Se andiamo sott’acqua, purtroppo ce lo meritiamo

Piove certamente con maggiore intensità rispetto al passato, assistiamo a fenomeni meteo sconosciuti fino a qualche anno fa, ma questo non toglie che se Anzio e Nettuno vanno sott’acqua, purtroppo, è ciò che meritiamo.

E’ condivisibile quello che scrive Claudio Pelagallo, per anni ciò che gli ambientalisti hanno detto è stato sottovalutato. Per anni – parlo di Anzio, conoscendo meglio la situazione – chi ancora oggi è al governo e chi condivideva l’amministrazione ma oggi è almeno formalmente opposizione, si è girato dall’altra parte rispetto all’abusivismo edilizio fatto in attesa di piani particolareggiati che la politica controllava. Non li approvava, tenendo per il collo gli elettori con la promessa “ora sblocchiamo“. Oltre due milioni e mezzo di metri cubi ai quali il piano regolatore di Cervellati ha dato il colpo di grazia.

Con l’idea di “premiare” – anche condivisibile – chi aveva rispettato le leggi, si è dato vita a una villettopoli che molti contrastavano solo a parole. E non basta più dire che il vecchio piano avrebbe fatto costruire di più, una volta attuati i particolareggiati.

E’ bene rileggere quello che si scriveva sul Granchio – prima e dopo l’approvazione – alla luce di quello che accade oggi.

Il settimanale, e in particolare chi posta queste righe, era accusato di sostenere quel piano da quella fetta dell’intellighenzia cittadina che da una parte diceva di non comprare il Granchio, da un’altra leggeva solo ciò che le faceva comodo, ma nel frattempo era negli studi a disegnare progetti o in qualche agenzia a vedere cosa fare con il proprio terreno.

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Resta uno scandalo, oltre dieci anni dopo, la “fuga” sulle osservazioni che – guarda caso – erano tutte volte a costruire di più mentre si affermava che il piano era tombale. Lo è stato, non c’è dubbio, e la responsabilità principale è di chi lo ha voluto così. Era un disegno di città, rispondeva alla necessità di mettere finalmente regole (con il precedente c’erano case dov’erano previste strade), insieme alle abitazioni servivano – e c’era un programma, almeno abbozzato – le opere di urbanizzazione. Doveva esserci l’ufficio di piano a vigilare, ma ha fatto, purtroppo, solo da passacarte.

Ciò che era “mare, cultura e natura” è diventato – lo sostengo da anni – “variante, cemento e furberie“. Risultato? Abbiamo consumato territorio, in continuazione, senza contromisure adeguate. La responsabilità è di chi lo ha voluto, certo, dei tanti cittadini che si sono improvvisati costruttori, di quelli che hanno acquistato garage che hanno sistematicamente trasformato in cucine perché le case erano troppo piccole,  dei troppi che hanno fatto i furbi e di Cervellati che disse “ce lo chiede la città“.  Bella scusa.

Sono assolutamente corresponsabili – anche per la trasversalità che ha sempre riguardato l’urbanistica tra coop edilizie, studi professionali, quartieri ancora oggi noti come “dei Repubblicani“-  coloro che hanno finto di fare ricorso “sbagliando” Tar, cosa che non farebbe un praticante avvocato ma è successa a un noto professore. Coloro che hanno proposto osservazioni per costruire anziché alternative a quel disegno che dopo 30 anni vedeva la luce.

Se andiamo sott’acqua dopo aver costruito quello che era possibile – e in teoria non è finita – è quello che ci meritiamo. Recuperare il territorio perduto è impossibile, immaginare di fermarsi è una sfida, preparare un adeguato piano di protezione civile un’urgente necessità.

Mense, quei costi ripetuti tra programmi ed esperti

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Aspettando il regolamento che domani andrà in Consiglio comunale e speriamo preveda anche un accenno al 3.0, sulle mense (il servizio comincia ad andare a regime, per la cronaca) continuiamo a registrare un’informatizzazione dopo l’altra e spese che si ripetono.

