Porto, Maranesi parla di “Soap opera”

Ricevo e pubblico, da Marco Maranesi, sulla vicenda porto

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SOAP OPERA “IL RIPENSAMENTO…. LA PRIVATIZZAZIONE DI ANZIO”
Attori protagonisti: Luigi D’Arpino e Antonio Bufalari
Regia: Franco Pusceddu (dirigente del Comune in ferie fino a settembre prima della pensione ma ancora incollato alla poltronissima del porto)
Produttore unico: Renato Marconi

Se i fatti riportati da un noto settimanale locale corrispondono al vero ma non ne dubito vista l’autorevolezza di chi ha firmato l’articolo purtroppo siamo ai titoli di coda della Soap Opera e possiamo dire che il porto pubblico, il bando di gara, il nuovo CDA formato da seri professionisti è stato l’ennesimo bluff che rimarrà chiuso nelle stanze di Villa Sarsina. Il produttore Renato Marconi è sceso in campo, ha spedito ad Anzio il fido Antonio Bufalari che con il regista, Franco Pusceddu, ha confezionato una Soap Opera degna delle migliori serie americane. Troppo importanti quelle poltrone del CDA, troppi sono gli interessi che girano intorno alla privatizzazione del Porto e quindi alla privatizzazione della nostra Città.

Caro Presidente d’Arpino:
Non ti candidi più come Vicesindaco di altri?
Non ti candidi più con le persone perbene di questa città?
Non sei più uscito da Forza Italia?
Non dici più che il Sindaco non è libero?
Non ti senti più abbandonato?
Hai dato le tue dimissioni definitive?
Non ringrazi più Renato Marconi per l’ottima collaborazione in questi anni?

Caro Franco Pusceddu:
Perché resti incollato alla poltrona del CDA della Capo d’Anzio nonostante le annunciate dimissioni di D’Arpino?
Come fai s stare nel CDA quale rappresentante del Comune se sei praticamente in pensione?
Sei favorevole alla causa intrapresa dall’Avv. Cancrini per la riacquisizione delle quote che in modo illegittimo sono finite nelle mani di Marconi, così come stabilito dal Consiglio Comunale? Oppure ti sei adoperato per bloccare la causa?

Alla prossima puntata.

“Ma quale chef…” Ciao, Regina

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Regina ai fornelli (foto Rinobarillari.com)

Mi chiamò un collega dell’Ansa, aveva appena “passato” la notizia che la migliore zuppa di pesce d’Italia era quella di Alceste al Buon gusto e disse che dovevamo andarcela a mangiare insieme.

Non che servisse una giuria specializzata per dircelo, ma faceva piacere che il nome di Anzio e di uno dei suoi ristoranti più rinomati fosse sull’Ansa e con un premio del genere. La gastronomia di qualità è uno dei nostri punti di forza e Regina, che quella zuppa l’aveva preparata, ne è stata una delle migliori rappresentanti.

Se n’è andata lasciando, ne sono certo, una importante eredità a Igino – Gino per tutti noi –  Maria Elena e Priscilla ai quali mando un abbraccio virtuale. Ricordando un aneddoto di quando, con quel collega, andammo a mangiare la zuppa di pesce qualche settimana dopo la vittoria.

Chiese di complimentarsi con la chef e lei rispose “ma quale chef, io so’ cuoca”  con una schiettezza unica.

Una battuta che ci dice come, mentre in tv ci riempiono di programmi di cucina, di improbabili gare e dove a farla da padrone sono chef stellati e a volte un po’ montati, che il protagonista è anzitutto il cibo, poi anche chi lo prepara.

Con le ricette “di una volta“, quelle dei cuochi, di chi da dietro le quinte della cucina ci ha regalato piatti indimenticabili. E quella zuppa, la migliore d’Italia e del Mediterraneo. Ciao, Regina.

Porto, il Comune paga (forse) e Marconi si mette a rate

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L’ultima versione è che si aspetta una delibera di giunta. Intanto il 15 dicembre è passato e l’ultimo piano di rientro con la Banca Popolare del Lazio – quello della serie “o paghi o partono gli atti” – non è ancora stato rispettato.

