Porto e Capo d’Anzio, addio ai sogni di gloria

Giugno 2000, luglio 2024. Dai sogni di gloria – iniziati alla fine del ’99 con l’approvazione dei documenti per il nuovo porto in Consiglio comunale e proseguiti con la costituzione della società, appunto nel 2000 – alla liquidazione della Capo d’Anzio che doveva realizzare e gestire il bacino ma si è limitata, nel tempo, ad accumulare debiti e gestire (male) l’esistente.

Finiscono nel modo peggiore i sogni di gloria – chi scrive ci ha creduto e si è amaramente pentito – i 1200 posti barca, i 1000 posti di lavoro (!?!?!), Montecarlo e via discorrendo. Finiscono per responsabilità chiare e inequivocabili della politica e del centro-destra che per 25 anni ci ha fatto credere nel “miracolo” disinteressandosi della situazione della società ovvero limitandosi a nominare presidenti e consigli d’amministrazione con il bilancino, senza leggere le carte di una gestione che era disastrosa non da oggi.

Hanno nome e cognome – De Angelis e Bruschini e le loro maggioranze – quelli che ci hanno portato il privato, Renato Marconi, e se lo sono tenuti dopo aver promesso di mandarlo via “parola d’onore”. Si sapeva chi fosse, più volte da questo umile spazio si è messo in guardia sul rischio che avrebbe fatto come con “Italia navigando”, ci siamo arrivati. L’ingegnere di Marinedi, sia chiaro, ha svolto il suo ruolo, fino a chiedere la liquidazione perché vanta un credito. Ora proverà a rilanciare e prendersi la società, com’era ampiamente prevedibile. Tutto questo mentre pensavano al gioco delle parti, in consiglio comunale, mentre negli uffici si copiavano e incollavano relazioni (verso “Signorsì”?) o prima si chiedeva di liquidare la società e poi ci si ripensava a uso e consumo di quella stessa politica. Nessuno si accorgeva, pensate, che c’era un direttore del porto e solo a Velletri su un falso in bilancio palese si poteva chiudere un occhio, ma si sa che le sentenze vanno rispettate. Quel direttore, oggi, ha avuto riconosciuto ciò che gli spettava. Sarà un altro debito che pagheremo.

Finisce la Capo d’Anzio, si arena il sogno del nuovo porto, e mentre il liquidatore dovrà pensare a sistemare i conti e qualche “falco” (Marconi stesso? o dietro questo epilogo c’è un disegno più ampio?) cercherà di approfittarne, in teoria il Comune potrebbe rilasciare una nuova concessione. Il Demanio è sua materia, ma dubitiamo la commissione straordinaria voglia metterci mano.

Dispiace, perché doveva essere il porto della città, è rimasto quello delle nebbie.

ps, per chi vuole approfondire c’è l’imbarazzo della scelta

Vincenzo D’Amico, Gianluca Atlante e un libro che commuove

Il libro che il fraterno collega Gianluca Atlante ha dedicato a Vincenzo D’Amico è l’omaggio a un campione, un tuffo nella lazialità, il riassunto di un calcio che abbiamo amato e non c’è più.

È prima ancora il tributo a un figlio di Latina – mia città adottiva per una trentina d’anni – che non aveva dimenticato le sue origini. L’ho letto con colpevole ritardo e qualche lacrima che da laziale ci sta tutta.

Nelle pagine iniziali c’è il rapporto con il “Nicolosi”, un quartiere che ha rappresentato e rappresenta l’anima popolare del capoluogo pontino, poi la perfetta descrizione della zona tra via Monti e il tennis club ai “Giardinetti” o cos’era il Cos che come tale  – purtroppo – non esiste più.
Poi vengono le storie e i ricordi, di chi ha giocato con “Vincenzino” o l’ha avuto avversario, di chi ha vissuto l’esperienza in campo o in tv insieme a lui.

Poi le partite importanti nelle quali si caricò la Lazio sulle spalle (a quella dei 3 gol al Varese c’ero),  tanti aneddoti e passaggi che commuovono. Sono certo non solo i laziali.
A me resta un incontro al Mocafè,  in corso Matteotti,  la sua disponibilità, la battuta pronta. Quando gli dissero “è un giornalista del Messaggero“, io mi affrettai a rispondere “ma ti sto salutando come laziale” e lui “a mbè…” con un sorriso grande così. Questo era Vincenzo D’Amico, bandiera della Lazio. Lo sanno e per questo lo rispettano anche gli avversari.

