Ormeggiatori e non solo. Le risposte della Capo d’Anzio, i silenzi del sindaco

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Speriamo che questa volta la posta elettronica certificata sia arrivata a destinazione e venga aperta per tempo. Comunque il 30 gennaio alle 11 i rappresentanti delle cooperative di ormeggiatori sono nuovamente convocati per cercare – una volta per tutte – la soluzione all’interno della gestione del porto affidata alla Capo d’Anzio unica concessionaria.

Società che non ha perso tempo e questa mattina, perfino con il socio privato Renato Marconi in prima fila (quale onore… ) è andata ad apporre i cartelli relativi alla presa di possesso delle aree. Cartelli che stasera sono misteriosamente spariti, con le fascette tagliate. Non è questo il clima adatto, lo diciamo subito, e se qualche forza dell’ordine legge queste righe – a cominciare dalla Capitaneria di Porto – sarà bene avere massima vigilanza. Ma al di là della vicenda ormeggiatori si nota, non è mai troppo tardi, una certa propensione della “Capo d’Anzio” a far sapere quello che fa. Addirittura con un uso dei social network insolito, altro che il Comune 3.0 che ci aveva promesso il sindaco Luciano Bruschini e che resta – dal punto di vista informatico – 0.3 nonostante le spese esorbitanti che si affrontano.

Torniamo al punto: la Capo d’Anzio risponde al Pd  e alla cittadina “5 Stelle” Rita Pollastrini. Il partito aveva posto tre questioni dopo la conferenza di sabato scorso, la Pollastrini una vicenda concreta sulla Capo d’Anzio intesa come start-up o meno. Ebbene le risposte arrivano pressoché immediate e ci danno qualche notizia. Intanto che la società continua a dire una cosa e il sindaco che rappresenta il 61% pubblico (e nostro) un’altra.

Poi – come si evince dal piano finanziario – che per il 2015 si punta a soddisfare i bisogni di cassa “con l’ausilio e il supporto del ceto bancario, eventualmente andando a rinegoziare gli impegni già presenti“. Vedremo cosa ne pensa la Banca Popolare del Lazio che aspetta ancora le rate dell’ennesimo piano di rientro. Abbiamo conferma, inoltre, del motivo per il quale il capitale è sceso a 70.000 euro: “Al fine di meglio verificare la legittimità di una partecipazione da parte del socio pubblico alla ricapitalizzazione e al fine di non avere una ricapitalizzazione univoca da parte del privato, con le conseguenze automaticamente previste dal codice civile“. Leggi che Marconi – come si sostiene da tempo – si sarebbe preso società e porto. E non è detto che il pericolo sia scampato, perché “andrà verificato quanto stabilito dal legislatore e dalla Corte dei Conti in merito alla partecipazione degli enti pubblici in società di capitali“. Anche questo problema è stato sollevato qui, ora lo conferma la società, ma il sindaco non ci dice nulla.

Scopriamo poi che le opere previste dall’atto d’obbligo restano e “gli importi del piano economico finanziario ne tengono conto“, quindi che si spendono non più 190 ma 160 milioni di euro per la scelta di altri materiali e la rimodulazione del progetto secondo il quale si prevede di “minimizzare l’impatto dell’opera rendendola quanto più integrata con l’attuale realtà cittadina e commerciale, il porto quale nuova piazza e centro di aggregazione della cittadinanza“. Qualcuno vuole spiegarcelo meglio? A dire il vero ricorda un vecchio documento dei Ds, 2007 o giù di lì…

Nella risposta alla Pollastrini si afferma che per trasparenza e start up la società “ritiene che i quesiti non siano stati opportunamente posti alla Capo d’Anzio in quanto tematiche di competenza del socio pubblico“. Ecco un’altra conferma: è il Comune a doverci dire se la fideiussione prestata è legittima o meno. La tesi della Capo d’Anzio che spiega perché sarebbe una start up dopo quasi 20 anni (la concessione è arrivata ora, questa la “giustificazione“) francamente ci interessa poco.

