Richiedenti asilo, non bestie. A via dell’Armellino non c’è spazio

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Mentre impazza sui social network un dibattito che spesso scade in becero razzismo, è bene che dal Comune qualcuno vada in via dell’Armellino 72 e dica alla Prefettura di Roma che lì non c’è posto per sessanta “richiedenti asilo”.

Le quattro villette potranno ospitarne, pressati come sardine, meno della metà. Quindi se è vero che la decisione arriva dall’alto e che non possiamo fare altro che accettarla,  è altrettanto doveroso far sapere a chi si affida alle cooperative che offrono mirabolanti soluzioni che se le case sono soltanto quelle non c’è possibilità di ospitare nessuno. E’ questione di sicurezza, anzitutto, quindi di condizioni igienico-sanitarie e in particolare di rispetto degli esseri umani. Di dignità. Il sindaco ha annunciato ieri in consiglio comunale l’arrivo di chi fugge dalle guerre e cerca una via d’uscita in Europa, passando dal nostro Paese che è quello geograficamente più vicino. Ha detto che non si può fare nulla ma ha chiesto al Prefetto di “avere nuclei familiari” che sono meno facinorosi di chi viene “scaricato” in una città qualsiasi in attesa di conoscere il proprio destino e non ha legami familiari. Ha ragione, però forse qualcosa può farlo: chiedere realmente quanti sono e dire che lì i 60 non c’entrano e che se arrivano ne ordina lo sgombero. Ragionare su questo, prima di dire “non li vogliamo, date le case agli italiani”, forse aiuta anche a capire a chi siamo di fronte e cosa avviene nella gestione delle emergenze, quando ci sono cooperative pronte a dare soluzioni immediate. E’ forse a chi fa affari con le emergenze stesse – assolutamente leciti, per carità – che dovremmo guardare, prima che ai presunti rischi legati alle persone che si devono ospitare.

Anzio, non facciamo confusione sui “richiedenti asilo”

Immigrati in Questura in attesa di accertamenti

Si fa presto a gridare “le case per gli immigrati si trovano, per gli italiani che aspettano no“. E’ semplicistico e non corrisponde alla verità. L’annuncio dato dal sindaco questa mattina  ad Anzio, e le diverse reazioni che sono state registrate in Consiglio comunale e poi sui social network, hanno evidentemente creato un allarme. E’ normale in casi del genere.

Va detto però che il Comune, mai come in questo caso, è assolutamente estraneo. Perché dei “richiedenti asilo” si occupa la Prefettura e perché è lì che si decide dove mandarli, seguendo la politica di mettere piccoli nuclei in diverse parti del territorio, senza che i Comuni possano fare nulla. Salvo preoccuparsi del peso che, eventualmente, avrà una presenza del genere sul territorio e di che tipo di eventuale integrazione si può immaginare.

Ha fatto bene il sindaco a ricordare le esperienze fatte in questa città, in passato, con gli albanesi. Ma qui, giova ricordarlo, ci siamo fatti carico anche dei profughi provenienti dallo Zaire. Cittadini italiani dovuti fuggire in fretta e furia e per i quali, dopo un periodo pagato dalla Regione, sono stati i Comuni a doversi far carico di tutto. Poi ci siamo ritrovati, per una scelta del Comune di Roma – a vantaggio di chi vendette quelle case ad Anzio 2 a un prezzo superiore a quello di mercato – gli sfrattati della Capitale. Diventati residenti e con un peso non indifferente per le casse del Comune.

Nel caso dei “richiedenti asilo” non è così. Né è vero che i soldi vanno a loro, bensì alle cooperative che gestiscono questa emergenza, trovano gli immobili (e ad Anzio ce ne sono a iosa) e propongono le sistemazioni. Ci si dovrà preoccupare, allora, di evitare che succeda quanto già avvenuto a Nettuno e che non si verifichino tensioni nella zona. In passato, per fortuna, non è mai avvenuto. Il resto sono facili preconcetti.

