Il supermercato in centro, la programmazione che continua a non esserci

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Quando in questa città si parlava anche di commercio ed esisteva un’associazione di categoria degna di tale nome, una vicenda come quella del supermercato nell’ex ristorante cinese di viale Paolini avrebbe scatenato una sommossa.

Oggi sembra interessare a nessuno, mentre un’analogia con quei tempi è rimasta: chi arriva e ha lo sponsor politico giusto, apre.  Anzi, ce n’è un’altra: manca qualsiasi programmazione dal punto di vista commerciale. Allora un tecnico incaricato di redigere il piano parlava di “grossi negozi” per quelli che non avevano la superficie dei supermercati ma la sfioravano. Fioccavano i centri aperti per destinazione urbanistica, prima che per decisione del Comune ovvero per una situazione palesemente indotta. Poi sono arrivati quelli che hanno scoperto un condono “dimenticato” e la situazione è andata avanti. Il supermercato in centro mancava, tra l’altro in una situazione di assoluta difficoltà del settore per i pochi negozi rimasti. I quali commetteranno anche degli errori – primo fra tutti non aver valorizzato il centro commerciale naturale – ma per i quali un’amministrazione attenta avrebbe almeno il buon gusto di dire che un supermercato è il definitivo affossamento.

Ha ragione Paride Tulli a sollevare una serie di dubbi rispetto alla collocazione del negozio, vuoi per la condizione del centro e vuoi per i posti auto. Speriamo che prima di dire sì qualcuno se ne accorga…

Cena dello chef, la serata che fa del bene e batte i pregiudizi

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Gli chef nel “backstage”

E’ andata in scena mercoledì sera la sesta edizione della “Cena dello chef“, iniziativa del Rotary club “Golfo d’Anzio” in collaborazione con quello di Roma sud. Un appuntamento ormai consueto, come ha ricordato il presidente Alfredo Cugini, realizzato d’intesa con alcuni ristoratori locali (Romolo al Porto, Alceste, Grecale, Turcotto, Satricum, Nuova Fattoria, il Folle) e aziende del territorio, dove ogni commensale paga un biglietto per progetti di beneficenza. Fino allo scorso anno c’era uno chef “stellato” a dare ulteriore lustro alla serata, quest’anno l’infaticabile organizzatrice Maria Letizia Mingiacchi ha deciso di puntare sui rappresentanti locali. E ha fatto bene. Certo, un Antonello Colonna o un Niko Romito sono il “nome”, altrettanto Filippo Lamantia o Gennaro Esposito, ma nelle “slide” che sono andate a corredo della serata nel salone dell’hotel “Lido Garda” – Giovanni Garzia non si tira mai indietro quando è chiamato in causa – è stato giustamente sottolineato un aspetto importante: i ristoratori di Anzio e Nettuno che si mettono a disposizione, gratuitamente, e che fanno “squadra“. Ha ragione Walter Regolanti a sottolineare come servirebbe maggiore mediatica attenzione per un evento simile.

E’ il segno evidente di come si possano superare, in nome della solidarietà, le “rivalità” quotidiane. E’ uno dei pregiudizi che viene meno, quello di pensare che attività del genere non siano in grado di collaborare tra loro. Invece sembra che lo abbiano sempre fatto e grazie all’apporto dei ristoratori locali – oltre che dei partecipanti alla serata – quest’anno ci saranno corsi per la disostruzione delle vie aeree nei bambini e – a Roma – uno sportello di sostegno psicologico multilingua.

Sono i “service” individuati dal Rotary per l’edizione 2015. Nel corso degli anni sono stati sostenuti – arrivando con questa edizione a una raccolta di circa 100.000 euro – progetti locali e non. Tutti di assoluta importanza. Ecco il secondo pregiudizio battuto: siamo abituati, a torto, a pensare al Rotary come a un club di persone con la puzza sotto al naso. Una cerchia ristretta, chiusa, solo per amici degli amici. La “Cena dello chef” dimostra l’esatto contrario, coinvolgendo persone di ogni genere e – diciamolo – con più gente di Anzio e Nettuno ogni anno che passa. E’ un modo per raggiungere l’obiettivo ma anche per far conoscere il Rotary stesso. Che, alla fine, può piacere o meno, però le cose le realizza.

