Il dirigente inamovibile e la burla Capo d’Anzio, ridateci il sindaco

Basta un prefisso. Se lo aggiungi – come fece De Angelis nel 2013 – diventa discontinuità, se lo togli resta continuità. L’ex sindaco l’aveva riproposta – la discontinuità – copiando il suo precedente programma, anche nel 2018, salvo poi rivendicare la continuità con Bruschini in consiglio comunale. Adesso è ora che De Angelis torni in Comune, perché tutto ci aspettavamo dalla commissione straordinaria tranne la continuità con le precedenti gestioni. Un paradosso? Certo, ma proviamo a spiegare.

La relazione pubblicata con diversi omissis in Gazzetta ufficiale fa emergere certamente la vicinanza di esponenti di centro-destra a personaggi vicini a ‘ndrangheta e camorra, ma anche palesi responsabilità della macchina amministrativa che proprio De Angelis ha sempre definito “modello di amministrazione”. Se nella relazione sullo scioglimento si parla di “sodalizio tra politici e pubblici funzionari”, finora hanno pagato solo i primi, andando a casa. Decisione che a quanto sembra in queste ore sarà oggetto di ricorso.

E i funzionari? Come nulla fosse, nonostante emergano – al di là degli omissis – situazioni che tutto possono essere tranne che un “modello”. L’ex segretaria controllora e controllata che non segnala alla Corte dei conti la situazione di un funzionario che evidentemente al settore ambiente “garantiva” la maggioranza o ne era – ahilui – succube. Sempre nella relazione leggiamo di “assoluta continuità con il quinquennio precedente”. Al punto che il dirigente “signorsì” voluto dal sindaco con la procedura ex 110 per l’area finanziaria, messo anche a dirigere l’area tecnica pur non potendo farlo, rinomina quel funzionario al quale oggi si vorrebbero addossare tutte le responsabilità. Un vaso di coccio, alla fine, tra quelli di ferro.

Ma il dirigente dell’area finanziaria, nel frattempo vincitore di concorso, sarà quello che senza preoccuparsi troppo firmerà il contratto per consentire alla Aet di Ciampino di avere il deposito mezzi da una società sottoposta a interdittiva antimafia. In un’azienda privata, dopo un evento catastrofico come lo scioglimento, sarebbe ancora al suo posto?

Aet nella quale siamo entrati in fretta e furia e con molti dubbi procedurali (tanto che l’Anac ha scritto ad Aet e fatto emergere che sia lo statuto che il regolamento per l’esercizio del controllo analogo vigenti nell’estate 2021 non garantivano per Anzio effettivamente l’esercizio del controllo analogo al pari dei suoi stessi uffici comunali) e che ha rappresentato l’assoluta continuità con i metodi di Camassa e affini. La politica prendeva voti, il dirigente avallava. Questa è la realtà. Se torniamo al 2013, lo stesso allora era funzionario al servizio tributi e cosa faceva mentre si accumulavano milioni di euro di “residui attivi” proprio per i rifiuti? Come abbia fatto la commissione a dire che i conti sono a posto, è tutto da capire. Per questo ridateci De Angelis.

Da dirigente ex 110, poi, ha avuto la responsabilità del demanio sul quale la relazione relativa allo scioglimento interviene pesantemente, pensate che ci si “accontentava” delle autocertificazioni antimafia da parte dei concessionari e solo dopo l’arrivo della commissione d’accesso si è cominciato a entrare nella banca dati per fare le verifiche. Solo il 22 giugno di quest’anno, l’ex segretaria ha scritto che era necessario farlo. E il patrimonio? Vogliamo ricordare la vicenda Falasche? Il parere legale chiesto quando il guaio ormai era fatto e la commissione insediata?

Ma mentre l’ex segretaria è approdata in altri lidi (buon lavoro alla nuova, si riparta dalla “legalità delle cose quotidiane”), vecchi dirigenti voluti dalla politica (chi con un titolo per un altro e chi da chiamare per far rimuovere i sigilli a un amico) sono il passato, c’è chi resta misteriosamente al suo posto. Come avrebbe fatto se il sindaco fosse ancora in carica.

Ebbene questa cosa ha da essere chiarita. Se la relazione afferma la presenza di “ambiguità nel rapporto tra Comune e partecipate” dipendeva solo dalla politica? Certo che no. Solo che chi ha preso il posto di sindaco, giunta e consiglio comunale sembra non accorgersene e anzi mostra una certa continuità. Intendiamoci, non ci aspettavamo che si arrivasse con i mitra spianati e nemmeno è quello che deve fare una commissione straordinaria, solo che a leggere la relazione (loro ce l’avranno senza omissis) quando si parla di Capo d’Anzio qualche dubbio dovrebbe venire. Invece nell’approvare la ricognizione delle partecipazioni societarie c’è stato un copia e incolla della delibera di un anno fa e ci si vuole far credere che la Capo d’Anzio “ha redatto un piano industriale contenente una serie di investimenti programmati in grado di garantire la continuità aziendale e poter tentare di perseguire l’oggetto sociale, nonché la produzione di un servizio di interesse sociale. Alla data del 31/12/2022 si è registrato un concreto aumento del fatturato annuale e il 31/12/2023 potrebbe ritenersi termine congruo per la verifica della possibilità di avviare le procedure di affidamento dei lavori di realizzazione del nuovo porto di Anzio”. Quale sarebbe il piano, gli investimenti, quanto è aumentato il fatturato non è dato saperlo. Ecco, se resta al suo posto chi pure qualche responsabilità ce l’ha nell’avvenuto scioglimento e se non si adottano provvedimenti intanto sulla Capo d’Anzio, a questo punto torni pure De Angelis.

Ranucci assolto, Comune e “vittime” assenti. Si cambi registro

La sentenza che manda assolto Giuseppe Ranucci per lo “show” a seguito dei controlli alla sua palestra nel periodo Covid può stupire ma va rispettata. Non sono tra quelli che gioisce per una condanna o si dispera per un’assoluzione e per le vicende di Anzio ho sempre sottolineato le responsabilità politiche e mai quelle penali. Saranno da leggere le motivazioni, ma l’avvocato Francesco Mercadante ha sottolineato come tutto sia avvenuto in preda all’esasperazione. Il Tribunale ha accolto la sua tesi e la vicenda, salvo appello da parte della Procura, si è chiusa qui.

