Porto, l’entusiasmo e la realtà. Qualche domanda

I roboanti annunci che si leggono rispetto al porto di Anzio ricordano tanto il clima di avvio dell’attuale sindaco nella sua esperienza di primo cittadino. Era la fine degli anni ’90 – avvio 2000 – e alla sua seconda campagna elettorale lo slogan era “porto, inizio lavori 2004”. Poi venne l’indicazione di Luciano Bruschini sindaco e i due – abbracciati – ci dicevano “continuiamo, insieme” mettendo ancora il porto al primo posto.

Nel 2013 ci fu la guerra del centro-destra, furono avversari, Bruschini insistette sul porto del quale – nel frattempo – aveva ottenuto la concessione, il sindaco attuale lo “dimenticò” nel programma che poi ha riproposto copiato e incollato, alleato di nuovo di Bruschini, Placidi e tutti quelli che voleva “mandare a casa”, nel 2018. Adesso siamo a un punto di svolta certamente importante, ma da qui a iniziare i lavori ce ne corre, mentre chi scrive – che quell’idea non nega di averla sostenuta nella fase iniziale – qualche domanda sente di porla. Non fosse altro che l’atteggiamento è cambiato dopo una vecchia copertina del Granchio con la quale titolavamo “Italia naufragando”, scoprendo che Marconi era già socio della Capo d’Anzio, senza che il Comune facesse nulla. Salvo, forse, qualche lettera per pulire le coscienze.

Prima, però, giova ricordare (e chi segue questo spazio lo sa) che molto delle questioni poste qui sono arrivate al pettine, a cominciare dal ruolo di Marinedi e dell’ingegnere Renato Marconi.

È senza dubbio una gran buona notizia che le quote siano tornate interamente al Comune. Sarebbe rimasto tutto così se Marco Maranesi non avesse preteso il parere del professor Cancrini e non fosse stata intentata la causa che oggi ci vede vincenti. Il porto era, è e deve restare della città, questo è pacifico. Troppi hanno pensato fosse, invece, affar loro. A cominciare da chi ha annunciato e mai fatto assemblee pubbliche, visto che i cittadini sono primi azionisti (e al momento coloro che hanno sulle spalle 3,5 milioni di debiti) e si è girato dall’altra parte dopo le decisioni unanimi del consiglio comunale. O ha detto “caccio Marconi” – Bruschini rispondendo all’attuale sindaco – e poi se l’è tenuto. Nel frattempo l’ex avversario tornava alleato e santi benedetti.

Ma come sottolinea qualcuno, dobbiamo guardare avanti. Bene, facciamolo. E siccome la questione – sin dall’inizio – era ed è l’assetto societario, quindi la concessione, sarebbe interessante sapere:

  1. Come si pensa di chiudere il contenzioso con Marconi, il quale come ha fatto per Italia Navigando presenterà certamente un conto salato. Solo il direttore del porto chiede centinaia di migliaia di euro, non osiamo immaginare a quanto ammonta il resto. Solo l’avvocato Bufalari che andava a far firmare i contratti…. Il tutto mentre non solo lo hanno portato, Marconi, ma se lo sono tenuti e gli hanno chiesto di fare tutto (progettazione, gestione, sito, contabilità e via discorrendo) senza di fatto interferire. Chi guidava e guida la città? Ci sono, inoltre, due denunce alla Procura – una del Comune contro Marconi e una dell’ingegnere verso il Comune. Ah, vero, guardiamo avanti: come se ne esce?
  2. La Capo d’Anzio ha la concessione per realizzare il doppio bacino. Finora si è limitata a gestire quello interno, grazie alle stesse strutture degli ormeggiatori (cacciati e ai quali si deve anche un risarcimento riconosciuto dal Tribunale). Grazie all’inversione del cronoprogramma proposta da Marconi e accordata dalla Regione a guida Zingaretti, si può iniziare dal bacino interno. Ma la concessione prevede due passaggi, l’attuale e il raddoppio del porto. Sono ancora queste le intenzioni? E con quali soldi?
  1. L’ultimo bilancio noto, quello del 2018, fa segnare un leggero utile e ci dice che fino ad allora Capo d’Anzio ha 3,5 milioni di debiti. Il precedente schema di bilancio, approvato dall’allora consiglio di amministrazione presentava una perdita e i revisori dei conti – ma anche il Comune nella relazione al proprio bilancio – proponevano lo scioglimento della società. L’ingegneria finanziaria qual è stata? Inoltre, i bilanci 2019 e 2020 perché non vengono ancora approvati? Cosa sarebbe successo a una “normale” società che non li approva? Un tribunale – diverso evidentemente da quello di Velletri – sarebbe già intervenuto
  2. Data la situazione dei bilanci, dei conti, dei debiti, può la Capo d’Anzio andare in banca a chiedere i 20-25 milioni necessari per realizzare il bacino interno? O si immagina un’altra gara come le due andate deserte? O c’è un finanziatore (speriamo non turco-napoletano, abbiamo visto anche questo….) nel cilindro?
  3. La Capo d’Anzio, controllata pubblica, nell’assegnare ruoli dirigenziali deve sottostare alle leggi o (tanto siamo sempre sotto Velletri….) può fare come vuole?
  4. Inizia una nuova stagione estiva, affitteremo ancora a un prezzo irrisorio alle società che gestiscono i parcheggi per Ponza l’area dietro al porto o la società la gestirà direttamente? Pensa, la Capo d’Anzio o il Comune come socio di maggioranza, di costituirsi parte civile nel procedimento per truffa avviato contro una delle aziende che ha gestito a due spicci quell’area fino alla scorsa stagione?
  5. Il dragaggio – secondo la concessione – spetta alla Capo d’Anzio. È una buona notizia quella dell’acquisto della draga, ma intanto – e chiedendo solo 3 anziché 5 preventivi (siamo pur sempre nella libera repubblica di Anzio) – si affidano lavori subordinati “all’ottenimento dell’autorizzazione alla movimentazione dell’arenile a cura e competenza della Regione Lazio – Area difesa del suolo” per 253.760 euro. La compriamo o no?