E dire che funzionava tutto, nell’anno scolastico 2010-2011, quando grazie all’avvento di Tecnorg si aveva il controllo della situazione da parte del Comune ma anche dei genitori, i quali potevano verificare da casa i pasti “caricati” e sapere se avevano pagato o meno. Mancava solo la possibilità di pagare on line, ma venne spiegato che sarebbe stato il passo successivo. Invece? Quel software – la ricostruzione è realizzata con il contributo del cittadino ed esperto di informatica Luciano Dell’Aglio – il 12 marzo del 2012 viene confermato  al costo di 8640 euro, perché al termine del triennio sarebbe rimasto al Comune grazie al “noleggio con riscatto”. Funzionava, eccome se funzionava, ma…

Il 23 ottobre dello stesso anno, misteriosamente e senza pensare al precedente “riscatto“, si passa alla Maggioli e a marzo del 2013 viene acquistato un ulteriore aggiornamento. Siamo – dalla prima informatizzazione, indispensabile, ai vari “data entry” e programmi – già a 90.000 euro. Ah, i genitori non entrano più nel sistema, nel frattempo.

Perché si acquista qualcosa che non servirebbe fa parte dei tanti misteri di un Comune 3.0 dove l’informatica è affidata alla scelta di ciascun dirigente, spesso dettata da scarse conoscenze nel settore, e ognuno va per consto suo.

Mica è finita: il 18 agosto di quest’anno si prende un ulteriore aggiornamento da Maggioli.

Qualche giorno dopo, senza avviso pubblico (se c’è stato lo hanno nascosto),  ed evidentemente non fidandosi o non essendoci dipendenti del Comune in grado di svolgere quel ruolo, si affida a un esterno il ruolo di Dec, direttore esecutivo del contratto, per l’appalto mense. Colui che deve verificare – in cambio di 24.000 euro – se la nuova ditta esegue quanto previsto dalla sua offerta. Per una cifra del genere servirebbe l’avviso, anzi ammettendo pure non sia necessario sarebbe quantomeno consigliato, ma nulla. E in Comune tutti tacciono.

Si va avanti, attenzione, arriviamo al 18 settembre e già che ci siamo affidiamo alla solita Maggioli anche stampa, imbustamento e recapito delle bollette, altri 4.500 euro circa. Qui sono necessari due passi indietro: il primo è che la stessa azienda aveva “rinunciato” l’anno precedente a tale servizio, con incarico affidato a un’altra che in Comune ha messo le tende, la Mercurio. Il secondo: lo stesso ufficio, il 6 agosto, aveva incaricato una tipografia di stampare conti correnti e moduli per la mesa e gli scuolabus.

No, no… c’è un altro passo indietro, il terzo. Siamo al 9 luglio sempre di quest’anno quando viene affidato, per 24.400 euro, il servizio di “raccolta e recapito degli invii postali“. Mense e scuolabus esclusi? Boh!

Infine l’incarico, per l’appalto mense, per la redazione del Duvri, il documento di valutazione dei rischi, altri 5.327 euro circa. Siamo di fronte a un documento previsto per legge, attenzione, ma con il precedente e contestatissimo appalto era stato redatto per un triennio. La finalità è sempre la stessa “produrre un risultato che diverrà di proprietà dell’amministrazione“. Non lo era già? E cosa è cambiato dall’anno scolastico 2013-2014 nelle mense? Mistero anche questo.

Risultato? Costi lievitati, spesi oltre 175.000 euro – pensare che nel 2015 il Comune ha incassato dai genitori per i dati “spariti” e il mancato “data entry” appena 86.000 euro – e risultati che a oggi non ci sono. I consiglieri comunali? Tacciono.

Ecco, speriamo davvero che oltre a dettare le regole nel testo che domani va all’attenzione del Consiglio comunale ci sia un cenno al 3.0 e – per la cronaca – esistono ormai programmi che in “cloud” fanno tutto, consentendo ai genitori di controllare e pagare addirittura via sms. A un prezzo irrisorio rispetto a quello pagato finora. Basterebbe volerlo.

Mense, primo intoppo. Ci fosse stata la Santaniello….

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Un’amministrazione 3.0 sarà certamente attenta ai social network, dai quali apprendiamo che ieri – all’esordio del nuovo servizio mensa – ci sono stati ritardi considerevoli nella consegna dei pasti. Lasciamo stare il 3.0 spesso “de noantri”, sicuramente dal Comune – a partire dall’assessore Laura Nolfi e fino ad arrivare a chi si occupa della materia negli uffici – qualcuno avrà verificato com’è andato il servizio.

Avrà saputo, quindi, del ritardo, di insalata al posto delle patate scritte sul menu pubblicato sul sito del Comune, di pietanze portate già con il parmigiano quando i condimenti dovrebbero essere a parte.