L’istituto di credito, dopo aver avuto una pazienza infinita ed essersi preso le briciole del prestito alla Capo d’Anzio – società nata per realizzare e gestire il porto – ha avuto un “aut aut” dalla Banca d’Italia. Non si poteva tollerare oltre il piano di rientro che era successivo a un altro e un altro ancora. Benché garantito da una fidejussione sulla quale la Corte dei conti, di recente, ha avanzato più di qualche perplessità.

Risultato? Si è scelto di pagare dei circa 840.000 euro tra iniziale prestito per registrare la concessione e interessi, 500.000 euro circa subito e il resto a rate. Com’è noto la Capo d’Anzio ha il 61% del Comune e il 39% di Marinedi ovvero Renato Marconi.

Quest’ultimo, fra l’altro, è in predicato di acquisire l’intero capitale quando necessariamente si dovranno dismettere le quote pubbliche per la “spending review” e per non avere predisposto il piano previsto dalla legge. Inutile denunciarlo da anni, perché molti continuano a fossilizzarsi su un progetto che ha la concessione ma dimenticano che il fulcro dell’operazione è la società.

Ebbene oggi il 61% pubblico è pronto a pagare per intero la sua esposizione – in cambio dell’eliminazione degli interessi –  mentre il 39% privato lo farà a rate. Anzi, sarà la Capo d’Anzio a farlo, con l’impegno di Marconi a versare la sua quota e gli interessi.

L’operazione, praticamente fatta, ha subito un rallentamento perché in Comune c’è chi prima di dare il via libera al pagamento vuole vederci chiaro o chiede, appunto, una delibera di indirizzo.

I 500.000 e rotti euro ci sarebbero pure, si tratta di “accantonamenti” che ora vengono messi a disposizione (ma non si poteva rispettare il piano di rientro, a questo punto?) solo che questa vicenda somiglia tanto all’italica abitudine per la quale le perdite sono pubbliche e i profitti privati. Il Comune paga subito, Marconi lo farà….

Fermo restando che l’ingegnere, finora, se ne è stato buono e tranquillo, ha detto sempre sì, ha ingoiato i dietrofront del sindaco che in assemblea diceva una cosa e in Comune un’altra, firmava con lui un documento e poi – tre anni dopo il parere chiesto allo studio Cancrini –  gli faceva causa.

Sbaglieremo, ma da tempo sosteniamo che prima o poi Marconi presenterà il conto di una serie di attività svolte per la Capo d’Anzio. Come ha fatto con Italia Navigando.

Per questo  – siamo stanchi di ripeterlo – è ora di fare chiarezza, di dire cosa vogliamo fare della Capo d’Anzio, di farci sapere se e come intendiamo pagare non solo questo debito ma anche quello con l’Unione Europea per il progetto “Life” dopo che dagli uffici di Bruxelles è stato risposto picche a un piano di rientro ritenuto inidoneo.

Serve massima chiarezza, almeno finché saremo – tutti noi cittadini – proprietari del 61%.

 

Anzio, spunta un’altra incompatibilità

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Mentre si attende il documento ufficiale annunciato pubblicamente sul caso delle lettere spedite dall’ufficio politiche delle entrate a 16 tra consiglieri e assessori che rischiavano l’incompatibilità, avendo presunte pendenze con il Comune di Anzio, c’è chi mette nero su bianco un nuovo caso.

Lo fa con una lettera al Prefetto, al sindaco, al presidente del consiglio comunale e al segretario generale il consigliere della città metropolitana di Roma Emanuele Dessì, del Movimento 5 stelle.

E lo fa contro il consigliere stesso del Movimento ad Anzio, Cristoforo Tontini. Niente sconti, per nessuno, insomma, tra i “grillini“.