Ma il socio di maggioranza – leggi Comune, leggi sindaco – continua a tacere su questo come su altri argomenti di vitale importanza rispetto al porto. E data la situazione che si sta creando non è più possibile tacere.

Porto, la scusa della “pec” e le risposte che vanno date

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La vicenda della convocazione degli ormeggiatori per risolvere, finalmente, il discorso delle concessioni, la loro assenza perché “non sapevano” e la pezza che hanno provato a mettere il giorno dopo – dimostrando di avere e conoscere una posta elettronica certificata – ha del grottesco. Intanto perché sapevano poiché pubblicamente annunciato dal presidente D’Arpino e poi perché quella della posta certificata è una scusa.

Questa vicenda, però, è  l’immagine – nitida – di come abbiano funzionato le cose finora ad Anzio intorno al bacino portuale. I pochi capelli ormai imbiancati mi fanno confermare ciò che ho avuto modo di sostenere anni fa nel corso di un dibattito organizzato da “Anzio futura”: tutti dicono di volere il porto, tutti al tempo stesso affermano: “Tanto non si farà mai“. E tutti – in questi anni – continuano a vivere delle proprie rendite di posizione pagando poche decine di euro al mese.

Invece dopo quasi 20 anni dall’inserimento nel piano di coordinamento regionale, dopo dieci dalla prima richiesta di concessione da parte della “Capo d’Anzio“, si è finalmente in grado di partire. Con tutti i dubbi di questo mondo – sollevati qui a più riprese – con la società che dice una cosa e il sindaco (rappresentante del 61% delle quote pubbliche) che ne sostiene un’altra, ma la “Capo d’Anzio” ha una concessione e di conseguenza il diritto di provare intanto a gestire l’esistente. Che ci piaccia o meno.

Quando si farà, finalmente, l’incontro con gli ormeggiatori (“ma dai, gli mandi la Pec, ma che ne sanno…” invece hanno dimostrato di sapere e come, provando a correre ai ripari, mentre il Comune 0.3 ha una società partecipata che la Pec la usa….) una spiegazione andrà data loro. Sul presente e il futuro, non sul passato: come fa una società indebitata fino al collo, che secondo il suo piano finanziario continuerà a indebitarsi, a garantire i posti di lavoro promessi? Che garanzie hanno, gli ex concessionari degli ormeggi, che se tutto salta possono tornare al loro posto?

Perché il “Tanto non si farà mai” è finito, ora che siamo in una fase quasi operativa ciascuno deve pretendere chiarezza dalla “Capo d’Anzio” e dal Comune che è socio di maggioranza. Quest’ultimo, ad esempio, come pensa di risolvere quanto previsto dalla “spending review” in tema di società a partecipazione pubblica?   E che fine ha fatto la richiesta di restituzione delle quote private in base ai patti parasociali a suo tempo sottoscritti? Questo e altro dovrebbe dirci il sindaco, è ora che si decida.

Porto, gli ormeggiatori non si presentano. Cresce la tensione

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Si complica la vicenda degli ormeggiatori del porto di Anzio. Questa mattina le due cooperative non si sono presentate all’incontro convocato dal sindaco Luciano Bruschini e con la presenza – fra gli altri – dell’ingegnere Renato Marconi, riferimento di Marinedi socio al 39% della Capo d’Anzio.

Gli assenti hanno sempre torto, così sgomberiamo il campo, soprattutto perché il presidente della Capo d’Anzio Luigi D’Arpino aveva dato una “apertura” sabato scorso di non poco conto. A maggior ragione se gli ormeggiatori dovevano dimostrare come hanno sempre sostenuto di avere ancora una concessione valida e – di più – che l’accordo firmato a suo tempo con il Comune era legato alla realizzazione di un crono programma diverso. Potevano far valere questa ragione sul tavolo della trattativa, dire: va bene, dovrò pure andar via ma siccome avevi detto che passava del tempo ora vediamo di risolvere in modo di soddisfare le esigenze di tutti.

