I fatti danno fastidio, ma è meglio non essere bravi…

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A volte provo un po’ di invidia per quelli che con una brillante sintesi il mio maestro ed ex direttore, Luigi Cardarelli, definiva gli “inviati di un giorno“. La crisi dell’editoria ha limitato – e di molto – la figura mitica degli inviati. Ne girano sempre meno, in alcune redazioni sono spariti come qualifica, ma comunque per vicende di un certo rilievo ci sono ancora quelli che partono e vanno a raccontare le storie accadute. L’invidia è data dal fatto che arrivando in un posto sono ritenuti i “professori” di turno, ma soprattutto perché domani saranno altrove e non dovranno confrontarsi con le fonti locali.

Chi, invece, tutti i giorni consuma le suole – come si usava dire un tempo – il confronto ce l’ha quotidiano. Conosce, stringe rapporti, ha più o meno confidenza, ma resta pur sempre un giornalista chiamato a fare il suo lavoro. In provincia, proprio perché c’è questo confronto continuo, è un giornalista chiamato a maggior ragione a essere credibile.

Una premessa necessaria per dire che se uno fa questo lavoro è chiamato a dare notizie. A volte di persone che conosce, altre persino di amici e parenti. Perché di fronte a un fatto si ha il solo dovere di andare, vedere e raccontare. Di raccogliere le storie, cercare le conferme, verificare con le fonti. Certo, ormai nell’imperante “copia e incolla” e nella corsa a dare “buchi” su siti e social network stiamo perdendo ulteriore credibilità come categoria. Ma i fatti no, quelli restano e ci dobbiamo sforzare di continuare a raccontarli con la nostra deontologia, la coscienza professionale e tutto ciò che sappiamo.

Quello che dà fastidio, allora, è che si continui a essere presi come quelli che “massacrano” o “gettano fango” solo per aver fatto il loro lavoro. Peggio, parte la corsa – appurato che il fatto è incontrovertibile – al “reo“, a chi ha rivelato la notizia, a chi ha avvisato il giornalista e a quale fine abbia. Ma la vicenda è vera o non? L’episodio è accaduto o meno? Quello che è scritto negli articoli corrisponde alla “verità sostanziale dei fatti” come ci ricorda la legge professionale o non? E allora perché non dovremmo pubblicarlo? Anzi, perché c’è chi viene quasi “processato” perché ritenuto colui che ha passato una notizia? Perché ieri eri simpatico e affidabile, oggi non vogliono più avere rapporti con te, anzi dai fastidio?

I bravi giornalisti intesi come coloro che copiano e incollano, pendono dalle labbra dell’assessore o del potente di turno, quelli che “l’ha detto l’agenzia” o che aspettano il comunicato, sono tanti. E non fanno bene il loro mestiere, a mio modestissimo avviso.

Soprattutto nella prima linea di provincia ci sono tanti altri   che invece danno fastidio, non sono bravi come vorrebbe qualche zelante ufficio stampa  o  potente di turno, trovano le notizie, le verificano e le scrivono. E gli altri, non potendo smentire, si mettono a fare gli “ispettori” per capire com’è uscita quella notizia o a fantasticare del perché, ti danno del “giornaletto” o cercano di mettere ostacoli della serie qui non entri più o simili, quando non ti portano in Tribunale con querele temerarie o maxi richieste di risarcimento.

Ecco, meglio non essere bravi per come intendono questo mestiere certi personaggi. Anzi, meglio tenere sempre a mente ciò che Giampaolo Pansa scriveva sull’Espresso ad agosto del 2005: “Se il giornalismo non è cattivo, un po’ carogna, senza rispetto per chi comanda, che giornalismo è?

E’ un articolo che tengo alle mie spalle, in bacheca, insieme a un pezzo di carta vetrata donatami dai colleghi dell’allora Latina Oggi dopo che Graziella Di Mambro mi aveva ribattezzato – appunto – “cartavetro” per il mio modo di essere.  Personale e professionale. Per questo preferisco, da sempre, non essere bravo.