Fermiamoci qui, guardiamo avanti davvero, ma le risposte a queste domande vanno date. Non a chi scrive, ma ai cittadini proprietari ora al 100% di una società che è più vicina al fallimento di quanto si voglia far credere. Ma per i “crack” abbiamo un esperto in società e ci fidiamo. Ora si debbono risposte, se vogliamo davvero voltare pagina e realizzarlo questo porto. Ah, per la cronaca: restano sempre le domande inviate alla commissione trasparenza, svolta tra chi ci faceva lezione e chi rinviava, della quale aspettiamo la prosecuzione.

Assolti e prescritti, le responsabilità restano altre

Chi ha la bontà di seguire questo spazio sa che tutti sono innocenti fino a prova del contrario. Per questo la chiusura della vicenda nota come “27 proroghe” tra assoluzione (dell’allora e attuale dirigente oltre che dell’ex assessore Placidi) e prescrizioni, non mi esalta. Così come non gioivo quando vennero indagati esponenti di spicco dell’allora e attuale maggioranza. Le responsabilità penali erano e restano personali, in questo caso non ce ne sono perché per un capo di imputazione il giudice ha deciso che si dovesse procedere con assoluzione e per gli altri era tutto prescritto. Non si è stati capaci di celebrare un processo nei tempi, pensate.

Restano le responsabilità, le abitudini, il modo di intendere la cosa pubblica, che sono – invece – tutte politiche. Da questo punto di vista, a leggere le carte di questa e altre inchieste, si tratta di vicende politicamente disdicevoli. Amministrativamente, anche. Lo dimostra il fatto che ancora oggi affidiamo la raccolta e smaltimento dei rifiuti a una ditta che ha vinto 6 anni fa, alla quale è stato fatto il contratto un anno dopo e che quindi ha beneficiato di un “bonus”, sta operando in proroga nonostante gli innumerevoli disservizi. E che all’ultimo giorno utile, con le spalle al muro, entreremo in una società pubblica per volontà del sindaco, scelta non si sa su quali basi. Lo dimostra che la biogas per la quale “o vengono perché li chiamano o perché trovano terreno fertile” – parole del sindaco, all’epoca “oppositore” (!?!?) – riceve i rifiuti di Anzio, con una procedura tutta da spiegare. No, non sono gli aspetti penali a interessarci quando troviamo “soci elettori di….” o squadre volanti chiamate fuori a un bar o proroghe sempre agli stessi. Sono le responsabilità politiche di chi ha costruito un sistema tanto vincente quanto amministrativamente singolare, per non dire di peggio.

Le “27 proroghe” sono un’altra montagna che ha partorito il topolino. La prescrizione è uno schiaffo alla giustizia, perché gli imputati – Placidi, Salsedo, Dell’Accio e altri – sono stati alla gogna per quasi un decennio e questo in uno Stato di diritto è inaccettabile. Sempre e comunque.