Il tutto – e torniamo alla politica che ha governato questa malandata città – in assenza del Comune e delle “vittime” indicate da Ranucci quella sera. Nessuno si è preso la briga di costituirsi parte civile, nessuno dall’ex sindaco al quale Ranucci ha riservato epiteti a non finire, al comandante della Polizia locale sbeffeggiato – e usiamo un eufemismo – in quella occasione, ha provato a far valere le sue ragioni in Tribunale. Forti con i deboli, deboli con i forti.

Solo che si crea un precedente pericoloso: da domani – in preda all’esasperazione – chiunque può andare a sdraiarsi sotto un furgone della polizia locale e fare lo stesso. Avrà la medesima garanzia dell’ex assessore Ranucci e cioè che il Comune e la polizia locale non si costituiranno nei suoi confronti?

In quella occasione Ranucci – che alla fine ha pagato con l’addio all’assessorato – dava nel video un sacco di quelle che un tempo si sarebbero chiamate “notizie criminis”. Mettevo in dubbio, allora, la presenza di un investigatore sul territorio ma in realtà la Dda (non certo la Procura di Velletri, assente su molti temi) stava già lavorando. E Ranucci – benché non indagato come i politici indicati nell’ordinanza dell’operazione “Tritone” – era uno di quelli più attivi nei rapporti con esponenti di ‘ndrangheta durante la campagna elettorale del 2018. Eccole le responsabilità politiche. Se poi andiamo a leggere la relazione della Prefettura circolata oggi e ricca di “omissis” ce ne sono di ulteriori, ma sarà oggetto di un altro approfondimento.

A proposito di “Tritone“, la commissione straordinaria non faccia come spesso ha fatto la politica: dia mandato di costituirsi parte civile contro la ‘ndrangheta. L’ex sindaco non lo fece per “Appia Mithos“, ad esempio. Invece è importante per stabilire, una volta per tutte, un principio che si sta calpestando: non è chi denuncia il malaffare e lo racconta il problema di Anzio, ma chi ha fatto sì che esponenti della criminalità organizzata fossero di casa in Comune, dessero sostegno elettorale, portassero fino all’onta dello scioglimento creando un danno di immagine senza precedenti alla città.

Scioglimento, non c’entra solo la politica. Si intervenga

Se fosse accaduto in un’azienda privata c’erano già stati dei licenziamenti. Qui siamo nel pubblico e francamente nessuno vuole cacciare nessuno, però è bene che dopo le responsabilità politiche emergano anche le altre. Perché diversamente abbiamo scherzato e con un Comune condizionato dalla criminalità organizzata non si può scherzare.

Se c’è stata “confusione” di ruoli come leggiamo nella proposta di scioglimento del ministro Piantedosi è evidente che le responsabilità sono non soltanto della politica. Anzi…
A leggere quelle quattro pagine  emergono inequivocabili responsabilità da parte di chi doveva controllare ed era al tempo stesso controllato e da parte di dirigenti buoni per ogni stagione.

Il frettoloso passaggio ad Aet, per esempio, ha avuto il benestare della segretaria generale e del dirigente dell’area finanziaria che in quel momento era anche il responsabile dell’ambiente avendo a interim l’area tecnica. Come ex 110, forse, neanche poteva arrivare a ricoprire quel ruolo, ma  d’altra parte che fa?  Abbiamo avuto un dirigente – voluto dalla politica – con un titolo per un altro e la successiva condanna della Corte dei Conti, vuoi che il cosiddetto modello di amministrazione si preoccupasse? Parliamo di un dirigente che l’ultimo sindaco ha tenuto con sé,  come ha fatto con quello alla polizia locale che poi serviva per togliere i sigilli agli amici…


Ma torniamo ad Aet: possibile che né la segretaria, né il dirigente che ha dato parere favorevole (ancora al loro posto) si siano accorti del copia incolla reciproco? Lo ha  fatto il Comune per entrare nella società e la società per presentare la sua offerta, sulla base del capitolato che il consulente del Comune aveva bocciato. Solo  che è uscito dalla porta ed è rientrato dalla finestra.

E chi è il dirigente che ha firmato il contratto per consentire alla Aet di utilizzare il parcheggio mezzi di una ditta in odor di camorra?
E quello che ha affidato alla biogas della Anzio biowaste (senza termini temporali di scadenza e senza importi  totali) il conferimento dell’umido? Già,  l’ex sindaco doveva andare all’Onu ma poi si è fermato a Sacida e il fido dirigente si è allineato.


Ah, il demanio è ancora sotto sequestro e nelle quattro pagine ci sono riferimenti pesanti. Chi è il dirigente che per anni si è voltato dall’altra parte favorendo –  forse spinto dalla politica a cui ha sempre dato retta – appartenenti ad ambienti cosiddetti “controindicati” dalla commissione di accesso?
Chi ha omesso di chiedere le certificazioni antimafia come è scritto nelle quattro pagine?
Se poi andiamo a rileggere quanto accaduto con il caso Falasche,  il parere legale viene chiesto solo dopo l’insediamento della commissione di accesso perché prima nessuno si era preoccupato di andare a riscuotere ciò che da anni chiediamo in pochi. È solo la punta dell’iceberg della gestione del patrimonio.


Per non parlare delle morosità dei consiglieri, i quali sono accusati di avere dichiarato il falso al momento di accettare l’incarico, sui quali troppo tardi si è svegliata anche la procura di Velletri. Chi doveva controllare – ed era a suo tempo controllata,  perché interi settori del Comune le erano stati affidati – ha detto di non sapere… Che tra quei consiglieri un paio avessero fitti rapporti con affiliati alla ‘ndrangheta è un dettaglio.
è per questo che ci aspettiamo che la commissione straordinaria prima di lodare le condizioni finanziarie del comune (tutte da verificare) intervenga sulle responsabilità che emergono.  Altrimenti avremo scherzato. E non possiamo permettercelo.