Il porto, Montino, tre appuntamenti e la chiarezza che non c’è

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Fa un certo effetto leggere che Fiumicino ce l’ha con i porti di Anzio e Civitavecchia. In realtà – a ben vedere le dichiarazioni sul sito del Comune – se la prende con l’autorità portuale che si occupa anche di Gaeta e Civitavecchia, ma la ricostruzione che viene effettuata da affariitaliani e altri siti offre lo spunto per parlare del nostro porto e, perché no, di Montino.

Inizia oggi una settimana in cui di porto si discuterà su tre fronti. Mercoledì in Consiglio regionale c’è il “question time” sull’interrogazione della consigliera del Movimento 5Stelle Valentina Corrado.

Giovedì mattina è convocato il consiglio Comunale di Anzio, su iniziativa dell’opposizione che fa riferimento a Candido De Angelis e sabato la società “Capo d’Anzio” tiene una nuova conferenza pubblica, alla quale è chiamato il sottoscritto a fare da moderatore.

Eppur si muove, insomma, avrebbe detto Galileo Galilei. In tutto questo chi manca è il Comune. Cioè chi detiene il 61% delle quote della “Capo d’Anzio” e ancora non ci fa sapere qual è la posizione ufficiale – per esempio – rispetto alle tre fasi indicate dalla società o alle intenzioni che il sindaco continua a mostrare sul bando di gara. Per la cronaca dopo aver promesso che entro ottobre avrebbe rilanciato l’iniziativa per tornare in possesso delle quote del privato – senza dar corso all’intenzione manifestata in Consiglio comunale – entro gennaio era atteso il nuovo bando. Adesso sembra che l’assenza sull’argomento sarà rimarcata dalla diserzione del consiglio comunale, al quale verrà fatto mancare – ma è una voce – il numero legale.

Né sembra esserci, al momento, via d’uscita sulla vicenda ormeggiatori che rischia di far saltare l’intero progetto. Sarebbe paradossale, una concessione chiesta nella sua totalità, data e poi “bloccata” per gli interessi di ex concessionari non solo rappresenterebbe un precedente, ma porterebbe a riscrivere le regole del Demanio. Solo che siamo in Italia, ci dissero che con il decreto Burlando i porti si sarebbero realizzati in meno tempo, ad Anzio che è stato seguito sono passati 15 anni dalla costituzione della società e 10 dalla richiesta di concessione.

E torniamo a Montino, allora, perché le sue preoccupazioni – sembra dettate più dal futuro assetto dell’Autorità portuale che altro – ci fanno tornare indietro nel tempo. A quando, per esempio, da presidente della Regione eletto da nessuno si schierava contro Anzio spalleggiato da una parte del Pd locale che fa capo a un ex senatore che cade sempre in piedi e dall’allora assessore Bruno Astorre, poi “pentito” dopo un convegno nel quale nessuno prese le sue difese fra quanti andavano a Roma a dirgli che il porto non si doveva fare.

Di Montino dimostrammo, con il Granchio, un interesse diretto a che il porto di Fiumicino si facesse – stessa procedura di Anzio, decreto Burlando – e nessuno dei sacerdoti delle procedure e delle incompatibilità trovò niente da dire. Anzi, l’accordo di programma negato ad Anzio lo votarono, in giunta, anche gli ambientalisti di Sel, quelli di lotta e di governo. Nonostante un intervento previsto in area di dissesto idrogeologico. Oggi Montino fa il sindaco e sente “minacciato” il porto della sua città. Di quello turistico mestamente naufragato, insieme ai palazzi che prevedeva, poco importa. Ma di quello che c’è sì.

So per certo che il sindaco di Anzio ha lo stesso interesse per le sorti del nostro porto, per questo gradirei – non per me, bensì per i cittadini che sono e restano i proprietari del 61% – che spiegasse una volta per tutte qual è la situazione. Basta con i fantomatici acquirenti, i “sentito dire”, i turchi-napoletani o qualche “paisà”. Prima di portare i libri della “Capo d’Anzio” in Tribunale e lasciare il porto a Marconi, rischio concreto se il Tar bocciasse quanto fatto finora, servirebbe qualcosa che si chiede da mesi: chiarezza.

