Lotta al caporalato giornalistico, un documento da condividere

Che succederebbe se dalla sera alla mattina aprisse un cantiere nella piazza centrale di una città, con il solo cartello del direttore dei lavori e dentro una serie di persone che lavorano senza alcuna tutela? Una volta scoperto, noi giornalisti faremmo aperture di pagina e grideremmo allo scandalo. E’ quello che accade quando, puntualmente, si scoprono gli immigrati a raccogliere pomodori o kiwy, molti dei quali fuggono per evitare i controlli. E noi scriviamo, salvo fuggire com’è accaduto in passato ad alcuni colleghi e come – purtroppo – accadrebbe oggi. L‘Associazione stampa romana ha approvato  un documento assolutamente condivisibile da questo punto di vista. L’ha fatto conoscendo la situazione e avendo sostenuto, da anni, che nessuno vuole chiedere a editori, spesso avventurieri, a Latina ne sappiamo qualcosa, tutte assunzioni articolo 1. Stampa Romana è sempre andata incontro a chi, colleghi (pochi) ed editori (pochissimi), ha chiesto di regolarizzare le posizioni. Dimostrando che era ed è possibile assumere con un contratto giornalistico a costi uguali a quelli sostenuti oggi con improbabili formule.

Nel frattempo tanti giovani e non che accettano qualsiasi cosa pur di “lavorare“, tanti pronti a sostituirli anche a meno di quel minimo compenso, alla stregua di un moderno esercito salariale di riserva di marxiana memoria. Ma anche tanti – dalle associazioni imprenditoriali a importanti aziende pubbliche, fino a imprenditori in tutt’altri settori che decidono di fare gli editori spesso con mire politiche – che le regole preferiscono calpestarle. Quando scoppiano le crisi, poi, allora ci si ricorda del sindacato e si cerca di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. A chi scrive si dirà semplicisticamente – com’è accaduto in passato – che tanto è al “caldo“. Ignorando che sta vivendo uno stato di crisi e pagando – insieme agli altri che versano all’Inpgi – casse integrazioni e disoccupazioni anche di chi in passato ha accettato di tutto, salvo poi scoprire il sindacato.

La lotta al caporalato del documento che si propone a seguire, è assolutamente condivisibile.

stamparomana

Associazione Stampa Romana

Anche negli anni ruggenti della stampa, delle tipografie con la stampa a piombo, esistevano fogli e giornali che pubblicavano senza rispettare le norme di legge: scritti da chi non era iscritto all’Ordine, non registrati nei tribunali, senza alcuna regolarità contrattuale e che non garantivano contributi previdenziali, ferie e gli altri diritti fondamentali del lavoratore.

La cronaca si sostituisce oggi alla storia. Il web rilancia e moltiplica il tema.

Esistono testate soprattutto ma non solo on line, dal Pontino alla Tuscia passando per la provincia di Roma in cui si assiste a una completa deregulation, in cui la logica del più furbo e scaltro è l’unica vincente.

Ci sono redazioni in cui non si fanno contratti regolari, in cui non si pagano contributi previdenziali e sanitari, in cui i collaboratori sono pagati un tanto al chilo, ogni tanto al chilo e a volte sono addirittura costretti ad anticipare le spese.

Ci sono testate on line che non sono neanche registrate.

Il far west determina una concorrenza sleale nei confronti del giornalismo professionale, delle testate regolarmente registrate, di tutti quegli editori che, pagando i contributi, fanno vivere i nostri istituti di categoria.

Stampa Romana raccoglie la preoccupazione dei colleghi e delle colleghe costretti a vivere quotidianamente nell’incertezza, invitando chi lavora in condizioni di sfruttamento e di autentico caporalato a uscire dalla logica del ricatto per pochi spiccioli e a denunciare l’illegalità diffusa.

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione chiede pertanto all’Inpgi di attivare le ispezioni per ristabilire la legalità e all’Ordine dei giornalisti di controllare chi esercita la professione (anche negli uffici stampa), comminando inoltre le opportune sanzioni qualora se ne ravvisassero gli estremi.

Il sindacato vigilerà anche affinché qualche furbetto tra gli editori non faccia il gioco delle tre carte per intascare gli sgravi contributivi che l’Inpgi si appresta a varare.

