Sant’Antonio, le autorità (vere e presunte) preferiscono la barca…

Immagine Tra due settimane saranno in prima fila, faranno a gara per salire sulla barca che porta il Santo nella tradizionale processione “a mare”. Ci saranno autorità vere e proprie, ma anche tante inventate, mezze figure trasformate da chissà quale cerimoniale in persone degne di accompagnare sulla paranza più significativa quella sera il patrono della città. Peccato che ieri, in occasione della celebrazione nel giorno di Sant’Antonio, nessuno fosse presente in Chiesa.

Non c’era il sindaco né – posso sbagliare – si è visto un suo rappresentante. Non c’erano consiglieri comunali. Non c’erano le presunte autorità che il 28 saranno con il vestito della festa a godersi il loro momento di vanagloria. E’ storia vecchia, del resto, chi legge prenda questo come uno sfogo. Ad Anzio siamo così, rinviamo le cose “come la festa di Sant’Antonio”, e di autorità alla Messa del 13 giugno se ne sono viste sempre poche. In altre città la festa “è” quel giorno, anche se capita di mercoledì. Qui abbiamo sempre preferito prendercela con calma. La messa? Qualcuno assisterà il 28, altri andranno direttamente al molo per imbarcarsi…

Eppure il legame con il Santo, spesso un singolare misto di sacro e profano, è una delle cose che ad Anzio resiste a tutto. Teniamoci stretto almeno questo.

ps Vanno fatti i complimenti agli organizzatori del secondo raduno “Sei de portod’Anzio se…” – passato dopo la Messa anche per la chiesa con una foto di gruppo che andrà conservata negli annali della città – perché ancora una volta la solidarietà ha avuto la meglio

Stalking, il corso e i chiarimenti negati. Trasparenza, questa sconosciuta…

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Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare…” avrebbe cantato Francesco Guccini. Sì, piccola e ignobile perché un cittadino ha diritto ad avere risposte dal suo Comune se viene tirato in ballo, accusato di “diffondere informazioni superficiali e tendenziose”, e poi le sue richieste di chiarimento spariscono misteriosamente.

Fa bene il Pd di Anzio a rivolgersi al Prefetto (che alle vicende di casa nostra non sembra molto attento, a dire il vero) e all’autorità nazionale anti corruzione. Dopo interrogazioni, aperture di credito, comprensione, il capogruppo Andrea Mingiacchi e i suoi colleghi consiglieri Maria Teresa Lo Fazio e Ivano Bernardone chiedono (nella foto) di far applicare la legge. Era ora! Ad Anzio il decreto legislativo 33/2013 è calpestato e prima ancora le norme sulla trasparenza che l’hanno preceduto. Si fa fatica a trovare atti normali, dalle delibere alle determine, e qui torniamo alla storia ignobile…

Il 28 febbraio la giunta decide di finanziare un corso per la difesa personale delle donne, da tenere l’8 marzo. Appena 3.500 euro di spesa, a un’associazione ospite presso una palestra locale. Diffondo il 5 marzo la notizia esprimendo delle perplessità e gli assessori Laura Nolfi e Roberta Cafà replicano il giorno dopo attraverso la pagina facebook di una dipendente comunale (ma l’ufficio comunicazione che ce l’abbiamo a fare?) parlando appunto di “informazioni superficiali e tendenziose”.

Il 10 marzo chiedo ufficialmente al segretario generale, attraverso una mail certificata, copia del programma del corso indicata al punto 2 della delibera ma non allegata né reperibile sull’albo pretorio web (a proposito di trasparenza) e di conoscere la data di presentazione del progetto che risulta “assunto agli atti” con il protocollo 5622/2014. Voglio capire, insomma, se veramente sono stato superficiale e tendenzioso.

Nessuna risposta dal Comune. Il 22 aprile sollecito, rispedendo tutto per posta certificata – compresa la ricevuta di consegna della mail precedente – e interesso anche il sindaco Luciano Bruschini e il presidente della commissione trasparenza, Andrea Mingiacchi. Nessuna risposta.

Incontro il segretario generale per altri motivi, presente il responsabile dell’ufficio comunicazione, e chiedo lumi personalmente. Risposta disarmante: “Questa richiesta non c’è, ho fatto anche fare una ricerca, non si trova”.