Non avranno più tempo di farlo e a questo punto si rischia che la situazione degeneri. “Con rammarico tutti i presenti intervenuti ad Anzio, per ricercare una soluzione condivisa a tutela dei posti di lavoro di chi opera sul porto, hanno dovuto constatare che le due cooperative hanno ritenuto di disertare l’importante incontro“.

Il presidente della Capo d’Anzio, Luigi D’Arpino, è categorico: “Lo sviluppo della Città non può più attendere e la società si adeguerà, in tempi brevi, a quelle che sono le leggi dello Stato. Ribadisco che ai sensi dell’art. 17 della concessione demaniale, all’atto della consegna delle aree, tutte le concessioni e licenze attualmente esistenti al porto di Anzio cessano di avere validità. Prendo atto che gli ormeggiatori, convocati nuovamente dal nostro Sindaco per una definizione positiva del loro futuro lavorativo con l’assunzione nella Capo d’Anzio, hanno preferito disertare inspiegabilmente la riunione di oggi”.   

C’è un concetto che accompagna chi scrive dagli inizi di questa vicenda: il porto era, è e resta dei cittadini. Non dei concessionari – tutti –  né di Marconi.

Porto, c’è il direttore: lavoreranno in 25. Società e sindaco su piani diversi

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Dobbiamo dedurre dal piano finanziario della Capo d’Anzio che il grosso di quelli che potenzialmente lavoreranno al porto deriveranno dall’indotto. La società, infatti, prevede che “Il personale operativo, al completamento di tutte le fasi di lavori, raggiunge le 25 unità lavorative nel periodo di alta medio/alta stagione (maggio – ottobre). Nei periodi di bassa stagione, il personale operativo si riduce a 17 unità”. Cosa dovrà fare? “Ordinaria gestione e manutenzione della Marina” ovvero “Assistenza alle imbarcazioni in fase di ormeggio, interventi di manutenzione ordinaria, piccole riparazioni, pulizia delle aree portuali, controllo degli arredi, addetti al desk, guardiania”. Al resto ci pensa Marconi: “Le attività amministrative vengono svolte in outsourcing, così come le attività di comunicazione e marketing (che si svolgeranno nel quadro delle attività di promozione della Rete Marinedi, con i conseguenti vantaggi), nell’ambito delle indicazioni impartite dal Consiglio di Amministrazione, cui aspetta anche il coordinamento del Marina attraverso il direttore”. Che ha già un nome, anche se è “designando” come si legge in un recente verbale di assemblea, finalmente reso noto – insieme al resto del materiale – a margine della conferenza di sabato scorso. Si tratta di Emanuele Montani, per intenderci “il collaboratore” – così l’ha chiamato D’Arpino – che a Villa Sarsina prendeva le prenotazioni per gli interventi.  E’ una delle novità che apprendiamo leggendo le carte. Ora il personale “di” un porto è quello, diverso il discorso dell’indotto (cantieri, officine, agenzie e via discorrendo) solo che i fantomatici numeri annunciati in questi anni si smentiscono da soli. Anzi, a dire il vero erano già smentiti ma oggi ne abbiamo ulteriore contezza.

Emanuele Montani

Emanuele Montani

IL PIANO FINANZIARIO

E sappiamo anche un’altra cosa ovvero che è stato necessario ipotizzare “una differente tempistica di realizzazione del progetto, olte ad alcune soluzioni tecniche che, pur mantenendo fermo l’impianto progettuale originario, contribuiscono a ridurre gli oneri di realizzazione. Si è pertanto tenuto conto degli aspetti di criticità del piano originario sollevati dallo studio compiuto da Italia Navigando e presentato al CdA della Capo D’Anzio SpA nel marzo 2012”. Questo verbale non c’è, ma è noto che Italia Navigando disse chiaramente che il bando di gara era sovradimensionato.