Ps: a Nettuno si è provveduto con una sospensione, ad Anzio finora tutto tace

Scioglimento, fallimenti e lo strano “è tutto a posto” dei commissari

Le quattro pagine che accompagnano il decreto di scioglimento del Comune di Anzio per condizionamento della criminalità organizzata sono ormai di dominio pubblico e vedremo se il ricorso annunciato da chi governava ed era contiguo a certi ambienti sarà accolto o meno.

Diciamo che due livelli sono stati già toccati: i presunti affiliati alla ‘ndrina arrestati con l’operazione “Tritone” sono ancora in carcere, l’accusa di 416 bis ha retto e da ultimo la Cassazione ha rigettato l’istanza di scarcerazione di Giacomo Madaffari con motivazioni che lasciano pochi spazi a dubbi. I politici non sono più in carica, perché avrebbero favorito la “fitta trama – così si legge nelle quattro pagine a firma del ministro Piantedosi – di relazioni tra consorterie criminali e amministrazione locale“.

Abbiamo finito? Certo che no. Perché come amo spesso ripetere gli aspetti penali interessano poco, sono le responsabilità politiche quelle di cui deve rispondere chi ha governato la città. E tra queste c’è il terzo aspetto, quello che nessuno finora ha trattato. Vale a dire il fallimento del “modello di amministrazione” che per 25 anni è stato il mantra della destra anziate. Scrive sempre il ministro, riportando quanto accertato in sei mesi dalla commissione d’accesso, di “condizione generale di assenza di regole” e di “autentico disordine amministrativo in cui versano gli uffici comunali“. Di più: “Una gestione amministrativa improntata a criteri di mera conoscenza personale e clientelari” (ma dai?, quando lo dicevamo in pochi eravamo presi per matti) e soprattutto: “Un’azione amministrativa complessiva che non trova riscontro nelle più basilari norme di buona amministrazione“. Eccolo, il fallimento di chi guidava la città a soggetto e non guardando, evidentemente, al bene comune. Di chi ogni sei mesi disegnava dotazioni organiche per favorire chi era “allineato”, evidentemente, e non il buon funzionamento degli uffici.

Nelle quattro pagine – ma la relazione ne avrebbe in tutto almeno 800 – si parla di Capo d’Anzio e dei parcheggi regalati dietro al porto agli eredi di Malasuerte (da un dirigente fatto venire dalla politica, allora, tenuto dall’ultimo sindaco che lo invitava a togliere i sigilli a un ristorante), dei rifiuti – dove è stato tenuto un funzionario che era palese non potesse stare lì, quantomeno per opportunità – di un appalto con i nomi che “ce li hanno dati loro” e un frettoloso passaggio all’Aet che vedremo tra poco. Si parla del Demanio senza regole e del patrimonio idem, con il campo del Falasche che è solo la punta dell’iceberg. Di appalti sotto soglia, sistematicamente.

Ebbene a fronte di questo, va tutto bene e i responsabili di quanto accertato restano tutti al loro posto. Proprio oggi i commissari hanno tenuto una conferenza stampa durante la quale – da quello che si legge – avrebbero detto che è tutto a posto. Della serie che la commissione d’accesso ha scherzato?

Peccato non esserci, faccio altro nella vita com’è noto e questo spazio è un pungolo e un campanello d’allarme per chi vuole ascoltare, ma qualche domanda l’avrei posta. Se davvero i conti sono in regola, come ci si comporta con la mole di residui attivi per la Tari, per esempio? Sanno i commissari chi dirigeva l’ufficio tributi all’epoca della creazione di quei milioni di mancati incassi? Lo stesso che oggi dirige l’area finanziaria e che il 21 cesserà di essere “ex 110” e diventerà come tutti ormai sanno dirigente effettivo. Sulla Capo d’Anzio, ad esempio, si potrebbe chiedere sempre a lui perché prima voleva liquidarla com’è scritto in una relazione al bilancio 2018 e poi ha scritto alla società dicendo altro. Tanto la richiesta di rinvio a giudizio per falso mica riguarda lui ma i vertici di allora della Capo d’Anzio. Sulla quale avrebbe “ripensato” – ma questo dovrebbero dircelo sempre i commissari – anche alle procedure di assunzione. Sempre la Capo d’Anzio deve al Comune 517.000 euro di una fidejussione pagata dall’ente e mai restituita, tanto da finire tra i crediti di dubbia esigibilità. Vogliamo parlare del Demanio sotto sequestro? E del patrimonio riaffidato a chi c’era?

Se poi si vuole approfondire quanto accaduto con il passaggio ad Aet i componenti della commissione straordinaria possono dilettarsi con il “copia e incolla” del quale abbiamo dato conto, oltre che con la fretta di fare tutto all’ultimo minuto dell’ultimo giorno. Dirigente, funzionario e responsabile dell’anticorruzione erano gli stessi che ci sono ora. Ha “pagato” solo il secondo, tolto dall’ambiente quando ormai la frittata era fatta e la commissione d’accesso insediata.

A proposito, la segretaria generale che ha avuto il ruolo di controllore e controllata per un lungo periodo, ha redatto il piano anticorruzione 2022-2024 citando tra le criticità – di fatto – solo quanto accaduto all’ufficio anagrafe, sottolineato in neretto, mentre l’insediamento della commissione (senza i motivi) sono in fondo a pagina 12. Dimenticati i vari Evergreen, 27 proroghe, Malasuerte e compagnia o forse ritenuti irrilevanti. La giunta lo ha approvato il 28 aprile.

Ecco, c’erano i presunti ‘ndranghetisti (e pure quelli vicini alla camorra), c’erano i politici, poi c’è chi gli dava retta. A questi ultimi, almeno, alcuni dei quali continuano a essere presenti negli uffici come se nulla fosse cambiato. Dire che è tutto a posto non risponde al vero, dispiace. Non è facile il lavoro di una commissione straordinaria, ce ne rendiamo conto, il “treno è in corsa” come hanno sottolineato oggi, ma è bene rendersi conto fino in fondo di qual è la situazione prima di intervenire.

