Porto, il bando dei miracoli. C’è chi finge di non capire

Quando ci volevano far credere che le procedure per il nuovo porto erano sbagliate e che occorreva sistemare solo il bacino interno, facevamo notare che occorreva cambiare piano regolatore portuale, progetto e rifare conferenze dei servizi e quant’altro.

Ora che la Capo d’Anzio – con il benestare del sindaco, rappresentante del Comune che è socio di maggioranza – è prossima al fallimento, dopo aver fatto invertire il cronoprogramma e dopo essere passata dal realizzare il porto a gestirlo, arriva il bando di gara. E’ stato nuovamente annunciato dal primo cittadino, sembra in dirittura d’arrivo, intanto il consiglio comunale ha votato per riacquisire le quote di Marinedi.

Cosa debba fare la Capo d’Anzio adesso non è chiaro. Prosegue con la gestione, le fasi 1 e 2 previste lì o si ferma? Questa è la prima domanda, quella che nessuno pone al socio di maggioranza , pensando forse che riprendendosi le quote è tutto a posto. A parte che è difficile riaverle, al valore nominale andranno aggiunti i lavori commissionati al socio privato. Che l’avvento di Renato Marconi, prima, la “trasformazione” in Marina di Capo d’Anzio e tutto il resto, poi, avrebbero messo il Comune in un vicolo cieco lo sosteniamo da tempo. Dare corso nel luglio 2012, dopo la votazione unanime del Consiglio comunale, alla decisione di far valere i patti parasociali avrebbe avuto un senso e forse avrebbe portato già a una via d’uscita. Oggi si può fare, ma è tardi e più oneroso. E non era lo stesso sindaco a dire che “la società deve andare avanti” anche se fosse stato avviato il contenzioso? Oggi – riformuliamo la domanda – va avanti con le fasi 1 e 2, riscuote i canoni concessori, manda via (ammesso vinca al Tar) gli ormeggiatori o con il bando si blocca tutto? Non è che si vuole proprio questo, cioè dire: abbiamo fatto la gara, lasciamo il mondo come si trova, poi vediamo? E’ lecito, sicuramente, ma occorre essere chiari e dirlo. Al tempo stesso assumersi la responsabilità di rischiare il fallimento della Capo d’Anzio, società che ha fatto – piaccia o meno a Maranesi e Gatti – quello che l’assemblea dei soci, sindaco compreso, gli ha detto. Mandiamo via il consiglio d’amministrazione, va bene, ma forse mandiamo prima a casa chi ha dato le direttive. O no?

Facevano presto a dire “si fa solo l’interno” quelli che non volevano questo progetto – ignorando che c’erano tante procedure da rifare – fanno con altrettanta faciloneria, oggi, quelli che dicono “si fa la gara, tutto a posto”. Perché non è così. Intanto il bando deve arrivare, essere votato in consiglio d’amministrazione della Capo d’Anzio – dove nel frattempo, c’è da immaginare, al socio privato saranno state chieste indietro le quote – quindi pubblicato sulla gazzetta ufficiale italiana ed europea. Bene, fosse pronto oggi servirebbe almeno una settimana per farlo approvare nel consiglio d’amministrazione, poi andrebbe “prenotata” la pubblicazione sulle gazzette– diciamo un’altra settimana – e siamo arrivati al 20 marzo. Dalla pubblicazione, data la complessità della gara, passano almeno 90 giorni. Il bando precedente, quello andato deserto, dava tre mesi di tempo. Siamo al 20 giugno. Se qualcuno si presenta e la commissione lavora a ritmo forsennato serve almeno un mese di tempo, siamo arrivati al 20 luglio. La gara viene aggiudicata e se non ci sono ricorsi, chi vince ha – lo prendiamo sempre dal precedente bando – sessanta giorni di tempo per presentare il modello fisico tridimensionale e centoventi per il progetto esecutivo. Se li fa insieme, siamo arrivati al 20 novembre e se la conferenza dei servizi approva l’esecutivo (a dicembre) i lavori iniziano a gennaio 2016. Correndo e se il bando fosse pronto oggi, quando sappiamo che non è così.

