Richiedenti asilo, non bestie. A via dell’Armellino non c’è spazio

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Mentre impazza sui social network un dibattito che spesso scade in becero razzismo, è bene che dal Comune qualcuno vada in via dell’Armellino 72 e dica alla Prefettura di Roma che lì non c’è posto per sessanta “richiedenti asilo”.

Le quattro villette potranno ospitarne, pressati come sardine, meno della metà. Quindi se è vero che la decisione arriva dall’alto e che non possiamo fare altro che accettarla,  è altrettanto doveroso far sapere a chi si affida alle cooperative che offrono mirabolanti soluzioni che se le case sono soltanto quelle non c’è possibilità di ospitare nessuno. E’ questione di sicurezza, anzitutto, quindi di condizioni igienico-sanitarie e in particolare di rispetto degli esseri umani. Di dignità. Il sindaco ha annunciato ieri in consiglio comunale l’arrivo di chi fugge dalle guerre e cerca una via d’uscita in Europa, passando dal nostro Paese che è quello geograficamente più vicino. Ha detto che non si può fare nulla ma ha chiesto al Prefetto di “avere nuclei familiari” che sono meno facinorosi di chi viene “scaricato” in una città qualsiasi in attesa di conoscere il proprio destino e non ha legami familiari. Ha ragione, però forse qualcosa può farlo: chiedere realmente quanti sono e dire che lì i 60 non c’entrano e che se arrivano ne ordina lo sgombero. Ragionare su questo, prima di dire “non li vogliamo, date le case agli italiani”, forse aiuta anche a capire a chi siamo di fronte e cosa avviene nella gestione delle emergenze, quando ci sono cooperative pronte a dare soluzioni immediate. E’ forse a chi fa affari con le emergenze stesse – assolutamente leciti, per carità – che dovremmo guardare, prima che ai presunti rischi legati alle persone che si devono ospitare.

Anzio, non facciamo confusione sui “richiedenti asilo”

Immigrati in Questura in attesa di accertamenti

Si fa presto a gridare “le case per gli immigrati si trovano, per gli italiani che aspettano no“. E’ semplicistico e non corrisponde alla verità. L’annuncio dato dal sindaco questa mattina  ad Anzio, e le diverse reazioni che sono state registrate in Consiglio comunale e poi sui social network, hanno evidentemente creato un allarme. E’ normale in casi del genere.

Va detto però che il Comune, mai come in questo caso, è assolutamente estraneo. Perché dei “richiedenti asilo” si occupa la Prefettura e perché è lì che si decide dove mandarli, seguendo la politica di mettere piccoli nuclei in diverse parti del territorio, senza che i Comuni possano fare nulla. Salvo preoccuparsi del peso che, eventualmente, avrà una presenza del genere sul territorio e di che tipo di eventuale integrazione si può immaginare.

Ha fatto bene il sindaco a ricordare le esperienze fatte in questa città, in passato, con gli albanesi. Ma qui, giova ricordarlo, ci siamo fatti carico anche dei profughi provenienti dallo Zaire. Cittadini italiani dovuti fuggire in fretta e furia e per i quali, dopo un periodo pagato dalla Regione, sono stati i Comuni a doversi far carico di tutto. Poi ci siamo ritrovati, per una scelta del Comune di Roma – a vantaggio di chi vendette quelle case ad Anzio 2 a un prezzo superiore a quello di mercato – gli sfrattati della Capitale. Diventati residenti e con un peso non indifferente per le casse del Comune.

Nel caso dei “richiedenti asilo” non è così. Né è vero che i soldi vanno a loro, bensì alle cooperative che gestiscono questa emergenza, trovano gli immobili (e ad Anzio ce ne sono a iosa) e propongono le sistemazioni. Ci si dovrà preoccupare, allora, di evitare che succeda quanto già avvenuto a Nettuno e che non si verifichino tensioni nella zona. In passato, per fortuna, non è mai avvenuto. Il resto sono facili preconcetti.