Diamo alla All Food – che nel contestato bando precedente era arrivata tra le ultime – il beneficio dell’esordio? Ma sì….

D’altra parte quel bando era stato aggiudicato, secondo l’Anac, da una commissione formata in modo illegittimo, e quindi risolto quel problema ora se i pasti arrivano tardi che vai a vedere?

Come funzioneranno i pagamenti, poi, tra un data entry e l’altro – con ennesimo affidamento alla Maggioli – tra buste da spedire ed esperti vari, è ancora tutto da capire. Approfondiremo in seguito.

Oggi preme solo una domanda: fosse stata ancora dirigente la Santaniello, nel frattempo sospesa per le vicende relative alla condanna in primo grado, cosa sarebbe successo non tanto per i pagamenti, ma per il ritardo?  Un caos che è facile immaginare.

Dove sono, invece, gli zelanti consiglieri che scoprono le mense a seconda, evidentemente, di convenienze politiche? I comunicatori seriali che fidano in chi “copia e incolla“? Tutti assenti. Ah, per favore: non diteci che mentre qui comunque si mangia, a Nettuno e in altri centri i bambini restano senza pasto. Francamente vorremmo sapere come funzionano le cose a Carpi o in altri Comuni dove le cose si fanno per bene.

Speriamo solo che dalle denunce del passato – il consigliere Maranesi sulla commissione, la Santaniello sulle pressioni che dice di aver subito – si faccia intanto chiarezza

Lotta al caporalato giornalistico, un documento da condividere

Che succederebbe se dalla sera alla mattina aprisse un cantiere nella piazza centrale di una città, con il solo cartello del direttore dei lavori e dentro una serie di persone che lavorano senza alcuna tutela? Una volta scoperto, noi giornalisti faremmo aperture di pagina e grideremmo allo scandalo. E’ quello che accade quando, puntualmente, si scoprono gli immigrati a raccogliere pomodori o kiwy, molti dei quali fuggono per evitare i controlli. E noi scriviamo, salvo fuggire com’è accaduto in passato ad alcuni colleghi e come – purtroppo – accadrebbe oggi. L‘Associazione stampa romana ha approvato  un documento assolutamente condivisibile da questo punto di vista. L’ha fatto conoscendo la situazione e avendo sostenuto, da anni, che nessuno vuole chiedere a editori, spesso avventurieri, a Latina ne sappiamo qualcosa, tutte assunzioni articolo 1. Stampa Romana è sempre andata incontro a chi, colleghi (pochi) ed editori (pochissimi), ha chiesto di regolarizzare le posizioni. Dimostrando che era ed è possibile assumere con un contratto giornalistico a costi uguali a quelli sostenuti oggi con improbabili formule.

Nel frattempo tanti giovani e non che accettano qualsiasi cosa pur di “lavorare“, tanti pronti a sostituirli anche a meno di quel minimo compenso, alla stregua di un moderno esercito salariale di riserva di marxiana memoria. Ma anche tanti – dalle associazioni imprenditoriali a importanti aziende pubbliche, fino a imprenditori in tutt’altri settori che decidono di fare gli editori spesso con mire politiche – che le regole preferiscono calpestarle. Quando scoppiano le crisi, poi, allora ci si ricorda del sindacato e si cerca di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. A chi scrive si dirà semplicisticamente – com’è accaduto in passato – che tanto è al “caldo“. Ignorando che sta vivendo uno stato di crisi e pagando – insieme agli altri che versano all’Inpgi – casse integrazioni e disoccupazioni anche di chi in passato ha accettato di tutto, salvo poi scoprire il sindacato.

La lotta al caporalato del documento che si propone a seguire, è assolutamente condivisibile.

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Associazione Stampa Romana

Anche negli anni ruggenti della stampa, delle tipografie con la stampa a piombo, esistevano fogli e giornali che pubblicavano senza rispettare le norme di legge: scritti da chi non era iscritto all’Ordine, non registrati nei tribunali, senza alcuna regolarità contrattuale e che non garantivano contributi previdenziali, ferie e gli altri diritti fondamentali del lavoratore.

La cronaca si sostituisce oggi alla storia. Il web rilancia e moltiplica il tema.

Esistono testate soprattutto ma non solo on line, dal Pontino alla Tuscia passando per la provincia di Roma in cui si assiste a una completa deregulation, in cui la logica del più furbo e scaltro è l’unica vincente.