Allora: uno spedisce con posta certificata all’indirizzo dell’ufficio protocollo del Comune, ha la ricevuta di consegna, la lettera era indirizzata al segretario ma non è mai arrivata. Nel primo e nel secondo caso. Possibile? Evidentemente sì. E tornano vicende singolari, perché il protocollo è efficientissimo quando arriva la richiesta per la sagra del peperoncino che va in giunta il giorno dopo e quando c’è da fare un comando dalla Provincia, poi ci mette qualche giorno a recepire i dati dell’Arpa Lazio sul mare inquinato o smarrisce – come in questo caso – la richiesta di un cittadino.

Siamo al 19 maggio, rispedisco tutto e all’indirizzo certificato del segretario e a quello dell’ufficio comunicazione, sono canali insoliti – vero – ma hai visto mai? E’ trascorso praticamente un altro mese invano. Di quel preventivo e di quando è stata protocollata la proposta non c’è traccia.

Già, che saranno 3.500 euro, ma che vai cercando… E’ una piccola storia ignobile, vero, e Guccini saprà essere comprensivo, perché l’impressione è che come per la canzone questa vicenda sia “solita e banale come tante”. Chissà quante richieste saranno rimaste inevase, si saranno perse tra piazza Cesare Battisti – dove si trova il protocollo – e Villa Sarsina. Ma è diventata una questione di principio: dov’è quel preventivo, cosa c’è scritto, e quando è stato presentato?

L’hotel chiuso, il dispiacere e i percorsi tortuosi in Comune

E’ una brutta notizia quella della chiusura dell’hotel Succi (http://www.inliberuscita.it/cronoca/34473/mancano-le-condizioni-igieniche-chiuso-lhotel-succi/). Brutta perché riguarda un’attività storica del territorio, finita purtroppo nel modo peggiore. Dispiace perché – negli anni – è stato un fiore all’occhiello dell’accoglienza alberghiera e della ristorazione. Poi problemi di diversa natura hanno portato a una mesta fine.

La vicenda del passaggio di azienda che ha “trasformato” l’hotel Succi in una struttura alberghiera “anche per anziani” – come si legge sul sito di Villa Aurora – apre un capitolo diverso. Il Comune ha chiuso l’hotel Succi, il sindaco ha firmato un’ordinanza nei confronti della Fe.Fra. società proprietaria della struttura, senza fare cenno al resto.

Nessun dubbio sulla regolarità del passaggio del ramo di azienda, ci mancherebbe, né si può chiedere all’ex assessore Italo Colarieti di smettere di lavorare dopo le sue vicissitudini e dopo essere stato, alla “Francescana”, al limite della compatibilità.

Quello che colpisce è come in questo Comune tutto abbia risvolti singolari quando ci sono vicende che riguardano la politica.

L’hotel Succi – per esempio – ha rischiato di creare una crisi politica per una fattura che andava liquidata, è arrivata fino in giunta perché nessuno si sentiva di pagarla ed è stata rispedita al mittente. Motivo? Mancava un atto che autorizzasse la famiglia ospitata nell’albergo a stare lì. Ma prima ancora c’era stata una vicenda legata alla concessione della spiaggia, revocata ma rimasta aperta nelle more di un ricorso.

Il sindaco ha firmato l’ordinanza di chiusura dell’albergo il 9 giugno sulla base di una relazione arrivata il 4 dalla Asl, ma nell’ordinanza stessa si fa riferimento anche a una nota del 24 dicembre rispetto a “un sopralluogo effettuato finalizzato al reperimento della documentazione attestante le modalità di approvvigionamento idrico”. Cosa diceva e non si poteva/doveva intervenire allora?

A febbraio il passaggio dalla Fe.Fra. Alla Bra.Co. E l’avvio di un’attività alberghiera diversa e con il chiaro intento di fornire servizi agli anziani. Ora l’ordinanza di chiusura all’hotel.

Ma possibile che ogni iniziativa che riguardi personaggi della politica locale debba avere percorsi tortuosi?

Da ricordare, fra le altre, le vicende del supermercato Tuodì aperto a tempo di record e dopo aver “riscoperto” un condono edilizio. Ma anche la misteriosa scomparsa del parere del Ministero dell’Interno secondo il quale l’allora vice sindaco Placidi era incompatibile. Senza contare la vicenda della Capo d’Anzio sulla quale il sindaco, in rappresentanza del Comune che è socio di maggioranza, non informa i cittadini di numerose novità, dal bilancio in rosso ai possibili lavori. E non dimentichiamo che la delibera della sagra del peperoncino – è solo un esempio – si approva in tempo di record, mentre tante richieste regolarmente protocollate addirittura “spariscono” .

