Porto: quello che la società ha provato a “nascondere”, i dubbi che restano

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Formalmente è ineccepibile: il rapporto è tra Regione Lazio e Capo d’Anzio, concessionaria del porto, quindi l’inversione del cronoprogramma e la consegna delle aree – avvenuti rispettivamente ad aprile con una determinazione della direzione regionale territorio e urbanistica e all’inizio di luglio con la firma di un verbale – rientrano nel rapporto in essere. Quello che scopriamo è altro. Ciò che la “Capo d’Anzio”, meglio ormai Marina di Capo d’Anzio (con questo logo e intestazione ha presentato i progetti in Regione), ha provato a nasconderci. Apparentemente senza motivo, perché se uno vuole realizzare un’opera del genere e se il 61% è in mano al Comune ovvero ai cittadini, non c’è proprio nulla da nascondere. O forse sì, perché a leggere le carte sorge qualche altro dubbio rispetto a ciò che intende fare la società ma abbiamo – finalmente – anche qualche risposta che il sindaco – in rappresentanza di quel 61% – si ostina a non dare.

Quello che sappiamo, intanto, è che il collegio di vigilanza e controllo previsto dall’accordo di programma si è riunito almeno una volta. Il 4 febbraio scorso, infatti, ha dato parere favorevole alla proposta di invertire il cronoprogramma. Sappiamo anche – è nero su bianco – che la Capo d’Anzio avrà ulteriori 12 mesi per “l’ultimazione dei lavori”. Dalla concessione a oggi sono trascorsi tre anni, ne restano altrettanti per terminare. Primo dubbio: ce la faranno?

Viene da chiederselo perché l’inversione – sulla carta – prevede l’impegno del concessionario “a voler rispettare tutti gli impegni assunti con la sottoscrizione dell’atto di concessione in parola”. Nella consegna delle aree è specificato ancora meglio che la Capo d’Anzio “è tenuta al rispetto di tutto quanto previsto nell’atto di concessione”, ovviamente che dovrà dragare i fondali “come previsto dall’accordo di programma, parte integrante dell’atto di concessione”, ma soprattutto che “i lavori di realizzazione delle opere previste nel progetto definitivo approvato e riportato nell’atto di concessione e nell’accordo di programma procederanno secondo il nuovo cronoprogramma”. Sì, avete letto bene: opere previste nel progetto definitivo. Forse è questo che volevano “nasconderci”. Tra le opere – fra l’altro – c’è una strada al di sotto della banchina che sbuca in piazza Garibaldi. C’è la “torre di controllo” per la Capitaneria tanto che – forse conoscendo le italiche abitudini – la Guardia costiera ha fatto escludere dalla consegna la base di Riviera Zanardelli fin quando non ci sarà la “torre”.

Ci sono, inoltre, i rapporti con i concessionari attuali per i quali la Capo d’Anzio “procederà secondo quanto sottoscritto nell’atto di concessione (…)” al quale sono allegati i verbali d’intesa. Non si può fare diversamente, anche se la società ci sta provando.