Ci sono redazioni in cui non si fanno contratti regolari, in cui non si pagano contributi previdenziali e sanitari, in cui i collaboratori sono pagati un tanto al chilo, ogni tanto al chilo e a volte sono addirittura costretti ad anticipare le spese.

Ci sono testate on line che non sono neanche registrate.

Il far west determina una concorrenza sleale nei confronti del giornalismo professionale, delle testate regolarmente registrate, di tutti quegli editori che, pagando i contributi, fanno vivere i nostri istituti di categoria.

Stampa Romana raccoglie la preoccupazione dei colleghi e delle colleghe costretti a vivere quotidianamente nell’incertezza, invitando chi lavora in condizioni di sfruttamento e di autentico caporalato a uscire dalla logica del ricatto per pochi spiccioli e a denunciare l’illegalità diffusa.

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione chiede pertanto all’Inpgi di attivare le ispezioni per ristabilire la legalità e all’Ordine dei giornalisti di controllare chi esercita la professione (anche negli uffici stampa), comminando inoltre le opportune sanzioni qualora se ne ravvisassero gli estremi.

Il sindacato vigilerà anche affinché qualche furbetto tra gli editori non faccia il gioco delle tre carte per intascare gli sgravi contributivi che l’Inpgi si appresta a varare.

Il Consiglio Direttivo ASR

Acqualatina, bando e pasticcio. La politica esce dalla porta ma….

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Per il Messaggero mi sono occupato della singolare vicenda del nuovo consiglio di amministrazione di Acqualatina.

La politica sembra uscita dalla porta e rientrata dalla finestra. Prepotentemente.

Sul possibile accordo gli interessati smentiscono, di certo arrivare a un bando, a far presentare candidature, a nominare una commissione per decidere chi avrebbe fatto parte del consiglio d’amministrazione e scoprire che qualcosa non quadra, ci conferma quanta scarsa attenzione abbiano i soci (sindaci dei Comuni dell’Ato) per le cose che fanno.

Non è un problema di acqua pubblica o meno, evidentemente, ma di gestione diciamo singolare. Come l’elenco – segreto – di partecipanti a un avviso pubblico…. Boh!

Un luminare va bene, ma senza buon senso la situazione è precipitata

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Detto e fatto. Il sindaco Luciano Bruschini si affida a un luminare per contrastare il ricorso al Tar del Pd sul bilancio. Dice che “i documenti stanno a posto” ma poi sceglie niente meno che il professor Carlo Malinconico, tra l’altro anche sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Monti, per difendere quello che somiglia sempre più a un fortino assediato.   L’impegno è di oltre 12.000 euro, con buona pace dell’albo degli avvocati voluto dal segretario generale. No, no… qui il gioco si fa duro e sceglie lui.

Ha ragione il sindaco, le elezioni si vincono nelle urne. Ma dopo averle vinte le regole vanno rispettate. Da quando il Pd le cose le annuncia e le fa, al contrario del “volemose bene” del passato, Bruschini è infastidito. Non va più con il capogruppo   al parcheggio del santuario di Nettuno, per esempio, né con il dialogo riesce a tenere a bada chi a dire il vero aveva provato a spiegare in tutti i modi che le cose sul bilancio non andavano. Prima sul consuntivo, poi addirittura attraverso una diffida sul preventivo, era stato detto chiaramente che le regole erano state calpestate. Nulla, lui ha vinto le elezioni….

Bastava rinviare il consiglio di una settimana, quando sono emersi in maniera clamorosa documenti difformi tra assessori, consiglieri e fascicolo ufficiale, e probabilmente questo ricorso non ci sarebbe stato. Nemmeno la maggioranza faticosamente tenuta insieme, voto su voto, promessa su promessa, però, avrebbe retto.  Così oggi avremo un luminare. Ben venga,  vedremo cosa decideranno i magistrati.

Ma basterebbe il buon senso per dirimere altre questioni che si trascinano da tempo. Qualche incompatibile che non paga i tributi al Comune, ad esempio, basta una verifica del segretario ma se è necessario venga pure un luminare eh….

