La dichiarazia e i messaggi trasversali, se pensassero ad amministrare…

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C’è un interessante libro del giornalista Mario Portanova, si chiama Dichiarazia (Bur, Milano, 2009) ed è di assoluta attualità per quello che stiamo vivendo ad Anzio in questi giorni. Nella quarta di copertina c’è una frase di Giorgio Bocca: “Ognuno dica la sua, che sommata alle altre finisce nel pentolone del niente“.

Il libro è, anche, una sferzata alla nostra categoria fatta sempre più di copiatori e incollatori anziché di cercatori di notizie, di riempitori di spazi più che di attenti osservatori della realtà. Ma è solo un aspetto del problema. Ormai da giorni, nella nostra città, c’è la corsa al comunicato – con ampio uso/abuso del sito istituzionale dell’Ente – per dire a suocera affinché nuora intenda. Ha avuto spazio Piccolo? Ecco Zucchini. Parla Cafà? Replica Placidi. Maranesi chiede le dimissioni dell’assessore all’ambiente? Lui, sempre sul sito istituzionale, lo bacchetta. E’ un mandarsi messaggi e parlarsi addosso che capiscono in pochi.

Se poi quello che sprezzatamente, insieme ad altri, viene ritenuto un “giornaletto” scrive del terremoto e di presunte dimissioni di due assessori, allora interviene pure il sindaco. Oh, la Cafà e la Nolfi si erano dimesse davvero, così il primo cittadino fa sapere che lui ha respinto le dimissioni, conferma la fiducia e via discorrendo.

C’è chi copia e incolla: chi-che cosa, dove, come, quando e perché sono evidentemente rimosse. Già, perché si sono dimesse? Nessuno lo dice. Loro pure comunicano, ma evitano l’argomento e ringraziano il sindaco. Citano una sua lettera, confermano vicinanza, ma perché si sono dimesse? Mistero. Non siamo al condominio, ma ad amministrare una città, un po’ di trasparenza non guasterebbe.

Invece no, “messaggi“. Le dimissioni, a quanto sembra, lo erano per Placidi. Ci sono di mezzo la visita dell’antimafia in Comune e la storia degli ispettori ambientali. Pare che su questi ultimi, in giunta, fosse stato detto che erano altra cosa e non la ripetizione di quanto fatto un anno fa e sotto inchiesta in Procura. Tutto chiarito? Chissà. Nessuno lo dice, nessuno lo chiede.

In serata l’assessore Placidi usa la sua pagina facebook per dire che la revoca dell’interdittiva alla Ecocar “giova al paese“. Che lui facesse il “tifo” per questa azienda – e non si capisce ancora il perché un assessore debba preferire una ditta appaltatrice anziché un’altra- era noto. Sull’interdittiva una cosa è certa e l’ha scritta Agostino Gaeta: non può passare un anno per sapere che fine fa un’azienda, con quello che ne consegue nei Comuni. Detto ciò andrà capito il motivo per il quale – anche lì usando il sito istituzionale – ci si affretta a intervenire sulla vicenda della Dda in Comune proprio per la Ecocar.

Tra un messaggio e l’altro, dimissioni date e ritirate (un tempo si davano e basta, il mondo cambia però…) c’è una considerazione: se al Comune dedicassero ad amministrare 1/4 del tempo che usano per comunicati, strategie, capire chi dà le informazioni ai giornali e perché, trovare lo spettacolo per un’associazione amica, vedere chi sarà il prossimo sindaco e via discorrendo, questa città starebbe meglio.

Ah, a proposito di giornali. Normalmente hanno delle fonti: dirette, ufficiali e ufficiose. Queste ultime sono fondamentali. Se ne facciano una ragione i profeti della dichiarazia e i cacciatori di streghe.

Bravo sindaco, fine delle bancarelle. Speriamo

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Ho dato disposizione, non oggi ma ieri, che i mercatini in piazza li devo autorizzare io“. Luciano Bruschini lo ha detto in consiglio comunale, da l’altro ieri in poi è il sindaco a dire se le bancarelle che sistematicamente stanno invadendo la piazza possono essere autorizzate o meno.

Lui che di solito “non sa” deve essersi reso conto che tra un centro commerciale naturale perfettamente inutile, un’associazione che organizza ogni genere di mercatino, altre che arrivano, propongono e vedono liquidarsi la fattura “numero uno” sistematicamente, qualcosa non quadra.

Così dovrà autorizzare lui, non si passerà più per Giorgio Bianchi ma per il sindaco ovvero il suo delegato dovrà sottoporre a Bruschini (e convincerlo) che il mercato dei fiori piuttosto che i presepi con il criterio “secondo me va bene” sono positivi per la città, magari in termini di suolo pubblico, e non solo per chi organizza e percepisce – speriamo secondo i crismi dettati dalla legge – un riconoscimento economico.

L’assessoretto – lo chiameremo così finché continuerà a definire “giornaletti” quelli locali dove si impegnano tanti  colleghi, candidandosi a degno erede di Sergio Borrelli  – è rimasto imperterrito al suo posto. Lo ha fatto anche dopo l’inversione a “U” sul nuovo regolamento del commercio che aveva provato, invano, a far saltare dopo la commissione, smentendo poi in una conferenza stampa le ricostruzioni di quanto era accaduto (e veniva confermato) in Comune.