La politica che “gioca”, la criminalità, le aste giudiziarie…

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I locali che dovrebbero ospitare il supermercato in centro

Mentre la politica locale sembra tutta presa sulla vicenda del supermercato in centro, vale a dire sull’ennesimo esempio di mancata programmazione di chi ci governa, domani si va in Consiglio comunale su questioni di assoluto rilievo: gli spari all’indirizzo dell’abitazione di Alberto Alessandroni, la situazione dell’ordine e sicurezza pubblica ai minimi termini (da ultimo la rapina alla gioielleria Musilli) e la vicenda del porto. E’ stato necessario che a convocare l’assemblea civica fosse l’opposizione, perché la maggioranza è evidentemente alle prese con una situazione interna a Forza Italia legata al nuovo capogruppo – che sarà a quanto sembra Massimiliano Millaci – e alla delega che andrà da lui a Valentina Salsedo. Salvo sorprese dell’ultima ora. Sullo sfondo il ruolo dell’uno e trino Patrizio Placidi, contemporaneamente assessore, leader della Lista Enea ma anche di Forza Italia. Nel frattempo assistiamo – con conseguenti “copia e incolla” da parte di diverse testate locali – all’ex capogruppo e ormai battitore libero Marco Maranesi che ne ha per tutti, a repliche e controrepliche. La politica di casa nostra è così, “gioca“.

La realtà è che dei problemi reali dei cittadini interesse ben poco. Ci si mandano “messaggi” con i comunicati, si pensa già al dopo Bruschini, si mette da parte tutto ciò che non è “politichese”.

Nessuno che vada, per esempio, a guardarsi un dato sul quale un’amministrazione dovrebbe riflettere e che – a proposito di criminalità – è molto significativo. Sono le aste giudiziarie di beni immobili. I faciloni di casa nostra, quelli che non si presentano a parlare del porto o fanno spallucce per gli spari ad Alessandroni, diranno sicuramente che “è la crisi”. In parte è sicuramente così, ci sono difficoltà nazionali e locali. Per il resto, però, è un campanello d’allarme serio e riguarda chi pensava – a torto – di “svoltare” costruendo palazzi e si è trovato con un pugno di mosche in mano. Sarà un caso che Anzio, in provincia di Roma ed esclusa ovviamente la Capitale, è la località con il maggior numero di immobili all’asta? Sono 178, nella vicina Nettuno 95, in città della stessa grandezza 104 a Pomezia, 111 a Velletri. Nella vicina Ardea sono 125. Se ai 4513 immobili all’asta in provincia di Roma togliamo i 2446 della Capitale arriviamo a 2067 e solo quelli disponibili ad Anzio rappresentano quasi il 9% di questo patrimonio fuori dalla Città eterna. Non è poco e non può essere solo la crisi.

Il rischio – e un’amministrazione accorta si dovrebbe porre il problema, sollecitando le forze dell’ordine a monitorare il fenomeno – sono a questo punto gli investimenti facili. E’ noto che uno dei sistemi per riciclare denaro da parte della criminalità è quello di intervenire alle aste giudiziarie. E’ risaputo che molti Prefetti sollecitano i sindaci, prime “sentinelle” sul territorio, a tenere d’occhio operazioni sospette. Magari di questa vicenda delle aste si accorgerà anche la commissione sicurezza che muove i primi passi, ma finora è stata altro motivo di comunicati e scambi di pareri a distanza, senza ancora aver avviato alcuna attività.