Porto, le beghe di paese e le cose da chiarire. Caso in Regione

L'home page del sito Marina di Capo d'Anzio, registrato dal socio privato

L’home page del sito Marina di Capo d’Anzio, registrato dal socio privato

La vicenda degli ormeggiatori contro il Comune – dal quale arriva il provvedimento per il rilascio delle aree – e il ricorso cautelare vinto, non fermano la Capo d’Anzio che vuole andare a prendersi le aree della quale è concessionaria. Piaccia o meno, a oggi la società ha il titolo per esercitare l’attività per la quale era sorta. Iniziando dalla gestione anziché dalla realizzazione del bacino, ma questo è stato formalizzato ormai mesi fa e oggi correrci dietro o cavalcare politicamente la cosa sembra avere poco senso.

Vedremo come andrà al Tribunale amministrativo regionale, ma mentre ci si continua a dividere per quelle che somigliano più a beghe di paese che altro – con le attività che per anni sono state intorno al porto sentendolo come “loro” – la vicenda della concessione con annesso accordo di programma arriva in Regione. E’ evidente che l’amministrazione guidata da Nicola Zingaretti ha tutto l’interesse a far sì che il porto non diventi un boomerang, non fosse altro perché dovrebbe ricominciare a preoccuparsi di dragaggio e concessioni, ma intanto finalmente c’è chi mette nero su bianco le perplessità emerse in questi mesi.

Lo fa Valentina Corrado del Movimento 5 stelle che ricorda alcuni passaggi ai quali, finora, nessuno ha risposto. Mercoledì, alla vigilia del consiglio comunale nel quale si discuterà (giustamente) di riacquisire le quote del socio privato, in Regione ci sarà un’interrogazione a risposta immediata. Nell’atto si ricorda che il “palese mancato rispetto del cronoprogramma” e che finora “non è stato dato corso agli impegni previsti” oltre che “non risulta chiaro” quanto accaduto con il progetto Life. Da qui la richiesta di approfondire la vicenda “alla luce delle segnalazioni che giungono dalla cittadinanza, in ordine alla situazione di stallo che si è venuta a creare relativa all’avvio dei lavori”. Cittadinanza, attenzione: il consigliere Cristoforo Tontini sembra guardarsi bene dal segnalare ciò che accade da queste parti…

La Corrado ricorda, inoltre, che “la vigilanza sull’accordo di programma e gli eventuali interventi sostitutivi” andavano valutati da un collegio con rappresentanti anche regionali ma allo stato “sembrerebbe che nessuna attività di vigilanza sia stata proficuamente posta in essere, anche alla luce di macroscopici ritardi in ordine all’avvio del progetto“. Per questo si chiede al presidente Nicola Zingaretti e agli assessori di riferimento di chiarire “le effettive motivazioni in ordine al ritardo dell’avvio dei termini dell’accordo di programma” e “se il progetto oggetto dell’accordo abbia subito variazioni o modifiche rispetto alla concessione originaria“. Ciliegina sulla torta, infine, la vicenda delle quote al socio privato. La consigliera chiede di sapere se la delibera del 19 luglio 2012 che aveva per oggetto la “cessione di azioni Capo d’Anzio tra Italia navigando e Marconi“, con la richiesta di restituzione delle quote “al valore nominale“, alla quale non è mai stato dato corso: “abbia influito nella determinazione dei ritardi del cronoprogramma“.  Avremo, finalmente, anche la versione della Regione che un ruolo – comunque – continua ad averlo in questa storia. Se non altro per la vigilanza.

Il supermercato in centro, la programmazione che continua a non esserci

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Quando in questa città si parlava anche di commercio ed esisteva un’associazione di categoria degna di tale nome, una vicenda come quella del supermercato nell’ex ristorante cinese di viale Paolini avrebbe scatenato una sommossa.