Per eventuali e ben più gravi aspetti penali, invece, servirebbe un investigatore che qui di fatto non c’è mai stato.

La Procura di Velletri, diciamolo, non ha brillato da queste parti, quando si è occupata di reati contro la pubblica amministrazione. L’impressione di chi scrive è che troppo spesso sia rimasta in superficie, quando sarebbe bastato poco per approfondire. Ma questo è altro discorso.

Il porto, la trasparenza, il “Carrozzone”

“Il carrozzone va avanti da sé…” cantava Renato Zero e le vicende del porto e della Capo d’Anzio sembrano ricalcare alla perfezione quel testo. Regine, fanti e re – aggiungerei guitti di paese – abbiamo visto di tutto in 21 anni dalla costituzione della società e in 10 da quando ha ottenuto la concessione.

Ebbene mettiamoli dei punti fermi, perché al gioco di dare responsabilità sempre agli altri occorre rispondere con fatti concreti. Il primo: Italia Navigando – e quindi Renato Marconi che ne era amministratore delegato e già socio con una piccola quota, anche se in Comune se ne accorgeranno solo dopo, perché al momento delle visure non compariva ancora – è stata portata ad Anzio dall’attuale sindaco. Il suo successore, Luciano Bruschini, era un autorevole esponente di maggioranza e sapeva bene cosa stava avvenendo. La regia, si dice, era di Gianfranco Fini, all’epoca leader di An.

Il secondo: si poteva ottenere la “delega di funzioni” nel 2004 ma l’allora presidente della Regione, Storace, fece sapere che già si era chiuso un occhio sul piano regolatore, dopo la vittoria se ne sarebbe riparlato. Perse.

Il terzo: dopo una conferenza dei servizi che sembrava risolutiva, tra luglio 2006 e settembre 2006 qualcosa è cambiato e la Regione guidata da Marrazzo ha detto che non andava più bene la “doppia progettazione e unica procedura”. Cosa sia accaduto in un mese e mezzo lo sanno l’allora (e attuale) sindaco e un ex primo cittadino che è stato, anche lui, senatore. Molto influente nelle scelte del centro-sinistra di Anzio.

Il quarto: si poteva ottenere la concessione – chiesta nel 2005 – ma buona parte del centro-sinistra fece di tutto per non farla avere, mentre mandava avanti i porti degli amici a Formia e Fiumicino. Intanto si era scoperto che Marconi era socio e l’allora (e attuale) sindaco si preoccupava (è nei verbali delle assemblee) perché era un problema con la Regione. A sollevare i problemi legati alla società già allora era solo Aurelio Lo Fazio, il resto si concentrava sul progetto. Con la copertina “Italia naufragando” il Granchio svelò la drammatica situazione della società. Il Comune fece poco e niente.

Il quinto: l’accordo di programma poteva essere firmato, ma la Regione guidata da Montino (Marrazzo si era dimesso per lo scandalo) disse no, prendendo in giro il sindaco Luciano Bruschini. L’attuale primo cittadino era senatore e conosceva bene quello che accadeva, anche ad Anzio.

Il sesto: la Polverini firmò nel 2010 l’accordo ma solo un anno dopo arrivò la concessione, intanto Italia Navigando per “accontentare” Marconi che aveva fatto causa cominciava un’operazione di ingegneria finanziaria che avrebbe consegnato all’ingegnere dieci porti, Anzio compreso.

Il settimo: nel 2012, proposto da Gianni De Micheli, allora Pd, il consiglio comunale ha votato all’unanimità un ulteriore ordine del giorno nel quale si ribadiva che il porto doveva essere pubblico e che andava respinto l’ingresso di Marconi nella Capo d’Anzio. Parte del Pd era sull'”Aventino”, a togliere le castagne dal fuoco al sindaco Bruschini che aveva una maggioranza vacillante, anche perché l’ex sindaco – all’epoca senatore – aveva cominciato a remare contro il suo successore, quello del “Continuiamo insieme”. L’ordine del giorno ne seguiva uno degli anni precedenti, presentato da Ivano Bernardone, sempre Pd, per la pubblicità del porto.