Attenzione ai numeri e – per il futuro – al bando che ha in mente il sindaco Luciano Bruschini. Il nuovo indirizzo progettuale, proposto dal management di Marinedi, prevede un investimento complessivo di circa 163.370.000 euro, rispetto ai 192.000.000. A tale importo, inclusivo di IVA, viene prudenzialmente sottratto un 15% di ribasso in fase di gara, rispetto al 20% che costituisce la media di settore, per arrivare a € 138.865.000 che costituisce la somma da finanziare nel presente piano”. Come ci si arriva? Semplice: si tolgono dal bando di prima le opere pubbliche previste a carico del vincitore e incluse nell’atto d’obbligo tra Comune e Capo d’Anzio. Atto che è vigente e che andrà realizzato, come ha detto sabato scorso D’Arpino, anche se a questo punto è da capire come. Perché delle due l’una: o l’atto d’obbligo è vigente e le opere vanno fatte o il bando che ha in mente il sindaco prevede di non contemplarle. Eccoci arrivati ai 30 milioni di euro in meno inseriti in questo piano finanziario rispetto al precedente.

Sono poi spiegate le tre fasi – una inizialmente prevista entro il 2014 ma poi spostata per le vicende legate alle concessioni – per la “immediata messa in operatività dell’esistente, con alcuni interventi preordinati alla messa a reddito di 154 posti barca dotati di servizi di qualità secondo gli standard del gruppo Marinedi”. Bastano 600.000 euro “ indirizzati ai soli lavori di attrezzaggio degli ormeggi, impiantistica e arredo urbano onde liberare dalla situazione di incuria, abbandono e sporcizia l’area interessata”. Dove si trovano? “Un finanziamento soci pari alla metà dell’investimento e per la restante parte da eventuale scoperto bancario che viene ripagato con i flussi di cassa della gestione”. E il Comune può tirar fuori, oggi, i 183.000 euro ovvero il suo 61% sulla metà dell’investimento? No, perché non li ha e pur avendoli non potrebbe. Per questo sarà bene che la prossima volta, in conferenza, venga il sindaco e non D’Arpino, a spiegarci come intende procedere.

Dopo questa fase – che si pensa di chiudere per il 2015 di fatto gestendo l’esistente, si passa alla seconda per “566 posti barca, circa 346 posti auto scoperti, 3 circoli sportivi, lo yatching club, uffici portuali e due edifici per servizi igienici, oltre alcuni interventi relativi alla viabilità”. L’ammontare previsto è di 31 milioni di euro e “le fonti di finanziamento sono rappresentate, per l 35% da finanziamento bancario ad un tasso di interesse su base annua del 6,5% con restituzione in 24 mesi e per la restante parte, dalle disponibilità bancarie generate dagli incassi degli anni precedenti oltre alle nuove vendite”. Sarà… E comunque un’ipotesi del genere sembra escludere il bando per affidare la realizzazione dell’intera opera. E’ chiaro che da una parte c’è quello che approva la società, dall’altro quello che va ripetendo il sindaco.

Infine “l’ultimazione del progetto secondo il lay out originario. Si prevede un investimento che porta a 1034 i posti barca, e mette a disposizione degli interessati gli spazi necessari per la nuova sistemazione delle attività cantieristiche, per le associazioni sportive locali, nuove attività commerciali nel waterfront. Gli investimenti per la creazione degli edifici destinati alla cantieristica ed ai circoli velici, vengono realizzati con oneri a carico della società, che verranno restituiti dai soggetti gestori in 10 anni al tasso di interesse legale. I medesimi soggetti gestori devolveranno alla Capo D’Anzio SpA la quota parte dei canoni concessori relativi alle aree di propria pertinenza. L’investimento complessivo, stimato in 106.440.000 euro è finanziato per il 50% con mutuo bancario della durata di 9 anni, con tasso di interesse al 6,5 % su base annua e per la restante parte dai flussi di cassa generati dalle vendite dei posti barca e dalla gestione”.

Era meglio fornire questi dati sabato scorso, ma intanto averli è importante perché fanno emergere altre perplessità. Tante perplessità.

