Il porto, le quote, i ricorsi. Intanto la Capo d’Anzio fallisce

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La delibera sulla riacquisizione delle quote, votata all’unanimità, va nella stessa direzione di un ordine del giorno approvato all’unanimità il 19 luglio 2012 e al quale il sindaco Luciano Bruschini non ha mai dato corso. Anzi, quando le opposizioni lo riproposero, un anno dopo, venne bocciato. Il sindaco spiegò in consiglio comunale che c’era ormai Renato Marconi con la sua Marinedi, che il socio privato stava facendo – e ha continuato a fare, aggiungiamo noi – quello che il Comune non poteva, che voleva pure lasciare le quote ma non al valore nominale come previsto dai patti parasociali e che si doveva fare un arbitrato, quindi le cose sarebbero andate per le lunghe. Nel frattempo due pareri legali chiesti a un primario studio romano, sull’argomento, non sono mai stati resi noti.

Adesso sindaco e maggioranza – sollecitati da Candido De Angelis – hanno cambiato idea. Benissimo, sul porto pubblico siamo tutti d’accordo da tempo. Peccato si perda di vista quanto è accaduto dal 2012 a oggi, le direttive che il sindaco stesso ha dato alla Capo d’Anzio dove rappresenta il socio di maggioranza (il Comune, quindi i cittadini) di procedere in modo diverso. Salvo dire, in consiglio comunale, a settembre 2014, che ora che il cronoprogramma era stato invertito e che la concessione aveva tutt’altro valore, Marconi poteva anche accomodarsi. Anzi, che avrebbe fatto un nuovo bando di gara. E salvo promettere con “parola d’onore” che entro ottobre avrebbe avviato la riacquisizione delle quote. Cosa che non è avvenuta e non poteva avvenire, perché nel frattempo la Capo d’Anzio aveva – e ha – un piano operativo che va in direzione esattamente contraria a quella che il sindaco afferma. Le ormai famose “fasi” 1 e 2 per far partire la gestione del porto e consentire alla Capo d’Anzio di non fallire sono di dicembre 2013. E’ arcinoto che la società è con l’acqua alla gola e o incassa – cosa che non riesce a fare, nonostante la consegna delle aree avvenuta a luglio 2014 – o chiude. Senza contare la spending review che potrebbe obbligare a vendere tutto.

La Capo d’Anzio era costretta, dagli eventi, a fare una cosa con il beneplacito del socio di maggioranza e nel frattempo lo stesso socio diceva altro. Ora vuole riprendere le quote, benissimo, ma siamo così certi che il privato, al quale sono stati affidati una serie di servizi e che ha messo a disposizione anche 200.000 euro “a titolo fruttuoso” come si legge in uno dei verbali d’assemblea se ne vada buono buono? No, presenterà un conto talmente salato a chi gli ha fatto fare progetto della sistemazione interna, contabilità, contatti con i clienti e quant’altro che il Comune non potrà sostenere.

Che Marconi fosse – lo diciamo in termini bonari, sia chiaro – un “filibustiere” era noto. Che parli, politicamente, a destra come a sinistra anche. Basta vedere come ha acquisito le quote di Italia Navigando e come si è ritrovato dieci porti con il beneplacito di diversi governi. Da più di un anno mettiamo sull’avviso rispetto alla “scalata” del privato, ma ci si ricorda delle quote in extremis e – purtroppo – con scarse possibilità di riuscita. O magari aspettando il bando che viene rimandato di mese in mese e sembra ormai prossimo. Che ne dice Marconi? In un recente servizio del Tg3 il consigliere d’amministrazione della Capo d’Anzio per conto di Marinedi, Antonio Bufalari, sostiene che nel 2016 ci sono le nuove banchine e i nuovi servizi “per rendere il porto di Anzio protagonista nello scenario del Mediterraneo”. A chi dobbiamo dar retta? E sarà scritto nel bando, eventualmente, che Marconi viene liquidato da chi vince? E siamo certi che c’è questo fantomatico investitore pronto? Lo speriamo, perché pure qui, mentre si attende e si profila un contenzioso anche con Marconi, la Capo d’Anzio chiude, porta i libri in Tribunale o va messa sul mercato.

Il motivo è chiaro: facendo ognuno il suo – e ci mancherebbe – tra ricorsi degli ormeggiatori, richieste di adeguamento dei canoni al ribasso che i cantieri avrebbero avanzato in questi giorni (da niente che pagavano, anche qualcosa in più sarebbe troppo) e circoli che negano l’evidenza, la società è ferma e il piano finanziario proposto con l’accordo del sindaco va a farsi benedire. In tutto questo si resta basiti quando fior di avvocati – che fanno il loro lavoro, per carità – scrivono in un ricorso che non si conoscono gli atti di concessione e inversione del crono programma che sono pubblici, basta collegarsi al bollettino ufficiale della Regione Lazio.

E’ che si continua, ognuno, a fare il suo senza pensare che il porto è certamente di chi ci lavora, ma prima ancora della città, dove però gli interessi particolari vengono – da sempre – prima di quelli generali. . Il rischio è che il porto rimanga così per sempre. Tutto sommato a chi ha attività storiche ma anche rendite di posizione ultra decennali va bene. A meno che non arrivi davvero il Marconi di turno, poi ne vedremo delle belle.

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