Nessuno gli ha ricordato ieri che se parliamo di un supermercato in centro e di Carrefour in particolare è perché qualche mese fa è stato lo stesso Bianchi a dirci che c’era un interesse del gruppo francese.

Resta il fatto che sul commercio si naviga a vista, ma la programmazione è da assessori, mentre le bancarelle da assessoretti.

Bravo sindaco, dunque, speriamo solo che stavolta quello che si afferma in Consiglio abbia conseguenze nella realtà. In passato non è stato così.

Porto: un tweet, la proposta del Pd, le scomposte reazioni di D’Arpino

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E’ bastato un “tweet” a scatenare un mezzo putiferio. Recita: “Porto dei cittadini. Il Pd di Anzio lancia azionariato diffuso per evitare che società finisca in mani private”. Una comunicazione in diretta, fatta da chi scrive, durante la conferenza stampa che era in corso nella sede del Pd, dove veniva presentata una proposta. Il che è già notizia, dopo anni di “rincorse” a dire che le procedure erano sbagliate e a non approfondire – invece – quello che Aurelio Lo Fazio, da solo, denunciò sin dall’inizio ovvero che Renato Marconi era già socio di Italia Navigando e che quindi non era pubblica come ci avevano fatto credere.

Il punto non è questo, comunque, ma la reazione scomposta – altro che dotte citazioni di Seneca…. – che il presidente delle dimissioni annunciate ma non formalizzate, Luigi D’Arpino, ha avuto. Annunciate e rispedite al mittente dal sindaco che in Consiglio comunale gli ha confermato la fiducia. Dimissioni beffa, insomma, a meno che D’Arpino ora non ci smentisca e le dia per davvero. Reazione su facebook – quello che si legge nella foto è solo l’inizio, ma basta e avanza – e nelle dichiarazioni rilasciate al Clandestino. Dimenticando di essere il rappresentante istituzionale nella società pubblica che deve (dovrebbe) realizzare e gestire il porto, anziché entrare in questioni di merito attacca. Nei giorni precedenti, sempre usando facebook, aveva dato dei “cazzari” ai giornalisti che scrivevano della candidatura, annunciata da lui, della moglie a sindaco. Nel frattempo è stato anche a Young tv e ha usato parole pesanti – o meglio da denuncia – nei confronti di ormeggiatori e forze dell’ordine che controllano il porto. Speriamo che sia già andato in Procura o che, nel frattempo, siano state acquisite le registrazioni e che si vada fino in fondo. Perché sono affermazioni gravi, fatte da chi rappresenta il socio pubblico nella “Capo d’Anzio” e non da chi passa per strada… Da chi ha un ruolo istituzionale e per questo ha – avrebbe – il dovere di mediare o eventualmente di denunciare nelle sedi opportune.

Non c’è dubbio che sul porto c’è chi abbia vissuto e viva di rendite di posizione, abbia sentito “suo” e non della collettività il bacino portuale. Qui – e prima ancora dalle colonne del “Granchio” – lo si sostiene da anni.

Ma il punto è ancora un altro. Fatte le debite proporzioni: cosa sarebbe successo se il presidente dell’Expo, manifestazione destinata a rilanciare le sorti dell’Italia avesse usato toni a dir poco “coloriti” come quelli di D’Arpino? E se il presidente del futuro comitato per ospitare le Olimpiadi del 2024 cominciasse a dare dei “parassiti” ai titolari delle bancarelle intorno allo stadio? Immaginiamo che capirebbe da solo di dover rassegnare il mandato. Il porto è per Anzio, così ci ripetono da anni, l’occasione di rilancio e chi scrive ci ha creduto e ci crede ancora.

D’Arpino è stanco, ne ha sopportate di tutti i colori come dice lui e dobbiamo credergli, ma fa il presidente della “Capo d’Anzio” per una indicazione squisitamente politica. Era un papabile candidato sindaco, si misero d’accordo Candido De Angelis e Luciano Bruschini, quest’ultimo sindaco e D’Arpino presidente della società del porto che aveva visto – in quel ruolo – il compianto Gianni Billia e Antonio Baldassarre. Oggi, con certe dichiarazioni, D’Arpino si fa fuori da solo. E’ evidente che non può restare lì a rappresentare il socio di maggioranza ovvero la città. Da persona intelligente qual è avrebbe dovuto andarsene prima, quando il sindaco in assemblea dei soci diceva una cosa e poi in Consiglio comunale un’altra. Ora il sindaco dovrebbe intervenire, ringraziare e passare oltre. Non prima di aver dato risposte a domande alle quali sfugge dall’ingresso di Marinedi a oggi.

D’Arpino ha anche rinunciato a parte dell’emolumento per far quadrare il bilancio 2014, gli va riconosciuto, ma va ricordato che resta tra i creditori della società per i soldi da presidente dal 2008 a oggi. Lui come gli altri componenti del consiglio d’amministrazione passati e presenti. E’ un debito – uno dei tanti, circa 2 milioni – che la “Capo d’Anzio” ha.