L’ipotesi alla quale si riferisce Dessì è relativa all’articolo 63 del decreto legislativo 267 del 2000 e in particolare al passaggio relativo alle “liti pendenti”. Secondo Dessì, infatti, Tontini “risulterebbe socio al 25% di società in accomandita semplice” che dal 2010 è in lite giudiziaria con il Comune circa un esproprio.

Dessì ricorda che al momento dell’insediamento il consigliere pentastellato ha dichiarato di essere in possesso dei requisiti di eleggibilità.

La richiesta del consigliere metropolitano è chiara: se ci sono ipotesi di reato, se ci sia una qualsiasi responsabilità amministrativa, se sia prefigurabile “violazione dei doveri di legalità e trasparenza nell’esercizio dell’attività amministrativa” e quali provvedimenti si intendono adottare “in caso di individuazione di condotte contra legem“.

Il presidente “a vita” Sergio Borrelli, che dal ’98 – salvo una breve pausa – siede sullo scranno più alto dell’assise consiliare ha adesso un’altra vicenda da affrontare. D’altro canto uno stipendiuccio la collettività glielo paga, è bene che si attivi. Per questo, come per i casi precedenti, sui quali giova ricordare che un ufficio del Comune ha ipotizzato la decadenza e che per 53.000 euro erano “morosi” i consiglieri, per gli altri 350.000 società ritenute a loro collegate, se fosse possibile farlo o meno lo spieghi chi ha spedito le lettere.

Infine, con buona pace di chi tira fuori i casi di vecchie incompatibilità, sappia che ha sbagliato indirizzo. Senza chi scrive e il settimanale “il Granchio” – che in questo non ha mai fatto sconti a tutti i personaggi coinvolti – nessuno avrebbe mai saputo del parere del Ministero fatto “sparire” dal Comune per un anno e tirato fuori solo grazie ai cronisti. Il Pd allora aveva annunciato un esposto in Procura a riguardo: lo ha più fatto? E che esito ha avuto?

 

L’assessore autorizza, l’ufficio paga e i criteri restano un rebus…

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Visto  l’espresso parere autorizzatorio dell’Assessore alle Attività Produttive Sig. Giorgio Bianchi“. C’è scritto proprio così nella determina che liquida – l’1 settembre, ma è pubblicata solo ora, misteri della trasparenza 3.0 – l’associazione Andromeda per due manifestazioni svolte tra il 4 e il 6 aprile e tra il 24 e il 26 luglio.

La spesa non è straordinaria, poco più di 6.000 euro, ma ancora una volta il punto non è questo. Per quali criteri si sceglie Andromeda e non altri la risposta Bianchi la diede mesi fa per i presepi: secondo lui va bene e basta, anche se per i cittadini restano un rebus.

Di certo, altro mistero del protocollo 3.0, la prima proposta con preventivo è dell’1 aprile per la manifestazione di tre giorni dopo “Anzio chocolate“, la seconda è del 21 luglio, per le iniziative della notte bianca da svolgersi dal 24 al 26. Volendo, quindi, le cose sono note agli uffici e si riescono a fare a tempo di record.

Ma anche di questo abbiamo spesso parlato in passato. Quello che non torna, alla luce di norme che non risultano cambiate, è cosa debba autorizzare un assessore, entrando così nella gestione ordinaria che non spetta a lui. Da quando gli assessori danno pareri o autorizzano?

Speriamo che un’opposizione preoccupata – a cominciare dal Pd – a difendere l’onorabilità del Consiglio e a dare il là al dibattito su chi scrive, avverta la curiosità di chiederlo, a meno che non ritenga anche questa lesa maestà.

Ma speriamo anche che, negli uffici – in particolare dell’anti corruzione –  sia qualcuno a  spiegare che sindaco e assessori non “autorizzano” più nulla da quando Bassanini – sulla riforma del quale ci sarebbe molto da dire, comunque, al punto che egli stesso sembra essersene pentito – ha deciso che la politica ha un ruolo e la dirigenza un altro.

Ad Anzio, troppo spesso, si è fatta confusione.