Porto, tutto serve tranne la confusione. Sindaco grande assente

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E’ apprezzabile quanto tardivo lo sforzo della Capo d’Anzio di rendere noti i passaggi che porteranno alla gestione dell’attuale bacino portuale e un giorno, forse, alla realizzazione dell’intero intervento. Che la società difetti in fatto di comunicazione non è cosa di oggi, praticamente da quando è stata costituita – nel 2000 – non ha più avvertito l’esigenza di far conoscere ciò che stava facendo. In particolare – è stato sostenuto per anni da chi scrive, sul “Granchio” – in occasione della presentazione dei piani finanziari. Della serie: tu hai il progetto che deve (dovrebbe) rivoluzionare una città e anziché farlo conoscere lo tieni nei cassetti. Come se Marchionne alla Fiat, oggi Fca, tiene nascosto il progetto di un nuovo modello e non lo mostra ai proprietari delle azioni….

Non è bastata nemmeno la legge sulla trasparenza, dato che sul sito del Comune che ha il 61% della società – al contrario di quello che ieri ci hanno spiegato il presidente Luigi D’Arpino e l’avvocato Antonio Bufalari, consigliere d’amministrazione per conto di Marinedi – i documenti indispensabili non ci sono. Ieri in un cd sono stati finalmente forniti, compresi i verbali della società che finora sono stati ottenuti da chi scrive – e ricordiamo che il 61% è sempre pubblico – solo attraverso normali visure alla Camera di commercio. Ma il difetto di comunicazione c’era anche prima, quando inviati del “Granchio” andavano al salone nautico di Genova e allo stand di Italia Navigando si diceva di investire a Fiumicino anziché ad Anzio per un potenziale posto barca. Il difetto c’era quando anziché dire che si vendevano i posti barca sono stati pubblicizzati i “Dolt” o quando il Comune si è trovato – per questioni approfondite a più riprese – un socio privato e non ha sentito il dovere di dirlo a quel 61% pubblico che sono i cittadini. Lo stesso quando si cambiava il logo della società. Bastava dire, prima che si scoprisse e la cosa arrivasse in consiglio comunale: “Si cambia perché…”

E c’è stato ieri, il difetto, in primo luogo perché non c’era il rappresentante dei cittadini proprietari della maggioranza della Capo d’Anzio, il sindaco, che pure a più riprese aveva annunciato che avrebbe tenuto confronti pubblici in tutti i quartieri. Ma anche perché il presidente di una società a maggioranza pubblica ha il dovere di ascoltare i cittadini – soprattutto quelli che non la pensano come lui – e deve evitare di rispondere alle provocazioni. Oppure deve lasciare quel posto. Ma immaginiamo per un attimo se ieri in sala ci fosse stato uno interessato ad acquistare un posto barca? Diciamo che D’Arpino non ne sarebbe uscito con una bella figura nel “siparietto” con l’ex consigliere comunale Santino Adreani e in qualche risposta piccata che poco si addice al contesto di un confronto. A maggior ragione se i citadini, anche attraverso i social network (3.0, sindaco, ricorda?) come il presidente ha riconosciuto alla pagina facebook “Bandiera Nera” sollecitano la necessità di essere informati. Di sapere ciò che è dovuto. E pazienza se qualcuno viene a dire che il porto non gli piace. Si ascolta e si va avanti, mentre D’Arpino – al quale va dato atto di averci messo la faccia – dalla sua proverbiale ironia è caduto nella trappola ed è finito nell’arroganza. Tutto ci serviva fuorché la confusione

E comunque, anche ieri, è mancata chiarezza. Solo nel finale e quando ormai la tensione aveva preso il sopravvento è stato possibile sapere quali sono le fasi previste e i possibili tempi, ad esempio, per sistemare l’attuale bacino. Per il resto abbiamo saputo in buona parte quello che già era noto: il progetto per il quale la Capo d’Anzio ha la concessione è quello e cambiarlo in “corsa” non si può. Il raddoppio lo decide il mercato: o ci sono investitori o si resta con quello di oggi con i pontili mobili, una volta trovate le intese ormai solo con gli ormeggiatori, dato che gli altri alla fine sono d’accordo. Bastava spiegare, con calma, che pagare alla “Capo d’Anzio”, oggi, un canone adeguato e non quello irrisorio degli ultimi decenni vuol dire essersi garantiti di restare lì altri 50 anni e che se un giorno si realizza il nuovo porto avere comunque una sistemazione. Certo che si accordano, mica sono votati al suicidio.