L’ottavo: dopo lo scontro elettorale tra Bruschini e l’attuale sindaco, nel 2013, vinto da primo, si decide di chiedere un parere allo studio Cancrini per capire se il Comune poteva tornare in possesso delle quote e come. Quel parere sarà “secretato” e solo Marco Maranesi riuscirà a tirarlo fuori dai cassetti. Due anni dopo

Il nono: sollecitato dall’attuale sindaco – allora di lotta e di governo – Bruschini afferma in consiglio comunale: “Caccio Marconi, parola d’onore”. Dieci giorni dopo firma con l’ingegnere la “road map” per realizzare il porto. Nel frattempo la Regione di Zingaretti invertiva il cronoprogramma, faceva l’escavo che era invece a carico della Capo d’Anzio e chiudeva gli occhi sul canone di concessione mai pagato.

Il decimo: non è vero che l’attuale sindaco per un decennio non s’è occupato del porto, era senatore (e fece un’interrogazione sulla scissione di Italia Navigando) e poi consigliere, almeno per “sentito dire” sapeva bene ciò che accadeva e ha fatto nulla.

Sulle vicende relative a Marconi (che oggi, guarda caso, va in Procura….) nome, debiti, progetti, ormeggiatori, cordate, banche, fideiussione e compagnia se avete la bontà di leggere trovate qui una serie di interventi. Se non altro come andassero le cose c’è chi lo ha messo nero su bianco, chi fa politica in questa città doveva almeno incuriosirsi. Non è questione di scaricare responsabilità: se non abbiamo un porto degno di tale nome e una società fallimentare è grazie al “sistema Anzio” nel suo insieme.

Considerato che giovedì la vicenda va in Commissione trasparenza, ho scritto alla presidente e ai capigruppo per chiedere che sia trasmessa in streaming e che siano lette – se ritengono – dieci domande su questioni pratiche.

Un’ultima cosa: solo Luigi D’Arpino, presidente della Capo d’Anzio scelto nell’accordo per il quale Bruschini sarebbe andato a fare il sindaco, ha avuto il coraggio di trattare in un’assemblea pubblica la questione Capo d’Anzio. Doveva essere il porto della città, è stato quello di pochi.

Carriera “Alias”, questione di civiltà

Segnalo la battaglia dell’associazione Famiglie Genderlens e l’interrogazione parlamentare del senatore Tommaso Nannicini per una vicenda che riguarda – da vicino – anche il nostro territorio. La scuola include, non discrimina…

Carriera Alias per ragazzi/e trans, alcune scuole discriminano:

intervenga il Ministro dell’Istruzione

Ci sono Scuole che comprendono l’importanza delle istanze di ragazzi/e trans (cioè persone, anche piccole, che non si riconoscono nel genere assegnato alla nascita in base al sesso biologico) e attivano  la “carriera alias.” Mentre altre Scuole si rifiutano di farlo, adducendo come motivazione la mancanza di norme o Linee Guida ministeriali che ne permettano l’attivazione.

Per questo motivo noi genitori salutiamo con favore l’interrogazione parlamentare del Senatore Tommaso Nannicini e degli altri firmatari (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/Sindisp/0/1209927/index.html) che chiedono al Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, di intervenire per porre fine alle discriminazioni di cui sono vittime le nostre figlie/figli trans, valutando così l’opportunità di attivare in tutte le Scuole la “carriera alias” per studenti trans.

In Italia mancano delle Linee Guida specifiche nazionali e uniformate, a cui le Scuole, di ogni ordine e grado, possano fare riferimento per redigere appositi protocolli.

Queste Linee Guida servirebbero anche per porre fine a disparità di trattamento tra Scuole che applicano la “carriera alias “facendo appello alla norme nazionali in materia di autonomia scolastica (Art. 21,comma 10, Legge n.59/97 e Art. 4, comma 1, DPR n. 275/99), e le Scuole che si rifiutano di farlo, provocando disparità di intervento tra Scuole e territori.

La “carriera alias” è un accordo di riservatezza tra la Scuola, studente trans e famiglia (nel caso di studente minorenne), attraverso cui la persona trans, anche piccola, chiede di modificare nel registro elettronico il nome anagrafico con quello di elezione.

Una procedura di semplice​ applicazione, una buona prassi che evita a queste/i studenti forzati e continui coming out e la sofferenza di subire bullismo e discriminazioni

Secondo i dati riportati, tra studenti trans l’abbandono scolastico è stimato al 34% e quello dei tentati suicidi al 40% (contro l’1,6% nazionale).

Inoltre la “carriera alias” è un atto di rispetto, oltre che di tutela della privacy, verso le istanze di studenti trans che hanno il diritto ad essere riconosciuti per ciò che sono per vivere in sicurezza e benessere il loro percorso scolastico.