Chris Cappell college, polemica e rispetto mancato

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Se ci sono questioni amministrative, si faccia chiarezza tra Comune e Provincia. E se qualcuno ha sbagliato, paghi. Detto questo è francamente fuori luogo il coinvolgimento di Franco e Adriana Cappelluti in una polemica della quale non avvertivamo il bisogno. Sono persone che hanno perso un figlio e che in sua memoria hanno donato alla città una struttura unica nel suo genere, spendendo soldi – tanti – esclusivamente loro.

Sostenere che si riprendono la beneficenza, come ha fatto Paride Tulli nel corso di una conferenza stampa (http://www.inliberuscita.it/politica/34496/quasi-due-milioni-di-euro-alla-fondazione-cappelluti/) è a dir poco irrispettoso. Altro sono gli aspetti di una convenzione che c’è e va rispettata (http://www.inliberuscita.it/politica/34514/fondi-al-cappell-pusceddu-replica-obbligo-del-comune-anticipare/) e che riguarda una partita nella quale i signori Cappellutti, la Fondazione e il liceo non debbono entrare.

Si può discutere sull’opportunità o meno di anticipare quei soldi e di continuare a farlo, sulla rendicontazione che fino al 2007 ha funzionato e dal 2008 non va più, senza che politicamente nessuno si preoccupi o si sia preoccupato di chiedere alla Provincia cosa stesse succedendo. Dov’erano sindaco e assessore all’istruzione? E quello al bilancio? Non si sono accorti di nulla? O anche in questo caso la responsabilità è esclusivamente dei dirigenti, come sempre più frequentemente i politici preferiscono dire? Soprattutto, cosa intendono fare adesso in Comune per recuperare quei soldi?

Si può anche segnalare la cosa alla Corte dei Conti – come Franco Pusceddu invita Tulli a fare – ma veramente parliamo di una delle rare cose delle quali Anzio può vantarsi. E non per le idee e le proposte di chi l’ha amministrata, ma per il cuore dei genitori di un ragazzo che amava questa città, qui è sepolto, e hanno deciso di fare un gesto di straordinaria umanità.

Potranno essere più o meno simpatici, si potrà essere più o meno d’accordo con loro, ma meritano massimo rispetto. Ora e negli anni a venire.

C’è una frase di Adriana che tutti, ad Anzio, dovrebbero tenere bene in mente. La disse il giorno dell’inaugurazione della struttura: “In ogni ragazzo rivedrò Christian”. Di fronte a un dono come quello del liceo e a parole del genere, francamente il resto è noia.  

Gli zozzoni, la politica assente e i danni ai cittadini onesti

La “cartolina” delle Grotte di Nerone è quella che ci ritroviamo, purtroppo, ogni anno (http://www.inliberuscita.it/immagini/34402/grotte-di-nerone-domenica-bestiale/) e le prime responsabilità sono di cittadini incivili che fruiscono di uno spazio unico al mondo e lo lasciano in condizioni pietose. Sono la parte peggiore di quanti, ormai in ogni angolo della città, sta creando vere e proprie discariche a cielo aperto poiché non vuole fare la differenziata.

Alla spiaggia delle Grotte sono i turisti, quelli molto spesso di un giorno, a lasciare in quelle condizioni. Altrove sono i residenti ad Anzio che si ritroveranno, insieme a tutti gli altri, la raccolta di quei rifiuti da portare in discarica sulla propria bolletta. Magari, poi, sono gli stessi che non pagano pensando di farla franca. Come quelli miracolosamente riusciti a “sfuggire” alle maglie del Comune e di Equitalia al punto di essere finiti tra gli “inesigibili”. Anche quelli a carico dei cittadini onesti.

