La rivolta dei “morosi”, persino un vertice di maggioranza

Una premessa è necessaria. Nelle lettere che l’ufficio tributi ha spedito ai consiglieri morosi nei confronti del Comune di Anzio può esserci, senza dubbio, qualche errore. Sentiamo di chi ha fatto ricorso, per esempio, di chi dice di non entrarci nulla con le società chiamate in causa. Sappiamo che alcuni hanno semplicemente dimenticato di pagare una sanzione e nel frattempo si stanno mettendo in regola. Al netto di errori e riconoscendo a tutti la buona fede, quello che non torna è altro. Ed è su quello che è bene concentrarsi

La vicenda doveva passare – evidentemente – sotto silenzio, quindi le questioni che ieri sera sono state affrontate nientemeno che in un vertice di maggioranza sono:

a) Perché l’ufficio si è “permesso” di mandare lettere con quel tono, chiamando in causa i consiglieri e “minacciandoli” di decadenza anche per società a loro riconducibili o per le consorti, cosa che sarà valutata con i legali. b) Se un’attività di recupero riguarda tutti o solo i consiglieri c) E’ chiaro che si tratta di un disegno preciso per minare l’amministrazione d) chi ha dato la notizia.

Il punto e è quello più spassoso e merita un approfondimento. Ai consiglieri sono arrivate lettere per posta ordinaria, quindi nessuno può dire che le abbiano ricevute, pertanto  non c’è  nulla da pagare. Sì, avete capito bene. Devono pagare – e molti cifre di riguardo – e di fronte a un avviso “bonario” fingono (alcuni, almeno) di non saperlo e aspettano la notifica. A questo punto sarà bene che quella notifica avvenga al più presto possibile, magari dopo aver fatto una ennesima verifica sulle somme nel caso ci fossero davvero degli errori.

Bisogna fare attenzione a un altro aspetto e cioè che al momento dell’insediamento i consiglieri hanno sottoscritto di non avere cause di incompatibilità. Ripetiamo: tutta la buona fede di questo mondo, speriamo che in quel momento nessuno sapesse di avere tributi o multe non pagate altrimenti si configurerebbe un falso.

In molti, poi, da ieri chiedono di sapere i nomi. E’ giusto e sacrosanto, ma non avendoli di tutti non si fanno. Come promesso è partita una richiesta per il segretario generale del Comune di Anzio affinché si sappia chi non ha pagato, quando ci sarà l’elenco – che a parere di chi scrive dovrebbe essere sul sito – sarà reso noto senza indugio.

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Finora l’unico che ha detto di aver ricevuto la lettera e che andrà a pagare 780 euro è stato Marco Maranesi, ieri nel corso di una conferenza stampa. Tanti altri hanno telefonato agli uffici, sono corsi a chiedere lumi, hanno persino già incaricato gli avvocati.

Il buon esempio, mai venuto meno, quello che chi amministra o ha un incarico pubblico dovrebbe dare, evidentemente è passato di moda. Proprio ieri la Consulta si è espressa sulla legge Severino. Oggi in un editoriale sul Messaggero Cesare Mirabelli – ex presidente della Corte Costituzionale – spiega perché   la correttezza della funzione pubblica prevale sull’individuo. Anzio è ancora in Italia, se non sbagliamo….

Consiglieri morosi, devono al Comune di Anzio 400.000 euro

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Era nell’aria, di qualcuno si parlava da tempo. Adesso è nero su bianco in quindici lettere spedite ad altrettanti consiglieri comunali di Anzio: sono morosi nei confronti dell’ente, quindi della città che sono chiamati a rappresentare.

O pagano o sono incompatibili, tanto che nelle lettere spedite dall’ufficio tributi viene fissato un termine per mettersi in regola.

Nei loro confronti il Comune ha avviato l’azione di recupero per una somma che si aggira intorno ai 400.000 euro, soldi in larga parte per tariffa dei rifiuti mai pagata in passato o saldata solo in parte, oltre che di contravvenzioni. Per sé direttamente o per società amministrate o in qualche modo rappresentate.