Il sindaco serviva anche per dirci se e quando si farà il famoso bando del quale ha parlato, ormai, quattro mesi fa…

Sapevamo e sappiamo che i soldi non ci sono: “Siamo come un barbone alla stazione Termini” – parola di D’Arpino, chiara quanto infelice di fronte a una platea dove c’erano anche personaggi importanti della nautica – e che il rischio di portare i libri in tribunale è reale. Che al limite venderemo la concessione. Sappiamo che l’atto d’obbligo tra Capo d’Anzio e Comune – con una serie di opere pubbliche previste – è quello e “tale resta”, così ci ha spiegato D’Arpino, ma che per adesso quelle opere ce le dimentichiamo perché i fondi necessari non ci sono. Sappiamo che il progetto “Life” è naufragato, i soldi arrivati sono stati usati per fare altro, i progettisti (questo non è stato detto) hanno avviato le richieste di pagamento per via giudiziaria. L’Unione europea ha chiesto il rendiconto del progetto ma presto – e D’Arpino lo sa – chiederà indietro anche i soldi. Sappiamo, inoltre, che Marinedi ovvero Renato Marconi per adesso fa il benefattore. La Capo d’Anzio ha l’obbligo di investire eventuali guadagni sulla città ma finché i guadagni non ci sono – e difficilmente ci saranno a breve -l’ingegnere si è posizionato, fa le cose pratiche per la società (contabilità, progettazione, sito) e quando sarà il momento presenterà il conto ovvero diventerà proprietario assoluto.

E’ su questo rischio che il sindaco – non D’Arpino – doveva relazionare. E’ questo che possiamo solo immaginare ma non sappiamo. Fa bene il presidente a dare appuntamento tra due settimane, ma nel suo deprecabile intervento Santino Adreani (al quale bastava ricordare che il passaggio da quote ai cittadini a Italia Navigando è stato votato in consiglio comunale all’unanimità) ha chiesto una cosa alla quale D’Arpino non può rispondere: che fine ha fatto il patto parasociale secondo cui se il socio di minoranza non trovava i soldi entro un anno restituiva le quote? Il Comune ha chiesto pareri, il sindaco ha detto in consiglio comunale dando la sua “parola d’onore” che avrebbe ripreso tutte le quote ma ormai è tardi. Non sappiamo, ancora, che succede con l’ultima legge di stabilità e se dobbiamo chiuderla la Capo d’Anzio ovvero dimostrare che fare il porto è un compito istituzionale. Entro marzo alla “spending review” vogliono saperlo. Dopo aver fatto passare la società come una “start up” per prendere una fideiussione altrimenti impossibile, oggi dovremmo dimostrare che tra gli scopi del Comune dal ’98 c’è questo porto. Delle due l’una, evidentemente. Non sappiamo, del futuribile bando del sindaco, se l’atto d’obbligo è previsto o meno, dato che è stato universalmente ammesso che proprio quei circa 40 milioni di opere pubbliche da realizzare sono state un “peso” che ha scoraggiato i potenziali realizzatori del porto. Non sappiamo se per pagare la concessione alla Regione sono stati usati soldi pubblici e quanti. Sforzo apprezzabile, dunque, ma tante cose vanno ancora chiarite. E questo non significa non volere il porto, ma voler capire. E se magari la prossima volta c’è chi rappresenta il 61% del capitale è meglio.

