Addio ad Angelo Palmieri, l’avvocato che non querelava i giornalisti

L’avvocato Angelo Palmieri (foto da latinaoggi.eu)

“Tu sei giornalista, ma difetti della vista….” Angelo Palmieri, il decano degli avvocati di Latina, è mancato oggi all’età di 94 anni. Non ho mai seguito da vicino la giudiziaria, ma è capitato di incontrarci spesso e di avere anche scambi molto interessanti. La frase che riporto all’inizio me la disse quando, in sella a un ciclomotore, dietro a un giovane del suo studio, arrivò fuori dalla caserma dei carabinieri senza indossare il casco. “Avvocato, proprio lei…” e lì rispose con una battuta ma anche spiegando che in quel momento era semplicemente la mia parola contro la sua. Una piccola pillola di diritto.

La parola di chi, per una vita, ha fatto il difensore anche di chi aveva commesso il delitto più atroce, perché tutti – e per fortuna – hanno diritto alla difesa. Di chi, quando gli ricordavano la sua uscita poco felice al processo per il massacro del Circeo rispondeva “io ho fatto l’avvocato”. Potevi essere d’accordo o meno – sul femminicidio ad esempio eravamo lontani anni luce – ma ti colpiva sempre la sua lucidità nelle analisi.

Con Lidano Grassucci lo coinvolgemmo nei “Dialoghi sulla sanità” e accolse volentieri l’invito, così come si lasciò intervistare quando dirigevo “La Provincia” a Latina, raccontò degli oltre 100 processi per omicidio ai quali aveva preso parte (nel frattempo saranno diventati 150 o chissà quanti) e del carcere “nel quale ogni politico dovrebbe fare un po’ di esperienza”. Teneva tantissimo alle sue origini di Sperlonga, città nella quale il padre era stato medico condotto, al punto che lui ricordava spesso di essere – fino a qualche tempo fa – riconosciuto ancora come “il figlio di…” e non l’avvocato di grido qual era diventato. Sottolineava spesso, proprio in quei “Dialoghi”, la necessaria umanità del medico e ancor più quella di chi assume la difesa in un processo. A un dibattito di Amnesty international contro la pena di morte, anni prima, spiegò come e perché non può mai prevalere la vendetta sulla giustizia.

E aveva talmente a cuore la libertà di informazione che mandava via i clienti che volessero querelare i giornali. Non ha mai sporto denuncia contro i giornalisti, ritenendo la nostra professione indispensabile, anche quando purtroppo commettiamo errori. Una cosa non sono riuscito ad avere, la lettera che Angelo Izzo – suo assistito nel processo per il massacro del Circeo – gli scrisse quando sembrava essersi redento, prima di uccidere ancora. “Se gli avessero riconosciuto all’epoca l’infermità mentale, oggi non saremmo qui”, disse. E con il senno di poi, forse, aveva ragione.

Io dagli scambi avuti, sempre cordiali – l’ultimo in un supermercato vicino al suo studio, ormai qualche anno fa – sento di avere appreso ogni volta qualcosa. Abbraccio Donatella, la figlia giornalista che per un periodo collaborò anche a “La Provincia” e tutti i familiari. Se ne va un signor Avvocato e la maiuscola è voluta,

“Segni d’autore”, quando arte fa rima con inclusione

Ci sono serate che ti riconciliano con la vita frenetica di tutti i giorni. “Segni d’autore”, al Forte Sangallo di Nettuno, è stato questo. La locandina con le immagini dei cantautori che hanno segnato la storia d’Italia e il fatto che l’iniziativa fosse di Giovanna Rinaldi, erano di per sé una garanzia. Con personaggi come Lucio Dalla o Pino Daniele, Fabrizio De Andrè o Lucio Battisti, sono cresciuto e ho fatto crescere i figli, quindi ogni occasione è buona per riascoltare i loro capolavori, ma anche quelli proposti al Forte da Battiato a Rino Gaetano, da Ron a Vecchioni, Bennato e De Gregori. Quella dell’altra sera è stata un’ottima occasione.

Giovanna, invece, non ha bisogno di presentazioni. La conosco da quando era poco più che bambina, mette talento, passione e la giusta dose di testardaggine in tutto quello che fa ed è cresciuta tantissimo anche nell’interpretazione ovvero nel restituire al pubblico non solo i testi in Lingua dei segni (Lis) ma anche a renderne il significato. Il sunto lo ha fatto egregiamente Roberto Alicandri, presidente del consiglio comunale di Nettuno, presente insieme all’assessore alla cultura, Roberto Imperato: “Abbiamo fatto casino – ha detto Alicandri – ma soprattutto cultura e inclusione”. Difficile dargli torto, perché “Segni d’Autore” è stato tutto questo. Uno spettacolo che ha celebrato la grande musica d’autore italiana attraverso un linguaggio universale fatto di musica dal vivo, teatro e appunto Lingua dei segni italiana, sulla quale Giovanna e la sua Aps Quattrotto sono diventati una certezza. Lo dimostra il progetto “Lascia parlare le tue mani”, un laboratorio di teatro-danza Lis nato con l’obiettivo di utilizzare la Lingua dei segni come autentico linguaggio espressivo capace di dare voce alle emozioni, coinvolgendo studenti, famiglie, artisti e persone con differenti abilità in un percorso condiviso di crescita umana e artistica.

Si è ballato e ci si è commossi, è stato possibile apprezzare le capacità della band “La Scelta” con il suo Social tour ma anche giovani talenti come Tommaso Onorato. Le donne presenti hanno messo gli occhi, diciamo la verità, su Mario Ermito che oltre a essere talentuoso è certamente una bella presenza. E poi tanti altri, da Ivana Pellicanò a Giovanni Proia, fino a Salvatore Gabriel Valerio. Un mix perfetto, fatto di parole, musica, ricordi e racconti. I protagonisti principali? Non ce ne vogliano gli altri, ma sono stati i ragazzi del laboratorio dell’assistenza specialistica dell’Apicio Colonna Gatti (ad applaudirli in platea anche la dirigente scolastica, Renata Coppola) e del progetto “Lascia parlare le tue mani”.  

Giovanna, ancora una volta, ha saputo mettere insieme una “squadra” vincente, coniugare arte con inclusione e regalare emozioni. Brava!