Gli zozzoni, però – non si trova definizione migliore – sono in ottima compagnia. Quella di un’amministrazione che fa fatica ad affrontare, come ogni anno, l’emergenza delle Grotte. L’affidamento della pulizia della spiaggia è stata, un anno, addirittura oggetto di una crisi di maggioranza! Le cooperative, del resto, hanno tutte un preciso punto di riferimento nei partiti, quindi… Anche l’affidamento, se e quando si farà, non sarà sufficiente. Perché per tutelare le Grotte non basta pulirle, vanno vigilate – anche con una banale telecamera – e si devono prevedere sanzioni pesanti per chi bivacca e chi sporca. Sarebbe troppo chiedere un progetto che con un ticket simbolico consente di entrare in spiaggia e la restituzione di parte del ticket quando, uscendo, si portano via i rifiuti prodotti. Peccato che per chi l’ha fatto dimostrando almeno un po’ di buona volontà sul piazzale a due passi dalla statua di Nerone non ci fossero nemmeno i secchioni.

Poi gli zozzoni che lasciano discariche da via Zagarolo a via Cupa, da via della Fonderia al centro, godono di altra impunità. Nessuno che vada a controllare e sanzionare o, almeno, nessuno che renda noto se ci sono state multe in tal senso e quindi crei un monito per gli altri. No, tutti liberi di sporcare nell’assenza della politica cittadina, di quella che governa. Tanto poi pagano i cittadini. Quelli onesti.

ps: continuiamo ad aspettare che si pubblichino i dati del dossier che ha consentito ad Anzio di avere la bandiera blu. Grazie!

 

Happy Goodyear: vederlo, commuoversi e non mollare

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Bisogna vederlo “Happy Goodyear”, commuoversi di fronte alle storie che raccontano gli ex dipendenti e i loro familiari. Bisogna vederlo e applaudire, con gli occhi gonfi di lacrime, perché quello che hanno fatto Elena Ganelli e Laura Pesino è un ottimo lavoro di documentazione e denuncia. Portato giustamente fin dentro la Camera dei Deputati, dove il pugno allo stomaco che arriva nel seguire la storia raccontata in cinquanta minuti si è sentito. Forte. Al punto da commuovere il sottosegretario al lavoro, la quale non riusciva ad andare avanti, la voce era rotta dall’emozione. Una ferita aperta, quella della Goodyear, che ha riguardato un territorio che va dal litorale di Anzio e Nettuno fino ai Lepini ma che prima con il documentario, quindi con la vittoria al festival indipendente di Roma e oggi con la proiezione alla Camera diventa una ferita nazionale. Lo era già, lo è a maggior ragione adesso. Speriamo che gli impegni presi, intanto a discutere una mozione ferma dal 2012, vengano mantenuti. E che poi, veramente, si possa far conoscere ovunque “Happy Goodyear” per denunciare i tanti casi simili ancora presenti in Italia.

Perché tutto si può accettare, persino una sentenza di secondo grado che sostanzialmente ribalta la prima, tranne la rassegnazione. Si commuovono gli ex dipendenti che raccontano la loro storia nel film, c’è chi si impegna ad andare avanti per i figli ma non ce l’ha fatta e chi pensa ai nipoti ricordando che è pieno di metastasi. No, non ci si deve rassegnare e per questo si deve proseguire. Dal punto di vista giudiziario – magari spiegando a quella donna che piange in sottofondo, nell’aula di Corte d’Appello – come e perché si possa ribaltare una sentenza e se questa è veramente la giustizia, come chiedono gli altri protagonisti del documentario. Al tempo stesso cercando di indagare ancora e capire la beffa della bonifica e del reimpiego, mai visto, con la Meccano.

Ma si deve andare avanti anche dal punto di vista politico, perché altre vicende del genere non abbiano a ripetersi, perché altrove gli ex dipendenti di una multinazionale o i loro familiari smettano di incontrarsi ai funerali.

E si deve continuare dal punto di vista mediatico. Perché bisogna vederlo “Happy Goodyear”, indignarsi e non dimenticare di avere gli occhi lucidi. Nulla di fronte a Fausto, al quale il documentario è dedicato, a quei duecento morti di tumore e a tutti quelli che purtroppo rischiano di esserci ancora…

La guerra tra poveri, la trasparenza auspicata e quella negata

Inevitabile. La denuncia arrivata a uno dei lavoratori ex Giva che l’altra mattina ha protestato per la singolare perdita del posto di lavoro. L’azienda che ha vinto l’appalto, attraverso il suo presidente, si è rivolta ai carabinieri e questi hanno convocato chi aveva dato in escandescenza. Non aveva altra scelta la Parco di Veio, né il comportamento di chi protestava – per quanto giustificabile – è stato tranquillo. La guerra tra poveri porta anche a questo, purtroppo.