Infine un doveroso cenno all’istituto alberghiero “Marco Gavio Apicio“, ai ragazzi che l’altra sera si sono cimentati fra accoglienza, tavoli e cucina, ai loro docenti, alla dirigente scolastica Antonella Mosca. E’ una scuola di eccellenza per il territorio e per la serata non ha mai fatto mancare il suo apporto fondamentale. Altro esempio di perfetta sinergia.

Appuntamento al 2016!

Porto, i diritti degli operatori e quelli dei cittadini

L'home page del sito Marina di Capo d'Anzio, registrato dal socio privato

L’home page del sito Marina di Capo d’Anzio, registrato dal socio privato

Forse verrà un giorno nel quale saremo noi cittadini a fare ricorso. A dire che il porto, davvero, è nostro e di nessun altro. Difficile che avvenga, ma servirebbe. Gli ormeggiatori fanno bene a far valere le loro ragioni, la situazione nella quale si trovano è il frutto di anni di incuria, mancati controlli, tolleranza e chi più ne ha ne metta. Avevano un accordo che riguardava il raddoppio del porto, se ne sarebbero andati con quella realizzazione, se un errore ha commesso la Capo d’Anzio e prima ancora il Comune che ne detiene il 61% è stato di non comunicarglielo adeguatamente e per tempo. Lo sostengo da mesi. Poi è nato il braccio di ferro arrivato fino alla decisione di ieri del Tar.

Detto questo e ribadito che è sacrosanto far valere i propri diritti, l’impressione adesso è che si stia verificando quello che da anni si teme. Tutti “vogliamo il porto“, tutti- anzi  una stragrande maggioranza – diciamo “tanto non si farà mai“.

Perché in fondo, a chi rivendica i propri diritti, sta bene così. Perché per decenni – è ora di dirlo – tanti si sono girati dall’altra parte mentre chi era chiamato a fare un mestiere ne faceva anche un altro. Fossero ormeggiatori o cantieri, circoli velici o altri che hanno vissuto di rendite di posizione e scarsi controlli.

Ecco allora che noi cittadini, forse, un giorno dovremmo dire che vogliamo il diritto di passeggiare a levante e vederlo il porto, quello più banale di parcheggiare a fianco dell’Ondina dove per mesi – tutti fingono di non accorgersene – ci sono i carrelli delle scuole di vela. Il diritto di sapere che le norme di sicurezza che sono pretese per noi, siano garantite all’interno del porto e delle attività che ci sono. Quello di poter passeggiare tranquillamente, senza presenza di catene o il rischio di finire in mare su una specie di “Shangai“. Di avere acqua ed energia elettrica, in caso di attracco, senza doversi sentire gli ultimi scemi della terra. Il diritto di sapere se e quante tasse pagano certi operatori, dato che quando si propose al compianto Gianni Billia di liquidare alcune delle attività presenti in cambio di un miliardo di vecchie lire l’operazione non fu possibile perché un prezzo del genere era ingiustificato rispetto ai guadagni dichiarati.

Certo, la Capo d’Anzio doveva fare il porto e ora vuole (vorrebbe) gestirlo per salvare i suoi conti, avrà sbagliato, ma ora sappiamo che noi cittadini proprietari del 61% abbiamo una concessione. Di tutti, non solo degli operatori portuali. E sappiamo, grazie finalmente a un minimo di trasparenza, quali canoni pagavano coloro che per anni sono stati titolari di un privilegio prima ancora che di un diritto. Manca, invece, la trasparenza sui rapporti tra Comune e Marinedi, la Capo d’Anzio dice una cosa e il sindaco vorrebbe farne un’altra. Anche qui, da mesi ripeto che Luciano Bruschini quale rappresentante del 61% pubblico e per una minima parte di ciascun cittadino, deve spiegare, ma questa è storia diversa.