Una cosa assurda, con l’auspicio che i destinatari della lettera vadano immediatamente a saldare il conto e poi ci dicano che l’hanno fatto. Perché da questo momento in poi, ogni giorno, chi scrive chiederà al responsabile dell’anticorruzione e trasparenza, al dirigente del servizio finanziario, a quello dei tributi, chi sono i rappresentanti eletti dal popolo che chiedono ai cittadini di fare sacrifici, ci hanno portato con un bilancio allo sfascio, magari girano su macchine che altri non possono permettersi ma poi si guardano bene dal pagare il dovuto.

Alcuni nomi – anche di vecchi e nuovi censori o paladini della legalità – sono noti ma non è corretto farli perché è bene saperli tutti e quindici. Se esiste un’opposizione, ammesso non ci siano  suoi rappresentanti con debiti verso l’ente, da questo momento chiede chi sono coloro che non sono degni di sedere in Consiglio comunale e decidere cosa dovranno pagare i cittadini, mentre loro sono i primi a non farlo.

A uno “sgarrupato” consiglio comunale mancava solo una vicenda del genere per dire che è stato veramente toccato il fondo in questa città. E se hanno pagato coloro che sono stati condannati – ad avviso di chi scrive ingiustamente – dalla Corte dei Conti, è bene che lo facciano tutti gli altri e subito. Se per un anno si è tenuto nei cassetti un parere del Ministero con l’incompatibilità di Placidi è bene, stavolta, aprirli subito quei cassetti e farci sapere chi non paga.

Nessuno vuole condannare i consiglieri comunali, tutti possiamo avere periodi di difficoltà – i cittadini lo sanno bene – ma poi vediamo super tenori di vita e magari scopriamo che qualcuno fa il furbo. No, non va bene…

Se c’è chi ha problemi lo ammetta, avrà tutta la comprensione dei cittadini, se la legge lo prevede si metta a rate e lo dica pubblicamente. Altrimenti, se non paga, vada a casa. E non ci faccia più la morale.

Ci riprovano con il bavaglio, diciamo no e firmiamo!

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Ci riprovano con le norme bavaglio, anzi forse non hanno mai smesso. Resta valido lo slogan coniato anni fa dall’Unione cronisti: “Liberi di informare, liberi di sapere“. Negli anni, con diversi governi, siamo andati in piazza, a manifestare nei Tribunali, abbiamo scritto ai prefetti, ma ogni volta la priorità di chi guida il Paese è quella di evitare “disturbo” al manovratore.

Diciamo no all’ennesimo tentativo di vietare ai giornalisti la pubblicazione di atti noti e di rilevante interesse per la collettività. E firmiamo la petizione .

Indagini o meno, è il sistema che è marcio

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Se c’è un’indagine o meno sul voto di scambio ad Anzio, ormai, interessa poco. Il punto non è questo, tanto meno la presenza di indagati che – se lo sono – restano innocenti fino a prova del contrario.

Il problema è il sistema messo in piedi, nel quale – secondo atti investigativi – c’è chi ha “abusato della posizione politica per far assumere persone a tempo determinato presso la società e le cooperative aggiudicatrici degli appalti per la raccolta dei rifiuti e la manutenzione dei parchi e giardini del Comune di Anzio in cambio di voto elettorale“.

E’ una questione etico-morale prima che penale, ma nessuno sembra preoccuparsene. Anzi, probabilmente viene ritenuto “normale” che sia così.  Tanto da infastidirsi se qualcuno lo scrive.

E’ normale come le incompatibilità passate e presenti o come le regole calpestate: dal portale della trasparenza beffa alle segnalazioni della Ragioneria dello Stato, da una società a maggioranza pubblica senza organismo anti corruzione alla vicenda del bilancio per la quale la Funzione pubblica ha richiamato all’ordine il segretario generale.