Sgarrupato sarà un errore, ma spiegate. E non sono candidato

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Ammettiamo che “sgarrupato” è offensivo. Avrei dovuto scrivere che conclude poco in termini di risultati per la città e non si sarebbe risentito nessuno. E forse si sarebbe parlato delle lettere spedite dall’Ufficio tributi e non di un giornalista che riporta notizie e oggi a maggior ragione pensa a tutto – ne possono stare certi – fuorché a candidarsi.

Comunque chiedo scusa a chiunque si sia sentito offeso per lo “sgarrupato”, riflettendoci meglio me la sono presa con una intera Istituzione – compreso chi è in regola con i pagamenti – e non è giusto. Era e resta un termine “colorito” per definire la situazione della città, sotto gli occhi di tutti, e non una offesa al Consiglio comunale. Chiedo scusa, come fece – è giusto ricordarlo – Paride Tulli dopo la bestemmia in aula ricordata in questo spazio nella serie di esempi di “offese” che non avevano portato, negli anni, ad alcuna levata di scudi.

Detto questo, però, stiamo ai fatti: esistono le 16 lettere dell’Ufficio politiche delle entrate? Sì.

E’ scritto lì che se i destinatari non pagano entro dieci giorni decadono ai sensi dell’articolo 63 del decreto legislativo 267/2000? Sì

Il totale, tra consiglieri direttamente e società a loro collegate arriva a circa 400.000 euro? Sì.

E’ su questo che servirebbero risposte non al sottoscritto, ma alla città. Perché è vero, come dice Gianfranco Tontini, che tutti possiamo dimenticare di pagare qualcosa. Era nelle premesse di ogni riferimento a questa storia, ma cosa succederebbe se tutti – il 15 novembre – dimenticassimo di pagare la Tari? Cerchiamo di riportare le cose ai fatti, quindi, è su quelli che si deve chiarire.

Per il resto il dibattito – inutile, a parere di chi scrive – nel consiglio comunale del 5 novembre, ha offerto altri spunti.

E’ stato violato un segreto d’ufficio? No, perché la lettera è stata fatta vedere a chi scrive da uno degli interessati.

E’ stata violata la privacy? No, perché non c’erano nomi di alcuni, chiesti agli uffici che vedranno se indicarli o meno.

Ha sbagliato l’ufficio a spedire quelle lettere, indicando la decadenza? E’ possibile, da quanto sentiamo e leggiamo, di certo la Cassazione  parla di cartelle di pagamento e non di avvisi come quelli che però ci sono e restano una notizia.Ha sbagliato a coinvolgere le società? Si accerti in Comune.

Non si poteva fare o c’è un complotto degli uffici? Si accerti…

E’ stato così anche in passato, come ha detto il sindaco? Allora qualcuno, forse, incompatibile lo era prima….

Di più: quelle cifre, come le altre relative a lettere che sarebbero state inviate “a 30.000 cittadini” come è stato detto in Consiglio comunale (possibile se i contribuenti sono 39.000, la lettere ha lo stesso tenore o è una ingiunzione?), sono nei residui? E ci possiamo fidare, a questo punto, di quei residui e degli accertamenti di quell’ufficio?

Resta il fatto che a “sgarrupato” – e chiedo ancora venia – si è risposto con accuse pesantissime e ingiustificate, partendo dal presupposto (errato) che io sia il candidato prossimo venturo. Ho detto e ripeto che non è così e ne ho spiegato il motivo, stiano tranquilli anche quelli che immaginando la candidatura venivano a proporre – dall’attuale maggioranza – liste già pronte e dopo il “no, grazie” hanno usato termini poco appropriati in questa triste vicenda. Ecco, rispetto a certa politica – che dalle nostre parti è trasversale – io preferisco tenermi la libertà di espressione. Come ho fatto sempre, al di là delle mie convinzioni ben note e che oggi tanto scandalizzano, mentre c’è chi non s’è mai occupato di ben altre tessere, incarichi e incompatibilità.

Per questo, citando l’immenso Pierangelo Bertoli  “le masturbazioni cerebrali, le lascio a chi è maturo al punto giusto”.