La politica che “gioca”, la criminalità, le aste giudiziarie…

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I locali che dovrebbero ospitare il supermercato in centro

Mentre la politica locale sembra tutta presa sulla vicenda del supermercato in centro, vale a dire sull’ennesimo esempio di mancata programmazione di chi ci governa, domani si va in Consiglio comunale su questioni di assoluto rilievo: gli spari all’indirizzo dell’abitazione di Alberto Alessandroni, la situazione dell’ordine e sicurezza pubblica ai minimi termini (da ultimo la rapina alla gioielleria Musilli) e la vicenda del porto. E’ stato necessario che a convocare l’assemblea civica fosse l’opposizione, perché la maggioranza è evidentemente alle prese con una situazione interna a Forza Italia legata al nuovo capogruppo – che sarà a quanto sembra Massimiliano Millaci – e alla delega che andrà da lui a Valentina Salsedo. Salvo sorprese dell’ultima ora. Sullo sfondo il ruolo dell’uno e trino Patrizio Placidi, contemporaneamente assessore, leader della Lista Enea ma anche di Forza Italia. Nel frattempo assistiamo – con conseguenti “copia e incolla” da parte di diverse testate locali – all’ex capogruppo e ormai battitore libero Marco Maranesi che ne ha per tutti, a repliche e controrepliche. La politica di casa nostra è così, “gioca“.

La realtà è che dei problemi reali dei cittadini interesse ben poco. Ci si mandano “messaggi” con i comunicati, si pensa già al dopo Bruschini, si mette da parte tutto ciò che non è “politichese”.

Nessuno che vada, per esempio, a guardarsi un dato sul quale un’amministrazione dovrebbe riflettere e che – a proposito di criminalità – è molto significativo. Sono le aste giudiziarie di beni immobili. I faciloni di casa nostra, quelli che non si presentano a parlare del porto o fanno spallucce per gli spari ad Alessandroni, diranno sicuramente che “è la crisi”. In parte è sicuramente così, ci sono difficoltà nazionali e locali. Per il resto, però, è un campanello d’allarme serio e riguarda chi pensava – a torto – di “svoltare” costruendo palazzi e si è trovato con un pugno di mosche in mano. Sarà un caso che Anzio, in provincia di Roma ed esclusa ovviamente la Capitale, è la località con il maggior numero di immobili all’asta? Sono 178, nella vicina Nettuno 95, in città della stessa grandezza 104 a Pomezia, 111 a Velletri. Nella vicina Ardea sono 125. Se ai 4513 immobili all’asta in provincia di Roma togliamo i 2446 della Capitale arriviamo a 2067 e solo quelli disponibili ad Anzio rappresentano quasi il 9% di questo patrimonio fuori dalla Città eterna. Non è poco e non può essere solo la crisi.

Il rischio – e un’amministrazione accorta si dovrebbe porre il problema, sollecitando le forze dell’ordine a monitorare il fenomeno – sono a questo punto gli investimenti facili. E’ noto che uno dei sistemi per riciclare denaro da parte della criminalità è quello di intervenire alle aste giudiziarie. E’ risaputo che molti Prefetti sollecitano i sindaci, prime “sentinelle” sul territorio, a tenere d’occhio operazioni sospette. Magari di questa vicenda delle aste si accorgerà anche la commissione sicurezza che muove i primi passi, ma finora è stata altro motivo di comunicati e scambi di pareri a distanza, senza ancora aver avviato alcuna attività.