Se  gli ormeggiatori avranno ragione anche oltre questa fase cautelare se ne dovrà prendere atto, le sentenze si rispettano. Sarà felice qualche consigliere comunale di maggioranza che ha sostenuto Bruschini e questo progetto, ovviamente, ma ora è paladino di chi si oppone a che la concessione diventi operativa. Perché Anzio è questa, gli interessi particolari vengono prima di quelli della collettività. Oggi ne abbiamo la conferma. E’ stato così quando doveva fare il porto “Marine investimenti”, all’inizio degli anni ’90, e poi quando si trovavano gli ostacoli di ogni genere per questo progetti, quando tutti lo volevamo e la stragrande maggioranza diceva – a ragione, evidentemente – che “tanto non si farà mai“.

Per questo il giorno nel quale noi faremo ricorso, come cittadini danneggiati da questa storia, non verrà. Teniamoci il porto così com’è, mandiamo all’aria la Capo d’Anzio, avevamo già dimenticato il doppio bacino, ora lasciamo che tutto marcisca. Quando i libri della società saranno in Tribunale ci riempiremo la bocca del fallimento di questa idea e avremo ancora l’imboccatura insabbiata e le tavole di legno, le norme igienico sanitarie e di sicurezza violate e tanti privilegi per pochi. Allora, magari arriverà un Marconi o chi per lui a rilevare tutto e davvero ci sarà il temuto “Marina” con accesso vietato. Dopotutto è quello che ci meritiamo.

Porto e ormeggiatori, inutile giocare a scacchi. Va trovata un’intesa

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La Capo d’Anzio ha fatto la sua offerta, anche dopo aver ricevuto dalle cooperative di ormeggiatori una diffida a procedere. Si sta giocando, sull’ultima intesa che manca per passare alla gestione della società, una specie di partita a scacchi. La Capo d’Anzio ha la concessione, gli ormeggiatori brandiscono un accordo che prevedeva un altro porto per lasciare il loro posto; la società vuole entrare in possesso di aree che non può cedere in sub concessione, chi sta lì da una vita prova a difendere i suoi diritti. Soprattutto da un socio privato che – ormai è palese – fa il bello e il cattivo tempo con la Capo d’Anzio. Nel totale silenzio di chi rappresenta noi cittadini, titolari del 61% delle quote, il sindaco Luciano Bruschini.

Il quale ha fatto di necessità virtù: il Comune non ha uomini né mezzi, Marconi sì, allora faccia tutto lui e poi si vedrà. Un sindaco che continua a parlare di bando pubblico mentre la società nella quale ha la maggioranza segue tutt’altra strada. Un percorso che prevede, come primo step, quello di gestire l’attuale situazione. E’ l’unico modo, fra l’altro, per salvare la Capo d’Anzio dal fallimento. In questo c’è la vicenda ormeggiatori. Avranno tutti i torni, avranno fatto per anni cose non consentite – lavori dei cantieri, mentre qualche cantiere ormeggiava scafi, è stata sempre una sorta di terra di nessuno – però ci sono. Il muro contro muro non serve a nessuno. Al posto delle due cooperative, allora, si dovrebbero pretendere garanzie chiare: sulla continuità del lavoro, sul futuro qualora alla Capo d’Anzio le cose andassero male, sul rientro in possesso della concessione se dovessero andare peggio. Ecco, va trovata un’intesa ragionevole e che garantisca gli ormeggiatori come oggi sono garantiti – e per 50 anni – tutti gli altri concessionari attuali.

Un’amara constatazione, alla fine: avremo, almeno nelle prime due fasi, un porto semplicemente sistemato. Se i soci delle due cooperative, negli anni, avessero programmato degli interventi, il porto era già fatto. Ma siamo ad Anzio e lo stato di cose che si è trascinato finora alla fine ha fatto comodo a tutti. “Tanto – era l’adagio comune – il porto non si farà mai”. Non avremo mai il raddoppio, probabilmente (a meno che davvero Bruschini tiri fuori il finanziatore del quale parla con pochi eletti anziché con i cittadini proprietari del 61% delle quote) ma oggi la concessione, piaccia o meno, è della Capo d’Anzio. E dobbiamo fare in modo che il controllo pubblico resti.