Per questo, prima di parlare di “pseudo giornalista” di “arricchimenti”, di usare “strumentalizzazioni” e “generalizzazioni” ma soprattutto il termine “infame” da parte del massimo rappresentante istituzionale in quel consesso, sarebbe il caso di rispondere sul problema sollevato dall’Ufficio tributi e divenute di pubblico dominio – è questo che non si doveva sapere… – com’è giusto che fosse. E preoccuparsi più di una città che di tutto ha bisogno, fuorché di storie come questa.

Infame, che brutto aggettivo…. I messaggi di solidarietà

Dico subito grazie a tutti.

Mentre c’è chi prova a fare l’interpretazione autentica delle dure parole del presidente del consiglio comunale di Anzio, Sergio Borrelli, sull’ormai nota vicenda che ha finito per riguardare il sottoscritto e non la notizia delle lettere spedite a chi – secondo l’ufficio Tributi del Comune di Anzio – non era in regola, c’è chi non ci sta.

In queste ore alle telefonate e ai messaggi si sono aggiunti un comunicato di Anzio Diva , il commento di Agostino Gaeta sulla sua pagina facebook e la lettera di solidarietà che numerosi colleghi del territorio hanno spedito agli organismi di categoria per chiedere un intervento sì per quanto affermato nei confronti di chi scrive, ma per il clima che riguarda chi prova a raccontare questo territorio. Ecco il testo:

Ad Anzio chi racconta i fatti è uno “pseudo giornalista” o, peggio, un “infame”. Sono la parole echeggiate nell’aula consiliare giovedì 5 novembre, quando il Consiglio ha trascorso oltre un’ora a dibattere sulla notizia che il collega Giovanni Del Giaccio aveva dato attraverso il suo blog.

Notizia relativa a lettere che l’Ufficio tributi del Comune aveva spedito a 15 consiglieri comunali e assessori, ritenuti morosi nei confronti dell’Ente direttamente o per società a loro collegate. Nel commentare la notizia Giovanni ha usato la frase “a un consiglio comunale sgarrupato mancava solo una vicenda del genere per dire che è stato veramente toccato il fondo in questa città”.

L’uso del termine “sgarrupato” ha talmente offeso i consiglieri che si sta addirittura predisponendo un documento congiunto, a seguito di un dibattito nel quale dei morosi non si è parlato se non per minimizzare, ma si è fatto espresso riferimento a segreti d’ufficio rivelati, privacy violata (di personaggi pubblici….), strumentalizzazioni, pseudo giornalismo, mire politiche del collega (si vota nel 2018!) e soprattutto il presidente del Consiglio comunale, Sergio Borrelli, nel concludere ha detto: “Ho cercato su un vecchio dizionario la parola sgarrupato ma non l’ho trovata. Infame invece c’era già, infame c’era”.

Questo episodio è solo l’ultimo di una serie che nel territorio di Anzio e Nettuno vede la stampa che non “copia e incolla” come nemica. Lo stesso presidente ha fatto, in passato, identificare i giornalisti perché facevano delle foto. All’esterno di quell’aula è stato aggredito il direttore del settimanale “il Granchio”

Si annunciano querele e maxi richieste di risarcimento per avere riportato dell’esistenza di un’indagine

Si ricevono denunce addirittura per stalking o vengono danneggiate le auto.

Esprimiamo a Giovanni la nostra solidarietà e chiediamo il vostro intervento, in ogni sede, per porre all’attenzione delle autorità il caso Anzio-Nettuno.

Gli operatori dell’informazione di Anzio-Nettuno

Roberto Amati, Davide Bartolotta, Elisabetta Bonanni, Cosimo Bove, Francesco Cenci, Giovanna Consolo, Rosanna Consolo, Mauro Cugola, Katia Farina, Steno Giulianelli, Ivo Iannozzi, Francesco Marzoli, Claudio Pelagallo, Elvira Proia, Mariella Recchia, Augusto Saturnino, Roberta Sciamanna, Francesca Tammone, Giancarlo Testi, Antonino Visalli

Vecchi dizionari, nuovi mezzi. Così un infame è in buona compagnia

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Fa male sentirsi chiamare infame. Fa male che a pronunciare quella parola, per due volte, sia chi ha un ruolo istituzionale. Dice che sui vecchi dizionari – del resto fa politica da una vita – la parola “sgarrupato” non l’ha trovata ma “infame sì, infame già c’era“. Il riferimento a chi scrive era lapalissiano.