Nel frattempo? Il porto resta nelle condizioni attuali, ognuno continua a gestire il suo spazio a volte impunemente, se il canale di accesso si insabbia si vedrà. Ma intanto ci riprendiamo le quote – giusto, giustissimo – poi come si dice dalle nostre parti chi vuole Dio se lo prega.

Peccato – piccolo particolare – che ci sono di mezzo i soldi dei cittadini….

Succi, i “giornaletti”, le “belle penne”. L’allergia che ci piace

Umberto Succi

Umberto Succi

Il consigliere comunale Umberto Succi dimentica di essere stato eletto in un’amministrazione 3.0 e sembra vivere fuori dal tempo quando si stupisce degli scambi e delle prese di posizione degli esponenti della politica anziate che ormai arrivano in tempo reale sui siti di informazione e sui social network.

Intervenendo al consiglio comunale di martedì non ha perso occasione – come tanti suoi colleghi hanno fatto in passato – di dire la sua sui “giornaletti” e ha sottolineato come ci sono “tante belle penne“. Mai troppi, caro consigliere, i “giornaletti” e chiunque voglia raccontare questo territorio. Ma Succi oltre a dimenticare il 3.0 deve non sapere come la pensa Luciano Bruschini, il sindaco della sua maggioranza, che fece al Granchio nel 2010 il miglior complimento possibile nel corso della festa per i 18 anni della testata: “Siete stati l’unica opposizione“, mentre l’altro giorno in Consiglio ha ricordato che esiste la libertà di pensiero per la quale lui è pronto a battersi sempre. Poi Bruschini i giornali dice di non leggerli, si arrabbia quando lo fa, ma non li disprezza. Non li chiama “giornaletti” né ironizza sulle “belle penne“. Perché ci sono, caro Succi, consiglieretti, assessoretti e se vuole continuiamo….

I giornalisti, ricordava Joseph Pulitzer – non l’ultimo arrivato – sono gli unici a non avere un committente diverso dal pubblico. E’ per questo che raccontano se un albergo viene chiuso con un’ordinanza che non viene eseguita. Dicono ai cittadini che alcuni consiglieri comunali tengono in “ostaggio” la maggioranza e l’intera assemblea civica aspettando in via Ambrosini senza avvicinarsi troppo a Villa Sarsina e poi riunendosi con il sindaco che altrimenti sarebbe andato a casa. Scrivono di concessioni revocate, ricorsi al Tar, possibili incompatibilità, fatture che dovrebbero arrivare in giunta e vengono bloccate in extremis. Anche qui, possiamo continuare…

Finché i giornalisti  faranno questo raccontando la verità sostanziale dei fatti, rispettando anche continenza e pertinenza, il consigliere Succi e tutti quelli che disprezzano il lavoro che facciamo – più o meno bene – su questo territorio, possono stare tranquilli. Anzi, non saremo mai abbastanza a raccontare. Se poi cresce l’allergia nei nostri confronti, tanto meglio, ci piace. Perché essere “bravi” non è copiare e incollare, non è schierarsi per poter lavorare, ma approfondire, tirar fuori le carte, esporsi. E’ fare il proprio mestiere con onestà intellettuale. Ce ne fossero tanti altri, allora, di “giornaletti” e belle penne, di gente che non è considerata “brava” perché non allineata. Starebbero peggio i politici, molto meglio i cittadini.