IL RETROSCENA

Va fatto un passo indietro. Intanto alla lettera che con il nuovo logo (deciso da chi? Quando?) viene spedita alla Regione Lazio il 3 e protocollata il 7 febbraio 2014. Scopriamo che nel chiedere la consegna delle aree per invertire il cronoprogramma la società “ha deciso di gestire direttamente le attività oggetto di concessione, avvalendosi dell’esperienza, della professionalità e del know how del suo socio operativo Mare 2 spa” (poi divenuta Marinedi nella proprietà del 39% delle quote, ma tanto il padrone è sempre lo stesso) con quest’ultimo che “al fine di recuperare il tempo trascorso ha attivato la propria struttura per la predisposizione della progettazione esecutiva e per il supporto finanziario necessario, escludendo la previsione di nuova finanza pubblica”. Altro passo indietro: luglio 2012, il consiglio comunale di Anzio vota all’unanimità di riprendersi le quote allora di Italia Navigando e di lì a poco di Mare 2 spa. Il sindaco non dà corso a quella decisione, anzi un anno dopo – e in presenza di un parere legale che da quanto emerge indica la strada di un arbitrato con il privato – viene redatto “il nuovo piano dell’operazione” – come si legge nella relazione che l’amministratore delegato di Capo d’Anzio, Enrico Aliotti, trasmette alla Regione. Piano che viene “definitivamente approvato, dopo diversi incontri di approfondimento e verifica, in sede di consiglio di amministrazione e assemblea dei soci il 19 dicembre 2013”. Piano del quale la città non è mai stata messa a conoscenza e che prevede – così scrivono il presidente Luigi D’Arpino e lo stesso Aliotti sempre il 7 febbraio alla Regione: “l’attivazione di una gestione provvisoria”. Quella attuale, di fatto. E’ il 25 marzo quando sempre in Regione ci sono D’Arpino, il sindaco Luciano Bruschini e a rappresentare Mare 2 spa direttamente il regista dell’operazione, Renato Marconi. Nello scarno verbale redatto si legge che il sindaco “illustra lo stato della concessione a tutt’oggi e ribadisce il proprio parere favorevole alla proposta della Capo d’Anzio”. Marconi, invece “passa a illustrare le varie fasi di realizzazione delle opere, ribadendo che è intenzione della Capo d’Anzio di rispettare il nuovo cronoprogramma e realizzare le lavorazioni previste nell’accordo di programma e nella concessione assentita”. Insomma, il porto – e questo lo ha sempre detto anche Bruschini – resta quello, con tutte le opere previste. Solo che si parte dall’interno. E che nel cronoprogramma di 36 mesi spuntano – ecco l’altra risposta che otteniamo – i famosi “pontili mobili” che a dire il vero nel progetto definitivo non c’erano. In Regione se ne è accorto qualcuno? Forse gli altri costavano troppo…

I REBUS

In tutto questo manca un piano finanziario degno di tale nota. Deve essere tra i documenti ancora “nascosti” del “Marina”. Addirittura manca a supporto della richiesta di nuovo piano di rientro con la Banca Popolare del Lazio. Dobbiamo andare, allora, per ipotesi e voci. Nel primo caso sembra evidente che la Capo d’Anzio con la “gestione provvisoria” voglia incamerare i canoni, affittare i pontili mobili, prendere i soldi dei 25 posti prenotati, sistemare qualche debito e partire. Dove si trovano i fondi per l’escavo, per pagare i 50.000 euro al mese alla banca e quanto altro – comprese le opere previste dal progetto definitivo – nessuno ce lo dice. Le voci, allora: un gruppo russo, anzi uno del Kuwait, un’azienda che vuole l’esclusiva sulle crociere o una turca dietro l’angolo. Cosa c’è di vero? Ed entrerebbero attraverso cosa? Una cessione della Capo d’Anzio con lauta liquidazione al socio privato che ha fatto una serie di progetti e chiederà di essere pagato?

E dov’è il bando per una nuova gara della quale si parla con insistenza? Ricordiamo poi che esiste un atto d’obbligo tra Capo d’Anzio e Comune e che questo – con tutta una serie di opere – faceva parte del precedente bando di gara. Lavori per circa 50 milioni di euro che hanno scoraggiato a partecipare. Sono stati tolti? E in quale atto formale si dice che l’atto d’obbligo non c’è più?

Infine le prescrizioni inserite nell’accordo di programma: sono state ottemperate o non? Ad esempio il modello tridimensionale per lo studio delle correnti o quanto chiesto dalla Soprintendenza per i beni archeologici… 

Ma sì, alla fine il porto inizierà perché ormai siamo stanchi di aspettare, perché Bruschini ne ha fatto una questione di principio dopo essersi speso con la Regione Lazio a lungo, perché Marconi non ha preso le quote della Capo d’Anzio per cambiare aria. Basterebbe essere chiari, almeno finché quel 61% apparterrà ai cittadini.

Porto, avanti spediti. Senza soldi

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La Capo d’Anzio, meglio ormai Marina di Capo d’Anzio, va avanti spedita e pubblica gli idonei per il ruolo di personale front desk e manutentori ormeggiatori. Al tempo stesso fa sapere anche che si sta costituendo un albo dei fornitori.