Oggi sembra interessare a nessuno, mentre un’analogia con quei tempi è rimasta: chi arriva e ha lo sponsor politico giusto, apre.  Anzi, ce n’è un’altra: manca qualsiasi programmazione dal punto di vista commerciale. Allora un tecnico incaricato di redigere il piano parlava di “grossi negozi” per quelli che non avevano la superficie dei supermercati ma la sfioravano. Fioccavano i centri aperti per destinazione urbanistica, prima che per decisione del Comune ovvero per una situazione palesemente indotta. Poi sono arrivati quelli che hanno scoperto un condono “dimenticato” e la situazione è andata avanti. Il supermercato in centro mancava, tra l’altro in una situazione di assoluta difficoltà del settore per i pochi negozi rimasti. I quali commetteranno anche degli errori – primo fra tutti non aver valorizzato il centro commerciale naturale – ma per i quali un’amministrazione attenta avrebbe almeno il buon gusto di dire che un supermercato è il definitivo affossamento.

Ha ragione Paride Tulli a sollevare una serie di dubbi rispetto alla collocazione del negozio, vuoi per la condizione del centro e vuoi per i posti auto. Speriamo che prima di dire sì qualcuno se ne accorga…

Cena dello chef, la serata che fa del bene e batte i pregiudizi

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Gli chef nel “backstage”

E’ andata in scena mercoledì sera la sesta edizione della “Cena dello chef“, iniziativa del Rotary club “Golfo d’Anzio” in collaborazione con quello di Roma sud. Un appuntamento ormai consueto, come ha ricordato il presidente Alfredo Cugini, realizzato d’intesa con alcuni ristoratori locali (Romolo al Porto, Alceste, Grecale, Turcotto, Satricum, Nuova Fattoria, il Folle) e aziende del territorio, dove ogni commensale paga un biglietto per progetti di beneficenza. Fino allo scorso anno c’era uno chef “stellato” a dare ulteriore lustro alla serata, quest’anno l’infaticabile organizzatrice Maria Letizia Mingiacchi ha deciso di puntare sui rappresentanti locali. E ha fatto bene. Certo, un Antonello Colonna o un Niko Romito sono il “nome”, altrettanto Filippo Lamantia o Gennaro Esposito, ma nelle “slide” che sono andate a corredo della serata nel salone dell’hotel “Lido Garda” – Giovanni Garzia non si tira mai indietro quando è chiamato in causa – è stato giustamente sottolineato un aspetto importante: i ristoratori di Anzio e Nettuno che si mettono a disposizione, gratuitamente, e che fanno “squadra“. Ha ragione Walter Regolanti a sottolineare come servirebbe maggiore mediatica attenzione per un evento simile.

E’ il segno evidente di come si possano superare, in nome della solidarietà, le “rivalità” quotidiane. E’ uno dei pregiudizi che viene meno, quello di pensare che attività del genere non siano in grado di collaborare tra loro. Invece sembra che lo abbiano sempre fatto e grazie all’apporto dei ristoratori locali – oltre che dei partecipanti alla serata – quest’anno ci saranno corsi per la disostruzione delle vie aeree nei bambini e – a Roma – uno sportello di sostegno psicologico multilingua.

Sono i “service” individuati dal Rotary per l’edizione 2015. Nel corso degli anni sono stati sostenuti – arrivando con questa edizione a una raccolta di circa 100.000 euro – progetti locali e non. Tutti di assoluta importanza. Ecco il secondo pregiudizio battuto: siamo abituati, a torto, a pensare al Rotary come a un club di persone con la puzza sotto al naso. Una cerchia ristretta, chiusa, solo per amici degli amici. La “Cena dello chef” dimostra l’esatto contrario, coinvolgendo persone di ogni genere e – diciamolo – con più gente di Anzio e Nettuno ogni anno che passa. E’ un modo per raggiungere l’obiettivo ma anche per far conoscere il Rotary stesso. Che, alla fine, può piacere o meno, però le cose le realizza.