In queste ore molti cittadini – non il sindaco e nessuno dei consiglieri presenti al momento delle pesanti dichiarazioni di Sergio Borrelli che o non hanno sentito o hanno capito male o condividono – esprimono solidarietà e li ringrazio.

Io aspetto sviluppi, verbali ufficiali, ma soprattutto cerco di capire se questo epiteto è  una novità nei confronti di un giornalista. Provo a immaginare cosa succederebbe se il presidente di una qualsiasi istituzione si esprimesse così.

Sono in buona compagnia, i tifosi dell’Atalanta si sono schierati contro i giornalisti che davano conto delle indagini sulla proprietà. Il direttore della Gazzetta dello sport ha ricordato che “infame è una parola mafiosa” .

A proposito di complotti giova ricordare, con il Fatto Quotidiano, quello che succedeva con il calcio scommesse ad esempio. Per fortuna non siamo ancora alle vicende calabresi che ci racconta Il Quotidiano di Reggio, ma soprattutto nel sud Italia ci sono talmente tante storie che Il Saggiatore ha dedicato un libro dal titolo emblematico alla luce di quanto sentito giovedì: “Taci infame“.

Più recente e vicino a noi Massimo Carminati, uno dei presunti boss di Mafia Capitale, dell’infame a Lirio Abbate dell’Espresso, collega che vive sotto scorta da anni. Si potrebbe continuare, senza vecchi dizionari ma con i nuovi mezzi, quelli del 3.0 sbandierato dal sindaco Luciano Bruschini.

Ecco, quella di Borrelli non solo è un’uscita infelice, inaccettabile e offensiva, ma autorizza il sottobosco della politica di casa nostra a prendersela con l’infame di turno e non sempre sono parole…

Ho scoperto, con una banale ricerca su google (non c’è sui vecchi dizionari questa) di essere in buona compagnia. Mal comune, in casi del genere, non è mezzo gaudio.

Il Consiglio offeso, la notizia, i silenzi…

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Debbo delle scuse ai cittadini di Anzio: aver usato il termine “sgarrupato” ritenuto offensivo dai consiglieri comunali ha costretti i nostri rappresentanti, democraticamente eletti, a discutere per oltre un’ora di quello e non dei problemi della città.

Meno ancora della scomoda notizia che era, è e resta vera. Vale a dire delle lettere che sono state inviate dal responsabile dell’ufficio tributi a 16 – non 15, come detto inizialmente – tra consiglieri comunali e assessori ritenuti “morosi” nei confronti dell’ente al punto di ipotizzarne la decadenza ai sensi del decreto 267/2000.

Notizia vera ma che si è cercato di ridimensionare, parlando del termine “sgarrupato”, inteso da chi scrive nell’accezione del maestro Marcello D’Orta di “Io speriamo che me la cavo” e senza alcun intento denigratorio ma come semplice constatazione di una realtà che i cittadini hanno sotto gli occhi quotidianamente. Dispiace che si siano offesi, anzi tante scuse, ma giova citare la mai troppo letta Miriam Mafai per chiarire meglio il termine e l’uso che da allora se ne è fatto.

Frequento da oltre 30 anni le assisi civiche e non ricordo, ma la memoria potrebbe difettare, levate di scudi del genere quando – ad esempio – Paride Tulli bestemmiò in aula mentre la riunione si svolgeva nei locali della palestra della “Cesare Battisti” ad Anzio Colonia, sindaco Bertollini. O quando Piero Marigliani fece quasi “volare” i tavoli al centro ecumenico, sindaco Mastracci. O quando a difendere i commercianti c’è chi entrava in aula in pantaloncini e ciabatte, sindaco Bruschini, e dai banchi di maggioranza si diceva “non c’è nessuna Standa e nessun Berlusconi” e quelli già avevano comprato.