Il porto è prossimo, insomma, peccato nessuno ci dica dove sono i soldi per farlo e che il 30 settembre si chieda al Consiglio comunale di votare una fidejussione per garantire l’ennesimo piano di rientro con la Banca Popolare del Lazio onde evitare gli atti giudiziari. Due, del resto, sono già falliti…

Nel piano predisposto si parla di 50.000 euro al mese per estinguere il debito entro il 2015, ma nessuno ci spiega dove saranno presi. Speriamo che prima di votare qualcuno in Consiglio comunale ponga il problema. E non solo della fidejussione – per la quale c’è qualche dubbio di legittimità, avendo la Capo d’Anzio bilanci in perdita da tre anni – ma dell’intera vicenda porto

Ripeto: si faccia pure il porto, ma finché – e purtroppo temo per poco… – il 61% sarà nelle mani del Comune, i cittadini hanno il diritto di sapere quello che sta succedendo. Invece si va avanti per sentito dire. E di fronte alle lettere ufficiali su carta intestata Marina di Capo d’Anzio mentre gli ormeggiatori sono agitati, i cantieri non battono ciglio. C’è tutto, in questa operazione, meno che chiarezza.  Ah no: manca pure un piano finanziario…

Centro alta diagnostica come il porto: la peggiore burocrazia

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Ma sì, ammettiamo che la Fondazione Roma si voglia buttare avanti e dica “ce ne andiamo” per mettere la Regione alle strette. Se pure fosse? Il rischio che il centro alta diagnostica non si faccia più a Latina o si faccia pure nel capoluogo ma non al “Goretti” è il trionfo della peggiore burocrazia. Sembra di assistere alla tiritera del porto di Anzio – è un caso che anche in questo caso governi il centro-sinistra? – quando ci si celava dietro a “procedure” inesistenti per dire di no.
Qui è ancora peggio, in Regione c’è chi ha provato in extremis a bloccare il trasloco del 118, al posto del quale sarebbe andato il centro, e non c’è riuscito perché il trasferimento era già avvenuto. C’è chi ha detto “tanto a Latina non si farà mai”. C’è chi sta nascondendo una lettera spedita alla Asl a dicembre 2013 con le motivazioni che non consentirebbero di aprire il centro. Sì, nascondendo. L’ha chiesta invano il consigliere regionale Pino Simeone. Chi scrive ha attivato una richiesta di accesso agli atti. Nulla.
Perché non si può aprire il centro dopo protocolli firmati e delibere vigenti? Nessuno lo dice ufficialmente. Sembra che ci sarebbero intoppi sulla proprietà dei macchinari, sull’uso “privato” di un bene pubblico (la sede dell’ex 118) nonostante le prestazioni gratis garantite alla Asl, la Fondazione “guadagnerebbe” – reinvestendo sul centro, mica intascando i soldi… – e chi più ne ha ne metta.
Qui la Fondazione, che certo ci “prova” e vuole mettere la Regione alle strette, di sicuro investe. Fior di milioni di euro, per un macchinario unico in Italia, destinato a richiamare studiosi da mezzo mondo. Questo non conta per i burocrati, ancora meno per i politici a quanto pare. Quelli che promettono da oltre dieci anni la terapia intensiva neonatale, ad esempio, mentre i bambini con problemi continuano a essere a rischio. Quelli che con il Dea di II livello giocano a carta vince carta perde: Marrazzo lo inserisce ma non lo crea, la Polverini lo toglie, Zingaretti lo reinserisce ma formalmente c’è ancora da aspettare.
Certo nel caso dell’alta diagnostica, il macchinario resterebbe privato e c’è da dire meno male. Perché basta fare quattro passi al “Goretti” per vedere in che condizioni sono quelli pubblici e cosa occorre fare per sostituirli. A cominciare – i burocrati conoscono – dall’acceleratore lineare. Indispensabile per la radioterapia, la cura dei tumori. Chi impedì la gara per il nuovo? Basta chiedere in Regione, negli uffici lo sanno bene. Si sono persi tra spesa corrente e spesa in conto capitale quando la Asl propose di pagarlo con fondi di bilancio. Lo stiamo ancora aspettando e al primo guasto dell’unico funzionante partiranno i viaggi della speranza per Roma.
Il macchinario del centro per alta diagnostica non avrebbe di questi problemi, pagherebbe tutto la fondazione Roma. Ma se una cosa decidi di non farla fare, il modo in Italia lo trovi. La Regione, attraverso pareri “a soggetto“, è stata capace di rinviare finché ha potuto l’approvazione del nuovo porto di Anzio decretandone il fallimento quando è stato autorizzato in piena crisi della nautica. Adesso in Regione c’è chi – per motivi ufficialmente sconosciuti – intende bloccare a Latina un investimento, la possibilità di fare ricerca, la diagnostica senza eguali per i tumori.