Infine un doveroso cenno all’istituto alberghiero “Marco Gavio Apicio“, ai ragazzi che l’altra sera si sono cimentati fra accoglienza, tavoli e cucina, ai loro docenti, alla dirigente scolastica Antonella Mosca. E’ una scuola di eccellenza per il territorio e per la serata non ha mai fatto mancare il suo apporto fondamentale. Altro esempio di perfetta sinergia.

Appuntamento al 2016!

Porto, i diritti degli operatori e quelli dei cittadini

L'home page del sito Marina di Capo d'Anzio, registrato dal socio privato

L’home page del sito Marina di Capo d’Anzio, registrato dal socio privato

Forse verrà un giorno nel quale saremo noi cittadini a fare ricorso. A dire che il porto, davvero, è nostro e di nessun altro. Difficile che avvenga, ma servirebbe. Gli ormeggiatori fanno bene a far valere le loro ragioni, la situazione nella quale si trovano è il frutto di anni di incuria, mancati controlli, tolleranza e chi più ne ha ne metta. Avevano un accordo che riguardava il raddoppio del porto, se ne sarebbero andati con quella realizzazione, se un errore ha commesso la Capo d’Anzio e prima ancora il Comune che ne detiene il 61% è stato di non comunicarglielo adeguatamente e per tempo. Lo sostengo da mesi. Poi è nato il braccio di ferro arrivato fino alla decisione di ieri del Tar.

Detto questo e ribadito che è sacrosanto far valere i propri diritti, l’impressione adesso è che si stia verificando quello che da anni si teme. Tutti “vogliamo il porto“, tutti- anzi  una stragrande maggioranza – diciamo “tanto non si farà mai“.

Perché in fondo, a chi rivendica i propri diritti, sta bene così. Perché per decenni – è ora di dirlo – tanti si sono girati dall’altra parte mentre chi era chiamato a fare un mestiere ne faceva anche un altro. Fossero ormeggiatori o cantieri, circoli velici o altri che hanno vissuto di rendite di posizione e scarsi controlli.

Ecco allora che noi cittadini, forse, un giorno dovremmo dire che vogliamo il diritto di passeggiare a levante e vederlo il porto, quello più banale di parcheggiare a fianco dell’Ondina dove per mesi – tutti fingono di non accorgersene – ci sono i carrelli delle scuole di vela. Il diritto di sapere che le norme di sicurezza che sono pretese per noi, siano garantite all’interno del porto e delle attività che ci sono. Quello di poter passeggiare tranquillamente, senza presenza di catene o il rischio di finire in mare su una specie di “Shangai“. Di avere acqua ed energia elettrica, in caso di attracco, senza doversi sentire gli ultimi scemi della terra. Il diritto di sapere se e quante tasse pagano certi operatori, dato che quando si propose al compianto Gianni Billia di liquidare alcune delle attività presenti in cambio di un miliardo di vecchie lire l’operazione non fu possibile perché un prezzo del genere era ingiustificato rispetto ai guadagni dichiarati.

Certo, la Capo d’Anzio doveva fare il porto e ora vuole (vorrebbe) gestirlo per salvare i suoi conti, avrà sbagliato, ma ora sappiamo che noi cittadini proprietari del 61% abbiamo una concessione. Di tutti, non solo degli operatori portuali. E sappiamo, grazie finalmente a un minimo di trasparenza, quali canoni pagavano coloro che per anni sono stati titolari di un privilegio prima ancora che di un diritto. Manca, invece, la trasparenza sui rapporti tra Comune e Marinedi, la Capo d’Anzio dice una cosa e il sindaco vorrebbe farne un’altra. Anche qui, da mesi ripeto che Luciano Bruschini quale rappresentante del 61% pubblico e per una minima parte di ciascun cittadino, deve spiegare, ma questa è storia diversa.