Comune, conti in rosso e tante cose da spiegare. Serve chiarezza

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Stavolta speriamo che la maggioranza si presenti in Consiglio e che martedì si svolga un confronto pacato e tranquillo su questioni fondamentali per la città. Perché il tempo di mettere la testa sotto la sabbia è finito ed è ora di dare risposte. Quelle già attese sul porto – con la Capo d’Anzio che ha un piano industriale da portare avanti e il sindaco, rappresentante del 61% delle quote pubbliche che ha in mente altro – quelle che hanno superato la vicenda dell’approdo (per il quale è tutto fermo) perché hanno riguardato gli spari all’assessore Alberto Alessandroni. All’ordine del giorno, su richiesta dell’opposizione, c’è l’ordine pubblico che è ormai una vera emergenza. Dicevamo tempo fa che è inutile minimizzare, la rapina dell’altra sera alla gioielleria Musilli è solo l’ennesimo episodio del genere e ormai la sicurezza percepita dai cittadini è ai minimi termini. Così come, solidarietà a parte, è bene comprendere cosa sia successo ad Alessandroni. Fare spallucce non serve a nessuno. Speriamo di capire, poi, cosa succede intorno ai locali di viale Paolini dove è data per imminente l’apertura di un supermercato. Tra la smentita dell’assessore Bianchi che in realtà smentisce poco, l’allarme dei commercianti, un assessore come Placidi che interviene in un campo non suo – ma è noto che da imprenditore ha interessi nei settori più svariati – e persino il presidente della Capo d’Anzio che trova il modo di intervenire, qualcuno ci spiega qual è la situazione?

Magari sapremo, finalmente, anche com’è stata gestita l’intera vicenda ispettori ambientali e se il Comune avrà ricavato o meno qualcosa. Andrea Mingiacchi ha annunciato su facebook la presentazione di un’interrogazione.

Infine una cosa che è indispensabile, perché possiamo fare tutto il “teatrino” politico che vogliamo ma la questione fondamentale è un’altra: come sono messe le casse del Comune? Prima di partire per una vacanza il dirigente dell’area finanziaria, Franco Pusceddu, ha scritto agli amministratori dicendo che siamo a febbraio e il Comune è già in anticipazione con la banca. I prossimi soldi entreranno a giugno con l’Imu. E’ noto – fra l’altro – che la tassa sui rifiuti la pagano poco più della metà dei cittadini, su mense e trasporto il cambio negli uffici e qualche dato che sembra mancasse non fanno ancora emettere le bollette, gli arretrati sono affidati a una “eterna” caccia agli elusori ed evasori. Risultato? Non c’è un euro. Sarà bene che il sindaco ci dica se siamo o meno sull’orlo del dissesto. Mai come in questo periodo la città ha bisogno di chiarezza assoluta. Su tutto.

Anno Innocenziano, giusto chiedere trasparenza ma cogliamo l’occasione

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Il consigliere del Pd Andrea Mingiacchi chiede le carte dell’anno Innocenziano, con un accesso agli atti del quale per il ruolo che ricopre non avrebbe bisogno, e si susseguono le repliche. Diciamo che stavolta la verità è nel mezzo e chi, come il capogruppo Pd, si sta impegnando per avere un quadro entro il quale muovere l’appetibilità turistica della città nell’arco dell’anno poteva risparmiarsi un intervento a gamba tesa. Meglio, avremmo capito se con la stessa solerzia avesse chiesto gli atti del recente carnevale, prima ancora del Natale, dove le cifre arrivano a circa 40.000 euro. Quanto si spenderà, di fatto, per una ricorrenza storica. Forse quelli sono stati soldi al vento, in questo caso se quei 50.000 euro servono a costruire un percorso ben vengano. A Mingiacchi va dato atto di aver chiesto – e poi reso noto – i costi della stagione estiva e la rigida “divisione” tra proposte dell’amministrazione, dell’assessore Nolfi, dei delegati Millaci e Bruschini. Ne fa un discorso, condivisibile, di trasparenza. Stavolta però era il caso certamente di chiedere lumi, ma anche di provare a costruire: vanno bene 50.000 euro, diteci come li spendete, facciamo in modo che intorno alla figura di Innocenzo XII si costruisca un evento permanente.