Comune, conti in rosso e tante cose da spiegare. Serve chiarezza

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Stavolta speriamo che la maggioranza si presenti in Consiglio e che martedì si svolga un confronto pacato e tranquillo su questioni fondamentali per la città. Perché il tempo di mettere la testa sotto la sabbia è finito ed è ora di dare risposte. Quelle già attese sul porto – con la Capo d’Anzio che ha un piano industriale da portare avanti e il sindaco, rappresentante del 61% delle quote pubbliche che ha in mente altro – quelle che hanno superato la vicenda dell’approdo (per il quale è tutto fermo) perché hanno riguardato gli spari all’assessore Alberto Alessandroni. All’ordine del giorno, su richiesta dell’opposizione, c’è l’ordine pubblico che è ormai una vera emergenza. Dicevamo tempo fa che è inutile minimizzare, la rapina dell’altra sera alla gioielleria Musilli è solo l’ennesimo episodio del genere e ormai la sicurezza percepita dai cittadini è ai minimi termini. Così come, solidarietà a parte, è bene comprendere cosa sia successo ad Alessandroni. Fare spallucce non serve a nessuno. Speriamo di capire, poi, cosa succede intorno ai locali di viale Paolini dove è data per imminente l’apertura di un supermercato. Tra la smentita dell’assessore Bianchi che in realtà smentisce poco, l’allarme dei commercianti, un assessore come Placidi che interviene in un campo non suo – ma è noto che da imprenditore ha interessi nei settori più svariati – e persino il presidente della Capo d’Anzio che trova il modo di intervenire, qualcuno ci spiega qual è la situazione?

Magari sapremo, finalmente, anche com’è stata gestita l’intera vicenda ispettori ambientali e se il Comune avrà ricavato o meno qualcosa. Andrea Mingiacchi ha annunciato su facebook la presentazione di un’interrogazione.

Infine una cosa che è indispensabile, perché possiamo fare tutto il “teatrino” politico che vogliamo ma la questione fondamentale è un’altra: come sono messe le casse del Comune? Prima di partire per una vacanza il dirigente dell’area finanziaria, Franco Pusceddu, ha scritto agli amministratori dicendo che siamo a febbraio e il Comune è già in anticipazione con la banca. I prossimi soldi entreranno a giugno con l’Imu. E’ noto – fra l’altro – che la tassa sui rifiuti la pagano poco più della metà dei cittadini, su mense e trasporto il cambio negli uffici e qualche dato che sembra mancasse non fanno ancora emettere le bollette, gli arretrati sono affidati a una “eterna” caccia agli elusori ed evasori. Risultato? Non c’è un euro. Sarà bene che il sindaco ci dica se siamo o meno sull’orlo del dissesto. Mai come in questo periodo la città ha bisogno di chiarezza assoluta. Su tutto.

Anno Innocenziano, giusto chiedere trasparenza ma cogliamo l’occasione

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Il consigliere del Pd Andrea Mingiacchi chiede le carte dell’anno Innocenziano, con un accesso agli atti del quale per il ruolo che ricopre non avrebbe bisogno, e si susseguono le repliche. Diciamo che stavolta la verità è nel mezzo e chi, come il capogruppo Pd, si sta impegnando per avere un quadro entro il quale muovere l’appetibilità turistica della città nell’arco dell’anno poteva risparmiarsi un intervento a gamba tesa. Meglio, avremmo capito se con la stessa solerzia avesse chiesto gli atti del recente carnevale, prima ancora del Natale, dove le cifre arrivano a circa 40.000 euro. Quanto si spenderà, di fatto, per una ricorrenza storica. Forse quelli sono stati soldi al vento, in questo caso se quei 50.000 euro servono a costruire un percorso ben vengano. A Mingiacchi va dato atto di aver chiesto – e poi reso noto – i costi della stagione estiva e la rigida “divisione” tra proposte dell’amministrazione, dell’assessore Nolfi, dei delegati Millaci e Bruschini. Ne fa un discorso, condivisibile, di trasparenza. Stavolta però era il caso certamente di chiedere lumi, ma anche di provare a costruire: vanno bene 50.000 euro, diteci come li spendete, facciamo in modo che intorno alla figura di Innocenzo XII si costruisca un evento permanente.

Siamo sempre lì, i criteri secondo i quali si fa un’opera lirica piuttosto che una manifestazione di piazza non esistono o – peggio – sono quelli “secondo me” dei quali di recente ha parlato l’assessore Giorgio Bianchi o dell’associazione amica degli amici, possibilmente alla fattura numero 1.