Nessuno si è mai offeso per la costante presenza in emiciclo in questa consiliatura di chi non c’entrava nulla ed era appoggiato agli scranni del sindaco avendolo sostenuto in campagna elettorale. Qualcuno si è offeso perché Buzzi, quello di Mafia Capitale, ha detto di aver “buttato 150.000 euro ad Anzio“? E chi si offende per quello che una volta sì e l’altra pure scrivono Mef, Corte dei Conti, Funzione pubblica? Per i pareri nascosti, il regolamento del Consiglio calpestato e tutto il resto? Ma sì….

Il problema è chi ha violato i segreti, chi ha dato la notizia. Avevo provato a spiegarlo, lo ha ricordato a metà Eugenio Ruggiero, non citando il contenuto della lettera, alla commissione trasparenza. Riassumo: la notizia è stata data da uno dei diretti interessati, è bastato fare una verifica sull’esistenza di altre lettere e sull’entità delle richieste. Questo fanno i giornalisti. Non c’era alcun segreto. E in più passaggi è stato sottolineato che andava considerato al netto di errori, ricorsi, sospensioni e via discorrendo. Poi su “come” escono le notizie, se ritengono, sono pronto a una lezione magistrale.

Notizia vera ma che si è cercato di ridimensionare, dicendo che non sono 400.000 euro. Si vedrà all’arrivo degli atti richiesti al Comune da chi scrive e dal Granchio, perché in quelle lettere venivano contestati anche i collegamenti a società. Non era possibile? Lo si dica e se il solerte funzionario ha sbagliato, l’anno prossimo non prenda il 100% del risultato.

Delle due l’una, infatti: o ha commesso un errore spedendo lettere che ai normali cittadini di norma non vengono riservate o ha ragione. Anzi no, c’è una terza via. Se nelle lettere spedite ai consiglieri e assessori si è verificato, come affermato in Consiglio comunale, che ci sono stati errori nel conteggio e persino soldi da restituire, chi ci dice che non ci siano per il resto dei cittadini? E chi ci garantisce che i famosi “residui” siano corretti? E siamo certi che all’atto dell’insediamento le posizioni fossero tutte regolari? No, tutti a preoccuparsi di “sgarrupato”.

Peggio, di un complotto legato alla famosa vicenda della mia candidatura, per la quale anche i bambini del maestro D’Orta avrebbero capito dopo più spiegazioni ma che è ormai argomento che piace tanto a destra quanto a sinistra.

E’ del Pd!” – gridavano. Compreso chi ne ha fatto parte fino all’ultima campagna elettorale, salvo seguire – legittimamente – la sirena di Placidi. Nessuno si è accorto – e solitamente sono bene informati – che nel 2007 all’atto della fondazione ho scelto di esserci, credendo in qualcosa di diverso. E che sono tornato a votare alle primarie, ogni volta. Ci sono giornalisti che fanno il loro lavoro avendo anche tessere in tasca – a destra come a sinistra – ma mantenendo la loro onestà intellettuale. Chiedere al Pd di Anzio, ad esempio, quanti “favori” ha avuto dal sottoscritto e, invece, quante reprimende. Forse anche per questo chi passerà alla storia per essere il candidato che ha avuto la percentuale più bassa del centro-sinistra da quando si vota con questo sistema si è tanto risentito ieri. E’ il gioco di una politica che il sindaco ha ricordato essere “degenerata” e che non mi apparteneva né mi appartiene. Tenetevela stretta.

Perché ero, sono e resto un giornalista che usa passione e rigore nel suo lavoro. Ripeto: la-vo-ro. Per questo oltre ad aver ascoltato lo streaming ho chiesto ufficialmente – informando anche il Prefetto – il verbale della seduta di ieri, dove ci sono state affermazioni pesanti. Pesantissime. Valuterò le azioni da intraprendere. Il dispiacere maggiore è che nessuno – in aula – abbia sentito il dovere di intervenire dopo le parole del presidente Sergio Borrelli. Ma è un capitolo che si tratterà altrove.