Ps: Latina e la Lazio finora hanno fatto poco per ricordarlo. Il libro di Gianluca (bravo!) è un monito affinché la sua città e la squadra per cui ha dato tutto, si sveglino. 

Addio a Fiore De Santis, indimenticabile quel “duetto”

Mi giunge la triste notizia della morte di Fiore De Santis, imprenditore nel settore delle pompe funebri capace di associare diverse agenzie della provincia sotto l’egida della Ifal, consigliere comunale e assessore per lungo tempo a Sermoneta, persona sempre disposta al dialogo con i giornalisti e soprattutto a fornire qualche “dritta”.

Quando volevo fare questo mestiere, all’università tenne una lezione Giampaolo Pansa che ci disse che dovevamo conoscere un direttore di banca, saperci muovere in tribunale e alla camera di commercio. Aveva perfettamente ragione, ma aveva dimenticato che un cronista deve avere rapporti anche con chi ha agenzie funebri. Sono loro che intervengono sempre, dall’incidente al decesso del personaggio noto, fino all’omicidio.

Con lui, sin dai tempi di “Latina Oggi”, si era instaurato un rapporto di reciproca fiducia. Se accadeva qualcosa e non ti vedeva arrivare, chiamava per dirti che fine avessi fatto. Quando c’eri, bastava uno sguardo per capirsi e dirgli, senza parlare “se c’è una foto della vittima, mi raccomando….” E se arrivavi in una casa – i social non c’erano e le suole andavano (come andrebbero) “consumate” – di fronte a qualche titubanza dei familiari era lui a mediare. E poi qualche dritta su come fosse andata l’autopsia, quella sulla fissazione delle esequie…. Ma anche la disponibilità, a Sermoneta, per qualsiasi cosa ti servisse. Una sera, se non ricordo male era il 2007, ospitavamo al castello la cena del congresso dell’Unione nazionale cronisti. La Compagnia dei Lepini aveva organizzato, insieme al Comune, l’accoglienza ma non avevamo fatto i conti con qualche anziano partecipante ai lavori. “Fiore, ma come lo aiutiamo a salire a questo? Come fate con i funerali?” E lui, serafico: “Vado a prendere una cassa e lo porto sopra...” Per fortuna, alla fine, non servì.

Il massimo fu in occasione della tragedia che sconvolse la città, ma l’Italia intera, con un’esplosione nella caserma dei carabinieri di Latina. C’erano i media di tutto il Paese e si svolgeva l’autopsia, i colleghi arrivati da altrove non conoscono la camera mortuaria dell’ospedale “Santa Maria Goretti” ed erano giustamente tutti piazzati dal lato in cui sarebbe uscito il medico legale. Io ero lì per l’Ansa e il Messaggero e vidi spuntare Fiore dalla parte opposta, quella per intenderci dove si possono visitare le salme. Mi avvicinai, chiesi del funerale e di altre curiosità, mi misi al telefono per dettare all’Ansa la fissazione delle esequie per il giorno dopo. Fiore si fermò a fumare una sigaretta poco distante. Un collega con accento del nord arrivò trafelato, mi chiese chi fosse e io “Il sostituto procuratore Fiore De Santis“. Lui capì al volo e quando il giornalista si avvicinò, rispose: “Ho detto tutto a Del Giaccio” e se ne andò, voltando le spalle. Fummo capaci, in una circostanza tragica, di inscenare un “duetto” che mise in evidenza quella reciproca fiducia e fece sottintendere a Fiore – verso quel collega – “non ti conosco, non so chi sei“. E’ anche questo il giornalismo locale, di “prossimità” come dicono quelli che hanno studiato. Ne riparlammo spesso, sempre scherzandoci sopra, di quella vicenda. Era anche un rapporto diverso e amichevole tra fonte e giornalista, senza tutti gli “orpelli” di chi oggi vuole autorizzare a dare notizie, come l’ex ministra Cartabia, procuratori timorosi, forze dell’ordine che aspettano il via e temono chissà cosa.

Non lo vedevo da tempo, una volta incontrandolo a Sermoneta capii che non stava bene perché fece fatica a riconoscermi. Chiesi ai “suoi” della Ifal – che abbraccio forte, a partire dal figlio – cosa fosse successo ma confermarono solo che aveva un problema. Restano tutte le volte che mi ha dato una mano, quella sera a Sermoneta (ma anche altre, davanti alla polenta prima della sagra), quell’indimenticabile “duetto”. Non sarà stato un magistrato, come io l’ho definito quel giorno, ma una persona importante per il mio lavoro. E glie ne sarò sempre grato. Ciao Fiore!