Inevitabili anche le altre denunce, come quella annunciata dal dirigente del settore ambiente del Comune e gli esposti di lavoratori invitati il venerdì a dimettersi da una cooperativa che non li aveva nemmeno avvisati della mancata partecipazione all’appalto e rimasti il lunedì senza il posto. Ecco, l’auspicio è che tra denunce ed esposti si faccia un minimo di chiarezza sui rapporti tra Comune e cooperative e tra queste e rappresentanti politici e istituzionali, una volta per tutte. Hai visto mai che la trasparenza debba passare per un’indagine giudiziaria?

Senza contare che continua a essere negata un’altra informazione fondamentale, chiesta anche da consiglieri comunali, da comitati cittadini come Tares equa – anche attraverso un formale quanto finora inutile accesso agli atti – e mestamente da questo spazio: qual è la percentuale di raccolta differenziata? Quanto ha risparmiato il Comune in discarica? Quali entrate ha ottenuto dalla vendita del materiale riciclato? Mistero. Lo vuole svelare o non l’assessore all’ambiente? Se è vero che i dati vanno verificati e devono essere standardizzati, quanto tempo serve ancora visto che è passato un anno?

Così come si continua – e giustamente – a vantarsi della Bandiera blu ottenuta, ma sul sito manca la pubblicazione (o facciamo fatica a trovarla, visto che i siti sono diversi e di difficile comprensione)  delle risposte fornite dal Comune alla Fee.  Quelle che hanno portato a ottenere un riconoscimento che comunque lo si giri resta prestigioso. Comprendiamo le difficoltà a pubblicare persino gli atti dovuti per legge – e qui il segretario e responsabile della trasparenza vorrà venirci in soccorso – come le determine dirigenziali, ma fare un pdf del questionario e renderlo pubblico no? In passato l’assessore all’ambiente l’ha già fatto, ci vuole tanto? Magari chi ha perplessità sulla Bandiera blu, a volte anche strumentali, ci rendiamo conto, potrà ricredersi…

Cooperative, “monnezzari” in fila. Pronti per i nuovi caporali

Si ritrovano al bar ad Anzio Colonia o in quello a Santa Barbara. I “monnezzari” – non la prendano male, è tutt’altro che un dispregiativo – e gli aspiranti tali. Tu lavori e tu no, decide il politico di turno. Il “caporale”, se vogliamo, quello che ti fa lavorare e ti chiede i voti. E’ così da sempre, si dirà, ma ultimamente a forza di tirare la corda si è spezzata. Certo, nessuno ti dice di rivolgerti al politico o all’assessore all’ambiente di turno – questi con interessi legittimi in tanti altri settori della vita cittadina – ma tu sei disperato e vai a chiedere. Ti dicono che se vuoi lavorare è così, magari devi diventare socio di una cooperativa che fa riferimento a un consigliere comunale piuttosto che a un altro. Poi quella cooperativa non si presenta alla gara, vince un’altra che assume gli affini del consigliere ma lascia a casa il resto, e tu rimani senza lavoro. E’ il mercato, sono le leggi, è libero di assumere chi vuole… Hai sbagliato a fidarti e a dar credito al politico che magari in cambio del posto ti ha chiesto un sostegno elettorale. Dovrai pure mangiare, no? E non funziona così? Siamo in Italia, su…

E’ agli atti di un processo penale la frase dell’ex direttore generale che parla delle “cooperative di Italo” ovvero dell’allora assessore ai servizi sociali. Ma ci sono quelle che fanno riferimento a uno e quelle a un altro. E’ il sistema messo a punto ad Anzio – a insaputa del sindaco che cade sempre dalle nuvole – e che non è affatto nuovo, attenzione. Solo che prima non c’era l’accanimento di adesso e non si pretendeva neanche di controllare quasi militarmente chi lavorava. Né, forse, di sapere per chi votava.

La vicenda ex Giva è emblematica e il comunicato dell’assessore Patrizio Placidi è incomprensibile. O, peggio, è chiarissimo per chi vuole sperare di mantenere quello straccio di posto e saper leggere tra le righe: “I lavoratori della Cooperativa che in precedenza gestiva il servizio saranno ricollocati in base alle esigenze ed alle disponibilità che emergeranno ma, allo stesso tempo, la Coop Sociale aggiudicataria dell’appalto darà seguito al servizio con il personale che riterrà più idoneo”. Cioè? Saranno riassunti o no?