Aver scelto di celebrare il quarto centenario della nascita di Innocenzo XII, aver legato a questo evento il palio del mare che storicamente sarà pure una forzatura ma – caso pressoché unico ad Anzio – arriva alla quarta edizione, forse può essere l’inizio di un percorso di più ampio respiro legato al turismo religioso. E magari l’occasione per dire che se spendiamo 70.000 euro per la festa patronale di Sant’Antonio allora è giusto inserire anche quella in un discorso del genere. Che non si fermi qui.

Come è ora di decidere cosa fare dello sbarco, oltre la solita “carnevalata” sulla spiaggia che richiamerà pure tanta gente con un’altra forzatura storica ma non basta a farne un prodotto turistico oltre il singolo evento. Così Nerone e il sistema archeologico che non riesce a diventare la quinta sede naturale del museo nazionale romano e a inserirsi in un sistema turistico di qualità.

Ecco, giusto chiedere trasparenza, altrettanto cominciare a proporre di farlo un salto: stop ai finanziamenti a pioggia, convogliamo i pochi soldi che ci sono su delle direttrici chiare. Lo sbarco con i suoi potenziali percorsi della memoria, Nerone e l’archeologia con un reale collegamento con il museo nazionale romano, la rinascita della città grazie alla religione con i possibili contatti legati ai pellegrinaggi nella Capitale, la sostenibilità ambientale immaginando quel percorso che da Lido dei Pini arriva fino a Foglino del quale si parla da anni. Un po’ quel “mare, cultura e natura” che sono l’unica cosa da salvare del piano regolatore di Cervellati. Per anni abbiamo fatto “varianti, cemento e furberie”, inserendo in queste ultime tante manifestazioni di dubbio gusto. Quelle per l’anno Innocenziano non sembrano affatto campate in aria. A patto che rappresentino l’inizio di un percorso.

Il porto insabbiato: politica, burocrazia e il caso Capo d’Anzio

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Passano gli anni e ci ritroviamo sempre allo stesso punto. Deve arrivare un’emergenza per procedere all’escavo dell’imboccatura del porto e consentire anzitutto ai pescatori di poter lavorare, salvaguardare l’incolumità degli equipaggi e le paranze. Anzi, per l’ennesima volta si deve aspettare – almeno un paio di mesi – prima di togliere un po’ di sabbia che alla prossima mareggiata si riposizionerà praticamente dov’era. Funziona così, siamo in Italia. La politica fa il suo – va dato atto al sindaco di essere stato più volte in Regione a sollecitare l’intervento, risulta che anche il Pd si è mosso con gli assessorati governati da una coalizione “vicina” – la burocrazia anche. Il comandante del porto fa le ordinanze e riduce il pescaggio, contemporaneamente sollecita, sa che il “porto rifugio” qual è quello di Anzio per chi pesca oltre 3 metri e 60 tutto è fuorché un luogo in cui approdare. Intanto dalla Regione se la prendono con calma, mentre l’autorità portuale interviene a Fiumicino, ne ha facoltà, e qui solo il 3 febbraio è arrivato il via libera degli uffici regionali a usare la sabbia per il ripascimento di fronte a Tor Caldara. Che, anche qui, scomparirà con le prossime correnti.

Sullo sfondo di tutto c’è la necessità di un escavo permanente, di un canale d’accesso degno di tale nome, in grado di garantire sempre misure di sicurezza. Quello che la Regione farà tra qualche settimana sarà l’ultimo escavo, poi toccherà alla Capo d’Anzio che è concessionaria e che ha il dovere – dall’inizio del cantiere – di procedere alla manutenzione del canale. Ammesso che riesca a diventare operativa, dati gli ostacoli di ogni genere che stanno arrivando da quando ha ottenuto l’inversione del cronoprogramma. Sarebbe stato bello, sabato scorso, avere alla riunione con i pescatori i rappresentanti della società a dire: “Ci pensiamo noi da subito”. Non possono farlo, perché la Capo d’Anzio al momento non ha un euro. E’ palese – lo sa anche il sindaco che ha votato in assemblea – che o partono le fasi uno e due di gestione dell’attuale porto o la società fallisce. Né il bando per tutto il bacino, sempre imminente ma continuamente rimandato cambierà le cose dal punto di vista societario: o la Capo d’Anzio diventa operativa o fallisce. E se si verifica questa seconda ipotesi serviranno tempi lunghi prima di arrivare a ridefinire le cose con la Regione, l’escavo a quel punto, potrà attendere chissà quanto… E’ bene saperlo.