Siamo sempre lì, i criteri secondo i quali si fa un’opera lirica piuttosto che una manifestazione di piazza non esistono o – peggio – sono quelli “secondo me” dei quali di recente ha parlato l’assessore Giorgio Bianchi o dell’associazione amica degli amici, possibilmente alla fattura numero 1.

Aver scelto di celebrare il quarto centenario della nascita di Innocenzo XII, aver legato a questo evento il palio del mare che storicamente sarà pure una forzatura ma – caso pressoché unico ad Anzio – arriva alla quarta edizione, forse può essere l’inizio di un percorso di più ampio respiro legato al turismo religioso. E magari l’occasione per dire che se spendiamo 70.000 euro per la festa patronale di Sant’Antonio allora è giusto inserire anche quella in un discorso del genere. Che non si fermi qui.

Come è ora di decidere cosa fare dello sbarco, oltre la solita “carnevalata” sulla spiaggia che richiamerà pure tanta gente con un’altra forzatura storica ma non basta a farne un prodotto turistico oltre il singolo evento. Così Nerone e il sistema archeologico che non riesce a diventare la quinta sede naturale del museo nazionale romano e a inserirsi in un sistema turistico di qualità.

Ecco, giusto chiedere trasparenza, altrettanto cominciare a proporre di farlo un salto: stop ai finanziamenti a pioggia, convogliamo i pochi soldi che ci sono su delle direttrici chiare. Lo sbarco con i suoi potenziali percorsi della memoria, Nerone e l’archeologia con un reale collegamento con il museo nazionale romano, la rinascita della città grazie alla religione con i possibili contatti legati ai pellegrinaggi nella Capitale, la sostenibilità ambientale immaginando quel percorso che da Lido dei Pini arriva fino a Foglino del quale si parla da anni. Un po’ quel “mare, cultura e natura” che sono l’unica cosa da salvare del piano regolatore di Cervellati. Per anni abbiamo fatto “varianti, cemento e furberie”, inserendo in queste ultime tante manifestazioni di dubbio gusto. Quelle per l’anno Innocenziano non sembrano affatto campate in aria. A patto che rappresentino l’inizio di un percorso.

Gli spari ad Alessandroni, la sicurezza percepita: guai a minimizzare

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Stavolta vedremo se ci sarà la maggioranza e se il presidente “a vita” del consiglio comunale, Sergio Borrelli, risponderà all’appello dell’opposizione di fare presto nella convocazione chiesta sull’ordine pubblico.

Perché c’è un solo errore che si può fare in questo momento, dopo gli spari all’abitazione di Alberto Alessandroni: minimizzare. O, peggio, liquidare con vicende estranee alla vita amministrativa quanto accaduto, come sentiamo fare a investigatori da bar. Perché l’obiettivo era Alessandroni, del quale registriamo ovviamente la presa di posizione ma dal quale ci aspettiamo che chiarisca il possibile con la polizia.

La solidarietà all’assessore è scontata, a nessuno piace essere intimidito e cose del genere qui non s’erano mai viste. E’ accaduto prima a Patrizio Placidi, ora a suo cugino, guarda caso i recordman delle preferenze. Almeno il dubbio che c’entri la vita amministrativa volete lasciarcelo? O il fatto che qualcuno, magari per una promessa mancata, sia invidioso di certi tenori di vita? Gli investigatori non lasciano nulla al caso, in tal senso. Perché è chiaro che le forze dell’ordine devono fare chiarezza, perciò speriamo di sapere presto chi ha aperto il fuoco mandando un segnale ad Alessandroni e perché. Non facciamo che resti un mistero come quello di Placidi, insomma.

