Biogas, le carte che scottano. Altro che puzza…

O ci vengono perché li chiamano o perché sanno che trovano terreno fertile”. Sono le parole che l’attuale sindaco, allora consigliere di lotta e di governo formalmente all’opposizione, diceva ai media locali riferendosi al triangolo dei rifiuti di Sacida. Parliamo della biogas alla quale l’amministrazione – della quale egli stesso dice di essere la continuità – aveva dato il via libera e della quale “tutti sapevano”, come dice Patrizio Placidi in inequivocabili intercettazioni agli atti di un processo. Parliamo del secondo impianto, per il quale nelle carte ci sono nomi e cognomi di chi era direttamente interessato a terreni, mediazione e direzione e nell’ultima campagna elettorale è stato a sostegno dell’attuale sindaco. Impianto poi bocciato in Regione. E parliamo dell’impianto di pre selezione dei rifiuti, bloccato dai no di tutti. La biogas, invece, va avanti e chi li chiamava o gli faceva trovare terreno fertile siede in maggioranza. Inutile girarci intorno e prendersela con la Regione. Abbiamo conosciuto un sindaco che avrebbe già provveduto ad adottare i provvedimenti che annuncia, davanti alle carte emerse grazie a chi sul territorio prova ancora a fare informazione senza infingimenti. Carte che spiegano come quell’impianto ha aperto e mancava qualcosa. Non è questione di “molestie olfattive”, se cerchiamo solo la puzza della biogas commettiamo un errore. Perché dobbiamo approfondire quella di bruciato che c’è intorno, dalle preoccupazioni in consiglio comunale per un emendamento che avrebbe bloccato o rinviato – di fatto – la realizzazione (e le intercettazioni lo spiegano benissimo, con nomi e cognomi), fino alle strane manovre in Comune affinché lì e solo lì a un prezzo proposto dalla proprietà e fatto proprio dall’amministrazione si dovesse andare a scaricare.

Mettiamo insieme qualche carta: siamo al 23 marzo, in pieno lockdown e alla società che gestisce l’impianto mancano i “campionamenti delle emissioni in atmosfera” richiesti dal decreto legislativo 152 del 2006 “per la determinazione di tutti i parametri di cui i provvedimenti autorizzativi richiedono la verifica”. È la stessa Asja ambiente a riferirlo alla Regione e per conoscenza al Comune e all’Arpa. L’Agenzia regionale per l’ambiente ha programmato quelle verifiche – a dirlo è sempre Asja – il 7 e il 9 aprile – ma c’è l’emergenza Covid e le misure “potrebbero imporre un differimento dell’adempimento delle prescrizioni previste le emissioni in aria”.

La prima domanda da porsi, allora, è: c’è mai stato questo adempimento? In Comune, visto che con la scusa dei risparmi l’umido si “deve” portare lì, dovrebbero saperlo. Perché altrimenti si sta conferendo in un impianto che – puzza o meno – manca di un passaggio fondamentale. Il decreto legislativo 152 all’articolo 269 citato dalla società è chiaro: senza l’indicazione di quei valori, che devono essere nei limiti previsti dall’autorizzazione, non si va dalla “messa in esercizio” a quella “a regime”. Questi passaggi sono stati rispettati? Anche qui, in Comune – dato che lì si conferisce – dovrebbero saperlo.

A preoccuparsi, dopo la nota del 23 marzo, è l’allora dirigente all’ambiente Angela Santaniello che mette nero su bianco una frase chiarissima. Chiede cioè se l’eventuale differimento delle verifiche possa comportare “pregiudizio per il buon funzionamento dell’impianto o criticità sanitarie”. Sono gli stessi giorni – pressapoco – in cui proprio Asja manda in Comune la proposta con i 100 euro a tonnellata, si assegna e viene revocato l’affidamento per il conferimento, ci sono assessori che sembrano particolarmente interessati alla vicenda, mentre il sindaco “caccia” la Santaniello e firma un’ordinanza per portare l’umido alla biogas che diceva di non volere e per la quale aveva scritto alla Regione chiedendo la revoca dell’autorizzazione integrata ambientale. Una foglia di fico.