Per questo sarà bene ripartire da quella che da sempre mi piace definire “legalità delle cose quotidiane”. Ad esempio restituendoci l’albo pretorio che è “scomparso”, avviando una indispensabile rotazione degli incarichi senza cadere nel tranello che era della politica “e chi ci metto….” perché chi governava voleva una macchina come quella descritta nella relazione, la commissione straordinaria deve preoccuparsi che le cose funzionino. Già che ci siamo e visto che i commissari apprezzano la cucina di Anzio, quando vanno a pranzo evitassero di parcheggiare sulle strisce per le mamme in attesa. E’ una piccola cosa, certo, e non sarà la polizia locale a farlo notare, ma è di tanti piccoli gesti che abbiamo bisogno prima di dire che è tutto a posto.

ps, c’è grande attesa per la puntata di “Piazza Pulita” in onda questa sera, 15 dicembre 2022. Mi piace ricordare che eravamo pochi, vero, ma certe cose le abbiamo sempre dette…

Porto e interessi, resta il nodo Capo d’Anzio. Commissione, se ci sei…

Tra qualche mese saranno trascorsi trentatré anni da quando – in campagna elettorale per le regionali – Piero Marigliani presentò il suo mega plastico del porto. Nel 2023 ricorreranno 30 anni dalla presentazione, nella sala Fides, dell’idea di doppio porto da parte di Paolo Gallinari a nome del Consorzio nautico di Anzio (esiste ancora?) che mandò in soffitta l’idea dell’ex sindaco Dc. Sempre nell’imminente prossimo anno, ne saranno trascorsi 25 da quando la Regione Lazio ha inserito quell’idea nel piano dei porti. Spedita in fretta e furia, all’insaputa di parte della traballante maggioranza, dal sindaco Renzo Mastracci e voluta dall’allora presidente Piero Badaloni.

Saranno 23 anni da quando è stata costituita la Capo d’Anzio, 20 da quando è entrata l’allora “Italia Navigando” con a capo (e socio) Renato Marconi, 18 da quando ha chiesto la concessione per realizzare e gestire il porto, 13 dall’accordo di programma sbandierato con la presidente della Regione Renata Polverini, 12 da quando ha ottenuto la concessione senza fare nulla.

Leggere di interessi sospetti sul porto fa un po’ sorridere. Di interessi, più o meno leciti, ce ne sono stati tantissimi in questi anni ma il risultato, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti: il porto non c’è e quello che rimane è indecente.

Interessi che partono da metà anni ’90, quando anziché scegliere Condotte d’acqua ci si affidò a una neonata società vicina a un noto costruttore romano. Non se ne fece nulla, era il “plastico” di Marigliani per intenderci. Fino a quando, nel 2006, con l’idea di “doppio porto”, dopo il via libera della Regione in conferenza dei servizi a luglio, venne ribaltato tutto inspiegabilmente a settembre. Passando per i tentativi di far saltare le conferenze dei servizi da parte di specialisti in presentazione dei progetti, i quali avevano solo l’idea di essere liquidati per andarsene, come la Sofim o le sue derivate.

Poi, di recente, abbiamo avuto fantomatici fondi maltesi e persino una cordata di turco-napoletani. Gli interessi ci sono eccome, ma il problema per chiunque oggi volesse investire e realizzare il porto (la concessione parlava di quello) era e resta proprio la Capo d’Anzio, per due ordini di motivi. Il primo: è titolare della concessione – mai pagata, è vero – che è l’unico valore rimasto. Il secondo: è in condizioni di default, con debiti per oltre 3 milioni ed entrate incerte. Cosa che comporta – se la Commissione straordinaria vorrà applicare le norme – l’inevitabile liquidazione. I libri, purtroppo, andavano portati in Tribunale molto prima e persino il dirigente “Signorsì” – prima di ripensarci – nella relazione al bilancio 2018 parlava di scioglimento (si veda foto sopra).

E’ inutile continuare a dire che i conti sono stati sistemati se proprio su quei bilanci c’è una richiesta di rinvio a giudizio per falso. Imputazione che riguarda il professore specializzato in crack (e altri due consiglieri d’amministrazione, stranamente non chi dal Comune ci aveva ripensato e diceva che andava bene così) messo a presiedere la Capo d’Anzio dall’ex sindaco De Angelis. Lo stesso che ci ha portato Marconi con “Italia navigando” nel 2001. Ebbene in caso di liquidazione, come umilmente in questo spazio ripetiamo da anni, il socio un tempo pubblico ma che si scoprì ben presto che era privato (basta rileggere i verbali di assemblea della società e la copertina del “Granchio” con il titolo “Italia naufragando”), Renato Marconi, avanzerà le sue pretese. Dai bilanci vanta crediti per 600.000 euro circa, potrà eventualmente esercitare un’opzione e prendersi tutto. La stessa operazione con la quale si è ritrovato – al costo delle progettazioni effettuate e dei servizi resi a “Italia navigando” – 10 porti in Italia, tra i quali Anzio.

Mentre c’è chi gridava contro il progetto faraonico, solo la voce di Aurelio Lo Fazio si levava sulla centralità della questione societaria. E solo il Pd tentò, con la proposta di un aumento di capitale destinato a terzi sbeffeggiata dalla destra che ha governato Anzio per 25 anni, di salvare società e concessione. Di recente quel che restava dell’opposizione in Consiglio comunale ha chiesto, invano, lumi sulla società. Ci siamo dovuti anche sorbire un paio di esperti che miracol mostravano su una nuova fiejussione che nessuna banca ha dato, per fortuna, non fosse altro che in bilancio c’è ancora quella vecchia che il Comune ha pagato e la società mai restituito.