Queste buone prassi possono rappresentare occasioni di crescita culturale per tutta la comunità scolastica, se accompagnate dalla traduzione in azioni concrete di convivenza consapevole, parità, educazione alle differenze e prevenzione di tutte le forme di discriminazione.

Siamo certi che il Ministro dell’Istruzione accoglierà con favore la nostra richiesta.

Ciao “Gatto”, indimenticabili quegli anni

Benedetto Salesi (Foto il Granchio”)

“Batte Gardella, alto, lungo, sembra un fuoricampo. Fuoricampo di Gardella, tre punti e vittoria dell’Anzio!”. Abbiamo chiuso con quella registrazione di Radio Anzio il cinquantesimo anniversario di baseball ad Anzio, la storica vittoria nel derby con il Nettuno il 21 luglio del 1979. Da allora ne ho fatto la suoneria del mio cellulare e se questo è stato possibile è perché allora c’era quella radio, idea innovativa che ebbe il “Gatto Rosso”, al secolo Benedetto Salesi. Cosa fossero per l’informazione locale quegli anni lo hanno ben riassunto Ivo Iannozzi e Nino Visalli sul Granchio, appresa la scomparsa di un personaggio che a questa città, nel suo settore, ha dato molto. E ha continuato a farlo finché ha potuto anche nell’attività del Centro anziani, una delle ultime cose delle quali avevamo parlato. Avevo 10 anni, invece, ai tempi di quella radio e potevo essere solo un ascoltatore, fossero le dirette del baseball o i notiziari, ma anche le immancabili ricette di Mirella che altre signore commentavano accapigliandosi via etere sugli ingredienti da aggiungere o meno. Quella radio accompagnava Anzio ora per ora, altre ne erano sorte in quel periodo che ha segnato una svolta storica nel Paese.

Al ristorante “Gatto rosso”, più tardi per quelli della mia età, abbiamo trascorso più di qualche serata per un piatto di pasta o una birra, era aperto fino a tardi e il “rito” di andarci una volta finite le partite di baseball era rimasto negli anni. In quel palchetto con un microfono sempre aperto si sono “esibiti” in molti e lo stesso “Gatto” tra un piatto e l’altro regalava aneddoti e battute.

Un abbraccio a Leonardo e ai fratelli, mi piace immaginare che anche lassù Benedetto si sia fatto largo – come faceva tra i tavoli – con un immancabile “non spingete, scendo alla prossima”.

Comune, nuova caccia alle streghe. Santaniello: “Voci inspiegabili”

La dirigente del Comune di Anzio, Angela Santaniello, ha diffuso una lettera su presunti provvedimenti nei suoi confronti dei quali ha avuto sentore. Evidentemente è ripartita la caccia alle streghe, già nota a Villa Sarsina ormai da tempo.

La nota della Santaniello: “Considerato che da alcuni giorni circolano voci insistenti  circa il fatto che la sottoscritta sia stata destinataria di un avviso di garanzia da parte della Procura della Repubblica di Velletri relativamente a fatti e circostanze a me sconosciute, mi preme rappresentare che alla data odierna nulla è stato notificato.
Nell’assoluta serenità e nel pieno rispetto dell’operato della Magistratura e delle eventuali attività investigative in essere, naturali per la funzione e la tipologia dell’incarico professionale da me rivestito nella Pubblica Amministrazione, stupisce che tali indiscrezioni, fondate o meno,  possano essere patrimonio di persone diverse dalla mia”.


Angela Santaniello

“Patalocco”, l’ultima rovesciata. Ciao Antonio

Una rovesciata di Antonio Rotelli (Foto Il Granchio)

E’ facile dire che con Antonio Rotelli se ne va un pezzo di storia di Anzio. Scontato, forse. Allora è bene aggiungere che se ne va un’altra parte di quella città “genuina” che abbiamo avuto la fortuna di conoscere. Antonio, detto “Patalocco” per le sue gesta calcistiche, era stato un’ottima mezz’ala – termine che nel calcio moderno è scomparso – una bandiera di quell’Anzio che univa il paese intero, senza pensare a quote societarie o carriere politiche, “cordate” o rendite di posizione. Le “rovesciate alla Patalocco” sono, ancora oggi, qualcosa che raccontiamo sia per la capacità tecnica (piace immaginare che lo straordinario primo gol in serie B dell’anziate Cassio Cardoselli, proprio su rovesciata, abbia un qualche legame con quei con i funambolismi di allora sui campi in terra battuta) sia per qualche strafalcione in politica. Perché dopo il calcio, Antonio è stato per 15 anni protagonista della vita amministrativa della città. Tra l’80 e il ’95 consigliere comunale e assessore per il Psdi, una passione che non è mai venuta meno anche successivamente. Era una politica, anche quella, più “pane e salame” come avrebbe scritto Gianni Mura. Al quale un personaggio come Antonio sarebbe certamente piaciuto.