Il porto, le quote, i ricorsi. Intanto la Capo d’Anzio fallisce

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La delibera sulla riacquisizione delle quote, votata all’unanimità, va nella stessa direzione di un ordine del giorno approvato all’unanimità il 19 luglio 2012 e al quale il sindaco Luciano Bruschini non ha mai dato corso. Anzi, quando le opposizioni lo riproposero, un anno dopo, venne bocciato. Il sindaco spiegò in consiglio comunale che c’era ormai Renato Marconi con la sua Marinedi, che il socio privato stava facendo – e ha continuato a fare, aggiungiamo noi – quello che il Comune non poteva, che voleva pure lasciare le quote ma non al valore nominale come previsto dai patti parasociali e che si doveva fare un arbitrato, quindi le cose sarebbero andate per le lunghe. Nel frattempo due pareri legali chiesti a un primario studio romano, sull’argomento, non sono mai stati resi noti.

Adesso sindaco e maggioranza – sollecitati da Candido De Angelis – hanno cambiato idea. Benissimo, sul porto pubblico siamo tutti d’accordo da tempo. Peccato si perda di vista quanto è accaduto dal 2012 a oggi, le direttive che il sindaco stesso ha dato alla Capo d’Anzio dove rappresenta il socio di maggioranza (il Comune, quindi i cittadini) di procedere in modo diverso. Salvo dire, in consiglio comunale, a settembre 2014, che ora che il cronoprogramma era stato invertito e che la concessione aveva tutt’altro valore, Marconi poteva anche accomodarsi. Anzi, che avrebbe fatto un nuovo bando di gara. E salvo promettere con “parola d’onore” che entro ottobre avrebbe avviato la riacquisizione delle quote. Cosa che non è avvenuta e non poteva avvenire, perché nel frattempo la Capo d’Anzio aveva – e ha – un piano operativo che va in direzione esattamente contraria a quella che il sindaco afferma. Le ormai famose “fasi” 1 e 2 per far partire la gestione del porto e consentire alla Capo d’Anzio di non fallire sono di dicembre 2013. E’ arcinoto che la società è con l’acqua alla gola e o incassa – cosa che non riesce a fare, nonostante la consegna delle aree avvenuta a luglio 2014 – o chiude. Senza contare la spending review che potrebbe obbligare a vendere tutto.

La Capo d’Anzio era costretta, dagli eventi, a fare una cosa con il beneplacito del socio di maggioranza e nel frattempo lo stesso socio diceva altro. Ora vuole riprendere le quote, benissimo, ma siamo così certi che il privato, al quale sono stati affidati una serie di servizi e che ha messo a disposizione anche 200.000 euro “a titolo fruttuoso” come si legge in uno dei verbali d’assemblea se ne vada buono buono? No, presenterà un conto talmente salato a chi gli ha fatto fare progetto della sistemazione interna, contabilità, contatti con i clienti e quant’altro che il Comune non potrà sostenere.

Che Marconi fosse – lo diciamo in termini bonari, sia chiaro – un “filibustiere” era noto. Che parli, politicamente, a destra come a sinistra anche. Basta vedere come ha acquisito le quote di Italia Navigando e come si è ritrovato dieci porti con il beneplacito di diversi governi. Da più di un anno mettiamo sull’avviso rispetto alla “scalata” del privato, ma ci si ricorda delle quote in extremis e – purtroppo – con scarse possibilità di riuscita. O magari aspettando il bando che viene rimandato di mese in mese e sembra ormai prossimo. Che ne dice Marconi? In un recente servizio del Tg3 il consigliere d’amministrazione della Capo d’Anzio per conto di Marinedi, Antonio Bufalari, sostiene che nel 2016 ci sono le nuove banchine e i nuovi servizi “per rendere il porto di Anzio protagonista nello scenario del Mediterraneo”. A chi dobbiamo dar retta? E sarà scritto nel bando, eventualmente, che Marconi viene liquidato da chi vince? E siamo certi che c’è questo fantomatico investitore pronto? Lo speriamo, perché pure qui, mentre si attende e si profila un contenzioso anche con Marconi, la Capo d’Anzio chiude, porta i libri in Tribunale o va messa sul mercato.