C’è un ultimo aspetto, se la Capo d’Anzio viene liquidata e noi saremo costretti a pagare i debiti, senza che Marconi riesca a prendersi il porto, a dover mettere a bando la concessione stavolta dovrà essere il Comune che nel frattempo ha avuto le competenze sul Demanio. Vedete la Commissione straordinaria arrovellarsi per una gestione pubblica o immaginate che si faccia eventualmente un nuovo bando? La risposta sembra semplice e comunque finirà questa storia, il sogno del porto pubblico è purtroppo tramontato da tempo e chi ha gestito politicamente la Capo d’Anzio in questi anni lo sappiamo. Ecco, cara Commissione, se ci sei batti un colpo su questo argomento spinoso e fondamentale. Ce ne sono altri, è noto, ma è ora di mettere un punto sulla questione porto.

Poi certo, ci sono stati presidenti, amministratori, nomi di grido e non. Ma sempre agli input del socio di maggioranza – il Comune – dovevano rispondere. Da ultimo, il redivivo amministratore unico che si è dimesso due volte ed è ancora lì, per salvare il salvabile aumenta i costi ai diportisti e pretende in anticipo le spese per acqua e luce. Nemmeno fossimo davvero a Montecarlo, come declamava un presidente suo predecessore. Ma questa è una storia che approfondiremo più avanti.

Caso Falasche, si batte cassa (pagheranno?) Commissione, le priorità…

Avrà un bel da fare la commissione straordinaria che si è insediata ad Anzio qualche giorno fa per ristabilire quella che mi è sempre piaciuto chiamare legalità delle cose quotidiane. I componenti della commissione avranno avuto modo di rendersi conto di tante singolarità già nella macchina amministrativa a partire da una segretaria controllore e controllato e da una struttura organizzativa fatta su misura per la politica e qualche funzionario allineato.

Intanto qualche piccolo passo grazie all’arrivo della commissione d’accesso, prima, e allo scioglimento del Comune per “ingerenza della criminalità organizzata” – come si legge nel verbale di insediamento della commissione straordinaria, lo abbiamo visto e lo vediamo. Emblematico in tal senso quello che accade intorno al campo di Falasche, punta dell’iceberg di una allegra gestione del patrimonio intorno al quale gli interessi della politica hanno superato quelli della buona amministrazione. Il dirigente Signorsì e il funzionario preposto, finalmente chiedono – attraverso l’ufficio legale – conto degli arretrati alle due società che hanno gestito finora l’impianto. Non sarà facile ottenerli, per il semplice fatto che esistono pareri legali contrastanti e soprattutto che quello del Comune è stato chiesto successivamente alla nuova assegnazione: della serie prima scappano i buoi e poi si chiude la stalla. Vedremo se si riuscirà a recuperare qualcosa o sarà la Corte dei Conti – come è stato per il Deportivo – a intervenire.

Spetta adesso alla commissione straordinaria la massima attenzione sulla gestione del patrimonio, sul demanio ancora sotto sequestro, sulla cospicua elusione del pagamento della tassa sui rifiuti per la quale abbiamo residui da record. Soldi che – in questo caso – non devono essere dati semplicemente da cittadini caduti in disgrazia o in difficoltà momentanea, bensì da più di qualche “solito noto” che grazie alla politica finora ha evitato il pagamento. Non andranno fatti sconti, a nessuno, se vogliamo ristabilire una certa distanza tra l’istituzione pubblica e chi se ne è approfittato. Tra chi ha rispettato le regole e chi invece le ha calpestate. Tra chi ha scambiato il Comune per il suo ufficio di collocamento o qualche appalto facile, magari forte del suo potere intimidatorio, e chi invece ha continuato e continua a chiedere servizi minimi uguali per tutti.

Infine basterà – ammesso che la commissione abbia voglia e tempo – anche dare una guardata a quanto è uscito su questo blog in questi anni, rispetto alle singolarità della struttura. Cosa è stato fatto ai danni, per esempio, della dirigente Santaniello defenestrata perché chiedeva “lumi” sull’ambiente (ma poi la biogas, il via libera dell’Arpa ce l’ha mai avuto?) o non pagava il consorzio di Lavinio che altri si sono affrettati a liquidare. Mettere le mani sulla struttura – evitando singolari incarichi o, peggio, controllori e controllati, spezzare i legami di chi era “allineato” alla politica e ripartire appunto dalla legalità delle cose quotidiane è – in assoluto – il primo passo da compiere.

Non solo, adesso che i politici non ci sono più, sarebbe bene evitassero di frequentare gli uffici come facevano quando avevano incarichi. Sono cittadini come noi tutti, vadano in Comune per le pratiche che li riguardano e stop. Non ci sono più cause da perorare, amici degli amici da difendere, contributi a chi è stato candidato con le liste di maggioranza o le ha sostenute da distribuire.

Da ultimo, chi pensa che la Commissione straordinaria sia la prosecuzione di sindaco, giunta e consiglio sappia che in realtà ha anche poteri ispettivi. Soprattutto questi, direi, visto il motivo per il quale è stata insediata. Approfondire sempre, prima di parlare. Ah, se poi si vuole capire che la commissione d’accesso arriva per prevenire (ma qui era tardi, ormai….) basta leggere sotto

Mafia, la pagina più brutta. Ora, gentile Commissione…

Tra le prime cose che mi sono venute in mente alla notizia dello scioglimento del nostro Comune per condizionamento della criminalità, c’è il racconto di mia nonna sfollata che portava mia madre – di poco più di 6 mesi – “sottobraccio come un fagotto”. Aveva con sé la mamma anziana e gli altri figli piccoli, i quali comunque ricordavano e ricordano benissimo cosa passarono. Come lo ricordava mio padre. Come lo ricorda ancora oggi chi c’era e chi ha vivi – nelle nostre case – i racconti dello sfollamento, della distruzione, del “appena rientrati”. Provo una grandissima amarezza, perché Anzio pur andandosela a cercare come proverò ad argomentare più avanti, non meritava questa fine. Sacrifici su sacrifici per far rinascere la città, la medaglia d’oro al merito civile e una memoria calpestata dalla bramosia di potere. Siamo sui libri di storia per Nerone e lo sbarco, ora ci siamo anche perché qualcuno ha pensato di far avvicinare pericolosamente camorra e ‘ndrangheta alla cosa pubblica.