Luoghi del cuore, la città che vince. Se il Comune ci avesse creduto…

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Un piazzamento insperato in partenza, il 54° posto in Italia, il quarto nel Lazio, il terzo tra i siti archeologici della regione. Le Grotte di Nerone entrano a pieno titolo tra i potenziali interventi del Fai, il Fondo per l’ambiente italiano, attraverso “I luoghi del cuore”. A vincere è stato senza dubbio il comitato che si è battuto per arrivare a questo risultato, ma la vittoria è anche della città che ha risposto. Senza guardare colori politici, senza pensare a cosa volessero fare “dopo” Chiara, Francesco, Silvia e tutti quelli che sono stati loro più vicini. Anzio, la villa che cade a pezzi, le grotte e ciò che Nerone – ma chi l’ha preceduto e poi seguito – ci ha lasciato, entrano nelle “linee guida”. Finalmente anche il sindaco sembra essersene accorto, al punto che martedì riceverà il comitato per stabilire il da farsi. Poi magari non arriverà un euro, ma finalmente si avrà un “quadro” definito. Finora si è andati avanti, soprattutto nella gestione, per tentativi ed errori. Basta pensare che abbiamo un museo archeologico e delle visite si occupa quello dello sbarco, previa rimborso ai volontari.

Diciamolo chiaramente, se il Comune avesse creduto in questa iniziativa Anzio poteva avere maggiori possibilità. Invece nei “ragionamenti” della politica di casa nostra, come sempre, si è guardato al dito anziché alla luna. Si è pensato – l’ho scritto tante volte – che quel metodo, quella singolare  formazione, volessero chissà cos’altro e non semplicemente la tutela di un bene della città. E poi non avevano punti di riferimento, non c’era un assessore, un delegato, un consigliere a perorare la loro causa. Non chiedevano soldi per qualche manifestazione di bassa lega. Hanno fatto i cittadini e peccato il Comune abbia scelto un basso profilo. A Formia è andata diversamente e il sindaco è giustamente orgoglioso del primo posto raggiunto. Perché i beni sono abbandonati al loro destino un po’ ovunque, ma poi c’è modo e modo di comportarsi quando parte una campagna del genere. Qui, almeno, siamo ancora in tempo per stabilire le linee guida. La città ha vinto, i se e i ma non fanno la storia, adesso si cerchi di scriverne una diversa. Sindaco in testa.

Gli spari ad Alessandroni, la sicurezza percepita: guai a minimizzare

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Stavolta vedremo se ci sarà la maggioranza e se il presidente “a vita” del consiglio comunale, Sergio Borrelli, risponderà all’appello dell’opposizione di fare presto nella convocazione chiesta sull’ordine pubblico.

Perché c’è un solo errore che si può fare in questo momento, dopo gli spari all’abitazione di Alberto Alessandroni: minimizzare. O, peggio, liquidare con vicende estranee alla vita amministrativa quanto accaduto, come sentiamo fare a investigatori da bar. Perché l’obiettivo era Alessandroni, del quale registriamo ovviamente la presa di posizione ma dal quale ci aspettiamo che chiarisca il possibile con la polizia.

La solidarietà all’assessore è scontata, a nessuno piace essere intimidito e cose del genere qui non s’erano mai viste. E’ accaduto prima a Patrizio Placidi, ora a suo cugino, guarda caso i recordman delle preferenze. Almeno il dubbio che c’entri la vita amministrativa volete lasciarcelo? O il fatto che qualcuno, magari per una promessa mancata, sia invidioso di certi tenori di vita? Gli investigatori non lasciano nulla al caso, in tal senso. Perché è chiaro che le forze dell’ordine devono fare chiarezza, perciò speriamo di sapere presto chi ha aperto il fuoco mandando un segnale ad Alessandroni e perché. Non facciamo che resti un mistero come quello di Placidi, insomma.