Pari pari a quello nei confronti di chi ha preparato il progetto “Life” e non ha visto un euro, oggi ha un decreto esecutivo ma di fatto inutilizzabile, mentre con i soldi arrivati dall’Unione europea “è stato fatto altro” – come disse il dirigente dell’area finanziaria in Consiglio comunale. Cosa è stato fatto? Ed è vero che si rischia di entrare in una procedura di infrazione della Ue? E la proposta del Pd di aumento di capitale, piaccia o meno al presidente dimissionario D’Arpino, è fattibile o non? Le alternative sono la liquidazione della società oppure la cessione delle quote del Comune come ha suggerito lo stesso dirigente dell’area finanziaria? E se quelle quote vanno cedute è vero o meno che Marinedi ha un diritto di prelazione? Sono domande alle quali la città deve avere le risposte, non il Pd o chi scrive, tanto meno gli operatori, almeno fino a quando il 61% resterà del Comune.

Perché se proviamo a guardare al futuro – e sarebbe ora, conosciamo a memoria i pareri “a soggetto” e tutto il resto che fa parte di un pessimo passato – il rischio che arrivi un privato al 100% era, è e resta dietro l’angolo. Si deve avere l’onestà di dirlo ai cittadini, a cominciare da quelli che hanno votato il centro-destra come il presidente dimissionario ci ripete a ogni occasione.

Porto, finiamola di prenderci in giro

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L’amministrazione comunale non ha idea del da farsi sul piano operativo di razionalizzazione della Capo d’Anzio, a conferma del fatto che sul porto si naviga a vista o, peggio, si lavora nelle segrete stanze.

Questa mattina in cartella non c’era altro che la relazione del dirigente dell’area finanziaria, secondo il quale dovremmo dismettere le quote e basta. Buttando al vento 15 anni di impegno, di voti unanimi del consiglio comunale, di specifici mandati a sostenere il progetto della Capo d’Anzio, le difficili (e ostacolate) pratiche per arrivare all’accordo di programma e alla concessione.

Il capogruppo del Pd Andrea Mingiacchi ha messo nero su bianco che in cartella non c’è nulla, quindi venerdì in consiglio comunale l’argomento non può essere trattato.

Era una scadenza di legge fissata al 31 marzo, ma com’è noto qui a rispettare le leggi non siamo così bravi. Intanto mettiamola all’ordine del giorno, poi si vedrà. Questo devono aver pensato in maggioranza. Ignorando – o fingendo di ignorare – che un piano la Capo d’Anzio l’ha fatto e ha avuto il via libera del sindaco. E’ di dicembre 2013, approvato dall’assemblea dei soci un anno fa, “razionalizza” e spiega come una società nata per fare il porto oggi abbia intanto la possibilità di gestirlo e portarlo avanti rivedendo il crono-programma e poi di realizzare almeno il bacino interno per “fasi”. I consiglieri comunali lo sanno o vivono nel mondo delle favole?

Chi lo sa per certo è il  dirigente dell’area finanziaria, Franco Pusceddu, non fosse altro perché fa anche parte (per legge e gratuitamente) del consiglio d’amministrazione della Capo d’Anzio. Ai capigruppo avrebbe riferito oggi che il Comune non è in grado di procedere a un piano operativo, gli uffici non ce la fanno. Altro “tassello” verso la dismissione. Nessun capogruppo, immaginiamo, ha provato a controbattere e così venerdì avremo si è no una discussione. Né qualcuno, ma eravamo assenti, avrà sentito il bisogno di chiedere perché il controllo analogo sulla Capo d’Anzio non c’è stato – e perché – o il motivo per il quale in bilancio la fideiussione non c’è.

E i capigruppo hanno avuto sentore di una citazione in giudizio, a tre anni di distanza dall’ordine del giorno che diceva al Comune di andarsi a riprendere le quote, con la quale si fa causa a Marconi per pagarlo a prezzi di mercato? Vero, c’è stata la delibera recente per riprenderci le quote, ma è il caso di decidere una volta per tutte cosa intende fare il Comune di Anzio con il porto in quanto, ancora, socio di maggioranza della società. E’ una cosa che sosteniamo da tempo, sottolineando come il sindaco una cosa faceva in assemblea e un’altra ne diceva in Consiglio comunale. Ora le carte sono scoperte: finiamola di prenderci in giro. Possiamo tenere la Capo d’Anzio, dimostrando da qui al 2017 che non è da dismettere? Bene. Possiamo continuare con il piano finanziario messo a punto da Marconi? Bene. Intendiamo mandare via il socio privato? Spieghiamo perché  nei tre anni scorsi abbiamo dormito e come e dove prendiamo i soldi oggi, altrimenti è demagogia. Intendiamo fare una “evidenza pubblica” per cedere le quote? Spieghiamo il perché.

Un’ultimo capitolo: le dimissioni si danno oppure no. A Luigi D’Arpino va dato l’onore delle armi, riconosciuto che ha rinunciato ai compensi del 2014 consentendo di far pareggiare il bilancio della società, gli va fatto un plauso se il sindaco ritiene e poi si deve voltare pagina. Ci sarà in Italia un personaggio che “fa” porti, è di garanzia per tutti, e può provare a guidare verso la salvezza una società che ha visto presidenti come Gianni Billia e Antonio Baldassarre.   E se il dirigente dell’area finanziaria – che ha messo nero su bianco che non firmerà atti sul piano di razionalizzazione – non intende proseguire con la Capo d’Anzio, si nomini qualcun altro.