Capo d’Anzio allo sfascio, Marconi chiede la liquidazione e la commissione… aspetta

Ai debiti del bilancio 2022 si sono uniti quelli dell’anno successivo, la fuggiasca ex amministratrice unica – nel frattempo diventata presidente di Acqualatina – ha certificato il quadro fallimentare della Capo d’Anzio e la commissione straordinaria continua nel prendere tempo. A questo punto Marinedi, titolare sub judice del 39% delle quote che attualmente sono in mano a un amministratore giudiziario, ha chiesto di liquidare la Capo d’Anzio. Marinedi, quindi Marconi, il socio privato portato con “Italia Navigando” e che sta facendo con la società che doveva realizzare e gestire il porto, ciò che ha fatto con la sua stessa creatura “Italia Navigando”, ritrovandosi quasi dal nulla 10 approdi. A quel punto, offre la soluzione. In attesa della decisione del Tribunale, la situazione è fallimentare e nel caso di liquidazione si apre un fronte nuovo: il porto non si realizza e questo ormai era noto, ma chi lo gestisce? E siccome il Comune è titolare del Demanio, quali intenzioni ha la commissione straordinaria, oltre ad attendere gli eventi e tollerare i copia e incolla del dirigente nel frattempo in aspettativa?

Alle perdite pari a 608.000 euro del 2022, si aggiungono 155.000 euro del 2023, il totale dei debiti è paria 3 milioni 448.593 rispetto ai 3 milioni 373.200 dell’anno precedente. Gli incassi, il cosiddetto “valore della produzione”, resta pressoché identico, scendendo da 1 milione 91.631 del 2022 a 1 milione 90.387 del 2023. Prima di andarsene nel lido più sicuro di “Acqualatina”, l’amministratrice Cinzia Marzoli ha ribadito che la continuità dell’impresa è a rischio, come leggiamo qui sotto. Non da oggi, aggiungiamo noi

La liquidazione e il commissariamento sono dietro l’angolo, anche se a Velletri – inteso come Tribunale – ci sono vie infinite. Non è un caso, comunque, che la vicenda abbia preoccupato almeno i dipendenti che vogliono conoscere il loro futuro, ma aggiungiamo che la stessa preoccupazione è di chi ha un posto barca in affitto (sempre meno) o deve entrare e uscire dal porto tutti i giorni con un escavo (da concessione a carico della Capo d’Anzio) fatto di fretta, pressoché inutilmente e a carico della società che accumula così ulteriori debiti. Divenuti troppo grandi e per i quali un piano di risanamento sembra impossibile, almeno da presentare fra meno di una settimana in tribunale. C’è una via d’uscita: il liquidatore porta al fallimento con tutto ciò che questo comporta, ma il Comune può sempre “darsi” la concessione o metterla a bando. Chi gestisce, poi, il porto? Torniamo alla casella di partenza di oltre 30 anni fa, quando si cercavano amici degli amici e si presentavano mega plastici in campagne elettorali. All’idea del porto che doveva essere “nostro”, della città, abbiamo purtroppo rinunciato da tempo.

I SILENZI

Al silenzio, non solo su questo, della commissione straordinaria, si unisce quello della politica. Tace la Regione che pure ha una concessione con canoni mai riscossi, i partiti locali soprattutto di centro-destra, quelli che ci hanno portato in questa situazione (si veda la foto della campagna di Bruschini che succedeva a De Angelis con lo sloga “continuiamo insieme”), pensano alle liste per le prossime amministrative e alla vittoria che sentono già loro, ma non spendono una parola su questo argomento. Anzi sì, circolano nuovi e fantomatici “fondi” tipo quelli dei turchi-napoletani dell’epoca Bruschini. Il Pd ci va di “fioretto”, gli altri del centro-sinistra continuano a preoccuparsi del progetto – ormai irrealizzabile – e pazienza se noi cittadini pagheremo tutti i debiti accumulati dalla società. Si è distinto il Movimento 5Stelle che almeno ha fatto commissioni trasparenza, ha presenziato alle commissioni in regione, ha smosso le acque sulla Capo d’Anzio.