Il motivo è chiaro: facendo ognuno il suo – e ci mancherebbe – tra ricorsi degli ormeggiatori, richieste di adeguamento dei canoni al ribasso che i cantieri avrebbero avanzato in questi giorni (da niente che pagavano, anche qualcosa in più sarebbe troppo) e circoli che negano l’evidenza, la società è ferma e il piano finanziario proposto con l’accordo del sindaco va a farsi benedire. In tutto questo si resta basiti quando fior di avvocati – che fanno il loro lavoro, per carità – scrivono in un ricorso che non si conoscono gli atti di concessione e inversione del crono programma che sono pubblici, basta collegarsi al bollettino ufficiale della Regione Lazio.

E’ che si continua, ognuno, a fare il suo senza pensare che il porto è certamente di chi ci lavora, ma prima ancora della città, dove però gli interessi particolari vengono – da sempre – prima di quelli generali. . Il rischio è che il porto rimanga così per sempre. Tutto sommato a chi ha attività storiche ma anche rendite di posizione ultra decennali va bene. A meno che non arrivi davvero il Marconi di turno, poi ne vedremo delle belle.

Richiedenti asilo, non bestie. A via dell’Armellino non c’è spazio

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Mentre impazza sui social network un dibattito che spesso scade in becero razzismo, è bene che dal Comune qualcuno vada in via dell’Armellino 72 e dica alla Prefettura di Roma che lì non c’è posto per sessanta “richiedenti asilo”.

Le quattro villette potranno ospitarne, pressati come sardine, meno della metà. Quindi se è vero che la decisione arriva dall’alto e che non possiamo fare altro che accettarla,  è altrettanto doveroso far sapere a chi si affida alle cooperative che offrono mirabolanti soluzioni che se le case sono soltanto quelle non c’è possibilità di ospitare nessuno. E’ questione di sicurezza, anzitutto, quindi di condizioni igienico-sanitarie e in particolare di rispetto degli esseri umani. Di dignità. Il sindaco ha annunciato ieri in consiglio comunale l’arrivo di chi fugge dalle guerre e cerca una via d’uscita in Europa, passando dal nostro Paese che è quello geograficamente più vicino. Ha detto che non si può fare nulla ma ha chiesto al Prefetto di “avere nuclei familiari” che sono meno facinorosi di chi viene “scaricato” in una città qualsiasi in attesa di conoscere il proprio destino e non ha legami familiari. Ha ragione, però forse qualcosa può farlo: chiedere realmente quanti sono e dire che lì i 60 non c’entrano e che se arrivano ne ordina lo sgombero. Ragionare su questo, prima di dire “non li vogliamo, date le case agli italiani”, forse aiuta anche a capire a chi siamo di fronte e cosa avviene nella gestione delle emergenze, quando ci sono cooperative pronte a dare soluzioni immediate. E’ forse a chi fa affari con le emergenze stesse – assolutamente leciti, per carità – che dovremmo guardare, prima che ai presunti rischi legati alle persone che si devono ospitare.

Anzio, non facciamo confusione sui “richiedenti asilo”

Immigrati in Questura in attesa di accertamenti

Si fa presto a gridare “le case per gli immigrati si trovano, per gli italiani che aspettano no“. E’ semplicistico e non corrisponde alla verità. L’annuncio dato dal sindaco questa mattina  ad Anzio, e le diverse reazioni che sono state registrate in Consiglio comunale e poi sui social network, hanno evidentemente creato un allarme. E’ normale in casi del genere.

Va detto però che il Comune, mai come in questo caso, è assolutamente estraneo. Perché dei “richiedenti asilo” si occupa la Prefettura e perché è lì che si decide dove mandarli, seguendo la politica di mettere piccoli nuclei in diverse parti del territorio, senza che i Comuni possano fare nulla. Salvo preoccuparsi del peso che, eventualmente, avrà una presenza del genere sul territorio e di che tipo di eventuale integrazione si può immaginare.