Di tutto abbiamo bisogno fuorché di giochi che hanno un solo obiettivo: allontanare la realizzazione del porto e favorire – chi tira la cosa da una parte e chi dall’altra – tutti ma non i cittadini di Anzio.

Porto, qualcosa non torna. Strani silenzi

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Venerdì il consiglio comunale sarà chiamato a esprimersi sul piano operativo di razionalizzazione della Capo d’Anzio. Doveva farlo per legge entro il 31 marzo, ma pazienza. Agli atti, fino a qualche giorno fa, c’era solo la relazione del dirigente dell’area finanziaria – e componente del consiglio d’amministrazione della Capo d’Anzio – secondo il quale, di fatto, il Comune deve disfarsi della sua partecipazione. Ricorda pure, il dirigente, che la Corte dei Conti sottolinea delle criticità rispetto alla Capo d’Anzio per la quale non è stato fatto il cosiddetto “controllo analogo” e non c’è stata l’iscrizione in bilancio della fideiussione. La domanda sorge spontanea: chi doveva farlo? Comunque la linea del dirigente è chiara. Quella del Comune? Silenzio.

Cosa voglia fare ufficialmente l’amministrazione non si sa. Di certo c’è l’ennesimo deliberato del Consiglio comunale che dice che il porto deve essere sotto il controllo pubblico, anzi che dovremmo riprenderci le quote. Cosa difficilmente possibile, dati i tempi di spending review, ma almeno sulla razionalizzazione il Consiglio dovrà dire la sua.

Ebbene un piano c’è stato a suo tempo, ha avuto il via libera del sindaco (rappresentante del 61% pubblico delle quote) in assemblea dei soci, ha portato la Capo d’Anzio ad approvare il primo bilancio addirittura in leggero attivo della sua storia. E’ il piano finanziario con il quale, invertito il crono programma, si è stabilito che la società poteva sopravvivere iniziando a gestire il porto prima di realizzarlo.

Poi il sindaco in Consiglio comunale si è rimangiato tutto, ha riparlato di un bando oggi impossibile, di cacciare Marconi e via discorrendo. Ma un piano di razionalizzazione esiste. Ecco perché qualcosa non torna. Alla Regione che non si presenta per il ricorso al Tar scrive la Capo d’Anzio sollecitando un appello al Consiglio di Stato, mentre “tuona” il Comune che è pronto ad agire in danno – cosa che magari andava fatta anni fa, contro quanti davano pareri “a soggetto” – ma nel frattempo non sappiamo ancora se ci sarà o meno il ricorso contro la sospensiva o se, più semplicemente, aspetteremo il 15 luglio, difendendoci nel frattempo da altri che pensano al porto come qualcosa di loro, quelli del Circolo della Vela di Roma.  Cosa hanno intenzione di fare Comune e Capo d’Anzio? Silenzio.

Intanto sembra che dopo tre anni e dopo aver misteriosamente tenuto nel cassetto il parere dello studio legale Cancrini-Piselli si sia chiesto di procedere contro la mancata evidenza pubblica della scissione di Italia Navigando e la “consegna” all’ingegnere Renato Marconi nelle sue diverse accezioni (Mare 2 spa, Marinedi) il 39% della Capo d’Anzio. Nel 2012 l’operazione era fattibile a livello nominale o poco più, oggi sarebbe un salasso, senza dimenticare che il Comune non ha i soldi – e anche avendoli non potrebbe –  per comprarsi il 39%. Qualcosa non torna. Esiste l’atto di citazione? Chi ha deciso di procedere? Silenzio.

Da oltre un anno, ormai, l’impressione di chi scrive è chiara. Abbiamo scherzato sul porto, perso occasioni, ceduto a vicende “politiche” (le chiamano così), ma si sta ormai “apparecchiando” la tavola a Renato Marconi o a chi per esso. Dimenticando che questo porto è di Anzio e dei suoi cittadini, tutti. Basta con i silenzi, fateci capire.

Porto, il gioco delle parti alla faccia dei cittadini

Prima di leggere il testo originario è bene precisare che Luigi D’Arpino ha confermato le sue dimissioni nel corso del consiglio d’amministrazione odierno. Riunione durante la quale ha rinunciato, insieme all’amministratore delegato, agli emolumenti e consentito al bilancio 2014 di chiudere in pareggio. D’Arpino resterà al suo posto per l’ordinaria amministrazione. Sempre oggi sono stati firmati i contratti con i cantieri e gli altri componenti del Consorzio nautico. Rispetto alla posizione di Pusceddu va invece precisato che è la legge di stabilità (190 del 2014, articolo 1, comma 611 e 12) a indicare la dismissione delle quote pubbliche e che esiste, in tal senso, un parere espresso dal dirigente, il quale avverte anche della necessità di inserire nel bilancio del Comune un fondo rischi per la Capo d’Anzio. A seguire, il testo inserito poco prima delle 14 odierne.

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Gli ormeggiatori hanno vinto il loro ricorso, ne va preso atto e va eseguita la sentenza. Funziona così, le sentenze si rispettano. Vedremo se Comune, Regione e Capo d’Anzio andranno o meno al Consiglio di Stato ma nel frattempo gli ormeggiatori hanno avuto la sospensiva e potranno continuare nella loro attività, fatturando cifre pari a quelle di un settimanale locale, e garantendo i posti di lavoro che  (dicono) se fossero stati assunti dalla Capo d’Anzio erano a rischio o addirittura con condizioni inaccettabili. Il problema non è questo, però, da qui possiamo solo prendere spunto per dire basta al gioco delle parti fatto alla faccia dei cittadini. Chi scrive ha creduto al porto, sostenuto il progetto, chiesto scusa. Ma certe cose sono incomprensibili. Vediamole, allora, queste parti.