ps, una delle entrate maggiori è data dai parcheggi, quelli che il centro-destra – complice un dirigente della polizia locale voluto dalla stessa politica – “regalò” ai protagonisti dell’indagine Malasuerte. Che passaggi di quell’inchiesta siano nell’operazione Tritone che ha fatto sciogliere il consiglio comunale, è un dettaglio…

La “lezione” di Antonietta, il premio per gli studi sul territorio

Perdonate l’assenza, tanti impegni mi tengono lontano da Anzio e da questo spazio. Per il compleanno di Maria Antonietta Lozzi Bonaventura, però, sono tornato e ho partecipato con piacere all’evento che ha visto al Lido Garda tanta gente che l’ha conosciuta, ne ha apprezzato le qualità, le ha voluto bene, ha appreso da lei. Quella che ci ha consegnato è stata una “lezione” che continua. Lo ha ricordato la figlia, l’amica Silvia, quando ha parlato di commemorAZIONE. Avrebbe compiuto 90 anni, Antonietta, il 24 maggio. Da qualche mese un comitato che mette insieme generazioni e sensibilità diverse – del quale mi onoro di far parte – ha messo in moto l’organizzazione di un premio per tesi di laurea che porterà il nome della professoressa. Direi, meglio, della cittadina impegnata come pochi su questo territorio e a tutto tondo.

Chi scriverà una tesi di laurea relativa ai luoghi cari ad Antonietta – la Subiaco delle origini, Anzio e Nettuno dove ha vissuto, lavorato ed è stata impegnata in prima fila in numerose iniziative e battaglie – concorrerà a un premio che la casa editrice della famiglia Lozzi metterà a disposizione e che consisterà anche nella pubblicazione del lavoro. Si aggiungeranno, ne sono certo, altri a sostenere la realizzazione del premio.

L’altra sera è stato bello vedere quanti, per un appuntamento che era culturale, di festa anche se Antonietta non è più tra noi, di impegno, hanno voluto ritrovarsi per stare ancora insieme a lei. Toccanti i video dell’archivio della memoria, commossa la biografia letta da uno dei nipoti, belle le pubblicazioni sul tavolo che erano lì a ricordare e ricordarci quanto è stato fatto da queste parti in termini di approfondimento e studi per il bene della collettività. Studi che attraverso le tesi non si fermeranno, per fortuna. Perché come ebbi a dire dopo l’operazione “Tritone” che ha portato questa città alla pagina più buia della sua storia, con lo scioglimento per condizionamento della criminalità, Antonietta ci ha insegnato tanto e continua a farlo. Restano scolpite nella mia mente, ma in quella di chi l’ha conosciuta e frequentata, l’importanza della conoscenza, dello studio e dell’impegno. Del dialogo contro la prevaricazione, della conoscenza contro l’ignoranza, dell’ambiente contro villettopoli, della cultura contro l’arroganza e del lavoro contro i soldi facili.

Un solo peccato, ai patrocini (gratuiti) chiesti alle amministrazioni pubbliche e arrivati da Regione Lazio, Comuni di Nettuno e Subiaco, manca quello di Anzio. Voglio sperare in una disattenzione della segreteria della Commissione (che poi, inopinatamente, è rimasta quella del sindaco) perché se si fosse scelto di non darlo la cosa sarebbe in perfetta continuità con chi guidava la città e Antonietta la soffriva, per i motivi citati poc’anzi. Però si può ancora recuperare, coraggio!

Voto di scambio, non c’è da gioire. Il problema è altro

La Procura di Roma

Lo scoop del Messaggero di giovedì 11 aprile, ripreso da siti ed emittenti televisive nazionali, ha posto fine al chiacchiericcio su nuove indagini, avvisi e compagnia. Ha anche ridato fiato a qualche giurista da bar o giustizialista da tastiera. Tutto lecito, ci mancherebbe, le accuse nei confronti dell’ex sindaco Candido De Angelis e di quattro appartenenti alla sua maggioranza sono gravi. Gravissime. Ma di accuse si tratta e io, per questo, voglio essere fuori dal coro e stare dalla loro parte.

Perché non è il penale che interessa, l’ho sempre detto e lo ripeto, ma il “sistema Anzio” del quale politicamente sindaco e maggioranze che per 25 anni sono stati alla guida della città sono responsabili.

Un sistema che, purtroppo, ha prestato pericolosamente il fianco alla criminalità organizzata, motivo per il quale il Comune è stato sciolto e abbiamo una commissione straordinaria fino a novembre prossimo.