Se  gli ormeggiatori avranno ragione anche oltre questa fase cautelare se ne dovrà prendere atto, le sentenze si rispettano. Sarà felice qualche consigliere comunale di maggioranza che ha sostenuto Bruschini e questo progetto, ovviamente, ma ora è paladino di chi si oppone a che la concessione diventi operativa. Perché Anzio è questa, gli interessi particolari vengono prima di quelli della collettività. Oggi ne abbiamo la conferma. E’ stato così quando doveva fare il porto “Marine investimenti”, all’inizio degli anni ’90, e poi quando si trovavano gli ostacoli di ogni genere per questo progetti, quando tutti lo volevamo e la stragrande maggioranza diceva – a ragione, evidentemente – che “tanto non si farà mai“.

Per questo il giorno nel quale noi faremo ricorso, come cittadini danneggiati da questa storia, non verrà. Teniamoci il porto così com’è, mandiamo all’aria la Capo d’Anzio, avevamo già dimenticato il doppio bacino, ora lasciamo che tutto marcisca. Quando i libri della società saranno in Tribunale ci riempiremo la bocca del fallimento di questa idea e avremo ancora l’imboccatura insabbiata e le tavole di legno, le norme igienico sanitarie e di sicurezza violate e tanti privilegi per pochi. Allora, magari arriverà un Marconi o chi per lui a rilevare tutto e davvero ci sarà il temuto “Marina” con accesso vietato. Dopotutto è quello che ci meritiamo.

Porto e ormeggiatori, inutile giocare a scacchi. Va trovata un’intesa

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La Capo d’Anzio ha fatto la sua offerta, anche dopo aver ricevuto dalle cooperative di ormeggiatori una diffida a procedere. Si sta giocando, sull’ultima intesa che manca per passare alla gestione della società, una specie di partita a scacchi. La Capo d’Anzio ha la concessione, gli ormeggiatori brandiscono un accordo che prevedeva un altro porto per lasciare il loro posto; la società vuole entrare in possesso di aree che non può cedere in sub concessione, chi sta lì da una vita prova a difendere i suoi diritti. Soprattutto da un socio privato che – ormai è palese – fa il bello e il cattivo tempo con la Capo d’Anzio. Nel totale silenzio di chi rappresenta noi cittadini, titolari del 61% delle quote, il sindaco Luciano Bruschini.

Il quale ha fatto di necessità virtù: il Comune non ha uomini né mezzi, Marconi sì, allora faccia tutto lui e poi si vedrà. Un sindaco che continua a parlare di bando pubblico mentre la società nella quale ha la maggioranza segue tutt’altra strada. Un percorso che prevede, come primo step, quello di gestire l’attuale situazione. E’ l’unico modo, fra l’altro, per salvare la Capo d’Anzio dal fallimento. In questo c’è la vicenda ormeggiatori. Avranno tutti i torni, avranno fatto per anni cose non consentite – lavori dei cantieri, mentre qualche cantiere ormeggiava scafi, è stata sempre una sorta di terra di nessuno – però ci sono. Il muro contro muro non serve a nessuno. Al posto delle due cooperative, allora, si dovrebbero pretendere garanzie chiare: sulla continuità del lavoro, sul futuro qualora alla Capo d’Anzio le cose andassero male, sul rientro in possesso della concessione se dovessero andare peggio. Ecco, va trovata un’intesa ragionevole e che garantisca gli ormeggiatori come oggi sono garantiti – e per 50 anni – tutti gli altri concessionari attuali.

Un’amara constatazione, alla fine: avremo, almeno nelle prime due fasi, un porto semplicemente sistemato. Se i soci delle due cooperative, negli anni, avessero programmato degli interventi, il porto era già fatto. Ma siamo ad Anzio e lo stato di cose che si è trascinato finora alla fine ha fatto comodo a tutti. “Tanto – era l’adagio comune – il porto non si farà mai”. Non avremo mai il raddoppio, probabilmente (a meno che davvero Bruschini tiri fuori il finanziatore del quale parla con pochi eletti anziché con i cittadini proprietari del 61% delle quote) ma oggi la concessione, piaccia o meno, è della Capo d’Anzio. E dobbiamo fare in modo che il controllo pubblico resti.