E’ il segno di un sistema marcio e di una città in assoluta decadenza, dove per avere uno straccio di lavoro si deve ricorrere a chi può prometterlo e poi magari riesce anche a darlo. Pazienza se lo si dovrà votare, se non si sarà liberi di scegliere da chi farsi rappresentare per il bene della città. No, viene prima il bene personale, spesso la necessità  vera e propria, e di Anzio chi se ne frega.

Cooperative e favori ci sono sempre stati, sia chiaro, ma a livelli del genere non eravamo mai arrivati. I cittadini se la sono cercata e francamente quando qualcuno vince le elezioni ha sempre ragione. Il fatto è che la politica – dei vecchi e dei presunti nuovi – ha fatto di questo sistema un’arma vincente.

Nel film “Benvenuto Presidente“, durante il discorso finale, il protagonista, Claudio Bisio, chiede ai cittadini di “dimettersi dalla furbizia“.  E’ un quadro perfetto della situazione dell’Italia che noi, ad Anzio, abbiamo elevato all’ennesima potenza.

E’ un sistema marcio, su questo dobbiamo riflettere come cittadini, su questo si interrogherebbe una classe dirigente seria. Gli indagati o meno sono l’ultimo problema.

Intimidazioni mafiose, Maranesi va tutelato

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Il consigliere comunale di Anzio Marco Maranesi non usa mezzi termini e parla di “intimidazioni mafiose” nei suoi riguardi.

Lo fa dicendo chiaramente di non essere indagato per il presunto voto di scambio nel settore degli appalti per i rifiuti di Anzio, insieme all’assessore Patrizio Placidi. Se l’intimidazione mafiosa è la pubblicazione della notizia – che lui contesta annunciando come un politico navigato la richiesta di risarcimento, un classico – è fuori strada. E se si preoccupa dell’uscita in concomitanza con il direttivo del Pd è fuori strada.

Chi scrive ha qualche anno in più del giovane consigliere e conosce a fondo le dinamiche del giornalismo, non solo locale. Correre  al “che c’è dietro” e alle “coincidenze” non porta da nessuna parte, perché in 99,9 casi su 100 le notizie escono quando ci sono. Questa vicenda sembra simile a quella del “Caro estinto“, a dire il vero, ricorda gli articoli e il clima che c’era.

Se poi si tratta di notizie false Maranesi fa bene a denunciare, ma siccome parla di “intimidazioni mafiose” se permette siamo tutti preoccupati. Perché sarebbero rivolte a lui, immaginiamo, che ha un ruolo pubblico e rappresenta i cittadini che lo hanno votato. Perché questo avviene in un Comune dove la situazione è tutt’altro che rosea, anzi non ci fosse stata Mafia Capitale forse le procedure di scioglimento erano già partite.

Nessuna voce si è alzata – negli ambienti della politica locale – dopo la pesante denuncia e questo dispiace. Se quelle intimidazioni ci sono – e non abbiamo motivo di non credere – Maranesi va tutelato. Forse è più importante questo di una querela ai giornali – quelle vanno sempre di moda – sicuramente è più importante pensare a questo e alla città che non alle notizie o alle presunte strategie.

Giornalisti di provincia, più forti delle intimidazioni

Vittorio Buongiorno

Vittorio Buongiorno

La vicenda che ha riguardato il collega Vittorio Buongiorno, capo della redazione di Latina del Messaggero, porta alla luce per l’ennesima volta una situazione molto pesante nel territorio pontino. E’ la punta di un iceberg, non si era mai arrivati a minacce di morte, ma l’elenco di chi vorrebbe mettere il bavaglio è lungo. Lunghissimo.

Nella redazione del Messaggero abbiamo ben presente quella domenica, i giorni successivi con i “passaggi” delle forze dell’ordine a verificare che fosse tutto a posto, le piccole precauzioni, la difficile scelta tra la riservatezza delle indagini e quella di scrivere tutto e subito. Si è preferita la prima e i risultati, per fortuna, si vedono. Perché contro certa gente erano stati pochi, finora, a mettere nero su bianco una denuncia. Vittorio lo ha fatto, noi  siamo stati al suo fianco, oggi tanti altri colleghi e non esprimono solidarietà e apprezzamento per il coraggio di chi aveva scritto raccontando fatti.  E dando evidentemente fastidio.