Guai a minimizzare, dicevamo, come il sindaco ha già fatto il 18 settembre scorso evitando di partecipare in Senato alla commissione sulle intimidazioni ai pubblici amministratori. E’ evidente che la situazione di tensione esiste, ricordiamo pure quanto accaduto nel passaggio dalla Giva alla Parco di Veio, ad esempio, le maniere forti usate in Comune per farsi pagare fatture arretrate, quanto sta accadendo intorno al porto, la condanna – sia pure in primo grado – di un ex assessore e una dirigente. E’ inevitabile che Sel chieda l’intervento dell’antimafia, stavolta non parliamo di vicende remote come quando la chiese il Pd ma di fatti concreti e vicini. E per avere una commissione d’accesso non serve la presenza della mafia intesa come tale, basta dimostrare l’ipotetico condizionamento.

Sarebbe un’onta per la città, a maggior ragione è bene andare in consiglio comunale e dire le cose come stanno, cominciare a preoccuparsi per gli spari ma anche per la sicurezza percepita dei cittadini che è in calo vertiginoso. Altro che “ronde”, ispettori ambientali “sceriffi” o commissione che ancora non produce un atto: qui occorre un’azione politica forte per chiedere la giusta attenzione alle forze di polizia. Non vengano a dirci che i reati sono in calo, le statistiche in casi del genere lasciano il tempo che trovano poiché a volte i cittadini nemmeno perdono tempo a sporgere denuncia per piccoli furti. Non a caso si parla di sicurezza percepita, indicatore sulla base del quale si organizza il lavoro di polizia e carabinieri.  Si faccia e al più presto, quel consiglio, e si dica ai cittadini come stanno realmente le cose.

Il porto delle nebbie, il sindaco grande assente

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Il sindaco non si confronta in consiglio comunale, il Circolo della vela di Roma presenta una diffida, gli ormeggiatori evitano lo sgombero ricorrendo al Tar, le tensioni sono quotidiane e finalmente – con i tempi delle liturgie di partito – anche il Pd sottolinea come sul porto si stia giocando una partita pericolosa. Pericolosissima.

La città, proprietaria del 61% delle quote della Capo d’Anzio, rischia di perdere tutto. E il porto di finire in mano a un privato. Diciamo le cose come stanno, una volta per tutte. Ha ragione il Pd a sottolineare la scarsa coerenza tra quello che ha fatto la società – nelle assemblee, presente Luciano Bruschini, e nei consigli d’amministrazione – e ciò che invece ha in mente il sindaco. In questo “balletto” – al netto delle iniziative di chi difende il proprio posto ma anche più di qualche privilegio – il grande assente è proprio il sindaco.

Il famoso bando che ripropone una gara – con il rischio che alla realizzazione si unisca la gestione e che la Capo d’Anzio ovvero la città sia nuovamente estromessa – andata deserta due anni fa, non vede ancora la luce. E mentre Bruschini lo annuncia – ma non si presenta a dirlo in Consiglio comunale, portandosi dietro la maggioranza compresi i presunti “nuovi” della politica – la Capo d’Anzio si muove per fare altro. Perché altrimenti fallisce. E lo fa con il beneplacito nei verbali d’assemblea del sindaco. Qual è la verità?

Possiamo parlare giorni del fine per il quale era nata la società, anzitutto costruirlo il nuovo porto, del progetto, dell’ingresso di Renato Marconi (si sapeva chi fosse, gli ormeggiatori che inviano dossier fanno bene a ricordarlo ma la sostanza oggi non cambia), degli errori commessi in questi anni e degli ostacoli posti. E’ il passato, mentre dobbiamo guardare al domani. Per questo non vorremmo che qualcuno stesse realmente mirando a far fallire la Capo d’Anzio proprio mentre è in grado almeno di invertire la tendenza dei propri bilanci, con il porto che finisce in mano a Marconi o chi per lui. A chi giova? Al socio privato? A chi potrà dire politicamente “l’avevamo detto?” A chi ha stretto qualche singolare accordo con imprenditori pronti per un eventuale bando ma che restano alla finestra?

