La città di “Mala suerte” e quella che non ci sta

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La sentenza sull’operazione “Mala suertescrive una prima pagina giudiziaria sulla vicenda che ha squarciato il velo su un giro di estorsioni, droga e armi e che ha lambito la politica di casa nostra. Al di là dell’aspetto penale – per chi scrive anche Madonna o Pellecchia e tutti gli altri  sono innocenti fino al terzo grado di giudizio – c’è quella che riguarda proprio gli ambienti politici che è rilevante.

Perché amministratori pubblici devono “mediare” per far trovare un accordo sulla gestione dei parcheggi, per esempio? Perché – sono atti del processo – si deve arrivare a coinvolgere il sindaco e si deve andare a un incontro per proporre un Consorzio? Riunione che finirà – ipotesi che in primo grado ha retto – con una estorsione?

Se i parcheggiatori vanno oltre il dovuto, oggi li richiami all’ordine, domani glielo ricordi, dopodomani togli le autorizzazioni.  Quest’anno, finalmente, e purtroppo dopo “Mala suerte” sembra essere stata trovata una soluzione. Va dato atto alla Capo d’Anzio – che pure aveva presentato una denuncia per “pressioni” – e al dirigente della polizia locale di essere riusciti a evitarci il brutto spettacolo al quale assistevamo al porto.

Ma il punto è un altro: è negli interrogatori in aula, è in quello che è emerso nell’indagine, è nei nomi che tornano (sempre gli stessi) e vanno da “Mala suerte” all’indagine per abuso d’ufficio relativa alle proroghe per il verde, dalle “cooperative di Italo” dell’inchiesta sulle proroghe ai servizi sociali alle questioni che riguardano il Falasche o il passaggio da “Giva” a “Parco di Veio“. Gente che ha apertamente sostenuto chi oggi siede in Consiglio, gente che ha presentato liste o si è candidata.  Innocente fino a prova del contrario, va ribadito, ma c’è un contatto – una commistione in certi casi – tra chi “fa” politica e chi finisce nelle indagini che è preoccupante al di là dell’aspetto penale. C’è chi è in quelle inchieste ed è stato eletto e chi “fa” politica prova, quasi goffamente, in Tribunale, a  dire che non sapeva.   No, emerge chiaramente che c’era una “sponda” in Comune e che era noto chi fossero e cosa volessero i responsabili delle cooperative.

Poi c’è la frase del pubblico ministero in una delle ultime udienze, quando chiede gli atti relativi al boss Raffaele Letizia (ai familiari del quale, secondo l’accusa, finivano i soldi del “pizzo“) e gli avvocati si oppongono e lui replica: “Presidente se parliamo di camorra ad Anzio questa è la
dimostrazione che alcune persone sono vicine ai camorristi. Poi lo possiamo anche stralciare, non stiamo parlando del sorvegliato speciale perché ruba dentro
casa. Qui parliamo di altri tipi di sorvegliati speciali ed è per questo che non viene gradita questa produzione“.

Le pagine apparse su Repubblica due settimane fa raccontano quanto si va dicendo da tempo, una situazione di fronte alla quale c’è chi continua a fare spallucce. Perché ha consentito – sicuramente in buona fede, non si discute, per qualche voto, per quieto vivere, per quello che si vuole – la città di “Mala suerte“.  Lo spiega in un condivisibile post su facebook anche Chiara Di Fede.

Ecco, la sfida per chi vuole amministrare Anzio dal 2018 è dire che c’è chi non vuole avere nulla a che fare  con certi metodi, consuetudini, commistioni, frequentazioni, voti da ottenere e via discorrendo.  E’ una ulteriore e  netta linea di demarcazione tra il vecchio modo di “fare” politica e #unaltracittà

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