Era una politica senza social, senza insulti, più “umana” ma anche durante la quale Anzio è rimasta paese, senza mai decollare verso la città alla quale poteva e doveva ambire. Non è un mistero che per il suo ruolo all’Inps, Antonio fosse un punto di riferimento se c’erano pratiche da sistemare. Lui ascoltava e risolveva, anche se non eri del Psdi, ma era ed è quell’andazzo paesano a chiedere e ottenere favori che evidentemente non è mai venuto meno. Un paese che in questo senso è rimasto al familismo amorale studiato in sociologia. Però in quella politica più “genuina” c’erano il rispetto oggi perduto, il valore di una stretta di mano, c’era la voglia di trovare soluzioni e non di “eliminare” avversari.

Ultimamente ci confrontavamo in piazza, prima dell’emergenza Covid, in precedenza quando accompagnava o prendeva i nipoti a scuola (un abbraccio a distanza a Fabio, Gianluca e tutti i familiari). Sulla mia candidatura disse – e lo sapevamo – che le speranze erano poche, perché avrebbe vinto l’arroganza. Quella che non ha mai avuto e che in quel mondo politico che lascia con la sua ultima “rovesciata”, non c’era. Ciao Antonio.

Antonio Rotelli (Foto Il Granchio)

La Corte dei conti, il fallimento di un sistema. Buon Natale

C’è una cosa che il sindaco di Anzio può fare per dimostrare definitivamente la continuità con il suo predecessore, dire che non sapeva niente e che “è tutto a posto”. Sa bene che non è così, però. Le 32 pagine della delibera spedite ai consiglieri comunali di recente, con la quale la Corte dei conti decreta il fallimento di un sistema di governo della città, infatti, pesano come un macigno. No, non è semplicemente “colpa di Bruschini” – come sta cercando di dire su altre vicende a lui ben note – se ci sono contestazioni che partono dal 2006-2007 e arrivano al 2019.

Saranno i consiglieri comunali – c’è da augurarsi anche quelli di maggioranza – a chiedere lumi su questioni che definire singolari è poco. Qui solo qualche accenno, serve tempo per gli approfondimenti e altre vicende mi tengono impegnato. Però la gestione dei residui (sollevata già cinque anni fa, l’attuale sindaco e i suoi accoliti erano consiglieri), la Tari mai riscossa, i debiti fuori bilancio, la “situazione di incertezza sulla gestione dei beni pubblici”, spese di rappresentanza eccessive come le definisce la magistratura contabile, anticipazioni di cassa che non trovano giustificazione e soprattutto “acquisizione di beni e servizi senza impegno di spesa in violazione della basilare regola della contabilità finanziaria”. Il sindaco che si è sempre vantato del bilancio a posto, guida un Comune che funziona come dice la Corte dei conti e che ha caratteristiche di pre-dissesto. Inutile girarci intorno, è così.

Sui debiti fuori bilancio c’è una storia emblematica, l’abbiamo raccontata tante volte: cartelli che nessuno ha ufficialmente chiesto in Comune per la Bandiera blu 2013, azienda che li ha realizzati (guarda caso la stessa che faceva pubblicità elettorali per Bruschini, Placidi e l’attuale sindaco allora loro avversario e poi alleato), ha presentato fatture, non è stata giustamente pagata e ha fatto decreto ingiuntivo. Il Comune ha nominato un legale per opporsi, poi ci ha ripensato. L’esposto fatto da Bernardone, allora candidato sindaco Pd, si è perso nei meandri della Procura di Velletri. E questo è solo uno degli esempi…

Allora sarebbe interessante sapere – sui locali pubblici – se per esempio hanno finalmente pagato i partiti dei quali l’attuale primo cittadino ha occupato le sedi fino all’ultima campagna elettorale con le sue liste. Se la vicenda del campo di Falasche è definita, come sono messe le cose sulla gestione di prima (e di adesso) della piscina.