Guai a minimizzare, dicevamo, come il sindaco ha già fatto il 18 settembre scorso evitando di partecipare in Senato alla commissione sulle intimidazioni ai pubblici amministratori. E’ evidente che la situazione di tensione esiste, ricordiamo pure quanto accaduto nel passaggio dalla Giva alla Parco di Veio, ad esempio, le maniere forti usate in Comune per farsi pagare fatture arretrate, quanto sta accadendo intorno al porto, la condanna – sia pure in primo grado – di un ex assessore e una dirigente. E’ inevitabile che Sel chieda l’intervento dell’antimafia, stavolta non parliamo di vicende remote come quando la chiese il Pd ma di fatti concreti e vicini. E per avere una commissione d’accesso non serve la presenza della mafia intesa come tale, basta dimostrare l’ipotetico condizionamento.

Sarebbe un’onta per la città, a maggior ragione è bene andare in consiglio comunale e dire le cose come stanno, cominciare a preoccuparsi per gli spari ma anche per la sicurezza percepita dei cittadini che è in calo vertiginoso. Altro che “ronde”, ispettori ambientali “sceriffi” o commissione che ancora non produce un atto: qui occorre un’azione politica forte per chiedere la giusta attenzione alle forze di polizia. Non vengano a dirci che i reati sono in calo, le statistiche in casi del genere lasciano il tempo che trovano poiché a volte i cittadini nemmeno perdono tempo a sporgere denuncia per piccoli furti. Non a caso si parla di sicurezza percepita, indicatore sulla base del quale si organizza il lavoro di polizia e carabinieri.  Si faccia e al più presto, quel consiglio, e si dica ai cittadini come stanno realmente le cose.

Fermarsi, ripartire. E’ finita l’epoca del centro-destra di Anzio

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Anni fa, commentando la mancata qualificazione del Nettuno baseball ai play off, il collega Mauro Cugola scrisse sul “Granchio”: fermarsi, ripartire. La parabola era arrivata al punto più basso. Era finita l’era di una squadra capace di dominare negli anni ’90 e si doveva cominciare a ricostruire. Cosa che in parte venne fatta, salvo arrivare ai giorni nostri con due società contrapposte fra loro e una storia e tradizione ormai in disarmo.

Un esempio sportivo per introdurre la vicenda del centro-destra di Anzio che si trova al governo. Gli spari ad Alberto Alessandroni, secondo assessore nei confronti del quale si arriva a un’intimidazione simile – dopo Patrizio Placidi – sono il segnale che la misura è colma. Non conosciamo il movente, ma sembra palese che ormai la corda si sia tirata troppo. In tutti i settori. Speriamo che si arrivi presto a capire il motivo di quegli spari e si assicurino i responsabili alla giustizia. Non facciamo la fine della vicenda Placidi, insomma, della quale non abbiamo mai conosciuto l’autore.

E’ chiaro che fare indagini sugli abusi d’ufficio è molto più semplice, ma qui si spara contro esponenti pubblici e vorremmo conoscere gli autori.

Senza contare che la sicurezza percepita dai cittadini è ai minimi termini, una singolare commissione che dovrebbe occuparsene ha iniziato la sua attività ma non vediamo ancora alcun frutto, qualcuno si diletta con le “ronde”, e alla fine rischiamo di assuefarci.

Chi spara non ha mai ragione, sia chiaro, ma se la cosa riguarda l’attività politica di Alberto Alessandroni come riguardava quella di Placidi, è chiaro che arrivare  a tanto è segno di equilibri che si sono rotti, magari promesse non mantenute, “affari” saltati. Non lo sappiamo e, anzi, speriamo di sbagliare. Ma la misura è colma certamente per gli spari – vicenda gravissima – ma soprattutto per come questa classe dirigente che ha fatto degli incarichi politici una professione sta gestendo la città.