Verranno a dirci che c’è il “piano di rientro“, la ricetta che ormai usano per ogni “no“. Un’ultima curiosità: la Regione che ha aperto senza “autorizzazione all’esercizio” la casa della salute di Sezze è la stessa che sta impedendo il centro di alta diagnostica. Complimenti!

Il porto, la Tasi, la chiarezza che non c’è…

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Già, il porto con la Tasi. L’allora pubblico ministero Antonio Di Pietro, poi divenuto parlamentare e ministro ma del quale non si hanno più notizie, avrebbe detto “che c’azzecca?“. Apparentemente nulla, vero, ma rappresentano il simbolo di come si fanno le cose in questo paese.

Porto: si faccia, è ora, ma qualcuno vuole chiarire una volta per tutte quali sono i rapporti tra Comune e socio privato, se abbiamo pagato o come pagheremo il prestito con la Banca popolare del Lazio, cosa vuole fare la Capo d’Anzio atteso che ha ottenuto l’inversione del cronoprogramma? Nella mancanza assoluta di notizie ufficiali dobbiamo leggere dalla pagina facebook “Marina di Capo d’Anzio” che ci sono delle novità. E’ normale? E sono in linea le lettere che la società sta spedendo in questi giorni – annunciando la realizzazione del Marina (!?!?) con gli accordi sottoscritti a suo tempo? Gli ormeggiatori – per esempio – saranno pure la peggiore categoria del porto e nei loro confronti non sono mai stato tenero. Ma avevano un’intesa sulla base del doppio bacino, del progetto che doveva rilanciare Anzio e via discorrendo. Almeno qualcuno che dica loro – ufficialmente – che le cose sono cambiate, non dovrebbe esserci? E qualcuno che dica ai cittadini, proprietari del 61% della Capo d’Anzio, qual è la situazione? No, silenzi, mezze verità, paventati soldi russi o del Kuwait. Intanto la Capo d’Anzio con questa operazione si prende i canoni di concessione, paga i debiti, fa due soldi di lavori – anche se nel bacino interno il progetto definitivo prevede ben altro – risana il bilancio, poi si vedrà. Il quadro è questo. Se è diverso chi rappresenta quel 61% – vale a dire il sindaco – ha il dovere di dirlo alla città.  Così come ha il dovere di dire che l’escavo del canale di accesso, da quando iniziano questi misteriosi lavori, è a carico della società. Ecco, avremmo bisogno di chiarezza e riproponiamo le domande di prima ma anche quelle successive, sperando che il sindaco voglia rispondere non a chi scrive – ci mancherebbe, anche se lo spazio è a disposizione – ma ai cittadini. E deve farlo lui, non il presidente della Capo d’Anzio Luigi D’Arpino né l’amministratore della società, il rappresentante dell’ingegnere Renato Marconi.

E allora, cosa c’entra la Tasi? Detta come i nostri nonni “c’entra perché ci cape“, in verità si chiede anche qui chiarezza. Va bene l’aliquota al massimo, va bene le mancate detrazioni, va bene tutto – è un eufemismo – ma per quale motivo sul “famoso” e costoso “cassetto tributario” ciascun iscritto non trova la sua posizione? A oggi non c’è nulla e l’ultima comunicazione ufficiale è dell’1 luglio. Gli errori sui pagamenti – ma delle mense, non dei tributi – persistono.

Intanto’ufficio tributi informa attraverso l’ufficio comunicazione – ridotto ormai a semplice passa carte – qual è il quadro per la Tasi, poi i cittadini facciano da soli o si rivolgano a qualche professionista.

E dire che Bruschini ci aveva promesso il Comune 3.0…  Ma forse si riferiva alla formula per moltiplicare i pacchetti informatici acquistati dagli uffici – tributi in primo luogo – e perfettamente inutili per i cittadini.

Porto, tra le ipotesi la vendita delle quote pubbliche. Ma il sindaco tace

La determina con richiesta di parere legale

La determina con richiesta di parere legale

Il sindaco ripete che farà sapere a tempo debito, intanto il Comune incarica uno studio legale per una consulenza “relativamente agli scenari possibili in caso di cessione di quote della Società Capo D’Anzio Spa per le precisione sulle procedure per l’affidamento dei lavori di realizzazione porto”. Della serie che vendiamo le quote pubbliche?

Forse no, diciamo che è uno degli scenari per realizzare i lavori “in house”, ma ancora una volta sull’argomento porto il Comune – socio di maggioranza al 61% nella Capo d’Anzio – latita in termini di informazione alla città. Vale a dire ai proprietari di quel 61%.