Sistema che dal diritto scambiato per favore al calpestare la legalità delle cose quotidiane, dagli interessi nemmeno tanto nascosti su appalti e assunzioni, ha allargato purtroppo le maglie e fatto indossare il vestito bello a qualche poco di buono. La politica ha smesso di essere un argine nei confronti del malaffare, questo è. Poi ha provato – disperatamente – a nascondere le carte alla commissione d’accesso per evitare l’onta peggiore che potesse subire la città. Ed è la responsabilità più grande di chi ci ha governato. L’errore è stato ed è “normalizzare” certe cose, come ci spiega puntualmente don Ciotti. Se poi il voto di scambio fosse vero allora, penalmente, ne risponderanno gli attuali indagati. Ma non è semplicemente dividendo i buoni dai cattivi che si va lontano.

Abbiamo scoperto che il Pd, ad esempio, ha una nuova responsabile legalità nazionale che intervenendo su Anzio si è – automaticamente – attirata le ire sui social di chi le ha ricordato le vicende di Bari e Torino. Il Pd dovrebbe spiegare altro, dalle nostri parti, ad esempio perché con Minniti ministro, abbiamo votato nel 2018, quando “le vie infinite della politica” sbandierate in tv dall’ex sindaco ci portarono alle urne. Allora non si doveva votare, la commissione doveva arrivare prima, le vicende emerse in “Tritone” le denunciavamo in pochi. Regolarmente derisi. Dopo quell’operazione, invece, tutti hanno scoperto l’antimafia da una parte, mentre dall’altra c’è chi continua a raccontarci che è tutto a posto. Non è così che si va lontano, perché la “coscienza” della città dovrebbe venire prima di tutto. Un tempo c’era, è andata perduta.

Se poi vogliamo parlare di voto di scambio, l’augurio è che gli investigatori abbiano raccolto altro rispetto a quanto letto nelle carte di “Tritone” dove si palesano comportamenti e frequentazioni inopportune – assolutamente – ma si fatica (da profano, sia chiaro) a vedere il reato previsto dall’articolo 416 ter del codice penale. Perché sono garantista da sempre, non a “soggetto”, ed è comunque indegno di un paese civile far trascorrere sei anni dal presunto reato prima di convocare gli indagati in Procura, esporli – e per il ruolo pubblico ci sta tutto – sui media e magari scoprire tra altri due anni che abbiamo scherzato. Se poi arrivassero delle condanne, allora ne riparleremo, ma al momento la situazione è di persone indagate che non vuol dire colpevoli se siamo ancora in Italia, se vale la Costituzione e con essa la presunzione d’innocenza.

Infine, c’è chi ha “brindato” alla notizia. Non c’era e non c’è da gioire, perché come mi è già capitato di sostenere abbiamo perso tutti, pur essendo ben precise le responsabilità politiche dello scioglimento del Comune. Ora, in prospettiva elezioni 2025, buttarla sul penale serve a poco. L’impegno deve essere ad avere un modello diverso e soprattutto credibile, non voler sostituire quel “sistema Anzio” con un analogo.

Porto, se fosse la volta buona per una soluzione pubblica condivisa

Non c’era bisogno che la dimissionaria amministratrice della Capo d’Anzio, Cinzia Marzoli, si recasse in Regione a dire che il progetto del porto non è realizzabile. Avevamo scoperto con “il Granchio”, ormai quasi venti anni fa, che Italia Navigando – allora partner teoricamente pubblico della società – diceva al Salone nautico di Genova “tanto non si farà mai”. E spingeva per Fiumicino.

Sempre allora, dopo aver creduto (sbagliando, ahimè) al raddoppio del bacino, scoprimmo con banali visure camerali che Renato Marconi era socio della Capo d’Anzio e che questa, quindi, non era più pubblica. Né l’allora sindaco, Candido De Angelis, né il suo successore, Luciano Bruschini, fecero abbastanza per riprendersi le quote. Il resto è storia recente, di un carrozzone – la Capo d’Anzio – creato per realizzare e gestire il porto e che si trova a fare – male, malissimo – solo la seconda cosa. Di una società che era ed è il reale problema da affrontare e risolvere, se si vuole dare un futuro al bacino portuale di quella che resta una gloriosa città di mare caduta in misera disgrazia.

Per anni si è dibattuto sul progetto, ancora oggi c’è chi “brinda” perché era sbagliato (andavano forse bene Marine investimenti del ’90? O quelli che intervenivano per far rinviare le conferenze dei servizi?), quando la realtà dice che la Capo d’Anzio immaginata per fare quel porto e lasciarlo pubblico è stata, purtroppo, l’inizio della fine. Con partite giocate altrove, in più di qualche salotto romano, purtroppo.