Ha fatto bene il sindaco a ricordare le esperienze fatte in questa città, in passato, con gli albanesi. Ma qui, giova ricordarlo, ci siamo fatti carico anche dei profughi provenienti dallo Zaire. Cittadini italiani dovuti fuggire in fretta e furia e per i quali, dopo un periodo pagato dalla Regione, sono stati i Comuni a doversi far carico di tutto. Poi ci siamo ritrovati, per una scelta del Comune di Roma – a vantaggio di chi vendette quelle case ad Anzio 2 a un prezzo superiore a quello di mercato – gli sfrattati della Capitale. Diventati residenti e con un peso non indifferente per le casse del Comune.

Nel caso dei “richiedenti asilo” non è così. Né è vero che i soldi vanno a loro, bensì alle cooperative che gestiscono questa emergenza, trovano gli immobili (e ad Anzio ce ne sono a iosa) e propongono le sistemazioni. Ci si dovrà preoccupare, allora, di evitare che succeda quanto già avvenuto a Nettuno e che non si verifichino tensioni nella zona. In passato, per fortuna, non è mai avvenuto. Il resto sono facili preconcetti.

La politica che “gioca”, la criminalità, le aste giudiziarie…

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I locali che dovrebbero ospitare il supermercato in centro

Mentre la politica locale sembra tutta presa sulla vicenda del supermercato in centro, vale a dire sull’ennesimo esempio di mancata programmazione di chi ci governa, domani si va in Consiglio comunale su questioni di assoluto rilievo: gli spari all’indirizzo dell’abitazione di Alberto Alessandroni, la situazione dell’ordine e sicurezza pubblica ai minimi termini (da ultimo la rapina alla gioielleria Musilli) e la vicenda del porto. E’ stato necessario che a convocare l’assemblea civica fosse l’opposizione, perché la maggioranza è evidentemente alle prese con una situazione interna a Forza Italia legata al nuovo capogruppo – che sarà a quanto sembra Massimiliano Millaci – e alla delega che andrà da lui a Valentina Salsedo. Salvo sorprese dell’ultima ora. Sullo sfondo il ruolo dell’uno e trino Patrizio Placidi, contemporaneamente assessore, leader della Lista Enea ma anche di Forza Italia. Nel frattempo assistiamo – con conseguenti “copia e incolla” da parte di diverse testate locali – all’ex capogruppo e ormai battitore libero Marco Maranesi che ne ha per tutti, a repliche e controrepliche. La politica di casa nostra è così, “gioca“.

La realtà è che dei problemi reali dei cittadini interesse ben poco. Ci si mandano “messaggi” con i comunicati, si pensa già al dopo Bruschini, si mette da parte tutto ciò che non è “politichese”.

Nessuno che vada, per esempio, a guardarsi un dato sul quale un’amministrazione dovrebbe riflettere e che – a proposito di criminalità – è molto significativo. Sono le aste giudiziarie di beni immobili. I faciloni di casa nostra, quelli che non si presentano a parlare del porto o fanno spallucce per gli spari ad Alessandroni, diranno sicuramente che “è la crisi”. In parte è sicuramente così, ci sono difficoltà nazionali e locali. Per il resto, però, è un campanello d’allarme serio e riguarda chi pensava – a torto – di “svoltare” costruendo palazzi e si è trovato con un pugno di mosche in mano. Sarà un caso che Anzio, in provincia di Roma ed esclusa ovviamente la Capitale, è la località con il maggior numero di immobili all’asta? Sono 178, nella vicina Nettuno 95, in città della stessa grandezza 104 a Pomezia, 111 a Velletri. Nella vicina Ardea sono 125. Se ai 4513 immobili all’asta in provincia di Roma togliamo i 2446 della Capitale arriviamo a 2067 e solo quelli disponibili ad Anzio rappresentano quasi il 9% di questo patrimonio fuori dalla Città eterna. Non è poco e non può essere solo la crisi.