Quotidiano di Latina, viene da piangere. Sciopero e uscita, adesso come allora…

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Ammetto, sono molto combattuto. Viene da piangere di fronte a quanto sta accadendo al quotidiano di Latina, già Latina Oggi. In quella sede, con alcuni dei colleghi che ancora oggi sono lì, ho vissuto un’esperienza umana e professionale unica. “Facevamo” il giornale, senza starci a preoccupare troppo del potente di turno. Ha ragione Lidano Grassucci quando dice che andato via Sandro Panigutti è sostanzialmente finita un’epoca. Al direttore dimissionario va la mia vicinanza e solidarietà, lo stesso ai colleghi di un tempo (ormai pochissimi) e di adesso, che hanno con grandi sacrifici portato avanti fino a oggi un’esperienza a dir poco travagliata. Perché dall’avvento prepotente di Giuseppe Ciarrapico, a partire dalle europee del ’99, quel giornale non era più stato lo stesso. Continuavamo a “farlo” ma c’era sempre qualche politico di casa nostra che ci faceva convocare a Roma. Lo trovavamo lì, vicino al Ciarra, e la “linea” subito dopo cambiava. Anche più volte al giorno: stiamo con Tizio, anzi no con Caio. Possono testimoniarlo più colleghi e diversi esponenti politici, alcuni ancora sulla breccia. E senza quei colleghi, comunque, oggi vicende come quella di Fondi – con il mancato scioglimento del Consiglio comunale che era e resta uno scandalo – o la gestione dell’Amministrazione provinciale, forse non sarebbero mai emerse.

Era difficile fare il giornale, nonostante Gigi Cardarelli cercasse di tenere la barra dritta. Poi con Ciarrapico – che nel frattempo era ricercatissimo da destra e sinistra, cosa non si fa per comparire… – è andata come sappiamo. E’ arrivato Andrea Palombo, salvatore della patria, ma la musica non è cambiata. Anzi. C’è stato un fallimento diciamo singolare, una sentenza “copia e incolla” che andrebbe approfondita, ma anche qualche passaggio poco chiaro tra una testata e l’altra, una gestione e l’altra. Tanto che se ne occupa la Procura. Fino a oggi, all’ennesimo tentativo di rilancio fallito e all’attenzione a una società – la Nuova editoriale oggi – da andarsi a riprendere. Il tutto senza pensare a posti di lavoro a rischio, a un’esperienza che è stata e resta unica nel suo genere. Che ha dato al giornalismo di questo territorio molto, ricevendo pochissimo. A cominciare da “cordate” o simili, passando per editori che nemmeno sanno di cosa parlano. In questo caso, come nelle altre esperienze editoriali che sono andate male (il Territorio, la Provincia, il Latina Oggi notizie che voleva scimmiottare quello vero, Tele Etere) o rischiano di andarci (Lazio Tv). Sono combattuto – anzi ero, ormai ho scritto… – perché ho lavorato in quel Latina Oggi e ne vado fiero, perché conosco (e bene) e ho un rapporto di amicizia con il proprietario della maggioranza della Qap editore, ma anche per il ruolo sindacale che ho avuto fino a qualche tempo fa. Siamo alla vigilia del congresso di Stampa Romana e altri dovranno essere fiduciario in provincia. Se una responsabilità hanno i giornalisti pontini è proprio quella di essersi accorti sempre troppo tardi del sindacato, di averlo “scansato” fino a quando la situazione era ormai precipitata.

Due cose, infine, sembrano accomunare il Ciarrapico dei tempi migliori – quando, almeno, pagava sempre regolarmente gli stipendi – al Palombo di oggi. La prima: sono editori del quotidiano ma formalmente non compaiono. La seconda: di fronte a uno sciopero dell’intera redazione hanno fatto uscire ugualmente il giornale. Allora era per il contratto nazionale, adesso per rivendicare gli arretrati. In entrambi i casi ai colleghi che si sono fermati è stato risposto con un prodotto di pessima fattura. Allora si ruppe un incantesimo, un gruppo coeso di colleghi, alcuni di noi presero strade diverse. Adesso è stato fatto di peggio con le firme di chi scioperava (Luca Artipoli, Alberto Dalla Libera e Alessandro Marangon) finite sul giornale. Si dice “per errore”. No, ha ragione Stampa Romana: questo si chiama – e si chiamava anche allora – comportamento antisindacale.