Con l’addio della Marzoli (secondo una versione di “radio Villa Sarsina” voleva liquidare la società, secondo un’altra ha solo un incarico più prestigioso da svolgere) sono 7 i presidenti e/o amministratori che si sono succeduti alla guida della società, a lei va riconosciuto di aver finalmente fatto ordine in conti disastrosi, ben diversi da quelli illustrati dal professore specializzato in crack finanziari che De Angelis, al terzo mandato, aveva chiamato al capezzale per provare a salvare ciò che non era possibile. E cercando di mandare via, troppo tardi, Renato Marconi che Bruschini gli prometteva che avrebbe cacciato (“parola d’onore”, disse in consiglio comunale) ma con il quale intanto firmava la Road map…. De Angelis non viveva sulla luna, era consigliere comunale.

Detto questo, l’addio della Marzoli impone l’obbligo di decidere. La Capo d’Anzio ha i conti in rosso, debiti a non finire, non è “bancabile” (e non da oggi) e si appresta a essere liquidata. Ha un solo patrimonio: la concessione demaniale. E intorno a questa, se ci fosse una politica che ha a cuore i problemi e non solo i voti da prendere alle europee in vista delle amministrative del 2025, si deve fare quadrato.

Se si liquida semplicemente la società, Marconi – che ha le sue quote affidate a un custode giudiziario – può fare la voce grossa e dire che vuole ricapitalizzare. La via d’uscita, istituzionale e pubblica, era e resta quella di inglobare Anzio nell’autorità portuale del Lazio. Con la concessione (il valore da portare nell’autorità) e tutti i suoi debiti, molti dei quali con la Regione Lazio per canoni non pagati, escavo del canale di accesso e compagnia. Per farlo occorre che dal presidente Francesco Rocca al capogruppo Pd Daniele Leodori, passando per tutti i consiglieri di riferimento che ci sono sul territorio dall’una e dall’altra parte (abbiamo anche uno eletto qui, Capolei), e con la spinta della Commissione straordinaria che guida Anzio dopo lo scioglimento, si decida di sedersi e trovare una soluzione condivisa.

Per entrare nell’autorità portuale servono atti concreti, delibere, forse addirittura la modifica di una legge regionale, ma è ormai l’unica via da provare a percorrere. Il tempo delle interrogazioni e delle responsabilità da individuare – che sono chiarissime, d’altra parte – è finito. L’autorità portuale è una soluzione – pubblica – per restituire ad Anzio un porto degno di tale nome, non faraonico (quello è stata una chimera) ma attrezzato e praticabile. La politica – che dovrebbe avere una visione e indicare soluzioni percorribili – farebbe questo. La politichetta, invece, ci ha portato allo sfascio della Capo d’Anzio e alla disastrosa situazione attuale.

Per approfondimenti

Don Ciotti ad Anzio, la pesante assenza della Commissione

L’immagine è del Tg3Lazio

In un Comune sciolto per condizionamento della criminalità organizzata l’arrivo di don Luigi Ciotti ad Anzio avrebbe imposto la presenza istituzionale della Commissione straordinaria, con tanto di fascia tricolore. Un segnale per dire che lo Stato c’è e che coloro che sono stati mandati per gestire l’ente locale e ristabilire almeno le regole della legalità quotidiana, sono presenti. Per dire, a gran voce, perché sono qui e non “lasciar perdere” come sottolineato in qualche occasione. Sarebbe stato un segnale, appunto, ma nessuno dei tre componenti della Commissione ha trovato il tempo e il modo di esserci. Vogliamo sperare che non c’entri il fatto che fosse nel fine settimana…

Si è delegata, e ha fatto un intervento condivisibile, la dirigente Angela Santaniello. Più di un saluto, il suo, la sottolineatura che il Comune è la prima linea, è il posto dove i cittadini chiedono risposte a volte immediate.

La Commissione ha ereditato una situazione pesante, non possiamo dire che abbia brillato in questo anno e qualche mese, non ci aspettavamo certo una rivoluzione che non le compete, ma basta fare un giro in città per rendersi conto che le cose non vanno. Perché no, chiedere a tutte quelle “brave persone” che ama citare la prefetta Scolamiero cosa pensano dell’operato della Commissione stessa.