Mercoledì, all’iniziativa sui cronisti minacciati, alla Regione Lazio, avevo annunciato che il Consiglio comunale si sarebbe occupato della vicenda. Era noto un documento in uscita, veniva annunciato sui social oltre che negli ambienti politici. Doveva riguardare me e chi aveva ripreso la notizia, i colleghi del Granchio, poi l’onore è stato riservato esclusivamente al sottoscritto. Ebbene il vice presidente della commissiona antimafia, Claudio Fava, intervenendo ha detto che una cosa del genere era paragonabile a quella fatta dal sindaco di Oppido Mamertina che in Consiglio comunale aveva additato il giornalista “reo” di aver riportato la notizia dell’inchino della processione al boss.

Tutto il mondo è paese, evidentemente, ma mal comune non è mezzo gaudio in casi del genere.

Un grazie sentito a quanti mi hanno espresso solidarietà in queste ore

Sempre a proposito di bavaglio, attenti che giovedì…

Riporto il documento del segretario dell’Associazione Stampa Romana, Lazzaro Pappagallo, sulla vicenda della legge-bavaglio. Richiamando l’attenzione di chi segue questo spazio ancora su quanto si prevede giovedì in Consiglio comunale: un documento congiunto contro “certa stampa” a difesa della “onorabilità” dell’assise. Sarà tutto da leggere….

Intanto pensiamo a questa battaglia contro il bavaglio. Ecco l’intervento del segretario del nostro sindacato.

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Lo diciamo subito: non è una battaglia corporativa. Non può essere una battaglia corporativa quella sul no al bavaglio. Non è una questione di definire quali intercettazioni possano essere pubblicate e in quali termini. E’ un’altra la linea prospettica. Vogliamo capire, anche in questo passaggio, quale società vogliamo declinare anche con il contributo dei giornalisti. Vogliamo una società della riservatezza, del riserbo su cosa fa chi riveste ruoli di responsabilità nel paese? Vogliamo una società in cui ci siano corpi separati nei quali i giornalisti non possono accedere? Vogliamo una società in cui le pareti divisorie tra amministrazione, politica, giornalisti, società civile siano alte o siano ridotte allo stretto necessario per lavorare nell’interesse comune al servizio dei cittadini?

Se vogliamo questo tipo di società non aperta, ma a scompartimenti, a blocchi, a logge allora non firmate l’appello di Stefano Rodotà, Marino Bisso, Arturo Di Corinto, Giovanni Maria Riccio che hanno lanciato l’iniziativa di no bavaglio. Se invece vogliamo una società aperta in cui il ruolo dell’intermediazione giornalistica abbia un senso, in cui le querele temerarie si ritorcano contro chi le commette – il provvedimento sulla diffamazione è l’altro corno su cui lavorare in Parlamento -, in cui ci sia un adeguato rilievo per le notizie che fanno riferimento ai personaggi pubblici, allora firmate.

E firmate anche per dire al governo che la delega in materia di pubblicazione delle intercettazioni non ha senso. Ma non perché delegare l’esecutivo sia lesa maestà ma perché discuterne in Parlamento significa ricucire il dibattito con i rappresentanti della comunità, dell’elettorato, di chi ha il diritto di essere informato.

Stampa Romana aderisce, invita i comitati di redazione e i singoli colleghi a farlo, pronta a mobilitarsi in tutte le sedi ritenute opportune dalla Federazione Nazionale della Stampa. A iniziare da una raccolta firme prevista davanti piazzale Clodio giovedì mattina alle 9. Simbolo di un processo che ha un senso per Roma proprio perché ci sono state inchieste giornalistiche e si è potuto conoscere in profondità quale mondo sommerso si agitava sotto le strade della Capitale.

Per firmare accedere al sito www.nobavaglio.org