Qualche hotel chiuso con ordinanza e poi usato dalla Prefettura, incompatibilità nascoste per un anno, indagini per voto di scambio, un appalto per le mense bocciato, quello sui rifiuti chiaramente “sponsorizzato” dall’assessore che tiene forse più alle squadre volanti da far lavorare che ai documenti della Prefettura. Persino il Tar, nella sentenza, dice che “è comunque chiara e indiscussa la piena facoltà del Ministero dell’Interno di procedere all’adozione nei confronti della ECO.CAR. di ulteriori iniziative sulla base di autonomi e specifici accertamenti che rivelino la sussistenza delle condizioni prescritte dal d.lgs. n. 159 del 2011“. Ciò non osta, a oggi, ad assegnare l’appalto ma è pendente un ricorso al Consiglio di Stato.  Di certo Ecocar – lo scrive Agostino Gaeta con tanto di lettera dell’Anac – si è vista cancellare l’annotazione negativa. A che gioco stiamo giocando? Intanto ai dipendenti di Camassa che lamentano carenze della ditta rispetto ai mezzi a disposizione e alle squadre “volanti” è stato già promesso che il 16 novembre – giorno dopo l’udienza – si farà l’atteso passaggio. Chiacchiere? Chissà… 

E non serve un luminare – o forse sì? – per procedere con quanto previsto dalle risposte della Ragioneria dello Stato che ha bocciato su tutta la linea (o quasi) le risposte del Comune, chiesto indietro i soldi al segretario che nel frattempo si è visto liquidare il dovuto come “premio” per il 2014. Speriamo che in consiglio comunale qualcuno chieda conto delle procedure che il sindaco ha avviato per questo e per tutte le altre indicazioni di quella ispezione. 

Nel Comune 3.0, poi, servirebbe un sistema informatico degno di tale nome, non programmi comprati in libertà da ogni settore, con alcuni – se è vero siamo rovinati – che neanche “dialogano” tra loro, continui quanto costosi “data entry“, il cassetto tributario che risponde urlando (in maiuscolo) agli utenti, ditte che hanno ormai un’esclusiva assoluta su cose che non funzionano come dovrebbero.

Un luminare, ma anche no, servirebbe per capire come si recuperano 17 milioni di euro di residui attivi – molti dei quali sui rifiuti – precedenti al 2010. O per il porto, dato che il sindaco dice una cosa in assemblea dei soci della Capo d’Anzio e ne fa un’altra in Comune.

La realtà, forse, parlando di luminari, è che come si dice ad Anzio “qui non ci mette una pezza manco Gandolfo” per come è ormai precipitata la situazione. E Bruschini lo sa.

Grazie Roger, adesso per favore basta giocare alla guerra

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L’immagine di Roger Waters bambino in braccio al padre che ci ha accompagnato nei giorni in cui il grande musicista è diventato nostro cittadino onorario apre il film. Il certificato che parla del padre, morto ad Anzio, è lì sullo schermo in una sala non da tutto esaurito ma comunque gremita. Di quello che è successo in Italia con gli sbarchi alleati e di Anzio si parlerà ancora in un film per il quale dobbiamo dire solo grazie al nostro concittadino.

Sono oltre due ore intense, commoventi, belle, soprattutto che ci danno un messaggio di pace preciso. Nella grande parete di volti che chiude il film, fatta di persone decedute nelle guerre più disparate, c’è il senso pieno di quello che Waters dice al mondo.

E’ assolutamente condivisibile quello che afferma Luca Marra “Waters racconta l’inutilità della Guerra, il muro esempio famigerato del confine, delle divisioni, del dolore“. Sapevamo che aveva perso il padre, per esempio, non che la precedente guerra aveva portato via il nonno. Ci si commuove quando lui e i pronipoti si fermano davanti a quella croce, in un cimitero francese.

Ciò che interessa qui è che davanti agli occhi di milioni di persone è riecheggiato e riecheggerà il nome di Anzio, per questo il film è una grande occasione. Occorre crederci, però, fare come all’avvento della Palmolive. Racconta Castore Marigliani che gli americani chiedevano infrastrutture, certezze, e lui diceva sempre di sì. Ammettendo di non sapere, in quel momento, dove avrebbe trovato i soldi ma di avere chiara in mente l’opportunità che quell’investimento avrebbe dato.

Per questo farà bene il sindaco, Luciano Bruschini (ieri sera in sala c’era la delegata all’archeologia, Valentina Salsedo) a scrivere a Waters e ringraziarlo, dicendogli che Anzio è a disposizione come città della pace, di tutti i muri abbattuti. E’ una grande opportunità.