Il sindaco del “non so niente” ha lasciato fare nel suo primo mandato, continua a girarsi dall’altra parte in questo, Placidi veleggia verso il ventennio da assessore e i risultati non sono così brillanti, Alessandroni è assessore da dodici e fatichiamo a capire cosa abbia fatto, Borrelli presiede il consiglio comunale da quasi venti, Zucchini ha fatto il direttore generale, era stato assessore e sindaco prima, oggi è assessore di nuovo, Attoni è l’uomo buono per ogni stagione e partito, anche la Nolfi che pure è all’esordio ha radici ben salde nella Prima Repubblica, così come Bianchi. E’ il metodo che non funziona più, è la visione di dove sta andando questa città che manca. E i nuovi consiglieri che non si confrontano sul porto, com’è stato nei giorni scorsi, sono la cartina di tornasole di una sorta di assuefazione al vecchio modo di immaginare la politica e lo sviluppo della città: una cosa tra pochi intimi, forti dei voti ottenuti. Una cosa per accontentare questa cooperativa piuttosto che l’altra o l’associazione amica, magari alla prima fattura della sua gestione.

I voti sono la democrazia, certo, ma ricordiamo bene l’ultima  tornata elettorale e un’indagine su voto di scambio è aperta in Procura.

Eppure c’è stato, in passato, un centro-destra che se non altro ci ha fatto discutere sul futuro. Che poi il piano regolatore sia stato una colata di cemento, al quale si sono aggiunte troppe furberie, o il porto sia al palo, con un progetto ormai irrealizzabile, è un dato di fatto. Ma a Candido De Angelis anche parte dell’opposizione ha riconosciuto di aver saputo fare il sindaco. Senza preoccuparsi del dopo, evidentemente, perché nel “passaggio” a Bruschini (o D’Arpino, sarebbe cambiato poco) si sapeva e bene come sarebbe finita. Perché in quel decennio non si è provato a costruire una classe dirigente alternativa ai Placidi, agli Alessandroni, agli Zucchini e via discorrendo. Perché “abbiamo i voti e  facciamo come ci pare“. De Angelis quando se n’è accorto ha provato a riunire il centro-destra, a dire che gli assessori dovevano restare al palo, ma sapeva che era ormai troppo tardi e si è arrivati alla spaccatura.

E il punto più basso del centro-destra di oggi – spari o meno – nasce da lontano, non può dire di essere esente da responsabilità, dato anche il ruolo di parlamentare che ha ricoperto, dividendo anziché unire. Per questo l’epoca del centro-destra, di questa classe dirigente, è finita. Magari avrà ancora i voti e continuerà a vincere, ma non ha più ragione di essere. La fuga sul porto è emblematica, di più il silenzio del centro-destra di opposizione che pure aveva convocato quel consiglio e non dice ancora una parola, né fa un manifesto, sulla figuraccia fatta dal sindaco che ha disertato un chiarimento sul punto qualificante del programma. Suo e di chi l’ha preceduto. Nell’epoca dei tweet e dei social si preferisce tacere. Si potrebbe sempre tornare alleati…

Fermarsi, allora, rendersi conto, prendere atto di un fallimento. E ripartire, se si avranno idee di sviluppo prima che caccia ai voti, progetti per la città prima che cooperative e associazioni da sistemare. Non sarà facile e la parabola del Nettuno baseball calza a pennello a questa classe dirigente.

Porto, sfuggire al confronto è il peggiore dei modi

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E’ andata come sapevamo: il consiglio comunale per parlare della situazione tra Comune e Marinedi all’interno della Capo d’Anzio, società concessionaria del porto per il 61% del Comune stesso e quindi dei cittadini, è saltato. Sulla possibilità di riacquisire, oggi, le quote finite per una manovra nazionale a Marinedi ovvero a Renato Marconi, qualche dubbio c’è, ma  magari il sindaco poteva finalmente chiarire più di qualcosa.