Lo studio al quale si è rivolto il Comune per un “parere pro-veritate” – richiesto dal dirigente dell’area finanziaria, Franco Pusceddu, che è anche componente del consiglio d’amministrazione in quota pubblica – è quello Cancrini-Piselli. Ovviamente nell’oggetto della determina c’è scritto solo che è stato chiesto, il minimo indispensabile, poi quando si va a leggere si scopre il resto.

Già in passato, con l’avvento di Mare 2 spa ovvero di Renato Marconi, il Comune aveva chiesto un parere sulla riacquisizione delle quote che da Italia Navigando erano passate – con una manovra a dir poco singolare – all’ingegnere.

Di fatto Renato Marconi dopo aver creato proprio Italia Navigando aveva aperto un contenzioso per delle progettazioni, si era preso delle quote in cambio, a fronte dell’aumento di capitale si era sentito “vessato” e alla fine è riuscito nell’intento di farsi “liquidare” con numerosi porti, tra i quali Anzio. Per la cronaca nel frattempo “Italia navigando” è in liquidazione e il suo fondatore attraverso Marinedi gestisce alcuni porti e ne vuole realizzare altri.

Ad Anzio, però, entro un anno dalla concessione Italia Navigando doveva trovare i soldi per fare l’approdo, altrimenti le quote sarebbero tornate al Comune. Né il carrozzone pubblico, tanto meno l’ingegnere, hanno versato un soldo entro settembre 2012. Il Comune – nonostante un ordine del giorno unanime del consiglio – non ha mai fatto nulla.

E dire che aveva chiesto un parere proprio allo studio Cancrini-Piselli. Mai reso noto ufficialmente, ma secondo il quale si poteva ottenere il 39% ma solo attraverso una causa civile. Infinita.

Adesso questo nuovo parere, che resterà nei cassetti come l’altro, che svela però l’intenzione del Comune di cedere le proprie quote. A chi? Come? Perché? Quale strategia si segue per i lavori? E il sindaco non ha parlato di nuova gara?

Questo spazio è a disposizione del sindaco – che rappresenta tutti noi cittadini proprietari di quel 61% – anche se ha fatto sapere che non intende approfittarne. Ha detto che risponderà ai cittadini.

E’ ora di farlo.

Porto e Life, uno dei progettisti fa sapere…

Ricevo e pubblico volentieri questa precisazione di Giacomo Cozzolino, uno dei progettisti del Life.

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“Leggo nel tuo ultimo post la frase “Infine i conti della Capo d’Anzio, in profondo rosso, con i soldi del Life usati per fare altro e da restituire”. 

Ci tengo, per precisione e tua informazione, a precisare quanto segue.

Il cofinanziamento della Commissione Europea dovrebbe essere utilizzato, almeno parzialmente e  se ancora c’è uno stato di diritto in Italia (laddove a fronte di un contratto e di prestazioni effettuate con esito positivo, come si può evincere anche dalle comunicazioni della Commissione Europea), per pagare i compensi di diversi mesi di attività (per qualche professionista, circa 2 anni) che spettano al gruppo di lavoro.

Mi farebbe piacere poter leggere, nelle opportune valutazioni ed analisi che fai della situazione del Porto, una preoccupazione per quelli che vengono chiamati “fornitori” o “consulenti”, ma che di fatto sono persone che lavorano o hanno lavorato e che, anziché un rapporto lavorativo da dipendenti, utilizzano la propria partita Iva.

Sarebbe un’inchiesta utile capire quante persone e aziende vantano crediti nei confronti della Capo d’Anzio (non solo noi del progetto LIFE) e sapere se la Società vuole onorare gli impegni contrattuali o, come si vocifera, preferire proposte di decurtazioni sostanziali di quanto dovuto (prendendo “per il collo” chi si trova in sofferenza finanziaria).