Dire che lo denunciavo da anni, come molti mi ricordano compiacendosi (li ringrazio, soprattutto gli avversari), serve a nulla. Non riesco a esserne contento, anzi. Ho detto all’ex sindaco lunedì sera, rispondendo a un suo messaggio, che abbiamo perso tutti, per primi quelli che hanno fatto del “Sistema Anzio” un pessimo modo di intendere la cosa pubblica. Poi quelli che in cambio di un favore, una prebenda, la promessa di un lavoro hanno svenduto il loro voto. Quindi tutti noi, incapaci di parlare alla città sana, stanca di beghe interne di partito o coalizioni, di proporre un’alternativa che andasse oltre la tornata elettorale. Per il mio piccolo – riferito al 2018 – me ne sono già assunto la responsabilità.

LA POLITICA

Dire che sia tutta colpa del sindaco è facile e scontato. Ha le sue responsabilità, per vincere a ogni costo quattro anni e mezzo fa e prendersi la rivincita sul 2013 ha finito nel modo peggiore la sua corsa. Sapeva con chi andava ad allearsi, conosceva Malasuerte, Evergreen e tutto il resto, sa che sono citate nelle carte di “Tritone” e che ci sono dentro non solo quelli che voleva “mandare a lavorare” ma anche i suoi. Soprattutto i “suoi”. Con comportamenti penalmente irrilevanti (almeno finora) ma politicamente disdiscevoli. Ma De Angelis non era solo, tutt’altro. Quelli che oggi “brindano” al suo mesto addio sono tra coloro che l’hanno fatto eleggere e che ne conoscevano pregi e difetti. Non credo che lasci una città sana come ha voluto fare credere nel suo ultimo comunicato, certo è che ha pagato la sua smania e arroganza. Non so a chi si riferisca l’ex comandante della Compagnia carabinieri di Anzio, ma quello che dice calza a pennello con le innumerevoli accuse lanciate da lui e dai banchi della maggioranza a chi sosteneva quanto è poi accaduto.

Sempre nel mio piccolo, l’intervento in consiglio comunale il 26 giugno del 2018 diceva tanto. Così come non ero visionario a dire che sarebbe servito un capo di gabinetto al mio fianco, in caso di vittoria, scelto tra un prefetto che era stato commissario nei Comuni sciolti per mafia.

Perché la politica ha abdicato da tempo, diventando una guerra di potere fine a se stessa, ha smesso di essere un argine verso la delinquenza. Il 2013 è stato l’apice, lo scontro nel centro-destra l’inizio della fine. Si è imbarcato di tutto, in cambio dell’ossessiva ricerca di preferenze. Certo, finita la Prima Repubblica (ne ha fatti di guai, ma quanta nostalgia…) è saltato tutto. Però in una città che ha scarsa memoria va ricordato che l’allora sindaco Castore Marigliani amava ripetere: “Ho sceso le scale del Comune con le mie gambe, quando ho capito che non avevo più il sostegno della maggioranza”. E va ricordato che una ventina d’anni dopo la Dc fece “pagare” l’onta del primo commissariamento della città, a causa della mancata approvazione del bilancio (sindaco Piero Marigliani) non ricandidando chi era stato consigliere dall’80 all’84. Altri tempi, altra politica, ma dal passato si dovrebbe apprendere e invece…

Invece, come in un romanzo pirandelliano, l’ultima cosa che ha fatto la maggioranza che da “Tritone” in poi è sembrata quasi sfidare quanto accadeva (tra annunci, premiazioni e compagnia) è stata riunirsi martedì pomeriggio per capire se i 100.000 euro di luminarie potessero essere “salvati” e decidere se fare ricorso o meno sul decreto di scioglimento. Il tutto mentre i carabinieri bussavano alle porte per notificare gli atti di decadenza dagli incarichi. Ecco, evitateci almeno il ricorso, Anzio ne esce già a pezzi e soprattutto chi era a quella riunione sa bene che poteva ancora essere maggioranza in Comune – tra surroghe e promesse – ma non lo è più nella città. E nemmeno le “vie infinite della politica” stavolta hanno avuto effetto, anche se resto convinto che nel 2018 non si dovesse votare.

LA STRUTTURA

Vanno fatti sinceri auguri di buon lavoro alla commissione straordinaria che da oggi, 23 novembre, guiderà il Comune per 18 mesi. Ammesso siano sufficienti. I componenti conoscono il lavoro della commissione d’accesso e sanno dove intervenire. Qualche indicazione, però, va data. Evitiamo che ci sia ancora una segretaria controllora e controllata in diversi settori del Comune, responsabile di un’anticorruzione che spesso non ha visto. Dal caso dei consiglieri morosi a quello di chi doveva pagare una condanna della corte dei conti e l’ha fatto solo dopo l’arrivo della commissione d’accesso, fino a un assessore che era imputato con vittima il suo funzionario di riferimento o al frettoloso passaggio in “Aet”. Ma sono solo esempi. Si dovrebbe finalmente attuare una salutare rotazione degli incarichi. Trovare dirigenti anche esterni. Perché di “110” specializzati nel dire sempre sì e con un concorso già confenzionato, che prima volevano liquidare la Capo d’Anzio per il bilancio in perdita e poi mandavano una comunicazione per cambiare i conti che sono costati la richiesta di rinvio a giudizio per tre ex amministratori, non sappiamo cosa farcene. E attenzione a funzionari che dicevano “i nomi ce li hanno dati loro”, riferendosi alle assunzioni che la politica imponeva nella Camassa. Funzionari che secondo l’inchiesta “Tritone” avrebbero preso tangenti, ma non sono mai stati indagati in tal senso. Misteri delle Procure.