Il sindaco di Anzio, Luciano Bruschini: rappresenta la città ovvero il 61% di quote pubbliche nella Capo d’Anzio e ai cittadini non ha mai fornito spiegazioni. Nelle assemblee dei soci ha dato mandato di procedere con il piano finanziario che prevedeva l’inversione del crono-programma dei lavori e l’avvio “in economia” della gestione del porto, aspettando tempi migliori per il raddoppio. E’ nei verbali, non c’è tema di smentita, e il piano finanziario è di dicembre 2013. In Consiglio comunale  – da settembre 2014 – ha detto l’esatto contrario e annunciato un bando che a oggi, ufficialmente, ancora non c’è. Non solo, ha ammesso di non aver mandato via il socio privato Marinedi, leggi Renato Marconi, perché “serviva” ad arrivare fino qui, ma che lo avrebbe fatto presto. Da dicembre 2012, invece, ha un parere che indicava una strada per riprendere quelle quote, con una causa da fare e un eventuale arbitrato, ma sembra che non lo abbia mai visto o comunque non ne ha tenuto conto. Nel frattempo, sempre in assemblea, ha partecipato alla modifica dello statuto per la quale si decide al 70%, dando di fatto il potere di veto al socio privato. A pensar male, si dice, si fa peccato ma spesso ci si indovina. E’ lo stesso sindaco che si fece prendere in giro sul rinvio di una conferenza dei servizi per poi sentirsi dire dalla Regione (gestione Marrazzo/Montino) che il parere sarebbe stato negativo lo stesso. E chi ci dice che in cambio del sostegno elettorale avuto da una parte del Pd al ballottaggio, guarda caso proprio quella vicina a Marconi capitanata da un ex sindaco, deputato e senatore, Bruschini non abbia detto “ma sì, va bene, teniamocelo l’ingegnere e poi vediamo“? Guarda caso quella che voleva si facesse solo il porto interno? Oggi, invece, rilancia su quote e bando, sapendo nel primo caso che è difficile riprendersele e che costerebbe un occhio della testa tutto ciò che Marconi ha fatto, nel secondo che con un ricorso pendente il bando non si può fare. Chi parteciperebbe?

Il presidente, Luigi D’Arpino: si è dimesso, anzi no. Dicono ci abbia ripensato. Se si è dimesso lo ha solo annunciato alla stampa, quindi è tornato sui propri passi… Se voleva doveva andarsene a settembre 2014, quando il sindaco ha sconfessato se stesso e il mandato che aveva dato al consiglio d’amministrazione. E’ lì per scelta politica, è noto, ma operativamente? Di certo con il piano finanziario e l’inversione del crono-programma aveva il dovere di parlare con chi aveva sottoscritto gli accordi per lasciare le concessioni e spiegare che era cambiato qualcosa. L’ha fatto? O davvero si è presentato in motorino dagli ormeggiatori a dire che sarebbero dovuti andar via perché non avevano partecipato al bando? Una cosa gli va riconosciuta: ha sempre detto che c’è chi il porto non lo vuole. Si dimettesse davvero e dicesse chi.

Il dirigente, Franco Pusceddu: valgono buona parte delle considerazioni di D’Arpino, ha portato avanti – da consigliere d’amministrazione inserito lì per legge – le indicazioni dell’assemblea dei soci. Oggi facesse una cortesia: ha o meno il parere della Corte dei Conti che dice che dobbiamo vendere le quote? Ha mai scritto lui in tal senso? O questa corrispondenza è un altro dei misteri del nostro Comune, come il famoso parere sull’incompatibilità di Placidi che dice di non aver mai visto? Vendere le quote significa dire che Marconi ha un diritto di prelazione, quindi che il porto va nelle mani dell’ingegnere.

L’ex sindaco, Candido De Angelis: ha fatto del porto il suo cavallo di battaglia, l’ha lasciato praticamente agli ultimi passaggi, ma si è visto sfuggire di mano tutto, preso più da fare la “guerra” – anche giustamente – a Bruschini e a come stava amministrando la città, all’ex alleato D’Arpino, che dall’arrivare all’obiettivo comune. Una cosa gli va riconosciuta: chi lo criticava per il suo fare dirigista e per la scarsa diplomazia, ha ottenuto con la mediazione meno di quanto ha avuto De Angelis urlando.Oggi proporre come ha fatto lui di deliberare per il tutto pubblico può andare, peccato si rischi di arrivare tardi, anche per convenzione e patti parasociali nei quali – con Marconi allora a Italia Navigando, guarda un po’…. – ci si prometteva reciproco comportamento da gentiluomini. Troppo tardi.