Monnezzari”? In fila, in un bar piuttosto che in un altro. Si parla di quattro che saranno ricollocati nella pulizia delle spiagge, gli altri chissà. Una gara in fretta e furia o, meglio, un affidamento diretto sotto i 40.000 euro. Le esigenze e le disponibilità se occorre si creano. Sempre che il dirigente dell’area voglia continuare a sopportare le pressioni politiche. Perché denunciare chi urla e minaccia negli uffici è sacrosanto, ma dire alla politica che è ora di smetterla ancora di più. Aspettiamo le indagini sui fatti di ieri e sull’esposto odierno di una parte degli esclusi ex Giva.

E qualcuno dica a tutti gli altri “monnezzari” che l’automatismo dell’assunzione da un appaltatore all’altro non è più possibile, quindi quando sarà assegnata la gara dei rifiuti il posto che magari è stato promesso in campagna elettorale non sarà mantenuto.

Una cosa è certa: il clima pesante che si respira in Comune non appartiene a questa città. Non è mai appartenuto ad Anzio e alla sua classe politica e dirigente. Bruschini dovrebbe saperlo bene, avendo attraversato prima, seconda e terza Repubblica. Ma forse il clima, un suo assessore in prima fila con chi protestava, un consigliere eletto all’opposizione ma ora in maggioranza che fa il capo popolo, li hanno visti solo i giornalisti che non si limitano al copia e incolla. Che sciocchi, va tutto bene…

A proposito: questa mattina il cancello di Villa Adele era ancora chiuso, con un lucchetto e una transenna di traverso. Perché? E nessuno se n’è accorto? 

La guerra tra poveri, il voto di scambio e la bella notizia oscurata

Usati e gettati. Gli hanno chiesto il voto, li hanno costretti a stare dalla loro parte in cambio di un lavoro e quando è scaduto l’appalto arrivederci e grazie. Hanno ragione a essere esasperati i lavoratori ex Giva, sette persone lasciate in mezzo alla strada da oggi a domani. Hanno commesso l’errore di fidarsi di certi politici. Non ci sono altre spiegazioni a quanto avvenuto con questa vicenda e urlare, ormai, rischia di essere troppo tardi.

Proviamo a ricostruire: il Comune di Anzio bandisce un appalto per manutenzione e giardinaggio destinato a cooperative di tipo “B”. Una formula discutibile, quella del ricorso a questo genere di cooperative, ma comunque prevista per legge. Usata ad Anzio, spesso, per sistemare amici e amici degli amici. Come se il Comune fosse una sorta di ufficio di collocamento per disperati, cosa spesso denunciata da chi scrive. Ebbene la Gi.Va che gestiva questo appalto nemmeno si presenta, il bando – che nessuno si premura di leggere, evidentemente – non prevede il passaggio “automatico” dei dipendenti da una società a un’altra. Vince la cooperativa “Parco di Veio” e decide di tenere tre dipendenti ex Gi.Va, guarda caso vicini a un consigliere comunale che fino alle elezioni ha avuto un ruolo di primo piano nella stessa Gi.Va, al limite della compatibilità. Che problema c’è? Ad Anzio è normale essere incompatibili, figuriamoci chi è al limite…

Gli altri che arrivano a lavorare sono immigrati. Apriti cielo: lavorano loro e non “i portodanzesi”. La guerra tra poveri è servita.

Chi da oggi a domani è rimasto senza lavoro si preoccupa, aveva solo capito che non doveva firmare le dimissioni chieste in extremis dalla Gi.Va ma adesso scopre che sono mancati dei “passaggi”. E pensa di prendersela con chi ha fatto la gara secondo la legge. Si va negli uffici dove l’ingegnere Walter Dell’Accio resta praticamente “barricato” e aspetta i carabinieri per sporgere denuncia, volano parole grosse, c’è una porta sfondata, si parla di calci al mezzo della “Parco di Veio”. L’assessore per ogni delega Sebastiano Attoni dice ai lavoratori non riassunti di bloccare Villa Adele fino a quando non si convoca un tavolo, il consigliere comunale Pino Ranucci si assurge a capo popolo – non è nuovo a episodi del genere – e va oltre il seminato. Passando dalla possibile ragione al torto.