I presepi non pagati e il criterio “secondo me”…

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Il casuale incontro di questa mattina con l’assessore alle attività produttive Giorgio Bianchi ha consentito di chiarire un paio di cose. La prima: la determina sui presepi in piazza c’è, impegna 2.000 euro, ma non saranno pagati perché l’artigiano non è venuto. Presto, così ha detto l’assessore, sarà revocata. Anzi, ha sottolineato che uno prima di scrivere potrebbe pure informarsi. Della serie, ormai, che non bastano nemmeno gli atti pubblici secondo chi ci governa.

E’ seguita la solita e scontata lamentela sui giornalisti disattenti o votati al sensazionalismo – ma il timore è che sia l’assessore a seguire poco certi argomenti, questione di punti di vista – e la notizia relativa ai criteri sulla base dei quali si sceglie questa o quella iniziativa o manifestazione. “Secondo me l’artigiano che fa i presepi in piazza è una bella cosa“. Anche qui, questione di gusti.

Ah, Bianchi ha fatto notare che il suo assessorato per anni ha speso “zero” e quindi il criterio è anche quello di “fare qualcosa rispetto a niente“. Buono a sapersi.

Ps: già che ci siamo – visto che oggi non era il caso di approfondire – notizie del Centro commerciale naturale?

Saluto un Avvocato d’altri tempi, maestro anche per i cronisti

Apprendo della morte dell’Avvocato Angelo Fagiolo e ripenso ai miei esordi da cronista. A quel principe del Foro che pensavo inavvicinabile e che, invece, si mostrò subito molto disponibile. Le aule dei Tribunali non sono il mio forte, le ho frequentate più da imputato per diffamazione a mezzo stampa (le querele, si sa, per i giornalisti sono “medaglie”) che da esperto di giudiziaria.

Però all’epoca – più di oggi – dovevi saper far tutto. Così, essendo uno degli imputati suo assistito mi avvicinai, un po’ timoroso, a quel signore d’altri tempi. Trovando una cortesia unica, una capacità di spiegare le cose semplicemente degna del miglior cronista di giudiziaria, una propensione  al dialogo straordinaria. Non lo avevo mai visto prima, ripeto, eppure non fece affatto pesare la cosa. Anzi, probabilmente comprese l’imbarazzo e l’impaccio del giovane giornalista alle prese con un processone qual era quello per l’operazione “Tridente” o -prima ancora – quello per i famosi parcheggi sul lungomare di Nettuno.

Non ebbi più molti motivi per frequentare il Tribunale di Velletri, ma capitò di andare nel suo studio – per essere ricevuto dal figlio Marco, al quale rivolgo un caro pensiero in questo triste momento – e lo vidi venirmi incontro per un saluto caloroso. Come se ci fossimo visti qualche giorno prima, invece era trascorso molto tempo. Lo stesso a Palazzo di Giustizia, da ultimo un anno e mezzo fa, a quando risale l’ultima stretta di mano accompagnata dal suo sorriso cordiale. Ricordava perfettamente chi fossi e per quale motivo mi trovassi lì, a seguire un processo. Mi dicono i colleghi che di più hanno frequentato e frequentano il Tribunale che abbia dato consigli a molti cronisti.

Un maestro per gli avvocati, insomma, ma anche per chi vuole raccontare i processi e grazie a lui ha evitato più di qualche strafalcione.

Sia lieve la terra, dunque, all’Avvocato Angelo Fagiolo. Io non posso che serbare un piacevolissimo ricordo e dire, ancora oggi, semplicemente grazie.

Tranquilli, ci sono. Ho lavorato per…

Da qualche giorno ho trascurato questo spazio. Voglio tranquillizzare tutti coloro che hanno la pazienza di seguirmi. Ci sono, è che ho concluso il lavoro del quale alcuni già sanno. Un libro sui casi di sangue infetto che uscirà a fine marzo per l’editore Giubilei e Regnani. E’ il mio secondo resoconto giornalistico, il primo “Latina segreta”, è uscito a dicembre 2013 per Historica .