Sulla Tari il sindaco, l’assessore Ruggiero, il dirigente di area, dovrebbero finalmente dirci se stanno dalla parte dei cittadini o da quella di chi non paga. Spiegarci cioè se la mole di soldi non riscossi (in tutto sono 33 milioni, molti dei quali per Tari) sono di qualche povero disgraziato che per arrivare a fine mese non paga la tassa sui rifiuti o di qualcuno che non “deve” pagarla o, peggio, di chi una volta scoperto si è messo a rate, ha pagato la prima e poi arrivederci. Stesso discorso per il recupero delle spese di sentenze della Corte dei conti: è tutto a posto, sono tutti in regola, stanno versando i ratei o hanno “dimenticato” di farlo e nessuno glielo ricorda in Comune? Sapete com’è, sono amici…. Sempre sui locali pubblici c’è una storia singolare, riguarda Anzio Colonia, in una città che ha la memoria corta giova ricordare che l’allora consigliera Mariolina Zerella presentò un’interrogazione e il sindaco (lo stesso di oggi) ovviamente la prese in giro. I nodi, ora, arrivano al pettine.

Come quelli della Capo d’Anzio, per la quale scopriamo che il Comune ha fatto un’azione contro il socio privato ai sensi del codice civile, due ex amministratori sono stati liquidati con posti barca, non c’è il fatturato sufficiente per mandare avanti la società pubblica ai sensi di legge. Società che deve al Comune 517.000 e rotti euro della fideiussione (pure qui, chi dall’opposizione parlava veniva preso in giro, vedi Bernardone, Lo Fazio, De Micheli) ma deve al privato oltre 650.000 euro di progettazione (!?!?) prevista dai patti parasociali e pure in qualche delibera dell’assemblea dei soci. Anche su questa la Corte dei conti era intervenuta nel 2015. C’erano tutti, governavano loro, questo sistema ha fallito ma “c’ha i voti” come ama ripetere.

E’ la democrazia, ma ci sono i controlli. Avranno pochi effetti, questa è l’impressione, perché tanto “è tutto a posto”. Buon Natale!

La colpa? “E’ di Bruschini…” Prefetto, ora valuti

Anzio che finisce di nuovo in Parlamento con una richiesta di commissione d’accesso? Il clima pesante dentro e fuori il Comune? Le indagini in corso? C’è un responsabile, signori: Luciano Bruschini. E’ quanto avrebbe riferito il sindaco nell’incontro avuto con il Prefetto di Roma, dopo che c’era stata una nuova levata di scudi nei confronti della città con lo “show” dell’ex assessore Ranucci e a seguito delle dichiarazioni dello stesso primo cittadino, secondo il quale quella commissione non era arrivata – nel 2018 – grazie alle “vie infinite della politica”. Sapete che c’è? Il sindaco ha ragione: il responsabile è il suo predecessore che lo ha proposto per quel ruolo, appianando le divisioni del 2013, dimenticando cose poco gradevoli, riconoscendo che solo uno poteva mettere d’accordo il centro-destra e vincere. Così è stato, ma siccome la gratitudine non è di questo mondo, ora Bruschini torna il nemico pubblico numero uno. Come nel 2013, anzi forse peggio.

Di tutti i candidati sindaco alle elezioni del 2018, però, solo uno non aveva l’alibi di dire “non c’ero” o “ho ereditato una situazione difficile”. Alibi, attenzione, che per un sindaco nuovo dura lo spazio di qualche mese, sì e no. Perché poi le buche le devi tappare, l’immondizia raccogliere, l’erba la devi tagliare, devi far mangiare i bambini a mensa e via discorrendo. Chi non ha quell’alibi, però, nemmeno per i primi mesi (e ora sono passati due anni e mezzo) è proprio il sindaco attuale. E sapete perché? Alla faccia della sbandierata “discontinuità” indicata nel programma 2018 (copiato e incollato dal 2013) ha detto più volte di essere la “continuità” del centro-destra che lo vede al governo dal 1998, prima sindaco (per due mandati) poi senatore che appena eletto ha lanciato un gruppo che metteva zizzania in maggioranza, di nuovo sindaco. Tranne la breve parentesi iniziale del 2013, dopo una campagna elettorale nella quale si sono rischiate le fucilate, il sindaco attuale è stato in maggioranza con Bruschini, ne ha votato i bilanci e con lui Danilo Fontana, Pino Ranucci, Eugenio Ruggiero. C’è di più, il sindaco festeggia proprio quest’anno le 30 primavere in politica, eletto giovane e battagliero consigliere con la Dc, poi passato ad An, quindi a Fli e via via a tutto il resto. E allora davvero la colpa è di Bruschini se certa gente in Comune ha avuto il tappeto rosso? Da consigliere comunale e a un certo punto componente di maggioranza, dopo aver espresso le preoccupazioni per l’onta che la città rischiava di subire, non s’è accorto di nulla?

