molti altri in casi del genere – indegna di un Paese che dovrebbe essere la culla del diritto.

Ebbene a leggere le motivazioni usate dal Riesame, di recente, per togliere all’ex assessore e al giovane ex presidente l’obbligo di firma c’è da restare sconcertati. La Cassazione, citata nell’atto, ha infatti affermato che “la sussistenza del fumus (…) è stata apoditticamente desunta dal rilievo assegnato a elementi di natura congetturale e privi, al fine suindicato, dei necessari requisiti di univocità e valenza dimostrativa in ordine alla configurabilità di un’intesa corruttiva, ossia da una serie di anomalie e irregolarità riscontrate nelle fasi del percorso procedimentale che ha portato all’aggiudicazione dell’appalto”. 

Congetturale, teniamolo in mente. Perché domani ciascuno di noi potrebbe essere l’indagato di turno e fare sette mesi di domiciliari. Certo, una decisione del genere non entra nel merito del processo, sarà il dibattimento a stabilire se ci sono o meno le prove, ma qui – come in casi analoghi – se arriva una sentenza di assoluzione chi pagherà mai?

Una vecchia e dimenticata battaglia dei radicali, un referendum come tanti finito nel dimenticatoio, una questione di assoluta attualità.