Per adesso su “Sangue sporco” accontentatevi di questa anticipazione: “Un viaggio da nord a sud dell’Italia. Un itinerario tra persone malate, infettate per trasfusioni di sangue o per errori commessi negli ospedali.  Questioni semplicemente liquidate come malasanità, quando in realtà in certi casi si rasenta una specie di accanimento. Come quello del Ministero della salute che normalmente non risponde e quando lo fa prova a negare l’evidenza. Sono migliaia le persone contagiate dall’epatite C e dal virus Hiv, danneggiate prima e beffate poi. Di loro si racconta in questo libro-inchiesta che mette insieme alcuni casi simbolici, ripercorre lo scandalo degli emoderivati, prova a far conoscere un fenomeno che non “fa” notizia. Almeno fino al prossimo decesso“.

Lo sbarco, i tedeschi, altre storie. Continuo a non capire….

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Mi chiedevo ieri mattina, girando per il centro di Anzio, se il 22 gennaio del 1944 ci fossero in giro tutti quei tedeschi, per giunta sorridenti e attorniati di belle ragazze. Chiedo conforto a chi, di storia, capisce più di me. Così magari ci spiega se quando gli alleati sono sbarcati hanno trovato ad attenderli lì, sulla spiaggia, i tedeschi stessi dentro a delle trincee. Qui più che di storia serve un esperto di tattiche militari, per quel poco che ne so difficilmente si risponderebbe a uno sbarco con la fanteria, ma anche in questo caso chiedo conforto. Lo faccio perché ci venivano proposti “momenti di 71 anni orsono” con i volantini diffusi in città.

Perché continuo a non capire più di qualcosa rispetto alle rievocazioni che ci vengono proposte e alle manifestazioni che sono – a mio modestissimo avviso – ogni anno un’occasione mancata. Per fare di uno dei momenti più terribili della storia della seconda guerra mondiale un momento di riflessione che guardi – per davvero – alla costruzione della pace. Qui due Comuni non si mettono d’accordo per fare normali cerimonie, figuriamoci manifestazioni internazionali sull’evento. Qui ogni associazione ha il “suo” momento nel programma e sappiamo bene che si guarda diciamo di traverso con l’altra. Sabato pomeriggio a Villa Sarsina, per esempio, ci siamo dovuti accontentare di narratori improvvisati e di collage di foto senza alcuna spiegazione, tra l’altro in assenza di rappresentanti del Comune a dare una presenza istituzionale. Qui nessuno ha chiesto all’addetto dell’ambasciata Usa che lo scorso anno lanciò in pompa magna l’X Ray beach a Nettuno che fine avesse fatto quest’anno. Se persino personaggi che hanno un importante ruolo usano lo sbarco per mettersi in mostra non siamo certo sulla buona strada.

Per questo se sbarco di pace non è solo uno slogan (apprezzabile il gesto del Comune di Anzio per la Francia e la frase di Voltaire), sarebbe il caso di investire i pochi  soldi che ci sono per un evento che metta realmente al centro la pace. Per costruire, con i ragazzi delle scuole, quanto è accaduto e farne un progetto di portata europea. Collegandosi alla Normandia – dove a giugno vedremo cosa faranno per i 70 anni dallo sbarco – ma anche alla Sicilia e a Salerno dove pure sono sbarcati gli alleati. Creando un ponte con le città dove la gente di Anzio e Nettuno è stata sfollata, in Calabria. Riprendendo le pagine di Padre Leone Turco e del suo diario per far capire ai ragazzi che non hanno avuto la fortuna di sentire i racconti di nonni e padri cosa sono stati quei giorni. Una nostra giornata della memoria e della pace, in un Mediterraneo ancora oggi teatro di morte, che si trasforma in un percorso da vivere tutto l’anno. Questo – resta una mia modesta opinione – sarebbe un segno di svolta.

Qualche tedesco in meno, tanto non c’erano (vero intenditori?) e più idee innovative rispetto a ciò che si rischia di trasformare da evento storico a carnevalata.