Ecco, gentile commissione, i politici sono decaduti, ma più di qualcuno nella struttura ha prestato il fianco alle richieste di personaggi poco raccomandabili. Per questo serve una virata su tutta la linea. A me è sempre piaciuto chiamarla legalità delle cose quotidiane, sarà già importante ripartire da quella. Non sarà facile, ma già una buona ordinaria amministrazione vorrà dire molto. E si dovrà decidere in fretta su bilancio, Capo d’Anzio, rapporti con la Aet, patrimonio e demanio.

Da ultimo un pensiero per chi – cercando, studiando, incaponendosi a volte – ha provato come me a contrastare malaffare e arroganza. Oggi direbbe di farci “anima e curaggio”, di rimboccarci le maniche e andare avanti anche con la vergogna che proviamo per quello che è successo a questa martoriata città. Vero, Luciano Dell’Aglio?

Falso in bilancio alla Capo d’Anzio, chiesti tre rinvii a giudizio. Comune parte lesa

Bastava leggere le carte per capire che qualcuno stava mentendo. O lo aveva fatto il consiglio di amministrazione della Capo d’Anzio precedente, approvando il bilancio 2018 presenti i rappresentanti del Comune con 72.000 euro e spicci di perdita, o lo aveva fatto quello indicato dal sindaco De Angelis dopo la vittoria che invece quel bilancio lo aveva fatto chiudere in attivo.

Adesso la Procura di Velletri ha chiesto il rinvio a giudizio per Ernesto Monti, il professore esperto in crack presentato come colui che avrebbe salvato la patria (e che fino all’ultimo voleva farci credere che con la fideiussione si sistemava tutto) e i consiglieri di amministrazione Francesco Novara e Raffaella Barone. Tutti innocenti fino a prova del contrario, come è sempre stato in questo blog. A chi scrive la presunzione d’innocenza non deve certo insegnarla l’ex ministro Cartabia con la sua norma che è l’ennesimo tentativo di bavaglio alla stampa.

Il 24 febbraio 2023 compariranno di fronte al giudice dell’udienza preliminare con l’accusa di concorso in falso per avere esposto “fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero”. Avrebbero cioè “taroccato” – Monti e Novara – il bilancio 2018, portando un utile di poco più di 13.000 euro, omettendo di inserire un fondo “svalutazione” per il compenso del direttore del porto, con il quale il bilancio sarebbe andato in perdita. Ai primi due imputati si unisce la Barone per il bilancio 2019, perché la manovra di ingegneria finanziaria è stata la stessa. Che il direttore non avesse – pare – un incarico formale ma che fosse ad Anzio ogni giorno e firmasse carte come tale, la dice lunga su quale controllo pubblico c’è stato negli anni.

Il 24 febbraio sono chiamate a comparire anche le parti lese, vale a dire la Capo d’Anzio (se sarà ancora in vita….), il Comune e Renato Marconi che aveva sporto denuncia sull’approvazione di quel bilancio. Nel frattempo dall’indagine è stata stralciata la posizione di Antonio Bufalari – che insieme all’altro rappresentante privato non votò il consuntivo 2018 – e Gianluca Ievolella che non c’era proprio. Il pubblico ministero si è basato sull’informativa della Guardia di Finanza di Nettuno e la relazione di un consulente tecnico. I nodi arrivano al pettine, purtroppo, e ha ragione Giorgio Buccolini quando indica il responsabile politico di questa situazione. Perché degli aspetti penali risponde ciascuno per sé e non interessano, di come la vicenda Capo d’Anzio e porto è stata gestita le responsabilità sono per intero di chi dal ’98 a oggi ha guidato e guida la città.

Il 24 febbraio le parti lese potranno costituirsi parte civile ovvero potranno farlo in udienza nel momento in cui venisse disposto il giudizio, per ottenere un eventuale risarcimento. Che farà la Capo d’Anzio e che farà il Comune? La prima è senza guida, il secondo ha la stessa per la terza volta e dovrebbe trovarsi a costituire contro chi ha nominato o gli è stato vicino in campagna elettorale. Cose che forse capitano solo ad Anzio… Di certo Marconi – ricordiamo tutti chi lo ha portato ad Anzio, vero? – si costituirà eccome.

Ah, il bilancio 2018 della Capo d’Anzio avrebbe chiuso in attivo se solo si fosse provveduto a far gestire alla società e non agli eredi di Malasuerte i parcheggi dietro al porto, come spesso abbiamo ricordato in questo umile spazio. E il dirigente “signorsì” voleva liquidarla, la società, è nella nota integrativa al bilancio del Comune. Poi, come dice il sindaco, le “vie infinite della politica…”

Signor ministro (già prefetto) è ora di sapere. Ma mettiamo che…

Il ministro Matteo Piantedosi

Le elezioni si sono svolte, il governo è in carica, sarebbe ora di conoscere la sorte del Comune di Anzio (e di quello di Nettuno) rispetto all’ipotesi di scioglimento per condizionamento della criminalità. Il neo ministro dell’interno, Matteo Piantedosi, prefetto di Roma fino a qualche giorno fa, è colui che ha nominato le commissioni di accesso e ne conosce le relazioni. Sa anche di più, avendo presieduto i comitati per l’ordine e la sicurezza pubblica, ascoltato i vertici della Dda in passato (e forse anche di recente) su quali siano le ramificazioni di ndrangheta e camorra da queste parti. Ignoriamo se abbia già proposto – o meno – lo scioglimento di Anzio e Nettuno. Magari ha lasciato la patata bollente al suo successore. O magari ha ritenuto che non ci fossero gli estremi per procedere. Per questo è ora di sapere. Da febbraio a oggi sono trascorsi ormai otto mesi, le commissioni hanno lavorato, le carte di “Tritone” – compresa l’informativa – sono note a tutti o quasi, è bene che si decida: sì o no.