Ma in questa provincia  è pieno di gente che non è minacciata di morte, magari, ma è subissata di querele temerarie. Chi scrive, per aver riferito di un boss dei Casalesi che chiedeva e otteneva ospitalità in una nota struttura ricettiva, il titolare della quale faceva poi iniziative sulla legalità, è arrivato fino in Cassazione per avere ragione. La querela era stata archiviata, ma il personaggio non intendeva mollare.

Di casi del genere siamo pieni, i colleghi di Latina Oggi hanno avuto un record di querele solo per aver scritto delle gesta – poco eroiche – dell’ex presidente della Provincia, Armando Cusani, al punto che dopo una serie di archiviazioni o assoluzioni l’Associazione Stampa Romana ha presentato un esposto alla Corte dei Conti perché quelle querele erano pagate con i soldi dei contribuenti.

Per non parlare dei giovani collaboratori aggrediti nel Sud Pontino, delle battutine poco piacevoli,  di chi chiama l’editore e “tuona“, di un’altra serie di episodi  come le maxi richieste di risarcimento danni. L’osservatorio Ossigeno, cliccando Latina, fornisce questo quadro. Desolante.

In una provincia dove le mafie sono ormai radicate, perché quando iniziavamo questo mestiere sentivamo di infiltrazioni, mentre oggi abbiamo sentenze passate in giudicato con l’accusa di 416 bis. Con il compianto Santo Della Volpe e la collega Graziella Di Mambro abbiamo lavorato, in occasione della giornata di “Libera” a Latina due anni fa, al Manifesto dell’informazione locale che era e resta il faro da seguire in un territorio dove i tentativi di condizionamento sono pressoché quotidiani.

Nel 2007, in occasione del congresso nazionale dell’Unione cronisti a San Felice Circeo, portammo i colleghi in diversi luoghi della provincia. Volemmo dimostrare quanto, anche geograficamente, fosse difficile raccontare ciò che avviene. Ma le distanze si superano, i viaggi “infiniti” verso il sud, la difficoltà di salire sulle colline con il maltempo,  di arrivare sulle isole se c’è qualche evento, sono nulla di fronte ai tentativi di bavaglio di ogni genere.

Vittorio ha dimostrato che i giornalisti di provincia – quelli che vivono in prima linea, quelli che incontrano ogni giorno le persone delle quali scrivono – sono più forti delle intimidazioni. Con lui, ogni giorno, cerchiamo di essere tutti più forti.

Più delle indagini vorremmo avere i risultati…

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Un nuovo potenziale caso di voto di scambio. Il secondo, ad Anzio, nello stesso settore. E poi indagini che vanno dal “Caro estinto” a quelle della Direzione distrettuale antimafia relative alla Ecocar e diffuse in tutta Italia, la vicenda del cimitero e degli appalti “spacchettati“, quelle ancora appese e ormai praticamente prescritte per gli scarichi del depuratore o gli abusi edilizi.

La posizione di chi scrive, non da oggi, è che tutti sono innocenti fino a prova del contrario. La cosa che colpisce è un’altra: ma di tutte queste inchieste, prima o poi, vedremo i risultati? Sapremo mai che fine hanno fatto, se i protagonisti – indagati e quindi semplicemente destinatari di una misura di garanzia – ne sono usciti puliti dopo mesi, se non anni, “appesi” a un filo?

Quello dei rifiuti è un settore delicato, delicatissimo, lo dimostra la vicenda dell’appalto recente ancora in bilico. E’ noto che lì sono state fatte assunzioni spesso con uno “sponsor” e che l’assessorato all’ambiente è visto come quello che “” lavoro. Non si spiegherebbe altrimenti la massiccia presenza di operatori del settore alla Festa azzurra e addirittura nel servizio d’ordine. Ma questo è aspetto politico, non penale. E’ su questi ultimi e sulle indagini avviate che servono risposte.