Il rischio – e un’amministrazione accorta si dovrebbe porre il problema, sollecitando le forze dell’ordine a monitorare il fenomeno – sono a questo punto gli investimenti facili. E’ noto che uno dei sistemi per riciclare denaro da parte della criminalità è quello di intervenire alle aste giudiziarie. E’ risaputo che molti Prefetti sollecitano i sindaci, prime “sentinelle” sul territorio, a tenere d’occhio operazioni sospette. Magari di questa vicenda delle aste si accorgerà anche la commissione sicurezza che muove i primi passi, ma finora è stata altro motivo di comunicati e scambi di pareri a distanza, senza ancora aver avviato alcuna attività.

Comune, conti in rosso e tante cose da spiegare. Serve chiarezza

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Stavolta speriamo che la maggioranza si presenti in Consiglio e che martedì si svolga un confronto pacato e tranquillo su questioni fondamentali per la città. Perché il tempo di mettere la testa sotto la sabbia è finito ed è ora di dare risposte. Quelle già attese sul porto – con la Capo d’Anzio che ha un piano industriale da portare avanti e il sindaco, rappresentante del 61% delle quote pubbliche che ha in mente altro – quelle che hanno superato la vicenda dell’approdo (per il quale è tutto fermo) perché hanno riguardato gli spari all’assessore Alberto Alessandroni. All’ordine del giorno, su richiesta dell’opposizione, c’è l’ordine pubblico che è ormai una vera emergenza. Dicevamo tempo fa che è inutile minimizzare, la rapina dell’altra sera alla gioielleria Musilli è solo l’ennesimo episodio del genere e ormai la sicurezza percepita dai cittadini è ai minimi termini. Così come, solidarietà a parte, è bene comprendere cosa sia successo ad Alessandroni. Fare spallucce non serve a nessuno. Speriamo di capire, poi, cosa succede intorno ai locali di viale Paolini dove è data per imminente l’apertura di un supermercato. Tra la smentita dell’assessore Bianchi che in realtà smentisce poco, l’allarme dei commercianti, un assessore come Placidi che interviene in un campo non suo – ma è noto che da imprenditore ha interessi nei settori più svariati – e persino il presidente della Capo d’Anzio che trova il modo di intervenire, qualcuno ci spiega qual è la situazione?

Magari sapremo, finalmente, anche com’è stata gestita l’intera vicenda ispettori ambientali e se il Comune avrà ricavato o meno qualcosa. Andrea Mingiacchi ha annunciato su facebook la presentazione di un’interrogazione.

Infine una cosa che è indispensabile, perché possiamo fare tutto il “teatrino” politico che vogliamo ma la questione fondamentale è un’altra: come sono messe le casse del Comune? Prima di partire per una vacanza il dirigente dell’area finanziaria, Franco Pusceddu, ha scritto agli amministratori dicendo che siamo a febbraio e il Comune è già in anticipazione con la banca. I prossimi soldi entreranno a giugno con l’Imu. E’ noto – fra l’altro – che la tassa sui rifiuti la pagano poco più della metà dei cittadini, su mense e trasporto il cambio negli uffici e qualche dato che sembra mancasse non fanno ancora emettere le bollette, gli arretrati sono affidati a una “eterna” caccia agli elusori ed evasori. Risultato? Non c’è un euro. Sarà bene che il sindaco ci dica se siamo o meno sull’orlo del dissesto. Mai come in questo periodo la città ha bisogno di chiarezza assoluta. Su tutto.