Perché, signor ministro, si può anche decidere di far votare a giugno 2023, ma mettiamo che: il figlio di un boss abbia riferito al padre che il futuro sindaco aveva dato garanzie; un futuro assessore abbia chiamato un boss ai domiciliari; un altro futuro assessore abbia promesso lavori e un futuro consigliere altrettanto, anche dopo la sua elezione. Mettiamo che tra i consiglieri ci sia chi abbia trattato per debiti di droga e sia stato invitato da esponenti di ndrangheta a soprassedere sull’acquisto di una pescheria e che altri si siano prodigati per le assunzioni alla Camassa. Non solo, che due funzionari dicano ” i nomi ce li hanno dati loro”, riferendosi ai politici. Mettiamo pure che un futuro assessore sia il gestore di fatto di un impianto pubblico e che lì abbia un ruolo di responsabilità la moglie di uno degli arrestati in Tritone. Aggiungiamo le vicende di “Malasuerte” ed “Evergreen”, pure citate dalla Dda…. Tutto penalmente irrilevante, almeno finora, per i rappresentanti eletti, ma politicamente disdicevole. Che nel frattempo un ex consigliere di maggioranza, candidato a sostegno dell’attuale sindaco, sia stato condannato per bancarotta nel settore dei rifiuti e in “Tritone” sia stato vittima di minacce, è un dettaglio. Basta a sciogliere un Comune? La commissione ha scoperto diverse magagne, alcune per “leggerezze” amministrative, altre forse per favorire chi poi riferiva a ndrangheta e camorra. Un paio di cose, allora, sono certe.

La prima: la città merita una risposta, non si può andare oltre, dato che con la scusa degli “atti regolari” (insomma, per il campo di Falasche mica tanto) in Comune ad Anzio si è proseguito come se nulla fosse e ora la priorità (dimenticati tutti i punti del programma) sono le luminarie natalizie.

La seconda: se si vota è a rischio l’ordine pubblico. Proprio per essere stato prefetto di Roma, Piantedosi sa quanto la situazione sia esplosiva. A maggior ragione se si riproponesse una spaccatura come quella del 2013 – molto probabile – nella destra. Allora ci furono toni accesi e azioni poco piacevoli, stavolta se non si sta attenti ci scappa il morto.

Ecco, si decida. Senza pensare ad appartenenze di partito o a “vie infinite” della politica. I cittadini hanno il diritto di sapere: sì o no.

Io, Danilo e quel piatto di gnocchi…

“Guarda che mica ti abbiamo candidato sindaco”. “Guarda che lo so”. Avevo capito perfettamente che non ci sarebbe stata alcuna alleanza, ma visto che eravamo a Latina – un po’ una seconda casa per me – avrei offerto lo stesso quel piatto di gnocchi a Danilo Fontana. Le amministrative di Anzio del 2018 erano ancora abbastanza lontane, lui era nell’opposizione di lotta e di governo a Luciano Bruschini, insieme a Candido De Angelis e voleva sondare il terreno. Non era venuto autonomamente, avrebbe riferito, e quando dissi che potevo pure starci benché i principi fossero quello di cinque anni prima e cioè che andavano mandati “a lavorare” quelli che avevano scambiato il Comune per l’ufficio di collocamento e che avrei portato un prefetto che era stato commissario nei comuni sciolti per mafia come capo di gabinetto, la discussione prese un’altra piega. Si poteva anche accettare il nome “spendibile” e “nuovo”, ma che qualcuno andasse a mettere le mani nel “sistema Anzio”, no. Erano buoni quegli gnocchi, non c’è dubbio, e mi piace ricordare questo aneddoto oggi che il vice sindaco di Anzio ci ha lasciato. Delle tante cose che si leggono in queste ore ne condivido solo una: il modo nel quale ha affrontato la malattia. Un coraggio e una dignità senza eguali. Poi, come ho scritto sul libro delle firme in ospedale, “avversari sempre, nemici mai”. D’altra parte era difficile essergli “nemico”, benché non condividessi il suo modo di “fare” politica. Quel sorriso sornione, quel prendere una delega oggi da Bruschini e lasciarla domani, l’aver attraversato più partiti nel centro-destra pur di arrivare a essere lì. L’aver sostituito il potere di chi doveva “andare a lavorare” nel 2013 alleandocisi prima e facendo peggio poi, in questa maggioranza.

Passava per il “dottor Sottile”, era stato consigliere anche in Provincia, sapeva di tutto e di tutti, non gli sfuggiva nulla e anzi provava pure a intercettare qualcosa che andasse oltre il suo ruolo. Come nella vicenda del conferimento alla biogas per la quale il sindaco sarebbe andato all’Onu ma poi si è fermato alla Sacida. Di certo aveva un sorriso per tutti, sempre, anche nei momenti più bui. Della malattia avevamo parlato a una manifestazione per l’ospedale, si trattava di qualcosa di subdolo, c’era la cura sperimentale in Toscana, si doveva combattere. E lo ha fatto. Restando fino all’ultimo forse ormai l’unico – anche se parlava a bassa voce – a essere ascoltato dal sindaco De Angelis. Un rapporto che andava oltre la politica, diventato una solida amicizia, e se il primo cittadino faceva come al solito un po’ il presuntuoso lui ribadiva “eh, tu hai studiato, io batto i telai in carrozzeria….”. Invece si era laureato anche lui, nonostante la malattia. Un sogno che si era avverato. L’officina era però la sua “creatura” e se ti serviva una cosa non c’era domenica o festivo che non potessi chiamarlo. Diceva sempre che aveva stima di me e ricordava un episodio delle sue prime esperienze da consigliere, quando fu costretto alle dimissioni, mostrando gratitudine per come avevamo affrontato la cosa sulle colonne del “Granchio”. Non è da tutti, chi “fa” politica ad Anzio ha nel Dna una certa arroganza, lui se pure fosse non la mostrava. Le sue convinzioni sì: “Ma quale prefetto, lascia perde, serve un bravo segretario”. O un segretario che a volte guarda altrove, com’è stato per l’ultima che abbiamo avuto in Comune. Resta quel piatto di gnocchi e – visto quanto accaduto poi – la necessità davvero di un prefetto che se ne intendeva di condizionamento dei comuni. Ah, che non sarei mai diventato sindaco era chiaro da allora, ciao Danilo.