Sono i giorni in cui, in maniera poco opportuna, viene rimesso come funzionario responsabile del settore un ex dirigente indagato per vicende relative ai rifiuti. E che troviamo nelle carte delle inchieste dove mezza maggioranza di ieri e parte di quella di oggi figurano ora citati, ora perché direttamente intervenuti nelle vicende che riguardano il “triangolo” dei rifiuti. Sono storie già scritte (da pochi, purtoppo) e che il primo cittadino ben conosce, solo che la colpa è sempre degli altri. Ad esempio dello spargimento di concime, se arrivano cattivi odori dalla zona. Davvero? E dove sono le carte a dimostrarlo? In Comune dovrebbero averne, se un sindaco arriva ad affermare tanto. O saranno semplici sensazioni? Un accesso agli atti forse sarebbe risolutivo, chissà… Intanto su quell’affidamento l’Anac ha dimostrato di esistere e chiesto informazioni. Se chi si occupa di anticorruzione in Comune segnalasse che il funzionario all’ambiente è vittima in un procedimento nel quale è indagato il suo assessore, sarebbe ancora meglio. Ma pazienza. Va così ad Anzio e sulla biogas tutti parlano, meno proprio l’assessore all’ambiente. Strano no?

È che in questo singolare paese sono bravi a buttarla in caciara. Così il sindaco se la prende con l’Arpa che dice di non essere mai stata chiamata dal Comune, poi prova a rettificare, il primo cittadino incontra il direttore dell’Agenzia e promette provvedimenti esemplari. C’è chi si prende gioco di decine di cittadini che vanno a protestare, ma va così… Ripetiamo la domanda: agli atti del Comune quei rilevamenti annunciati a marzo, ci sono? O fino a oggi si è fatto a “fidarsi”? Non è finita: i primi controllori del territorio, gli appartenenti alla polizia locale, vanno a cercare “molestie olfattive” – così le definisce il loro dirigente – e sono pronti a mandare tutto in Procura.

Diciamo che sulla base delle carte tirate fuori da chi non ha smesso di raccontare le singolarità di questo territorio, la Procura avrebbe già materiale sul quale muoversi. Ma si è a Velletri, non dimentichiamolo, e a cascata si arriva fino agli investigatori di casa nostra. Cercare i cattivi odori è come quando, per la vicenda “Francescana”, i finanzieri si fermarono sull’uscio della casa di riposo, fecero pagare un prezzo esagerato agli arrestati (poi assolti), ma non approfondirono ben altre vicende che pure emergevano. Qui si ha la stessa sensazione. Cioè che la biogas c’è e ce la teniamo e che è meglio cercare le pagliuzze (chi fa uscire le carte, chi vuole farne una questione politica e via discorrendo) anziché accorgersi delle travi. Vale a dire che se gli atti previsti dalla legge in Comune non ci sono (e come si fa a conferire lì?) e chi ha fatto i sopralluoghi non li ha chiesti, la vera puzza è questa.

Il problema intercettazioni, quello della “dichiarazia”

 

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La manifestazione contro la legge bavaglio a Latina nel 2010

Nel suo libro “Dichiarazia” Mario Portanova raccoglie ciò che i politici del nostro Paese hanno detto in diverse occasioni. Destra o sinistra cambia poco, c’è sempre una “giustizia a orologeria”, qualcuno “fazioso” o che “strumentalizza”, un avversario che “demonizza”. Sono dichiarazioni fatte all’Ansa, agenzia dove potrebbero copiare ciò che Tizio o Caio hanno detto anni fa e riproporlo oggi, di fronte a una vicenda spinosa come quella di Potenza, per Renzi e i suoi.

Il problema, al solito, sono le intercettazioni telefoniche. Strumento investigativo eccezionale, usato quando ce n’è bisogno, abusato quando c’è da inserire i dialoghi nelle ordinanze di custodia e negli atti di indagine che – notificati ai diretti interessati o comunque alle parti – diventano pubblici. E finiscono in mano a quei birbanti di giornalisti, i quali dovrebbero girarsi dall’altra parte di fronte alle intercettazioni….