Così come è legittima l’attenzione ai presunti abusi d’ufficio ma girandosi intorno ci sarebbe ben altro da provare a capire: ad esempio quali soldi ha “buttato” Salvatore Buzzi, quello di Mafia Capitale, ad Anzio e per cosa. Capire e, se necessario, perseguire. A cominciare da certi tenori di vita.

Gli unici a pagare, finora, sono stati l’ex assessore Italo Colarieti e la dirigente sospesa Angela Santaniello, insieme ad Augusto De Berardinis per la proroga di un appalto. In primo grado. Aspettiamo l’appello e la Cassazione per capire se non è stata fatta scontare loro una pena abnorme prima ancora di essere condannati (sette mesi ai domiciliari) o se davvero c’è stato abuso d’ufficio e corruzione, ma le altre questioni che fine hanno fatto? Possibile che debbano passare anni prima di sapere l’esito? Si ricorderà, per esempio, la vicenda dell’urbanistica finita in una bolla di sapone per gli ex consiglieri Monti e Godente e il dirigente Pistelli. E’ storia recente il secondo proscioglimento per l’ex direttore generale della Asl Luciano Mingiacchi.

Gente che per anni è stata alla gogna, mentre la magistratura seguiva i suoi tempi incerti. La battaglia per la giustizia-giusta di Radicale memoria è ormai nel dimenticatoio, ma ce ne sarebbe tanto bisogno.

Si è indagati, va bene – e chi può saperlo meglio di chi scrive, ormai quasi collezionista di querele e con una condanna in primo grado – ma si ha diritto ad avere certezza del tempo. Così come, per questioni molto più gravi, serve la certezza della pena.

Invece siamo in Italia, dove funziona esattamente al contrario e per un’indagine si fanno teoremi, prima alla caccia di chi ha fatto uscire le notizie e poi lasciando nel limbo chi è destinatario di una misura che in teoria è a sua tutela.

Se andiamo sott’acqua, purtroppo ce lo meritiamo

Piove certamente con maggiore intensità rispetto al passato, assistiamo a fenomeni meteo sconosciuti fino a qualche anno fa, ma questo non toglie che se Anzio e Nettuno vanno sott’acqua, purtroppo, è ciò che meritiamo.

E’ condivisibile quello che scrive Claudio Pelagallo, per anni ciò che gli ambientalisti hanno detto è stato sottovalutato. Per anni – parlo di Anzio, conoscendo meglio la situazione – chi ancora oggi è al governo e chi condivideva l’amministrazione ma oggi è almeno formalmente opposizione, si è girato dall’altra parte rispetto all’abusivismo edilizio fatto in attesa di piani particolareggiati che la politica controllava. Non li approvava, tenendo per il collo gli elettori con la promessa “ora sblocchiamo“. Oltre due milioni e mezzo di metri cubi ai quali il piano regolatore di Cervellati ha dato il colpo di grazia.

Con l’idea di “premiare” – anche condivisibile – chi aveva rispettato le leggi, si è dato vita a una villettopoli che molti contrastavano solo a parole. E non basta più dire che il vecchio piano avrebbe fatto costruire di più, una volta attuati i particolareggiati.

E’ bene rileggere quello che si scriveva sul Granchio – prima e dopo l’approvazione – alla luce di quello che accade oggi.

Il settimanale, e in particolare chi posta queste righe, era accusato di sostenere quel piano da quella fetta dell’intellighenzia cittadina che da una parte diceva di non comprare il Granchio, da un’altra leggeva solo ciò che le faceva comodo, ma nel frattempo era negli studi a disegnare progetti o in qualche agenzia a vedere cosa fare con il proprio terreno.

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Resta uno scandalo, oltre dieci anni dopo, la “fuga” sulle osservazioni che – guarda caso – erano tutte volte a costruire di più mentre si affermava che il piano era tombale. Lo è stato, non c’è dubbio, e la responsabilità principale è di chi lo ha voluto così. Era un disegno di città, rispondeva alla necessità di mettere finalmente regole (con il precedente c’erano case dov’erano previste strade), insieme alle abitazioni servivano – e c’era un programma, almeno abbozzato – le opere di urbanizzazione. Doveva esserci l’ufficio di piano a vigilare, ma ha fatto, purtroppo, solo da passacarte.