Invece non si è presentato lui, non lo hanno fatto i consiglieri di maggioranza, rispondendo a un ordine di scuderia malamente celato dietro al lutto che ha colpito Pasquale Perronace al quale va un forte abbraccio in questo delicato momento per la scomparsa del fratello. Arrivare a dire, però, che c’era un funerale e non si poteva fare il Consiglio comunale è un altro dei punti mai toccati in questa città. Una cerimonia simile dura un’ora, ma ammettiamo pure che si volesse rinviare il Consiglio si poteva spostare di qualche minuto o giorno. Invece no e dispiace – veramente – che si sia arrivati a tanto. Perché la ragione vera è quella di sottrarsi al confronto su un argomento che riguarda tutti. Oggi non ci saremmo ripresi le quote di Marconi, difficilmente ce le riprenderemo e anzi per la spending review rischiamo di venderla la Capo d’Anzio, ma forse potevamo capire se ha ragione la società stessa che marcia spedita per gestire il porto sulla base di un business plan di dicembre 2013 o il sindaco che continua a parlare di bando o fantomatici investitori.  Potevamo sapere se e dove il Comune trova i soldi quando dovesse partire la “fase zero” di quel business plan che prevede il finanziamento soci. Ci poteva spiegare se ciò che sta facendo Marconi ha un costo e quale. Se la società sta pagando o meno (per la cronaca, non lo sta onorando) l’ulteriore prestito concesso dalla Banca Popolare del Lazio e garantito dal Comune ovvero da noi cittadini. Magari poteva dirci qual è la reale situazione con gli ormeggiatori visto che lui, rappresentante del 61% di quote nostre, non sapeva (eh già…) che dal Comune era partita una lettera per farsi ridare le aree e che nel frattempo è stata revocata, su sua disposizione.

Sottrarsi al confronto significa non spiegare ai cittadini, prima che a Candido De Angelis che ha fatto convocare il Consiglio, se davvero su questa storia del porto la mano destra ignora quello che fa la sinistra. Dispiace ancora di più che agli ordini di scuderia stiano – Maranesi escluso, dato che era in aula e ha pure lanciato un allarme pubblico sulla vicenda – consiglieri agli esordi in politica: da Fontana a Piccolo, da Campa a Millaci, fino a Salsedo. Preferiscono, evidentemente, assuefarsi anziché porsi domande su una vicenda che li e ci riguarda. E non è bello, a maggior ragione se c’è qualcuno che pensa o sta facendo i “giochetti” che denuncia l’ex capogruppo di Forza Italia.

Un ultimo accenno sulla vicenda degli ormeggiatori “sfrattati” e del provvedimento revocato. Sembra di capire – ma è materia da giuristi – che la “Capo d’Anzio” non poteva fare il provvedimento ovvero che una concessionaria non ne può allontanare un’altra, quindi la Regione doveva comunicare agli ormeggiatori che se ne dovevano andare, ma nel frattempo le deleghe sul Demanio sono del Comune anche per quell’area…. Una situazione che si definirà, inevitabilmente, con una sentenza. Intanto il tempo passa, la Capo d’Anzio o si deve vendere o porta i libri in Tribunale, e il porto ce lo dimentichiamo.

Per questo lasciare l’aula semi vuota, disertare il Consiglio comunale e sfuggire al confronto è il modo peggiore di occuparsi del porto che era, è e resta un bene di tutti.

Porto, il Comune corre ai ripari e la Regione è evasiva…

Valentina Corrado

Valentina Corrado

Il Comune corre ai ripari, revoca in “autotutela” l’atto con il quale diceva agli ormeggiatori di lasciare le aree, nel frattempo in Regione si racconta l’ovvio ma si scopre anche qualche imprecisione ed escono un paio di notizie.

Proviamo ad andare con ordine. Questa mattina il Comune ha ritirato l’atto di “sgombero”, quindi il motivo del ricorso al Tar da parte degli ormeggiatori decade. La “Capo d’Anzio” – a questo punto – riproporrà il rilascio delle aree ma nel frattempo ha presentato anche denuncia per occupazione abusiva degli spazi demaniali. Lo scontro è aperto, quindi, più che mai.