Tanto ti dovevo.

dott. Giacomo Cozzolino

Porto, vogliono fare il castello ma i soldi sono per un monolocale. Basta

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Proviamo a fare un paragone. C’è chi ha grandi ambizioni e con la sua società vuole costruire un castello per venderne le stanze. Ha tanti debiti da pagare, ma conta sull’appoggio di una banca – alla quale deve già dei soldi – per riuscire nel suo intento. La sorpresa è amara, perché fra debiti e capacità finanziaria non può farsi altro che una casa di una cinquantina di metri quadrati e la banca non concede ulteriori finanziamenti, quindi il castello resta un sogno. Però la società ha la concessione per farlo…

E le ambizioni non le cambia, né si rende conto che rischia di infilarsi in una strada senza ritorno. Si trova sulla strada un ingegnere che con una singolare manovra ha ottenuto parte delle quote della società, è nel settore da sempre, si propone di dare qualche soldo “a titolo fruttuoso” e di svolgere una serie di attività per conto della società. E’ la svolta, ma non si vede un euro e ci sono i debiti da pagare… L’ingegnere immagina un consorzio di imprese che possa intanto avviare le opere, in attesa di tempi migliori, poi ci si ricorda che qualcuno le stanze voleva comprarle. Certo, su 1284 solo 72 le avevano opzionate, molti si sono fatti restituire i soldi, ma restano 25 volenterosi… Si parte! Qualche debito verrà pagato, intanto l’ingegnere si muove per il resto, importante è che si posi la prima pietra…

Vi ricorda nulla? Sì, è la storia del porto di Anzio. E va fermata. Lo dice chi dall’inizio ha sostenuto il progetto del doppio porto, ha inseguito il sogno di una città che diventasse tale e non rimanesse un paesone di provincia, quello di un’opera che la qualificasse e ne facesse parlare a livello internazionale. Purtroppo siamo in Italia e tra burocrazia e politica, spesso con interessi trasversali, il progetto si è arenato. La convinzione che senza un atteggiamento ostile della Regione guidata da Marrazzo e dei suoi burocrati con parere a soggetto oggi avremmo il porto resta, ma è poca cosa.

Intanto è arrivata la crisi della nautica, la scelta di Italia Navigando si è rivelata un fallimento, la società Capo d’Anzio che è al 61% del Comune da totalmente pubblica ha il 39% di un privato.

Prima l’intervista in streaming del presidente della Capo d’Anzio, Luigi D’Arpino, ai “Cittadini cinque stelle”, poi le sue dichiarazioni al “Granchio”, lasciano stupefatti. Vendendo 25 posti barca si parte per iniziare i lavori. Ma stiamo scherzando?

Ci sono una serie di opere, previste dalla concessione e dall’atto d’obbligo tra Capo d’Anzio e Comune, che potranno pure essere “traslate” come dice il presidente ma vanno fatte. C’è l’escavo, e quello è da subito a carico della Capo d’Anzio appena la Regione invertirà il cronoprogramma. Ci sono i canoni concessori da pagare alla stessa Regione con la quale ora è il rapporto della società. Il Comune ha un ruolo però, quello di proprietario del 61%, per questo la città ha da essere informata.

Invece no, il sindaco che doveva andare da Sacida a Falasche, da Lavinio ad Anzio Colonia a spiegare le ricadute positive che avrebbe avuto il porto si ben guardato addirittura dal far applicare i patti parasociali sulla base dei quali le quote dovevano tornare al Comune un anno dopo la concessione. A meno che Italia Navigando non avesse portato i soldi per fare il porto. Quei patti, da amministratore proprio di Italia Navigando, li aveva sottoscritti Renato Marconi, l’ingegnere che poi li ha disconosciuti… Il sindaco, nonostante il mandato unanime del consiglio comunale, è rimasto a guardare e oggi vorrebbe far partire un’operazione con la certezza di avere appena 25 posti prenotati, nemmeno il 2% del totale, con pochi spiccioli rispetto ai 130 milioni di euro necessari. E’ fuori da ogni logica. E’ voler fare il castello quando si ha, sì e no, la possibilità di costruire un monolocale.

Infine i conti della Capo d’Anzio, in profondo rosso, con i soldi del Life usati per fare altro e da restituire, con un prestito da onorare con la Banca popolare del Lazio che non aspetta più, il capitale sociale da ricostituire. Tempo fa, in questo umile spazio, si parlava delle grandi manovre di Marconi. Ecco, se sarà lui a ricapitalizzare perché il Comune non ha i soldi per farlo il passaggio sarà completo. Un rischio che è dietro l’angolo, per questo è ora di dire basta, fare un bagno d’umiltà e i passi a seconda della gamba.    

