Happy Goodyear: vederlo, commuoversi e non mollare

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Bisogna vederlo “Happy Goodyear”, commuoversi di fronte alle storie che raccontano gli ex dipendenti e i loro familiari. Bisogna vederlo e applaudire, con gli occhi gonfi di lacrime, perché quello che hanno fatto Elena Ganelli e Laura Pesino è un ottimo lavoro di documentazione e denuncia. Portato giustamente fin dentro la Camera dei Deputati, dove il pugno allo stomaco che arriva nel seguire la storia raccontata in cinquanta minuti si è sentito. Forte. Al punto da commuovere il sottosegretario al lavoro, la quale non riusciva ad andare avanti, la voce era rotta dall’emozione. Una ferita aperta, quella della Goodyear, che ha riguardato un territorio che va dal litorale di Anzio e Nettuno fino ai Lepini ma che prima con il documentario, quindi con la vittoria al festival indipendente di Roma e oggi con la proiezione alla Camera diventa una ferita nazionale. Lo era già, lo è a maggior ragione adesso. Speriamo che gli impegni presi, intanto a discutere una mozione ferma dal 2012, vengano mantenuti. E che poi, veramente, si possa far conoscere ovunque “Happy Goodyear” per denunciare i tanti casi simili ancora presenti in Italia.

Perché tutto si può accettare, persino una sentenza di secondo grado che sostanzialmente ribalta la prima, tranne la rassegnazione. Si commuovono gli ex dipendenti che raccontano la loro storia nel film, c’è chi si impegna ad andare avanti per i figli ma non ce l’ha fatta e chi pensa ai nipoti ricordando che è pieno di metastasi. No, non ci si deve rassegnare e per questo si deve proseguire. Dal punto di vista giudiziario – magari spiegando a quella donna che piange in sottofondo, nell’aula di Corte d’Appello – come e perché si possa ribaltare una sentenza e se questa è veramente la giustizia, come chiedono gli altri protagonisti del documentario. Al tempo stesso cercando di indagare ancora e capire la beffa della bonifica e del reimpiego, mai visto, con la Meccano.

Ma si deve andare avanti anche dal punto di vista politico, perché altre vicende del genere non abbiano a ripetersi, perché altrove gli ex dipendenti di una multinazionale o i loro familiari smettano di incontrarsi ai funerali.

E si deve continuare dal punto di vista mediatico. Perché bisogna vederlo “Happy Goodyear”, indignarsi e non dimenticare di avere gli occhi lucidi. Nulla di fronte a Fausto, al quale il documentario è dedicato, a quei duecento morti di tumore e a tutti quelli che purtroppo rischiano di esserci ancora…

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