Dal socio di maggioranza, rappresentante dei cittadini proprietari del 61%, ci si aspetta una presa di posizione chiara: la Capo d’Anzio oggi è l’unica concessionaria, piaccia o meno a circoli e affini, e la legge va fatta rispettare. Anche con gli sgomberi se occorre, fatti bene e non impugnabili come quello singolare emesso e poi ritirato dal Comune.  Non si gioca… E invece non si è ancora in grado nemmeno di assegnare una sede alla propria società, quella in piazza Pia sembra “promessa” a una mostra di conchiglie alla quale terrebbe particolarmente il vice sindaco Zucchini. La Capo d’Anzio ha trovato ospitalità dai marinai in congedo…

E’ un esempio che la dice lunga. E intanto Bruschini continua a tacere, anzi parla con pochi intimi, e intorno vediamo troppe manovre e sentiamo troppe voci. Servirebbe – in consiglio comunale, meglio ancora nelle assemblee pubbliche promesse e mai svolte dal primo cittadino – quella di chi rappresenta noi tutti nella Capo d’Anzio e nel porto che – non mi stancherò mai di ripeterlo – era, è e resta “nostro” e non di pochi intimi.

La Tari, i tributi, il fallimento 3.0

Come si vede, le percentuali non tornano...

Come si vede, le percentuali non tornano…

E’ ora che il sindaco Luciano Bruschini chiami l’agenzia di pubblicità che ha curato la sua campagna elettorale per dire che potevano almeno fermarsi a 2.0. Perché spesso non si arriva nemmeno a quello… Diciamo che volendo puntare sull’innovazione e, appunto, il 3.0 i comunicatori non hanno reso un bel servizio al sindaco, esponendolo quotidianamente a pessime figure.

Qualche giorno fa il vice sindaco e assessore alle finanze, Giorgio Zucchini, e il responsabile del tributi Luigi D’Aprano, hanno fornito alcuni dati relativi alla situazione dei pagamenti. Senza spiegare  molto, anzi affermando qualcosa almeno singolare. Ad esempio: “C’è un 15% di utenti che non esistono più“. Cioè? Sono morti, trasferiti o cosa? E chi ha emesso le fatture, chi ha i dati, dov’è il 3.0? Mistero.

C’è poi la vicenda delle percentuali di tassa sui rifiuti a carico delle utenze domestiche e non: 80% per le prime, 20% per le seconde. Dati del piano finanziario alla mano sono 75 e 25% – parliamo di circa un milione di differenza – ma qui nemmeno di fronte a un calcolo aritmetico (altro che 3.0) viene ammesso l’errore: “Ci può essere qualche arrotondamento“.

Un accenno al cassetto tributario, la buona notizia che saranno messi on line anche i versamenti Imu e Tasi, i comprensibili intoppi, poi una bugia: costa 3.000 euro l’anno. No, il 4 giugno 2013 con determina 88 è costato 20.993,5 euro per i tributi, con quella 55 del 13 dicembre dello stesso anno 7.320 per le mense. Nei piani finanziari della Tari ci sono 70.000 euro che restano, a questo punto, una incomprensione 3.0

Altra buona notizia è che sarà annullata l’assegnazione dei locali a chi è moroso (speriamo presto) ma poi c’è altro che non torna. Di recente controcorrente ha sollevato il problema del rapporto tra responsabile del servizio e Maggioli, dato che il primo scrive libri per la seconda. Tutto lecito e autorizzato, ma dire che i programmi da Maggioli per il Comune li comprano altri non è vero. L’ultimo acquisto è del 24 dicembre, appena 302 euro per la banca dati, ma ci sono fino al 2012, almeno altri sei atti fra programmi Tia, formazione e altri con acquisto fatto da quell’ufficio. Non siamo un Comune 3.0 ma nemmeno i cittadini hanno l’anello al naso.