La Regione Lazio: difendersi da un ricorso del genere senza andare al Tar e dopo aver detto, sostanzialmente, che gli ormeggiatori hanno ragione è consegnare la vittoria all’avversario. Questo comportamento è singolare, a dir poco. Siccome siamo stati abituati a pareri “a soggetto” su sollecitazioni della politica, affinché per Anzio sorgessero degli ostacoli, non vorremmo che la prassi si sia ripetuta. Complice il Comune, purtroppo, che non ha mai dato corso ad azioni di responsabilità civile nei confronti di chi ha fornito negli anni indicazioni rivelatesi errate rispetto alle procedure. Oggi, magari, l’avvocatura sarebbe stata più accorta o quanto meno si sarebbe presentata. Resta il dato politico: Zingaretti o chi per lui sapeva? E come si mette con un’opera che se parte rilancia anche l’offerta regionale e che, invece, resta bloccata?

Renato Marconi: l’ingegnere che ha inventato Italia Navigando, amico della politica a tutti i livelli, capace di aprire un contenzioso milionario con la stessa Italia Navigando e di prendersi in cambio dieci porti, Anzio compreso, è in finestra da tempo per prendersi tutto. Lo si è sostenuto qui in tempi non sospetti. Se un giorno dovesse andar via non lo farebbe certo a livello di valore nominale, no…. Marconi è lo stesso che ha fatto ottenere in pochi mesi l’inversione del crono programma in Regione, con Zingaretti presidente e quindi con una amministrazione “nemica” a quella di Anzio, quando il Comune ci ha messo un anno dall’accordo di programma alla concessione ed era presidente Renata Polverini dello stesso schieramento di chi governa la città. E possibile che con l’avvocatura regionale non sia stato in grado di concordare una difesa? Sarà… Di certo se il Comune dovesse dismettere la sua partecipazione sarà pronto a entrare in partita. Per adesso resta in finestra, tanto in questo gioco delle parti c’è l’impressione che più di qualcuno abbia fatto il tifo per lui.

Alla faccia dei cittadini.

Porto addio, che peccato averci creduto

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Va dato atto a Luigi D’Arpino di aver sempre sostenuto che il porto, in realtà, non lo voleva nessuno. Oggi che si dimette e che la fine della Capo d’Anzio e dell’intero progetto sembrano dietro l’angolo, è giusto almeno dargli l’onore delle armi.

Sapremo nelle prossime ore come andrà il ricorso degli ormeggiatori, al quale si è aggiunto quello del Circolo della Vela. Altri ne arriveranno, forse, altri hanno già ottenuto di rivedere i canoni da pagare, altri continueranno a fare affari fuorilegge e impuniti. Solo il Comune non ha mai fatto ricorsi: contro i pareri a soggetto o per riprendersi le quote, come suggeriva un parere pagato con i soldi dei cittadini.

Siamo una città fatta così, gli interessi di pochi prevalgono su quelli della comunità. All’indomani della gara deserta chiesi pubblicamente scusa, dalle colonne del Granchio, per aver fortemente sostenuto la  necessità di un nuovo porto, quel progetto per l’iter che aveva seguito, il diritto di Anzio a essere trattata come Formia e Fiumicino. Oggi dico che è un peccato aver speso tempo ed energie, perché ci meritiamo il porto che abbiamo, con servizi scadenti e senza sicurezza, ampiamente fuorilegge.

E magari ci sarà  un privato a gestirlo, se è vero com’è vero che il dirigente dell’area finanziaria del Comune ha scritto a tutti dicendo che le quote pubbliche vanno cedute in base all’ultima legge di stabilità. Si sapeva anche questo e la dietrologia mi piace poco, anzi pazienza se qualcuno mirava a tanto e ci è riuscito. Magari gli ormeggiatori troveranno il modo di accordarsi, i cantieri e i circoli pure, ma sì…

Una sola cosa, al posto di D’Arpino che dice che solo il sindaco gli è stato a fianco c’era da andarsene prima. Quando lo stesso sindaco, che in  assemblea dei soci dava il via libera all’inversione del crono programma e al piano finanziario rivisto, in consiglio comunale si rimangiava tutto.

Addio porto, è stato un peccato. Davvero.

Il paese normale, la caccia alle streghe

consiglioanzio

Massimo D’Alema non è certo il tipo da stare simpatico a chi scrive, uno per il quale i giornali dovrebbero restare in edicola in segno di civiltà non può godere tanta stima, ma venti anni fa scrisse della necessità di un Paese normale. Quanto ne avremmo bisogno in questa povera disgraziata Anzio di normalità… No, qui si preferisce la caccia ai buoni e cattivi, per fortuna al posto di D’Alema ci soccorre Edoardo Bennato che ormai quaranta anni fa – in un suo indimenticabile album – ci ricordava che divisioni del genere non sempre corrispondono alla realtà. Una premessa necessaria per parlare di una città normale e di bontà e cattiveria, alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni.

Ah, se fosse applicata la legge… I politici darebbero l’indirizzo, i dirigenti lo attuerebbero senza “guerre” tra loro, i cittadini avrebbero il dovuto senza dover far ricorso al politico di turno. Qui no, c’è una commistione tale che ormai il sistema è saltato. Ma proviamo ad andare con ordine.

In un paese normale, con il sindaco in ospedale (ancora auguri, apprendiamo che l’intervento è andato per il meglio) parte della maggioranza non si preoccupa se l’assessore Cafà è andata in Prefettura e ha riscontro mediatico. Né di far saltare, come è successo questa mattina, una commissione. No, fa quadrato e va avanti se ne ha le capacità. Cosa della quale, a dire il vero, dubitiamo da un pezzo. Ma diciamo che dei tanti momenti in cui poteva dividersi – e si è divisa – questo è il peggiore.