Attenzione: hanno ragione i lavoratori beffati, ma devono prendersela con le persone delle quali si sono fidate e alle quali, magari, hanno dato anche il voto. In cambio di quello straccio di posto. C’è stata una precisa denuncia in tal senso, diciamo che l’assessorato all’ambiente del Comune sembra essere stato particolarmente sensibile a chi votava Tizio piuttosto che Caio e a chi stava in lista con chi nel 2013. La Finanza ha aperto un fascicolo e l’ha mandato in Procura, si parla di voto di scambio. La magistratura accerterà, speriamo in tempi brevi. L’errore politico è un altro e se ne devono assumere la responsabilità il sindaco Luciano Bruschini e l’assessore Patrizio Placidi: è quello di aver fatto dei dipendenti di queste cooperative quelli “del” consigliere X e quelli “del” consigliere Y, di aver fatto – esasperando il sistema – di queste società quella che fa riferimento a un consigliere piuttosto che a un altro. La città? Può attendere…

Quello che è successo con Gi.Va e “Parco di Veio” appartiene, invece, all’attualità. Così le scene inaccettabili di questa mattina hanno oscurato una bella notizia (http://www.inliberuscita.it/primapagina/34066/anzio-inchiesta-rifiuti-il-comune-si-costituisce-parte-civile/) uno scatto d’orgoglio del Comune verso i “signori” dell’immondizia. Bene, ha fatto bene il sindaco e merita il sostegno di tutti. Perché chi ci ha costretto – secondo gli investigatori – a spendere più del dovuto per la discarica dovrà pagare se riconosciuto colpevole.

Poi però in città la situazione è quella vissuta oggi. Che oltre alla pessima figura apre uno scenario inquietante. Come al solito dal Comune tacciono (http://www.inliberuscita.it/cronoca/34080/caso-ex-giva-lamministrazione-tace/) ma chi rappresenta la “Parco di Veio” parla di rescissione del contratto e usa parole giustamente pesanti. Parla di clima sociale intollerabile. Al limite dell’intimidazione, del condizionamento, aggiungiamo noi. E non per colpa dei lavoratori, vittime di questo sistema e capaci di difendersi (e difendere il loro lavoro) con le sole armi che hanno.

Chissà se stavolta se ne accorgerà anche il Prefetto che ha tenuto in piedi un’amministrazione da commissariare per la mancata approvazione del bilancio consuntivo 2011 – un anno fa – o ha tollerato che Placidi restasse al suo posto benché incompatibile – lui sì – per la vicenda della Corte dei Conti. Ma queste sono altre storie. O forse no.

 

Casinò, il sogno perduto e quel ricorso lasciato cadere nel nulla

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Volevamo fare la “guerra” a Sanremo, Venezia, Campione d’Italia e Saint Vincent ma prima ancora al Ministero dell’Interno. Se ne era parlato addirittura a livello nazionale e gli uffici legali dei Comuni interessati si costituirono nel giudizio promosso da Anzio al Tribunale amministrativo regionale (Tar) “per l’annullamento del diniego autorizzazione apertura casa da gioco nel territorio comunale”. L’apertura del casinò rispunta di tanto in tanto con mirabolanti promesse, intanto si gioca on line ormai ovunque – con un giro d’affari infinito quanto la dipendenza che si crea in molti casi – ma la “guerra” contro gli unici Comuni nei quali le case da gioco esistono è persa. Oltre un anno fa, infatti, quel ricorso presentato ai tempi di Candido De Angelis sindaco è stato dichiarato perento e il Tar ha compensato le spese.

Motivo? Il Comune, di quella battaglia, si è letteralmente dimenticato o ha scelto di non andare avanti deliberatamente. Né De Angelis, che nel frattempo aveva presentato un disegno di legge da senatore, mai discusso, tanto meno Bruschini, hanno deciso di proseguire. Così il Tar “Considerato che il ricorso risulta depositato il giorno 17 dicembre 1999” e che “nel termine e nel modo previsti dalle Norme transitorie non è stata presentata nuova istanza di fissazione di udienza” ha chiuso i giochi.

Il casinò può attendere, anzi è ormai un sogno perduto.