Quotidiano di Latina, viene da piangere. Sciopero e uscita, adesso come allora…

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Ammetto, sono molto combattuto. Viene da piangere di fronte a quanto sta accadendo al quotidiano di Latina, già Latina Oggi. In quella sede, con alcuni dei colleghi che ancora oggi sono lì, ho vissuto un’esperienza umana e professionale unica. “Facevamo” il giornale, senza starci a preoccupare troppo del potente di turno. Ha ragione Lidano Grassucci quando dice che andato via Sandro Panigutti è sostanzialmente finita un’epoca. Al direttore dimissionario va la mia vicinanza e solidarietà, lo stesso ai colleghi di un tempo (ormai pochissimi) e di adesso, che hanno con grandi sacrifici portato avanti fino a oggi un’esperienza a dir poco travagliata. Perché dall’avvento prepotente di Giuseppe Ciarrapico, a partire dalle europee del ’99, quel giornale non era più stato lo stesso. Continuavamo a “farlo” ma c’era sempre qualche politico di casa nostra che ci faceva convocare a Roma. Lo trovavamo lì, vicino al Ciarra, e la “linea” subito dopo cambiava. Anche più volte al giorno: stiamo con Tizio, anzi no con Caio. Possono testimoniarlo più colleghi e diversi esponenti politici, alcuni ancora sulla breccia. E senza quei colleghi, comunque, oggi vicende come quella di Fondi – con il mancato scioglimento del Consiglio comunale che era e resta uno scandalo – o la gestione dell’Amministrazione provinciale, forse non sarebbero mai emerse.

Era difficile fare il giornale, nonostante Gigi Cardarelli cercasse di tenere la barra dritta. Poi con Ciarrapico – che nel frattempo era ricercatissimo da destra e sinistra, cosa non si fa per comparire… – è andata come sappiamo. E’ arrivato Andrea Palombo, salvatore della patria, ma la musica non è cambiata. Anzi. C’è stato un fallimento diciamo singolare, una sentenza “copia e incolla” che andrebbe approfondita, ma anche qualche passaggio poco chiaro tra una testata e l’altra, una gestione e l’altra. Tanto che se ne occupa la Procura. Fino a oggi, all’ennesimo tentativo di rilancio fallito e all’attenzione a una società – la Nuova editoriale oggi – da andarsi a riprendere. Il tutto senza pensare a posti di lavoro a rischio, a un’esperienza che è stata e resta unica nel suo genere. Che ha dato al giornalismo di questo territorio molto, ricevendo pochissimo. A cominciare da “cordate” o simili, passando per editori che nemmeno sanno di cosa parlano. In questo caso, come nelle altre esperienze editoriali che sono andate male (il Territorio, la Provincia, il Latina Oggi notizie che voleva scimmiottare quello vero, Tele Etere) o rischiano di andarci (Lazio Tv). Sono combattuto – anzi ero, ormai ho scritto… – perché ho lavorato in quel Latina Oggi e ne vado fiero, perché conosco (e bene) e ho un rapporto di amicizia con il proprietario della maggioranza della Qap editore, ma anche per il ruolo sindacale che ho avuto fino a qualche tempo fa. Siamo alla vigilia del congresso di Stampa Romana e altri dovranno essere fiduciario in provincia. Se una responsabilità hanno i giornalisti pontini è proprio quella di essersi accorti sempre troppo tardi del sindacato, di averlo “scansato” fino a quando la situazione era ormai precipitata.

Due cose, infine, sembrano accomunare il Ciarrapico dei tempi migliori – quando, almeno, pagava sempre regolarmente gli stipendi – al Palombo di oggi. La prima: sono editori del quotidiano ma formalmente non compaiono. La seconda: di fronte a uno sciopero dell’intera redazione hanno fatto uscire ugualmente il giornale. Allora era per il contratto nazionale, adesso per rivendicare gli arretrati. In entrambi i casi ai colleghi che si sono fermati è stato risposto con un prodotto di pessima fattura. Allora si ruppe un incantesimo, un gruppo coeso di colleghi, alcuni di noi presero strade diverse. Adesso è stato fatto di peggio con le firme di chi scioperava (Luca Artipoli, Alberto Dalla Libera e Alessandro Marangon) finite sul giornale. Si dice “per errore”. No, ha ragione Stampa Romana: questo si chiama – e si chiamava anche allora – comportamento antisindacale.