Anno Innocenziano, giusto chiedere trasparenza ma cogliamo l’occasione

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Il consigliere del Pd Andrea Mingiacchi chiede le carte dell’anno Innocenziano, con un accesso agli atti del quale per il ruolo che ricopre non avrebbe bisogno, e si susseguono le repliche. Diciamo che stavolta la verità è nel mezzo e chi, come il capogruppo Pd, si sta impegnando per avere un quadro entro il quale muovere l’appetibilità turistica della città nell’arco dell’anno poteva risparmiarsi un intervento a gamba tesa. Meglio, avremmo capito se con la stessa solerzia avesse chiesto gli atti del recente carnevale, prima ancora del Natale, dove le cifre arrivano a circa 40.000 euro. Quanto si spenderà, di fatto, per una ricorrenza storica. Forse quelli sono stati soldi al vento, in questo caso se quei 50.000 euro servono a costruire un percorso ben vengano. A Mingiacchi va dato atto di aver chiesto – e poi reso noto – i costi della stagione estiva e la rigida “divisione” tra proposte dell’amministrazione, dell’assessore Nolfi, dei delegati Millaci e Bruschini. Ne fa un discorso, condivisibile, di trasparenza. Stavolta però era il caso certamente di chiedere lumi, ma anche di provare a costruire: vanno bene 50.000 euro, diteci come li spendete, facciamo in modo che intorno alla figura di Innocenzo XII si costruisca un evento permanente.

Siamo sempre lì, i criteri secondo i quali si fa un’opera lirica piuttosto che una manifestazione di piazza non esistono o – peggio – sono quelli “secondo me” dei quali di recente ha parlato l’assessore Giorgio Bianchi o dell’associazione amica degli amici, possibilmente alla fattura numero 1.

Aver scelto di celebrare il quarto centenario della nascita di Innocenzo XII, aver legato a questo evento il palio del mare che storicamente sarà pure una forzatura ma – caso pressoché unico ad Anzio – arriva alla quarta edizione, forse può essere l’inizio di un percorso di più ampio respiro legato al turismo religioso. E magari l’occasione per dire che se spendiamo 70.000 euro per la festa patronale di Sant’Antonio allora è giusto inserire anche quella in un discorso del genere. Che non si fermi qui.

Come è ora di decidere cosa fare dello sbarco, oltre la solita “carnevalata” sulla spiaggia che richiamerà pure tanta gente con un’altra forzatura storica ma non basta a farne un prodotto turistico oltre il singolo evento. Così Nerone e il sistema archeologico che non riesce a diventare la quinta sede naturale del museo nazionale romano e a inserirsi in un sistema turistico di qualità.

Ecco, giusto chiedere trasparenza, altrettanto cominciare a proporre di farlo un salto: stop ai finanziamenti a pioggia, convogliamo i pochi soldi che ci sono su delle direttrici chiare. Lo sbarco con i suoi potenziali percorsi della memoria, Nerone e l’archeologia con un reale collegamento con il museo nazionale romano, la rinascita della città grazie alla religione con i possibili contatti legati ai pellegrinaggi nella Capitale, la sostenibilità ambientale immaginando quel percorso che da Lido dei Pini arriva fino a Foglino del quale si parla da anni. Un po’ quel “mare, cultura e natura” che sono l’unica cosa da salvare del piano regolatore di Cervellati. Per anni abbiamo fatto “varianti, cemento e furberie”, inserendo in queste ultime tante manifestazioni di dubbio gusto. Quelle per l’anno Innocenziano non sembrano affatto campate in aria. A patto che rappresentino l’inizio di un percorso.

Il porto insabbiato: politica, burocrazia e il caso Capo d’Anzio

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Passano gli anni e ci ritroviamo sempre allo stesso punto. Deve arrivare un’emergenza per procedere all’escavo dell’imboccatura del porto e consentire anzitutto ai pescatori di poter lavorare, salvaguardare l’incolumità degli equipaggi e le paranze. Anzi, per l’ennesima volta si deve aspettare – almeno un paio di mesi – prima di togliere un po’ di sabbia che alla prossima mareggiata si riposizionerà praticamente dov’era. Funziona così, siamo in Italia. La politica fa il suo – va dato atto al sindaco di essere stato più volte in Regione a sollecitare l’intervento, risulta che anche il Pd si è mosso con gli assessorati governati da una coalizione “vicina” – la burocrazia anche. Il comandante del porto fa le ordinanze e riduce il pescaggio, contemporaneamente sollecita, sa che il “porto rifugio” qual è quello di Anzio per chi pesca oltre 3 metri e 60 tutto è fuorché un luogo in cui approdare. Intanto dalla Regione se la prendono con calma, mentre l’autorità portuale interviene a Fiumicino, ne ha facoltà, e qui solo il 3 febbraio è arrivato il via libera degli uffici regionali a usare la sabbia per il ripascimento di fronte a Tor Caldara. Che, anche qui, scomparirà con le prossime correnti.