Nelle stesse ore, in Regione, l’assessore Michele Civita rispondeva a Valentina Corrado del Movimento 5 stelle rispetto ai ritardi del cronoprogramma. Una sorta di “si sta andando avanti“, una ricostruzione simile a quella che fanno Comune e Marconi, evasiva e condita – però – da alcune imprecisioni. La prima è che il rinnovo del consiglio comunale di Anzio nel 2013 ha portato alla “sostituzione di vari consiglieri di amministrazione della Capo d’Anzio“. Cosa assolutamente non vera.  La seconda che “per il supporto finanziario necessario” viene esclusa “la previsione di nuova finanza pubblica“. Basta leggere il business plan della “Capo d’Anzio” per rendersi conto che il Comune – come socio di maggioranza – nella cosiddetta “fase zero” dovrebbe trovare 300.000 euro.

Sappiamo però, grazie alla risposta, che il comitato di vigilanza si è riunito eccome. Anzi, a tempo di record: il 3 febbraio la società concessionaria ha chiesto di invertire il cronoprogramma, il 4 ha avuto “parere positivo alla proposta“. Sapere quante altre volte si è riunito e quali controlli ha eseguito sarebbe stato meglio. Temiamo, però, che quello del 4 febbraio sia stato l’unico incontro.

Apprendiamo anche che la “Capo d’Anzio” ha presentato il 28 agosto del 2014 “il progetto esecutivo di messa in sicurezza delle aree oggetto di concessione al fine di garantire l’attuale funzionalità del porto“. Immaginiamo la fase zero, peccato nessuno ce l’abbia detto ufficialmente o ci abbia fatto vedere quel progetto.

Poi arriva la conferma di quanto sappiamo da tempo: “L’accordo di programma non ha subito alcuna modifica, quindi è sempre quello originario. Altresì dicasi in merito alla concessione demaniale marittima e al progetto definitivo alla stessa allegato. Quindi tutto l’accordo”. Deduciamo anche le opere previste dall’atto d’obbligo, per le quali il presidente Luigi D’Arpino ha detto pubblicamente che ci sono ancora, anche se in passato aveva sostenuto che c’era stato uno “stralcio“.

Infine l’assessore “assolve” la società: “I ritardi sul cronoprogramma non vanno attribuiti a vicende societarie né tantomeno alla cessione di azioni della Capo d’Anzio tra Italia navigando e Marconi, ma motivi contingenti che ho potuto rappresentare oltre alla crisi del comparto della nautica e all’esito negativo della gara“. Ma è la stessa gara che il sindaco vorrebbe rifare, mentre anche in Regione sanno che si procede con il piano della società…

Ultima vicenda: sul Life nessuna risposta.

Il supermercato in centro, la programmazione che continua a non esserci

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Quando in questa città si parlava anche di commercio ed esisteva un’associazione di categoria degna di tale nome, una vicenda come quella del supermercato nell’ex ristorante cinese di viale Paolini avrebbe scatenato una sommossa.

Oggi sembra interessare a nessuno, mentre un’analogia con quei tempi è rimasta: chi arriva e ha lo sponsor politico giusto, apre.  Anzi, ce n’è un’altra: manca qualsiasi programmazione dal punto di vista commerciale. Allora un tecnico incaricato di redigere il piano parlava di “grossi negozi” per quelli che non avevano la superficie dei supermercati ma la sfioravano. Fioccavano i centri aperti per destinazione urbanistica, prima che per decisione del Comune ovvero per una situazione palesemente indotta. Poi sono arrivati quelli che hanno scoperto un condono “dimenticato” e la situazione è andata avanti. Il supermercato in centro mancava, tra l’altro in una situazione di assoluta difficoltà del settore per i pochi negozi rimasti. I quali commetteranno anche degli errori – primo fra tutti non aver valorizzato il centro commerciale naturale – ma per i quali un’amministrazione attenta avrebbe almeno il buon gusto di dire che un supermercato è il definitivo affossamento.

Ha ragione Paride Tulli a sollevare una serie di dubbi rispetto alla collocazione del negozio, vuoi per la condizione del centro e vuoi per i posti auto. Speriamo che prima di dire sì qualcuno se ne accorga…