Certo, farebbero meglio a riportare solo i dialoghi inerenti l’indagine, le regole dicono questo, ma se c’è un abuso esistono anche sanzioni che vanno comminate. In realtà di fronte a ciascuna indagine che esce e a dialoghi noti, ricordiamolo, alle parti, il problema sono sempre le intercettazioni. Com’è? “Offensiva mediatica“, in puro stile “dichiarazia”. Nessuno che si preoccupi, mai, dell’accaduto. Sempre a guardare ciò che è pubblicato. Un po’ come l’arrestato per tangenti uscito dal carcere per decorrenza dei termini che mi disse: “Devi stare attento a quello che scrivi” e al quale risposi: “Tu devi stare attento a quello che fai, se tu non fai, io non scrivo“.

La fedele ricostruzione fatta nel film 1992 dell’episodio nel quale viene trovato sangue infetto in celle frigorifere nasce dalle intercettazioni telefoniche della Guardia di Finanza di Trento. Quando gli uomini delle Fiamme gialle sentono parlare di “monnezza” approfondiscono e arrivano a scoprire uno degli scandali italiani impuniti. Le intercettazioni servono, allora, vanno vagliate quelle da utilizzare, ma è ora di smetterla con i tentativi di bavaglio. Arriverà una legge entro l’estate” dopo la vicenda di Potenza ma è bene ricordare che da Clemente Mastella in poi – ma tentativi ci furono anche prima – si è finora provato invano a mettere il bavaglio.

E’ chiaro che i giornalisti erano, sono e saranno vigili. Questa l’ultima dichiarazione del presidente dell’Unione Cronisti, Alessandro Galimberti, ma ci sono anche quella della Fnsi del 2015, ancora l’Unci due anni fa , prima ancora il quaderno sul disegno di legge Alfano, la manifestazione al Pantheon,  lo sciopero del 2010 e la ricostruzione della battaglie che vanno avanti dal 1993.

Tanti dei politici – di ogni schieramento – che hanno provato a imporre limitazioni oltre quelle esistenti (e da rispettare, è bene ribadirlo) sono ancora in piena attività. Altri si sono puntualmente lanciati nella “dichiarazia” sull’argomento: ah, se avessero votato la nostra legge….

I problemi sono altri, ma è meglio non occuparsene. E se come recitava un vecchio spot, una telefonata allunga la vita, nell’ultimo caso noto alle cronache con una telefonata si cerca di fare pressioni. Per questo le intercettazioni danno fastidio.

Ci riprovano con il bavaglio, diciamo no e firmiamo!

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Ci riprovano con le norme bavaglio, anzi forse non hanno mai smesso. Resta valido lo slogan coniato anni fa dall’Unione cronisti: “Liberi di informare, liberi di sapere“. Negli anni, con diversi governi, siamo andati in piazza, a manifestare nei Tribunali, abbiamo scritto ai prefetti, ma ogni volta la priorità di chi guida il Paese è quella di evitare “disturbo” al manovratore.

Diciamo no all’ennesimo tentativo di vietare ai giornalisti la pubblicazione di atti noti e di rilevante interesse per la collettività. E firmiamo la petizione .

Delega intercettazioni, attenzione ai nuovi tentativi di bavaglio

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L’avesse fatto il governo Berlusconi le grida si sarebbero sprecate. Anzi, saremmo già andati in piazza. Ammettiamolo senza problemi, al punto di concordare con la puntuale ricostruzione del Fatto Quotidiano. A maggior ragione se c’è chi prima le pensava in un modo e oggi in un altro sull’argomento.

E’ vero che i giornalisti potranno dire la loro, vero che non c’è ancora nulla, ma la voglia di bavaglio resta elevata come ricorda la Fnsi e non solo in Italia.

Siamo alle solite: anziché preoccuparsi di cose molto più serie, la prima preoccupazione di chi governa è evitare che i cittadini conoscano i fatti. Con la scusa delle intercettazioni – per le quali esistono regole e sanzioni – si vuole impedire di rendere noto quello che succede. Con la scusa della privacy – ma qualcuno rileggesse l’articolo 6 del nostro codice deontologico, per piacere – si cerca di tutelare chi nell’ambito di un’inchiesta ha usato frasi utili ai magistrati per l’ordinanza di custodia che lo riguarda.

Non proviamo a girarci intorno, insomma, questa delega è l’ennesimo tentativo di censura. Dobbiamo rispondere no, come abbiamo fatto sempre, e continuare a fare il nostro dovere di informare, per rispettare il diritto dei cittadini a sapere.