Ciò che era “mare, cultura e natura” è diventato – lo sostengo da anni – “variante, cemento e furberie“. Risultato? Abbiamo consumato territorio, in continuazione, senza contromisure adeguate. La responsabilità è di chi lo ha voluto, certo, dei tanti cittadini che si sono improvvisati costruttori, di quelli che hanno acquistato garage che hanno sistematicamente trasformato in cucine perché le case erano troppo piccole,  dei troppi che hanno fatto i furbi e di Cervellati che disse “ce lo chiede la città“.  Bella scusa.

Sono assolutamente corresponsabili – anche per la trasversalità che ha sempre riguardato l’urbanistica tra coop edilizie, studi professionali, quartieri ancora oggi noti come “dei Repubblicani“-  coloro che hanno finto di fare ricorso “sbagliando” Tar, cosa che non farebbe un praticante avvocato ma è successa a un noto professore. Coloro che hanno proposto osservazioni per costruire anziché alternative a quel disegno che dopo 30 anni vedeva la luce.

Se andiamo sott’acqua dopo aver costruito quello che era possibile – e in teoria non è finita – è quello che ci meritiamo. Recuperare il territorio perduto è impossibile, immaginare di fermarsi è una sfida, preparare un adeguato piano di protezione civile un’urgente necessità.

Mense, quei costi ripetuti tra programmi ed esperti

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Aspettando il regolamento che domani andrà in Consiglio comunale e speriamo preveda anche un accenno al 3.0, sulle mense (il servizio comincia ad andare a regime, per la cronaca) continuiamo a registrare un’informatizzazione dopo l’altra e spese che si ripetono.

E dire che funzionava tutto, nell’anno scolastico 2010-2011, quando grazie all’avvento di Tecnorg si aveva il controllo della situazione da parte del Comune ma anche dei genitori, i quali potevano verificare da casa i pasti “caricati” e sapere se avevano pagato o meno. Mancava solo la possibilità di pagare on line, ma venne spiegato che sarebbe stato il passo successivo. Invece? Quel software – la ricostruzione è realizzata con il contributo del cittadino ed esperto di informatica Luciano Dell’Aglio – il 12 marzo del 2012 viene confermato  al costo di 8640 euro, perché al termine del triennio sarebbe rimasto al Comune grazie al “noleggio con riscatto”. Funzionava, eccome se funzionava, ma…

Il 23 ottobre dello stesso anno, misteriosamente e senza pensare al precedente “riscatto“, si passa alla Maggioli e a marzo del 2013 viene acquistato un ulteriore aggiornamento. Siamo – dalla prima informatizzazione, indispensabile, ai vari “data entry” e programmi – già a 90.000 euro. Ah, i genitori non entrano più nel sistema, nel frattempo.

Perché si acquista qualcosa che non servirebbe fa parte dei tanti misteri di un Comune 3.0 dove l’informatica è affidata alla scelta di ciascun dirigente, spesso dettata da scarse conoscenze nel settore, e ognuno va per consto suo.

Mica è finita: il 18 agosto di quest’anno si prende un ulteriore aggiornamento da Maggioli.

Qualche giorno dopo, senza avviso pubblico (se c’è stato lo hanno nascosto),  ed evidentemente non fidandosi o non essendoci dipendenti del Comune in grado di svolgere quel ruolo, si affida a un esterno il ruolo di Dec, direttore esecutivo del contratto, per l’appalto mense. Colui che deve verificare – in cambio di 24.000 euro – se la nuova ditta esegue quanto previsto dalla sua offerta. Per una cifra del genere servirebbe l’avviso, anzi ammettendo pure non sia necessario sarebbe quantomeno consigliato, ma nulla. E in Comune tutti tacciono.