Porto, trasparenza inesistente ma la Capo d’Anzio vende i posti…

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Del bilancio 2013 non c’è traccia, il 30 giugno sapremo – e temiamo che anche stavolta solo facendo una visura alla Camera di commercio – la situazione economico-finanziaria della Capo d’Anzio. La società che ha il Comune di Anzio al 61% e Marinedi spa del gruppo Marconi al 39% ha la concessione per realizzare l’approdo ma da quando la Regione l’ha firmata sono trascorsi due anni e mezzo invano. Non solo, di tutte le novità emerse in questi mesi sul sito ufficiale non c’è traccia, la foto è di oggi e l’aggiornamento è alla pubblicazione della gara (dicembre 2012) poi andata deserta!

Il sindaco, rappresentante del Comune e quindi della maggioranza degli azionisti, ha detto in consiglio che è stato chiesta e ottenuta l’inversione del cronoprogramma nell’ambito della concessione, spiegato che le lettere con scritto “Marina di Anzio” non spostavano di una virgola la situazione. Non ha mai chiarito, invece, i rapporti con il socio privato – che propone addirittura di prestarci 200.000 euro “a titolo oneroso” – se è vero che Marinedi sta dando vita a un Consorzio d’imprese per realizzare in “house” l’opera e soprattutto non ha mai spiegato perché non si è dato corso alla riacquisizione delle quote votata dal consiglio comunale all’unanimità e prevista dai patti parasociali.

 

Non ha nemmeno mantenuto, poi, l’impegno assunto con il Pd che attraverso Ivano Bernardone chiedeva una commissione di garanzia che valutasse lo stato dell’arte, né ha mai spiegato la reale situazione dei conti nonostante emergano vicende di bilancio a dir poco curiose. Per non contare la storia dei soldi del progetto Life arrivati e spesi per altro…

Quello che manca, soprattutto, è capire chi paga le opere previste per iniziare i lavori, chi mette i soldi dell’escavo previsti dalla concessione, chi realizza la strada di collegamento…

Ma forse, anche stavolta, gli anziati ovvero i soci di maggioranza devono fare da soli. Il sistema c’è, la Capo d’Anzio ha incontrato i potenziali acquirenti dei posti barca e spiegato a loro (mica alla città…) come intende procedere. Anticipi degli acquirenti, qualche soldo dal Consorzio delle imprese, qualcosa preso in banca e si parte. Insomma, fidatevi…

E le garanzie?   Tutte da capire. Con una domanda: se la Capo d’Anzio dovrà ricapitalizzare, come sembra, alla chiusura del prossimo bilancio consuntivo, il Comune dove prenderà i soldi? O sarà Marconi a metterceli e a far “sua” la Capo d’Anzio? D’altra parte quando nella discutibilissima scissione di Italia Navigando – che proprio lui aveva creato – si è trattato di scegliere, ha fatto inserire tra i “Marina” che spettavano a lui anche Anzio. I criteri nessuno li ha mai spiegati, ma forse l’ingegnere che gode in Comune di così tanto credito li conosce bene. Dirli anche ai cittadini, fino a quando sono detentori del 61% delle quote, magari aiuterebbe la trasparenza per la quale, a dire il vero, la Capo d’Anzio non ha mai brillato.

Progetto Life, i soldi arrivati e spesi per altro. L’ultima beffa del porto, sito compreso

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Dovevamo essere un modello, abbiamo fatto una figuraccia continentale. Non saremo i primi né gli ultimi, si intende, ma se c’è una cartina al tornasole del fallimento del nuovo porto è questa: il progetto di “sostenibilità” co-finanziato dall’Unione europea nell’ambito del progetto Life.

Cartina al tornasole perché non solo il progetto si è fermato insieme alla gara deserta – ed era uno dei rischi – ma perché il Comune quei soldi li ha spesi per fare altro. Lo ha ammesso nell’ultimo consiglio comunale il dirigente dell’area finanziaria, Franco Pusceddu, mentre il sindaco rispondeva con i soliti “non so” al suo predecessore Candido De Angelis, in una specie di teatrino che francamente comincia a stancare. Il dirigente è stato chiaro: i soldi sono arrivati, li abbiamo usati per altro, li restituiremo. Parliamo di circa 500.000 euro. Ecco, nel naufragio finanziario della Capo d’Anzio questo del Life è un esempio emblematico.