Magari ci spiegheranno che avevano impegni, comunque che l’ente era rappresentato o che il cerimoniale non prevede la fascia, d’accordo. Ma un segnale andava dato. Perché come ha ricordato don Ciotti le cose dobbiamo chiamarle per nome e qui la ‘ndrangheta (ma non dimentichiamo la camorra) ha messo radici. E in quella “prima linea” che è l’ente locale più di qualcuno si era avvicinato come dimostra l’indagine Tritone ma come era scritto nelle precedenti, per reati “ordinari”. La politica che fino a un certo punto aveva rappresentato un argine, ha abdicato al suo ruolo e i cittadini, buona parte dei cittadini (è la democrazia) ne sono stati felici. Il fondatore di Libera ha ricordato anche che “la violenza penetra in profondità nel tessuto sociale e nei modi d’essere delle persone” e di toni forti ne abbiamo sentiti spesso, in Consiglio comunale. E’ stato un modo di fare che forse si è “adagiato” all’involuzione della città e che oggi ribadisce a gran voce: non ci hanno arrestato, non siamo indagati, siamo candidabili fino alla sentenza di Cassazione, è stata tutta una montatura.

No, non lo è stata. Lo dicono le carte di Tritone, quelle della commissione d’accesso, la situazione che la Commissione si è trovata ad affrontare con un “modello di amministrazione” che forse lo era per il sistema Anzio messo in piedi e non per la cittadinanza tutta. Quella che in larga misura ha abbandonato, non ha votato (e attenzione, non è che voti solo da una parte) e che deve tornare a impegnarsi perché come ha ricordato sempre don Ciotti “la democrazia è partecipazione”. Lo abbiamo ampiamento perso, questo concetto, ma per fortuna sabato c’erano associazioni, ragazzi, giovani e non alla chiesa del Quartiere Europa, che non hanno ancora abdicato.

Soprattutto a loro andava detto, simbolicamente, con la fascia tricolore indossata, che lo Stato c’è.

Don Ciotti e la criminalità “normalizzata”. Come ad Anzio

Nei giorni scorsi, incontrando gli studenti dell’istituto “Volta” di Frosinone, don Luigi Ciotti ha espresso un concetto da condividere: “Siamo passati dalla criminalità organizzata a quella normalizzata”. Diamo ormai per scontato che esista e alla fine nemmeno dispiace troppo conviverci, quella fa affari senza più mettere bombe e magari consente guadagni facili a chi preferisce non combatterla. Invece era e resta un cancro da estirpare.

Una definizione che ben si addice alla vicenda di Anzio, Comune sciolto per condizionamento mafioso. Un’affermazione che trova puntuale riscontro, purtroppo, nelle udienze in corso a Velletri per il processo “Tritone”. Autorevoli rappresentanti delle forze dell’ordine che non ricordano, non sapevano, non conoscevano. Il problema non è, allora, Giacomo Madaffari e i suoi presunti affari illeciti. Intervenendo in collegamento ha detto di aver sempre rispettato la legge e guardate, io voglio crederci. Per me tutti gli imputati in Tritone sono innocenti fino a prova del contrario. Il problema non è lui, è aver “normalizzato” – in questa città e nella vicina Nettuno – la presenza criminale.

La politica che oggi è pronta a ripresentarsi e spinge per votare a giugno ha le sue responsabilità, ma al processo di Velletri stanno emergendo in modo palese quelle di chi doveva controllare il territorio e non lo ha fatto. In certi frangenti fa quasi tenerezza il pubblico ministero Giovanni Musarò: “Davanti alle perplessità del teste, mi arrendo”. Come finirà il processo lo ignoriamo, ma quello che sta emergendo dice che non è mancata solo la politica ovvero non ha responsabilità soltanto chi ha fatto mettere il vestito bello ai delinquenti, avvicinandoli alla cosa pubblica. No, sta venendo fuori che sono mancati i vertici di Polizia e Carabinieri, i prefetti, i ministri dell’interno, i magistrati con particolare riferimento a quelli di Velletri. Quando è “normale” che si possa interrompere un consiglio comunale senza conseguenza alcuna, ed è solo un esempio, poi è “normale” tutto. Ma non prendiamocela sempre con altri, in questa città di “tante brave persone”, come ama ripetere la prefetta Antonella Scolamiero che presiede la commissione straordinaria, spesso ci si è girati altrove. Per quieto vivere o per qualsiasi altro motivo. Fuori e dentro al Comune, solo che in quest’ultimo è ancora al suo posto (sarà normale?) chi nascondeva le carte alla commissione d’accesso su vicende gravissime.