In un paese normale, in un Comune gestito bene, il sistema per fare le gare è uno. Le regole sono chiare e si procede. No, qui una gara è stata assegnata e per l’autorità anti corruzione le procedure non sono legittime, un’altra è stata assegnata ma il prefetto ha scritto che l’azienda vincitrice ha problemi con il certificato antimafia e quindi c’è stata la revoca. I buoni e i cattivi… Il segretario che ha chiesto un parere all’Anac è il peggiore del mondo – ma andava bene quando era al quartier generale del sindaco a festeggiare la conferma – i dirigenti che vanno in conferenza stampa a spiegare che hanno fatto le cose per bene (ma nessuno aveva sollevato dubbi) sono bravi e “allineati“.

Poi in un paese normale la segretaria generale dell’Anac non ha fatto parte della stessa associazione di quello del Comune che chiede il parere e la presiede, né si affidano incarichi a chi non potrebbe averli. In questo caso il segretario è di nuovo “buono“, dato che non risulta abbia formalmente sollevato il caso di un dirigente senza laurea né di ruolo, salvo tornare cattivo perché aveva immediatamente sospeso la dirigente Angela Santaniello condannata in primo grado. In un Comune gestito bene, di fronte alla possibilità di una sentenza sfavorevole, la politica avrebbe dovuto dire per tempo: se succede, procediamo così e diamo almeno il tempo di fare il passaggio di consegne. Non l’ha fatto e ha lasciato campo libero al “cattivo“, il quale se non solleva il caso Dell’Accio – è come se un infermiere diventa primario di Medicina, magari facendosi pagare come tale – torna a essere evidentemente bravo. Ah, i sindacati hanno nulla da dire?

Non ci siamo. In un posto normale, con l’Anac che scrive si prende atto e si procede per tutelare il Comune e i bambini che mangiano. Non si giocano partite diverse, com’è stato finora. Fa bene il Pd a convocare il consiglio comunale, dimenticando però di aver presentato un’interrogazione sulla gara e poi di aver sostanzialmente “archiviato” in commissione trasparenza e quindi di avere, attraverso il suo capogruppo, sostenuto sui social network che le “procedure di assegnazione sono state corrette” dopo che la Serenissima ha ritirato il ricorso. Attenzione, perché qui si apre un altro fronte: il “pasionario” Maranesi dice di temere per la sua incolumità, ma nella denuncia che lo riguarda fatta proprio dalla Santaniello si sostiene che supportava tesi vicine a quelle della Serenissima. No, non siamo un posto normale…  Il passaggio di consegne, dicevamo, in un Comune 3.0 bene o male accendi il computer e il sistema dovrebbe andare, qui la funzionaria- nel frattempo tornata a occuparsi di quello che faceva prima – ha indicato una serie di criticità sulle mense, per le quali al posto dell’assessore Nolfi ci saremmo preoccupati non poco, e scritto che i dati non c’erano. Chi li inseriva, però, sembra passato senza colpo ferire dagli uffici della pubblica istruzione a quelli dei tributi, in assenza di atti (almeno nel 2015…) e non si sa a quale titolo. Nessuno se ne accorge o dice nulla.

E mentre c’è chi si preoccupa del perché una sala è stata concessa a un consigliere comunale, nessuno dice che a quella conferenza c’era un cittadino molto “vicino” alla maggioranza, una sorta di “vigilante“, solito muoversi senza problemi anche nell’emiciclo del consiglio comunale. In un paese normale i giornalisti non allineati sarebbero una buona cosa, invece qui passano per “rompic…” quando va bene, persone alle quali mandare messaggi trasversali in altre occasioni.

I giornalisti non allineati o semplicemente più attenti chiederebbero cosa è scritto nel parere legale a supporto della determina con la quale si revoca l’assegnazione della gare dei rifiuti e perché la gara stessa è durata così tanto, mentre paghiamo cifre esorbitanti con le proroghe. Prima ancora lo chiederebbero i consiglieri di opposizione e anche qualcuno coscienzioso di maggioranza, ma nulla…

Un Comune che funziona, una classe politica e dirigente che si presume tale, si preoccuperebbe del rapporto sulle mafie nel nostro territorio  prima di tutto il resto o prima di schierarsi – come sentiamo – contro dipendenti comunali che fanno solo il loro lavoro. E’ già successo in passato, con episodi che hanno rasentato il mobbing, adesso ci risiamo se è necessario addirittura svolgere riunioni di maggioranza relative all’ufficio comunicazione o all’attivissima segretaria (singolare che ne abbia una, questo sarebbe il tema) della Cafà.

Ma siamo ad Anzio, altro che paese normale. Meglio fare la caccia alle streghe.

Il mancato confronto in Consiglio, nemmeno il peggior Simeoni…

L'occupazione del consiglio comunale a Nettuno (Foto il Clandestino)

L’occupazione del consiglio comunale a Nettuno (Foto il Clandestino)

Era pieno di gente. Si doveva essere lì perché chiudeva un’era, perché il sindaco Antonio Simeoni si dimetteva. Era candidato o era stato eletto in Provincia, il particolare conta poco e la memoria del cronista – anche perché parliamo di Nettuno – comincia a difettare. Ma delle dimissioni del sindaco si parlava in Consiglio comunale e l’aula era stracolma. Le incompatibilità, poi, erano una cosa seria. Altri tempi, altra politica, ma nemmeno il peggior Simeoni avrebbe disertato un’assemblea civica su un argomento del genere.