Sembra di no, anzi sa bene cosa succedeva e succede, ma scarica le responsabilità su altri dopo esserci alleato. Un classico.

Il Prefetto non può sapere tutto, ma è stata ricevuta anche Lina Giannino che – da quanto emerge – ha spiegato chi sia Luciano Bruschini e come il suo successore sia stato frutto di quella alleanza dove c’erano i Placidi, gli Alessandroni, i Zucchini, gli Attoni che cinque anni prima osteggiava e poi gli sono serviti per vincere. Non c’è bisogno di scomodare i Vangeli per ricordare chi rinnegò chi, serve invece ristabilire un fondo di verità: questa amministrazione è la continuità delle precedenti, sono cambiati alcuni orchestrali ma non la musica. Poi hanno i voti e vincono, vanno rispettati e fatti governare. A chi scrive – e pochi altri purtroppo – resta il diritto di dissentire e dare una versione diversa da quella che vogliono farci credere.

Un’ultima cosa: Bruschini dopo gli incontri con il Prefetto ci faceva sapere che era “tutto a posto”, anche se spesso non era così. Qui vige il silenzio, è stato lo stesso titolare dell’ufficio territoriale del governo a riferire che c’era stato anche il sindaco, prima della Giannino. Allora speriamo solo che dopo i due incontri – e con carte che può facilmente reperire da quelle lasciate dai predecessori e presenti in commissione antimafia – il Prefetto valuti e decida una volta per tutte. Tanto comunque vada, sarà “colpa di Bruschini….” Ma sì, prendiamola a ridere va.

Commissione d’accesso, il problema non è la mafia…

La Prefettura di Roma

Al netto delle castronerie ascoltate in Parlamento dai banchi dell’una e dell’altra parte, nell’affrontare la vicenda di Anzio per esprimere solidarietà a Lina Giannino, il problema della presenza criminale esiste e lo conferma – da ultimo – la sentenza di Cassazione sull’operazione “Appia Mithos”. Parliamo di ‘ndrangheta, clan Gallace. Così come parliamo di camorra quando, da queste parti, sequestrano società che operano nelle aste immobiliari (è l’ultima della serie) o abbiamo le confische di beni del clan Noviello, leggi Casalesi.

Ma se arriva una commissione d’accesso – per la quale sembra esserci un rinnovato interesse – il problema di chi guida la città non è la criminalità organizzata. Che c’è, basterebbe leggere le pagine tra 97 e 100 – dell’ultima relazione dell’antimafia, con nomi e collegamenti.

Il problema, allora, non è l’etichetta che viene assegnata ad Anzio. No. Paradossalmente l’arrivo di un prefetto, insieme a ufficiali delle forze dell’ordine, metterebbe fine a una serie di attività amministrative diciamo singolari. Chi avrebbe coraggio di “trattare con la Camassa” – come ha detto l’ex assessore Ranucci in tv? E a mettersi d’accordo, come si dice, sul nuovo appalto per i rifiuti? Non sarebbe più possibile, perché per tre-sei mesi c’è chi si fermerebbe a controllare tutto. Ad esempio come affidare servizi dei quali non ci sono ancora atti all’albo pretorio, tipo le luminarie. O far diventare debito fuori bilancio quello con un’associazione di volontariato, perché no quello con il Consorzio di Lavinio del quale ci saranno certamente le pezze d’appoggio. Non sarebbero possibili le fatture “numero uno” a qualche associazione vicina. Né sarebbero consentite le vicende raccontate in questi anni, che se ci fosse un investigatore.

Quando in passato – su questo spazio – già si parlava della commissione, feci un paragone con Nettuno. Tempo fa l’ex sindaco, Vittorio Marzoli, ha raccontato che la sua città fu sacrificata sull’altare della politica. Di recente il primo cittadino di Anzio ha riferito che ad Anzio la commissione che il prefetto aveva chiesto, è stata evitata dalle “vie infinite della politica”. Ma le situazioni che c’erano a Nettuno, sono anche qui. Ad esempio i favori a soggetti “collegati, direttamente o indirettamente, con gli ambienti malavitosi”. Una commissione li tirerebbe fuori.

Il problema, dunque, è anche la presenza criminale. Poi la commissione non arriverà, ma minimizzare come fanno alcuni è peggio. Molto peggio.