Il Consiglio Direttivo ASR

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2 pensieri su “Lotta al caporalato giornalistico, un documento da condividere

  1. Si tratta di affermazioni, ragionamenti, argomentazioni, del tutto condivisibili.
    Beh, sarebbe difficile il contrario.
    Tuttavia ho qualche perplessità, che non vorrei fosse travisata per quel che non è (ovvero solo una valutazione più o meno politica, nel senso vecchio del termine), ed è piuttosto semplice: dove era il sindacato quando tutti quei cantieri aprivano in piazza? Non continuiamo a raccontarci che i cagasotto della categoria hanno sempre chiuso gli occhi e lasciato che le cose andassero liberamente, almeno finché si aveva il sedere al riparo… Non è così. E comunque, anche di fronte ad eventuali viltà ed occhi chiusi di alcuni, il sindacato avrebbe dovuto battere i pugni sul tavolo, reclamare ispezioni, controlli e regolarizzazioni in tutti – ripeto: tutti – quei casi in cui le regole del contratto venivano calpestate bellamente.
    A volte è accaduto, ma non mi risulta sia stata la norma quotidiana.
    Salvo produrre interessanti indagini (bella scoperta, un vero scoop) per rivelare che c’era, c’è e forse ci sarà ancora, gente che scrive per tre euro a pezzo. Poi, magari, realisticamente, mettiamoci una mutanda di ferro da imprenditore/prenditore della Rete e domandiamoci quanto pagheremmo noi per quindici righe copiate male col taglia e incolla da un altro sito…
    E ancora: quando ci chiederemo seriamente se il finanziamento pubblico dei giornali, che in varie forme esiste, sia concepito a misura di equità. Dire che ogni testata che chiude è un danno alla democrazia (e alla cosiddetta libera circolazione delle idee, comprese quelle abnormi) è una frase fatta, a mio avviso, pericolosissima. Se da un lato infatti non è in discussione che un’impresa fatta realmente da giornalisti (una società, anche cooperativa, vera e non cartacea…) meriti incentivi e sostegni fino al raggiungimento del suo obiettivo, ovvero un relativo successo che consenta l’autonomia gestionale e magari anche un utile, non trovo altrettanto condivisibile che si debbano mantenere, con i nostri soldi (o “anche” con i nostri soldi) fogli che nessuno acquista e che, spesso, neppure arrivano in edicola… Ma che hanno l’innegabile imprimatur di essere “organi” di qualcosa politico che rende lecito non solo vivere a sbafo ma anche vantarsene.
    Non faccio esempi, ma i numeri dei contributi ancora esistenti sono pubblici e ognuno, se vuole, può ragionarci.
    Si dirà: è vero, ma in quelle redazioni c’è chi lavora, magari sottopagato, magari sperando in un domani diverso in un giornale “vero”. Possibile, ma la dimensione della crisi, la situazione economica della previdenza dei giornalisti (e anche alcune cosette ancora poco definite in materia), la realtà di che cosa sono oggi l’Ordine dei giornalisti e il sindacato dei giornalisti, sindacato di fatto unico mi preme ricordare, a mio parere non consentono più sconti.
    Abbiamo, caro Giovanni, visto e vissuto editori poco seri, altri migliori e ne vedremo ancora. Ma tra un truffatore oltre i limiti del Codice penale ed un altro con il quale “si può trattare” a tavolino per salvare capre e cavoli non riesco a trovare grandi differenze.
    Credo sia tempo di indire un digiuno dalle illusioni: limitare l’iperproduzione di splendidi giornalisti teorici cresciuti in scuole a caro prezzo, ripristinare l’anacronistica – ah! – tabella dei minimi (il cosiddetto tariffario dell’Ordine) in barba ai dettati dell’Authority, scoraggiare chi si lascia sfruttare. Anche perché, soprattutto nelle grandi aziende, la cosa ha sempre funzionato così: anni di sfruttamento, un lustro di precariato e poi, se non sei troppo riottoso, riuscirai a entrare. Magari quando arrivano gli incentivi pagati dagli italiani per far risparmiare gli editori.
    No, direi che sono proprio contrario: chi scrive un articolo vero (non un post scopiazzato) deve trovare più dignità. Oppure cambiare mestiere e non è detto che sia un danno.
    Quanto al tuo impegno sindacale ti auguro successo, servono colleghi con la schiena diritta. Insisti.

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    • Grazie direttore, spesso – è vero – il sindacato è stato assente di fronte a quei cantieri. Con una frase fatta dico: meglio tardi che mai. Anche se forse è veramente troppo tardi… Un caro saluto

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