Tuo padre sarebbe fiero di te” – questo racconta rispetto a un incontro con un ferito in battaglia. E noi dobbiamo essere fieri di averlo come cittadino onorario, provando a coinvolgerlo in un grosso progetto che possa essere al pari della Palmolive più di 50 anni fa.

Allora, fermo restando il rispetto per chi ha combattuto e ha lasciato la vita qui, ricordando sempre l’onta dello sfollamento delle nostre famiglie, cominciamo il 22 gennaio a non rievocare più la guerra. Diciamo basta a finte battaglie che porteranno, è vero, tanta gente, ma sono il messaggio esattamente contrario a quello che non uno qualsiasi ma un personaggio del calibro del nostro concittadino onorario ha lanciato. Non da oggi.

I soldatini tanto cari a chi – sia pure meritoriamente – con lo sbarco si è ritagliato un ruolo, mandiamoli in soffitta con le loro divise che sanno di naftalina.  Giocare alla guerra non serve, quando abbiamo un’occasione come questa da immaginare quale grande, immenso, messaggio di pace. Da Anzio a Salerno, a Roma, alla Normandia….

Un progetto di respiro europeo che faccia essere fieri quanti – nelle nostre famiglie – hanno conosciuto quella guerra e la sua distruzione.

Quanti problemi per un non-candidato. Ah, già… non garantisco

Li vedo, intorno a un tavolo, a preoccuparsi di una candidatura che non c’è. E mi diverto, pensando che quanti sono nel sistema politico di Anzio da una vita sono tanto preoccupati di un non candidato. Certo, non saprebbero altrimenti come trascorrere qualche ora e devono disquisire di “strategie” e “che c’è dietro“, ma a oggi – non so più in che lingua dirlo – le possibilità che io sia candidato sono le stesse degli altri 43.266 iscritti alle liste elettorali del nostro Comune.

I quali hanno diritto di candidarsi, ma anche il dovere di essere cittadini attenti alle vicende che li circondano. Mi annovero tra questi ultimi da tempo, se ciò dà più fastidio perché i grandi strateghi hanno la certezza della mia candidatura mi spiace per loro. Tempo fa, in Consiglio comunale, Pino Ranucci ha detto che se tutti coloro che sono lì da una vita avessero fatto anche una sola cosa per la città oggi Anzio sarebbe diversa. Ha ragione. Se perdessero meno tempo tra “strategie” e quella che chiamano “politica“, tra messaggi trasversali e ipotetici candidati, staremmo meglio.

Ho chiarito da tempo la mia posizione, quando Controcorrente ha dato per certa la mia “discesa in campo” ho spiegato, successivamente, e credo di averlo fatto in maniera puntuale e chiara. Rileggere per credere.

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Ma chi trascorre il tempo a fare l’interpretazione autentica di ciò che legge e ad avere certezze che non mi appartengono ha dato un’altra versione. Risultato? Sono candidato, aiuto!, non posso più scrivere.

Porto a Luciano Bruschini il rispetto personale e istituzionale che conosce, ma se è lui il primo a dire che si vota nel 2018 cosa ha da preoccuparsi? E’ una esordiente Laura Nolfi, così come Marco Maranesi, per questo dovrebbero avere meno certezze di chi è parte del sistema e più dubbi, ma la prima dice che si vota nel 2018 facendomi gli auguri per l’ingresso in politica e il secondo mi cita nei comunicati come candidato. State sereni….

Rispetto alla presunta incompatibilità – che più di qualcuno agita in Comune – intanto invito a vedere quelli che lo sono davvero da Consiglieri comunali (tra hotel difesi e tributi non pagati), poi tranquillizzo: io faccio il giornalista, è il mio lavoro, questo blog è un diletto ma segue comunque le regole della professione. Qualora mi candidassi ci sono norme  che sarò il primo a rispettare. Ma si vota nel 2018, quindi tempo al tempo….