Alessio Chiavetta e la sua maggioranza l’hanno fatto. Dimostrando anzitutto di non avere rispetto istituzionale e poi per i cittadini. Il sindaco si è dimesso, deve far sapere perché e se esce o meno dalla crisi, se ha o meno una maggioranza, se Nettuno torna o non alle urne. Ha il dovere di dirlo al Consiglio comunale e quindi ai cittadini.

Invece Chiavetta – e prima di lui, qualche settimana fa ad Anzio, Luciano Bruschini, che pure già faceva politica ed era sindaco nello stesso periodo di Simeoni – ritiene evidentemente inutile il confronto nella sede democratica per eccellenza. A Nettuno si parlava delle sue dimissioni, non può e non deve bastare una “presa d’atto”. Ad Anzio del porto, finito poi a tarallucci e vino.

I sindaci e le maggioranze che li sostengono hanno il dovere di confrontarsi, sempre e comunque. Il resto è “politichetta”, vecchie logiche che a Bruschini al limite si possono concedere, a un nuovo virgulto della politica come Chiavetta no. Fa bene l’opposizione a non mollare, perché si può amministrare più o meno bene, si possono avere tutti i problemi del mondo con dirigenti, partiti e quello che si vuole, ma al confronto con l’istituzione e la città non ci si sottrae. Mai.

Porto, la replica di Maranesi. E come sempre Bruschini “non sa”

Il consigliere comunale Marco Maranesi ha inteso replicare a quanto scritto poco fa rispetto alla sua posizione sul porto. Ha lo spazio dovuto, anche se al fatto che il sindaco “non sa” credo poco. Leggere i verbali dell’assemblea dei soci per credere. Detto questo, è giusto dare diritto di replica.

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Caro Gianni,

è vero nel 2012 ero all’interno di Forza Italia, ma non ero consigliere comunale e quindi non sapevo dell’ordine del giorno votato dal Consiglio comunale per la riacquisizione delle quote in mano a Marinedi.

Io purtroppo o per fortuna  sono un nuovo della politica locale e sono al primo mandato da Consigliere Comunale, non avrei mai voluto interessarmi nel Nuovo Porto di Anzio della Capo d’Anzio in quanto riponevo la mia massima fiducia nell’azione del Sindaco e del Presidente della capo d’Anzio Luigi D’Aprino.

In questi due anni sulla vicenda porto ne ho viste di tutti i colori. Ordini del giorno votati dal Consiglio Comunale e non rispettati, deleterie conferenze stampa a insaputa della maggioranza e del  Sindaco Bruschini dove di fatto non ha partecipato ed ha fatto bene, bandi per l’assunzione di personale alla Capo d’Anzio che hanno suscitato aspettative lavorative che non ci sono ( sempre ad insaputa del Sindaco), lettere non LEGGITTIME  a firma di un funzionario del Comune di Anzio agli ormeggiatori per lo sgombero delle aree in concessione alla Capo d’Anzio ( sempre ad insaputa del Sindaco)oggetto di un ricorso al Tar e di ulteriore confusione. Detto questo qualcosa non mi torna. Il Presidente D’Arpino e il Dott. Pusceddu, che non sono stati eletti da nessuno, fanno azioni su indicazione del Sindaco e lo stesso Sindaco non sa nulla???? Ti posso assicurare in quanto sono testimone oculare in prima persona che di questi passaggi il Sindaco non sapeva veramente niente. Detto questo sono stato obbligato dal mio senso di responsabilità  per la carica che ricopro nell’interessarmi della vicenda del Nuovo Porto di Anzio, perché qualcosa non mi tornava. E ci tengo a fare una precisazione. Il Presidente della Capo D’Anzio Luigi D’Arpino NON PUO’ agire liberamente per la sua carica, non può definire l’anziana Prof.ssa Bonaventura . Lui rappresenta quel 61% delle quote di proprietà dei cittadini di Anzio, quei stessi cittadini che hanno dato mandato a LUCIANO BRUSCHINI e alla maggioranza che lo sostiene  di vincere le scorse elezioni amministrative e come tale O sta alle direttive della maggioranza e del Consiglio Comunale o sta fuori.

Invece di fare comunicati stampa e di tergiversare in altre tematiche, come l’apertura del supermercato, la chiusura della libreria in Via XX Settembre e aggredire Consiglieri Comunali e semplici cittadini che non sono d’accordo con lui,   D’Aprino faccia un confronto serio e pacato sul tema del Nuovo Porto di Anzio con il Consiglio Comunale.

Sulla chiusura delle attività commerciali nel centro storico della città, non domandi a me che sono arrivato ieri  perché sta accadendo tutto questo. Dovrebbe spiegarlo Lui e qualche suo collega a NOI CITTADINI E NUOVI CONSIGLIERI,  dopo 30 lunghi anni di attività politico – amministrativa della città. Forse avranno fallito nella loro azione politica????? Non lo so, il tempo ci darà le risposte che cerchiamo.

Marco Maranesi

Consigliere Comunale di Anzio

Movimento Civico Liberi di Cambiare