Si va avanti, attenzione, arriviamo al 18 settembre e già che ci siamo affidiamo alla solita Maggioli anche stampa, imbustamento e recapito delle bollette, altri 4.500 euro circa. Qui sono necessari due passi indietro: il primo è che la stessa azienda aveva “rinunciato” l’anno precedente a tale servizio, con incarico affidato a un’altra che in Comune ha messo le tende, la Mercurio. Il secondo: lo stesso ufficio, il 6 agosto, aveva incaricato una tipografia di stampare conti correnti e moduli per la mesa e gli scuolabus.

No, no… c’è un altro passo indietro, il terzo. Siamo al 9 luglio sempre di quest’anno quando viene affidato, per 24.400 euro, il servizio di “raccolta e recapito degli invii postali“. Mense e scuolabus esclusi? Boh!

Infine l’incarico, per l’appalto mense, per la redazione del Duvri, il documento di valutazione dei rischi, altri 5.327 euro circa. Siamo di fronte a un documento previsto per legge, attenzione, ma con il precedente e contestatissimo appalto era stato redatto per un triennio. La finalità è sempre la stessa “produrre un risultato che diverrà di proprietà dell’amministrazione“. Non lo era già? E cosa è cambiato dall’anno scolastico 2013-2014 nelle mense? Mistero anche questo.

Risultato? Costi lievitati, spesi oltre 175.000 euro – pensare che nel 2015 il Comune ha incassato dai genitori per i dati “spariti” e il mancato “data entry” appena 86.000 euro – e risultati che a oggi non ci sono. I consiglieri comunali? Tacciono.

Ecco, speriamo davvero che oltre a dettare le regole nel testo che domani va all’attenzione del Consiglio comunale ci sia un cenno al 3.0 e – per la cronaca – esistono ormai programmi che in “cloud” fanno tutto, consentendo ai genitori di controllare e pagare addirittura via sms. A un prezzo irrisorio rispetto a quello pagato finora. Basterebbe volerlo.

Mense, primo intoppo. Ci fosse stata la Santaniello….

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Un’amministrazione 3.0 sarà certamente attenta ai social network, dai quali apprendiamo che ieri – all’esordio del nuovo servizio mensa – ci sono stati ritardi considerevoli nella consegna dei pasti. Lasciamo stare il 3.0 spesso “de noantri”, sicuramente dal Comune – a partire dall’assessore Laura Nolfi e fino ad arrivare a chi si occupa della materia negli uffici – qualcuno avrà verificato com’è andato il servizio.

Avrà saputo, quindi, del ritardo, di insalata al posto delle patate scritte sul menu pubblicato sul sito del Comune, di pietanze portate già con il parmigiano quando i condimenti dovrebbero essere a parte.

Diamo alla All Food – che nel contestato bando precedente era arrivata tra le ultime – il beneficio dell’esordio? Ma sì….

D’altra parte quel bando era stato aggiudicato, secondo l’Anac, da una commissione formata in modo illegittimo, e quindi risolto quel problema ora se i pasti arrivano tardi che vai a vedere?

Come funzioneranno i pagamenti, poi, tra un data entry e l’altro – con ennesimo affidamento alla Maggioli – tra buste da spedire ed esperti vari, è ancora tutto da capire. Approfondiremo in seguito.

Oggi preme solo una domanda: fosse stata ancora dirigente la Santaniello, nel frattempo sospesa per le vicende relative alla condanna in primo grado, cosa sarebbe successo non tanto per i pagamenti, ma per il ritardo?  Un caos che è facile immaginare.

Dove sono, invece, gli zelanti consiglieri che scoprono le mense a seconda, evidentemente, di convenienze politiche? I comunicatori seriali che fidano in chi “copia e incolla“? Tutti assenti. Ah, per favore: non diteci che mentre qui comunque si mangia, a Nettuno e in altri centri i bambini restano senza pasto. Francamente vorremmo sapere come funzionano le cose a Carpi o in altri Comuni dove le cose si fanno per bene.

Speriamo solo che dalle denunce del passato – il consigliere Maranesi sulla commissione, la Santaniello sulle pressioni che dice di aver subito – si faccia intanto chiarezza