I presepi non pagati e il criterio “secondo me”…

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Il casuale incontro di questa mattina con l’assessore alle attività produttive Giorgio Bianchi ha consentito di chiarire un paio di cose. La prima: la determina sui presepi in piazza c’è, impegna 2.000 euro, ma non saranno pagati perché l’artigiano non è venuto. Presto, così ha detto l’assessore, sarà revocata. Anzi, ha sottolineato che uno prima di scrivere potrebbe pure informarsi. Della serie, ormai, che non bastano nemmeno gli atti pubblici secondo chi ci governa.

E’ seguita la solita e scontata lamentela sui giornalisti disattenti o votati al sensazionalismo – ma il timore è che sia l’assessore a seguire poco certi argomenti, questione di punti di vista – e la notizia relativa ai criteri sulla base dei quali si sceglie questa o quella iniziativa o manifestazione. “Secondo me l’artigiano che fa i presepi in piazza è una bella cosa“. Anche qui, questione di gusti.

Ah, Bianchi ha fatto notare che il suo assessorato per anni ha speso “zero” e quindi il criterio è anche quello di “fare qualcosa rispetto a niente“. Buono a sapersi.

Ps: già che ci siamo – visto che oggi non era il caso di approfondire – notizie del Centro commerciale naturale?

Saluto un Avvocato d’altri tempi, maestro anche per i cronisti

Apprendo della morte dell’Avvocato Angelo Fagiolo e ripenso ai miei esordi da cronista. A quel principe del Foro che pensavo inavvicinabile e che, invece, si mostrò subito molto disponibile. Le aule dei Tribunali non sono il mio forte, le ho frequentate più da imputato per diffamazione a mezzo stampa (le querele, si sa, per i giornalisti sono “medaglie”) che da esperto di giudiziaria.

Però all’epoca – più di oggi – dovevi saper far tutto. Così, essendo uno degli imputati suo assistito mi avvicinai, un po’ timoroso, a quel signore d’altri tempi. Trovando una cortesia unica, una capacità di spiegare le cose semplicemente degna del miglior cronista di giudiziaria, una propensione  al dialogo straordinaria. Non lo avevo mai visto prima, ripeto, eppure non fece affatto pesare la cosa. Anzi, probabilmente comprese l’imbarazzo e l’impaccio del giovane giornalista alle prese con un processone qual era quello per l’operazione “Tridente” o -prima ancora – quello per i famosi parcheggi sul lungomare di Nettuno.

Non ebbi più molti motivi per frequentare il Tribunale di Velletri, ma capitò di andare nel suo studio – per essere ricevuto dal figlio Marco, al quale rivolgo un caro pensiero in questo triste momento – e lo vidi venirmi incontro per un saluto caloroso. Come se ci fossimo visti qualche giorno prima, invece era trascorso molto tempo. Lo stesso a Palazzo di Giustizia, da ultimo un anno e mezzo fa, a quando risale l’ultima stretta di mano accompagnata dal suo sorriso cordiale. Ricordava perfettamente chi fossi e per quale motivo mi trovassi lì, a seguire un processo. Mi dicono i colleghi che di più hanno frequentato e frequentano il Tribunale che abbia dato consigli a molti cronisti.

Un maestro per gli avvocati, insomma, ma anche per chi vuole raccontare i processi e grazie a lui ha evitato più di qualche strafalcione.

Sia lieve la terra, dunque, all’Avvocato Angelo Fagiolo. Io non posso che serbare un piacevolissimo ricordo e dire, ancora oggi, semplicemente grazie.