La cosa più divertente di chi “vive” di politica? E’ che “non garantisco“. Cioè? Cosa significa? Se garantire vuol dire nascondere le incompatibilità, quelle vere, nei cassetti per un anno no, nessuna garanzia. Se significa dare soldi senza criteri a una miriade di associazioni con spettacoli spesso di dubbio gusto per accontentare chi è in maggioranza no, non garantisco. Se significa dire apertamente che si preferisce un’azienda piuttosto che un’altra – dopo regolare gara e procedure corrette – per i rifiuti ebbene no, nessuna garanzia. Se vuol dire votare una cosa in assemblea e farne un’altra in Comune per il porto mi spiace, non garantisco. E se annuncio che tolgo i mercatini – senza criterio né controlli – in piazza, poi lo faccio, non garantisco l’assessore giustamente ribattezzato “alle bancarelle“.  Se devo dire che faccio il 3.0 e poi far ridere il mondo con l’informatica e consentire a dirigenti e funzionari di avere ognuno il proprio “orto” – inutile per i cittadini – non garantisco.

L’elenco sarebbe molto più lungo, ma voglio chiudere con qualche certezza per i benpensanti – vecchi e nuovi – della politica di casa nostra: sono fuori da un sistema com’è stato inteso finora, a oggi sono un non-candidato, continuerò a essere un giornalista che tiene alla sua città e la racconta, questa è l’ultima volta che intervengo sull’argomento.

Tenetevi le vostre certezze, ma per piacere pensate prima alla città. Grazie!

Waters, lo sbarco, la grande occasione per “costruire”

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La cittadinanza onoraria a Roger Waters va annoverata tra gli atti più importanti fatti dal sindaco Luciano Bruschini e – in generale – dalla classe dirigente di questa città nel corso degli anni.

Ne abbiamo eco ancora oggi, con il film “The Wall” che esce nelle sale il 29 e 30 settembre e sarà proiettato  anche ad Anzio. Bene ha fatto il sindaco a ribadire di essere orgoglioso delle scene girate qui. Dobbiamo esserlo tutti.

Questa è la conferma che Waters – che ha girato parte delle scene a Tor Caldara – “tiene” alla cittadinanza conferita e che averlo tra gli anziati – sia pure in modo onorario – era ed è una grande occasione.

Se cominceremo, una volta per tutte, a immaginare lo sbarco come un momento sul quale costruire e non fare pagliacciate fuori dalla storia, allora il legame con Waters sarà la grande occasione.

Immaginiamo un vero museo, legato alla Normandia, legato alla liberazione di Roma, un percorso a ritroso verso i luoghi di sfollamento dei nostri padri e dei nostri nonni, la costruzione di una memoria che parli al mondo di pace.  E che lo faccia tutto l’anno, non solo il 22 gennaio.

Certo, i soldati mascherati e irridenti che ci hanno riservato le ultime ricostruzioni “storiche”  vanno nella direzione esattamente opposta.

Allora il sindaco Bruschini decida se investire sulla “risorsa” Waters in un progetto di respiro europeo e fare finalmente dello sbarco alleato un reale biglietto da visita della città, o restare a compiacersi di un concittadino così illustre tenendosi però le carnevalate.

ps, nota polemica: i cancelli delle scuole di via Ambrosini e le parti “visibili” al passaggio dell’illustre cantante vennero verniciati in occasione della cittadinanza onoraria. Il resto delle inferriate era arrugginito e nel frattempo è peggiorato….

Delega intercettazioni, attenzione ai nuovi tentativi di bavaglio

bavaglio

L’avesse fatto il governo Berlusconi le grida si sarebbero sprecate. Anzi, saremmo già andati in piazza. Ammettiamolo senza problemi, al punto di concordare con la puntuale ricostruzione del Fatto Quotidiano. A maggior ragione se c’è chi prima le pensava in un modo e oggi in un altro sull’argomento.

E’ vero che i giornalisti potranno dire la loro, vero che non c’è ancora nulla, ma la voglia di bavaglio resta elevata come ricorda la Fnsi e non solo in Italia.

Siamo alle solite: anziché preoccuparsi di cose molto più serie, la prima preoccupazione di chi governa è evitare che i cittadini conoscano i fatti. Con la scusa delle intercettazioni – per le quali esistono regole e sanzioni – si vuole impedire di rendere noto quello che succede. Con la scusa della privacy – ma qualcuno rileggesse l’articolo 6 del nostro codice deontologico, per piacere – si cerca di tutelare chi nell’ambito di un’inchiesta ha usato frasi utili ai magistrati per l’ordinanza di custodia che lo riguarda.

Non proviamo a girarci intorno, insomma, questa delega è l’ennesimo tentativo di censura. Dobbiamo rispondere no, come abbiamo fatto sempre, e continuare a fare il nostro dovere di informare, per rispettare il diritto dei cittadini a sapere.