C’è un altro importante concetto, fra i molti, che Don Ciotti ha ribadito con forza: “Le Istituzioni sono sacre, poi possono esserci uomini non degni di rappresentarle”. Da quanto sta emergendo al processo, più di qualcuno non è stato degno. Idem se pensiamo che “va bene scrivere di 30 anni di latitanza di Messina Denaro – ha detto sempre il sacerdote – ma occorre interrogarsi sulle latitanze di chi gli ha consentito tutto questo”. Quante latitanze, su questo territorio….

Infine, smettiamola di parlare di infiltrazioni e cominciamo a dire che c’è una presenza criminale – di ‘ndrangheta e camorra – forte e radicata. Motivo? Gli agganci in Comune, quelli nelle forze dell’ordine, i riferimenti nella sanità e via discorrendo. Così si stabilizza un sistema mafioso, in questo modo prende il controllo e questo è avvenuto ad Anzio e Nettuno. Poi, forse, arrivano anche le bombe, ma intanto scorrono fiumi di cocaina e se c’è un problema qualsiasi da risolvere i riferimenti sono solidi all’interno dei Palazzi. Lo abbiamo “normalizzato” e questa è la sconfitta più grande. Come dissi all’ex sindaco la sera dello scioglimento del Comune, abbiamo perso tutti. Ma possiamo (e dobbiamo) ancora dire la nostra.

Ps: il 21 marzo a Roma c’è la giornata della “Memoria e dell’impegno” per ricordare le vittime di mafia. Andare con il gonfalone della città, come istituzione “sacra”, sarebbe un bel segno.

Porto, eppur si muove. Giorgetti risponda all’interrogazione Pd

Era ora. Qualcuno si è finalmente accorto, in Parlamento, che la storia della Capo d’Anzio ha del surreale. In una puntuale interrogazione il senatore Verini, del Pd, insieme ad altri colleghi, chiede al ministro dell’economia, Giorgetti, se: “sia al corrente di quanto richiamato nelle premesse e se non ritenga di far svolgere, per quanto di competenza e nel rispetto delle norme, ulteriori verifiche ed accertamenti trattandosi di una spa il cui 61% è detenuto dal Comune di Anzio anche al fine di verificare la sussistenza delle condizioni di partecipazione di un Comune ad una siffatta società per azioni”.

Premesse che vanno dalla mano destra (la commissione straordinaria) che non sa o finge di ignorare quello che fa la sinistra (l’amministratrice unica) e che con il “copia e incolla” del dirigente “Signorsì” pronto ad abbandonare la nave dopo aver contribuito al suo affondamento, dice di voler mantenere la partecipazione. Peccato che nella relazione al bilancio l’amministratrice affermi: “Il risultato conseguito e le analisi della situazione finanziaria della società fortemente indebitata, incapace di far fronte autonomamente alle obbligazioni provenienti dal passato ma presenti anche nel 2022 e nell’esercizio 2023, fanno ritenere che vi siano significative incertezze in merito alla capacità della società di garantire la continuità aziendale”. Soprattutto, l’impossibilità di accedere al credito bancario “stando agli indicatori presenti nei quattro bilanci degli esercizi precedenti”, l’aumento del canone di concessione, i costi per l’escavo del canale di accesso al porto (per i quali la Capo d’Anzio è già indebitata con la Regione Lazio)”.

Cose note a chi segue questo blog, ma anche a chi sfoglia le pagine di “Controcorrente”. A fare le pulci alla Capo d’Anzio siamo rimasti in pochi del resto. Cosa succede adesso? Le strade sono due: i leghisti locali si attivano immediatamente per “arrivare” a Giorgetti e usando “le vie infinite della politica” care all’ex sindaco, gli dicono di buttare la palla in tribuna, rimandare una risposta (che deve essere in aula, l’interrogazione è orale). Motivo? Sembra di sentirli: “Mo se vota, rivincemo e famo er porto, c’è ‘n finanziatore”. L’altra strada – che è auspicabile – è che il ministro invece faccia gli accertamenti dovuti, risponda e faccia finalmente gettare la maschera a chi si sta arrampicando sugli specchi nel tentativo di tenere in piedi una società decotta e non da oggi. Vedremo quale sceglierà Giorgetti, il quale sembra persona lontana da certe logiche di partito. Ma si sa, le vie infinite…