Ormeggiatori e non solo. Le risposte della Capo d’Anzio, i silenzi del sindaco

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Speriamo che questa volta la posta elettronica certificata sia arrivata a destinazione e venga aperta per tempo. Comunque il 30 gennaio alle 11 i rappresentanti delle cooperative di ormeggiatori sono nuovamente convocati per cercare – una volta per tutte – la soluzione all’interno della gestione del porto affidata alla Capo d’Anzio unica concessionaria.

Società che non ha perso tempo e questa mattina, perfino con il socio privato Renato Marconi in prima fila (quale onore… ) è andata ad apporre i cartelli relativi alla presa di possesso delle aree. Cartelli che stasera sono misteriosamente spariti, con le fascette tagliate. Non è questo il clima adatto, lo diciamo subito, e se qualche forza dell’ordine legge queste righe – a cominciare dalla Capitaneria di Porto – sarà bene avere massima vigilanza. Ma al di là della vicenda ormeggiatori si nota, non è mai troppo tardi, una certa propensione della “Capo d’Anzio” a far sapere quello che fa. Addirittura con un uso dei social network insolito, altro che il Comune 3.0 che ci aveva promesso il sindaco Luciano Bruschini e che resta – dal punto di vista informatico – 0.3 nonostante le spese esorbitanti che si affrontano.

Torniamo al punto: la Capo d’Anzio risponde al Pd  e alla cittadina “5 Stelle” Rita Pollastrini. Il partito aveva posto tre questioni dopo la conferenza di sabato scorso, la Pollastrini una vicenda concreta sulla Capo d’Anzio intesa come start-up o meno. Ebbene le risposte arrivano pressoché immediate e ci danno qualche notizia. Intanto che la società continua a dire una cosa e il sindaco che rappresenta il 61% pubblico (e nostro) un’altra.

Poi – come si evince dal piano finanziario – che per il 2015 si punta a soddisfare i bisogni di cassa “con l’ausilio e il supporto del ceto bancario, eventualmente andando a rinegoziare gli impegni già presenti“. Vedremo cosa ne pensa la Banca Popolare del Lazio che aspetta ancora le rate dell’ennesimo piano di rientro. Abbiamo conferma, inoltre, del motivo per il quale il capitale è sceso a 70.000 euro: “Al fine di meglio verificare la legittimità di una partecipazione da parte del socio pubblico alla ricapitalizzazione e al fine di non avere una ricapitalizzazione univoca da parte del privato, con le conseguenze automaticamente previste dal codice civile“. Leggi che Marconi – come si sostiene da tempo – si sarebbe preso società e porto. E non è detto che il pericolo sia scampato, perché “andrà verificato quanto stabilito dal legislatore e dalla Corte dei Conti in merito alla partecipazione degli enti pubblici in società di capitali“. Anche questo problema è stato sollevato qui, ora lo conferma la società, ma il sindaco non ci dice nulla.

Scopriamo poi che le opere previste dall’atto d’obbligo restano e “gli importi del piano economico finanziario ne tengono conto“, quindi che si spendono non più 190 ma 160 milioni di euro per la scelta di altri materiali e la rimodulazione del progetto secondo il quale si prevede di “minimizzare l’impatto dell’opera rendendola quanto più integrata con l’attuale realtà cittadina e commerciale, il porto quale nuova piazza e centro di aggregazione della cittadinanza“. Qualcuno vuole spiegarcelo meglio? A dire il vero ricorda un vecchio documento dei Ds, 2007 o giù di lì…

Nella risposta alla Pollastrini si afferma che per trasparenza e start up la società “ritiene che i quesiti non siano stati opportunamente posti alla Capo d’Anzio in quanto tematiche di competenza del socio pubblico“. Ecco un’altra conferma: è il Comune a doverci dire se la fideiussione prestata è legittima o meno. La tesi della Capo d’Anzio che spiega perché sarebbe una start up dopo quasi 20 anni (la concessione è arrivata ora, questa la “giustificazione“) francamente ci interessa poco.

Ma il socio di maggioranza – leggi Comune, leggi sindaco – continua a tacere su questo come su altri argomenti di vitale importanza rispetto al porto. E data la situazione che si sta creando non è più possibile tacere.