Sullo sfondo di tutto c’è la necessità di un escavo permanente, di un canale d’accesso degno di tale nome, in grado di garantire sempre misure di sicurezza. Quello che la Regione farà tra qualche settimana sarà l’ultimo escavo, poi toccherà alla Capo d’Anzio che è concessionaria e che ha il dovere – dall’inizio del cantiere – di procedere alla manutenzione del canale. Ammesso che riesca a diventare operativa, dati gli ostacoli di ogni genere che stanno arrivando da quando ha ottenuto l’inversione del cronoprogramma. Sarebbe stato bello, sabato scorso, avere alla riunione con i pescatori i rappresentanti della società a dire: “Ci pensiamo noi da subito”. Non possono farlo, perché la Capo d’Anzio al momento non ha un euro. E’ palese – lo sa anche il sindaco che ha votato in assemblea – che o partono le fasi uno e due di gestione dell’attuale porto o la società fallisce. Né il bando per tutto il bacino, sempre imminente ma continuamente rimandato cambierà le cose dal punto di vista societario: o la Capo d’Anzio diventa operativa o fallisce. E se si verifica questa seconda ipotesi serviranno tempi lunghi prima di arrivare a ridefinire le cose con la Regione, l’escavo a quel punto, potrà attendere chissà quanto… E’ bene saperlo.

Luoghi del cuore, la città che vince. Se il Comune ci avesse creduto…

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Un piazzamento insperato in partenza, il 54° posto in Italia, il quarto nel Lazio, il terzo tra i siti archeologici della regione. Le Grotte di Nerone entrano a pieno titolo tra i potenziali interventi del Fai, il Fondo per l’ambiente italiano, attraverso “I luoghi del cuore”. A vincere è stato senza dubbio il comitato che si è battuto per arrivare a questo risultato, ma la vittoria è anche della città che ha risposto. Senza guardare colori politici, senza pensare a cosa volessero fare “dopo” Chiara, Francesco, Silvia e tutti quelli che sono stati loro più vicini. Anzio, la villa che cade a pezzi, le grotte e ciò che Nerone – ma chi l’ha preceduto e poi seguito – ci ha lasciato, entrano nelle “linee guida”. Finalmente anche il sindaco sembra essersene accorto, al punto che martedì riceverà il comitato per stabilire il da farsi. Poi magari non arriverà un euro, ma finalmente si avrà un “quadro” definito. Finora si è andati avanti, soprattutto nella gestione, per tentativi ed errori. Basta pensare che abbiamo un museo archeologico e delle visite si occupa quello dello sbarco, previa rimborso ai volontari.

Diciamolo chiaramente, se il Comune avesse creduto in questa iniziativa Anzio poteva avere maggiori possibilità. Invece nei “ragionamenti” della politica di casa nostra, come sempre, si è guardato al dito anziché alla luna. Si è pensato – l’ho scritto tante volte – che quel metodo, quella singolare  formazione, volessero chissà cos’altro e non semplicemente la tutela di un bene della città. E poi non avevano punti di riferimento, non c’era un assessore, un delegato, un consigliere a perorare la loro causa. Non chiedevano soldi per qualche manifestazione di bassa lega. Hanno fatto i cittadini e peccato il Comune abbia scelto un basso profilo. A Formia è andata diversamente e il sindaco è giustamente orgoglioso del primo posto raggiunto. Perché i beni sono abbandonati al loro destino un po’ ovunque, ma poi c’è modo e modo di comportarsi quando parte una campagna del genere. Qui, almeno, siamo ancora in tempo per stabilire le linee guida. La città ha vinto, i se e i ma non fanno la storia, adesso si cerchi di scriverne una diversa. Sindaco in testa.