Ora c’è da chiedersi con quale faccia l’assessore Patrizio Placidi – che ha avuto anche questa delega – si recherà a chiedere finanziamenti all’Unione europea. Lì non si scherza, non c’è come in Regione un politico che “convince” il dirigente a chiudere un occhio. Anzi, faccia una cosa Placidi, chieda al commissario ricandidato Antonio Tajani se ha potuto fare qualcosa per l’Italia ed evitare la procedura d’infrazione per i ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione… E Anzio, dopo questa figuraccia, è nella “black list” per quanto attiene ai finanziamenti

Ma torniamo al Life, la procedura era partita, c’era stato anche il confronto pubblico, il materiale messo a disposizione per le osservazioni, ma pur essendo arrivati i soldi nessuno ha più pagato nemmeno il dominio e oggi collegandosi a http://www.lca4ports.eu/ c’è la pubblicità della contraccezione d’emergenza. Per non parlare dei professionisti che hanno lavorato, i quali attendono ancora di essere pagati.

Tra di loro, altro esempio di come funzioni questa città, c’è un giovane che ha provato a essere profeta in patria: Giacomo Cozzolino, laureato in scienze ambientali, pianificatore territoriale. Si era illuso, anche lui come chi scrive, che ad Anzio si potesse realizzare qualcosa di unico. La verità è che in mano a questa classe politico-burocratica non si va da nessuna parte. La verità è che l’unico riscontro che conosce chi governa è quello del voto. Hanno vinto, è la democrazia, sai cosa importa del Life o della trasparenza, dei conti in disordine, delle buone pratiche…

Ma cos’era questo progetto, perché era importante? Riguardava la “sostenibilità” del progetto del nuovo porto di Anzio. “La Capo d’Anzio Spa e il Comune di Anzio hanno presentato all’Unione europea la richiesta di sostegno finanziario per realizzare il progetto che riguarda lo sviluppo di un modello di Life Cycle Assessment per la gestione ambientale dei porti europei, conformemente alla legislazione europea per l’ambiente in materia di sviluppo portuale”. Anzio come “modello”, quindi, anche per altri porti. Nell’ambito di Lca4ports “una fase fondamentale è la stesura delle linee guida per la sostenibilità”. Vale a dire “tutte le fasi della vita di un porto dal punto di vista ambientale, in particolare con riferimento all’edilizia, alla gestione ed alla chiusura di questo con un approccio strategico, che dovrebbe essere incentrato sull’integrazione di diversi temi, con riferimento allo spazio ed al tempo”. Inoltre si doveva “promuovere l’attuazione effettiva e il rispetto della legislazione comunitaria a livello regionale e migliorare la base di conoscenze per la politica ambientale su porto e sul contesto costiero, identificare tutte le migliori pratiche ambientali per ciascuna delle fasi di vita di un porto”. In particolare, poi, si dovevano avere “indirizzi per la progettazione di sistemi di gestione integrata per i seguenti temi: acqua, energia, rifiuti, cantieri, e la sperimentazione in un contesto specifico, definire le strategie e gli strumenti di comunicazione in grado di divulgare tutti i risultati del progetto, sull’ambito locale e nel contesto europeo, raggiungendo una grande quantità di parti interessate”. Tra i risultati che Lca4ports doveva raggiungere, infine: “Autosufficienza energetica degli edifici portuali, efficienza energetica di tutti gli impianti di illuminazione esterna, riduzione del consumo di acqua potabile per gli edifici del porto, utilizzo di acqua non potabile per l’irrigazione delle aree verdi, ottimizzazione del sistema di collettamento e trattamento delle acque reflue, sistema di recupero delle acque piovane per gli edifici portuali”. 

Il molo, il sindaco che non sa, Attoni…

Il molo, il sindaco che non sa, Attoni…

Ha ragione Claudio Pelagallo in questo suo articolo. Chi pagherà?

Soprattutto, possibile che anche ieri su sollecitazione del Pd, il sindaco ha sostenuto di aver sentito della sospensione dei lavori ma di non sapere esattamente cosa fosse successo?

E Attoni? L’assessore ha fatto appello sempre al Pd sia per il molo del porto di Nerone, sia per i piani di Sacida bloccati. Va bene tutto, per carità, ma il molo lo stanno realizzando ad Anzio, su un bene inestimabile della città, il Comune dovrà mantenere quell’opera, lo stesso Comune si era impegnato a convocare un “tavolo”, è mai possibile che la colpa sia sempre degli altri?

Il Comune ha il dovere di difendere il suo territorio, far sì che sullo scempio che si sta consumando al “Terzo” sia fatta chiarezza una volta per tutte. Altro che dipende dalla Regione…