Se una collezione di conchiglie “sfratta” la Capo d’Anzio…

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Avevano affittato una sede al porto, poi anticipando la “spending review” l’avevano dismessa. Il Comune aveva assegnato loro lo spazio di piazza Pia, dove per anni è stata l’azienda di soggiorno e turismo, quindi i vigili urbani e ancora il centro disabili “Elena Castellacci”, mentre l’estate scorsa è stato utilizzato dal delegato al turismo Luciano Bruschini come ufficio informazioni.

La Capo d’Anzio, società che al momento deve gestire il porto perché la realizzazione del nuovo è di là da venire, non ha una sede operativa. Eppure quei locali, secondo una delibera di giunta del 2010, sono destinati proprio alla società che per il 61% è del Comune. Ma è sorto un problema. Già, una collezione di conchiglie. Donata o in fase di donazione al Comune e in cerca di “casa”, con qualche consigliere comunale e assessore che “spinge” affinché sia dato proprio quello spazio. C’è stato addirittura un recente sopralluogo.

Sulle sedi, è noto, in Comune si fa un po’ come si vuole. Partiti inesistenti, associazioni appena nate, assegnazioni provvisorie, gente che non paga da anni. Cambiano assessori, si rifanno i censimenti, ma poi resta tutto com’è. Così è “normale” che una collezione di conchiglie – per quanto prestigiosa – rischi di prendere il posto della Capo d’Anzio. Che nel frattempo se deve incontrare un potenziale acquirente di posti barca fa di necessità virtù. E’ noto, per esempio, che alcuni incontri si sono svolti alla Lega Navale e che per far firmare i contratti l’avvocato e consigliere d’amministrazione è andato “porta a porta”.

Ecco, solo immaginare che una società che secondo le intenzioni del Comune ha in mano il futuro di Anzio non possa avere la sede indicata perché deve andarci una collezione di conchiglie è l’ennesima dimostrazione del pessimo livello che è stato raggiungo.

Porto, più che una stangata è la fine dei privilegi

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Rispetto a quello che si è pagato finora non c’è dubbio, è una stangata. Passare da poche centinaia di euro l’anno a qualche migliaia deve pesare e non poco a chi opera intorno al porto di Anzio. Ma più che di adeguamento dei canoni è forse ora di parlare di fine dei privilegi.

I concessionari non c’entrano, sia chiaro, hanno pagato (e non tutti, stando a quanto risulta alla Capo d’Anzio) quanto veniva chiesto loro. Ma la cuccagna non poteva durare in eterno. Né si poteva immaginare che la società incaricata ormai di gestire il bacino – rifarlo secondo il progetto approvato sembra ormai il sogno legato a chissà quale finanziatore – si accontentasse di pochi spiccioli.

Se c’è una cosa che l’ottenimento della concessione anche per la parte interna ha consentito è quella di farci avere finalmente un quadro chiaro della situazione. Si comprendono, alla luce di certe cifre, anche coloro che ponevano e pongono ostacoli. Per una vita di fatto è come se non avessero pagato, perché oggi dovrebbero dire sì? E’ evidente – lo comprendono da soli – che non si poteva proseguire così.

I canoni, quindi, sono stati adeguati e la Capo d’Anzio potrà iscrivere in bilancio per il 2015 189.561,62 euro. Sono 50.931, invece, gli euro in bilancio per i sei mesi del 2014 ovvero da quando la società è totalmente concessionaria. Sono i primi segnale dell’inversione di tendenza per le casse – eternamente in rosso – della società del Comune e di Marinedi.

A questi canoni andranno aggiunti, con una soluzione che è tutta ancora da trovare, gli introiti derivanti dalle imbarcazioni ormeggiate all’interno del porto. La questione con le cooperative di ormeggiatori è aperta, non è stata gestita al meglio nei mesi scorsi, ma una soluzione andrà necessariamente trovata. Altrimenti si rischia lo scontro e non serve a nessuno.

Detto ciò, fa bene il presidente della società, Luigi D’Arpino, a convocare stampa e cittadini per una conferenza sabato prossimo nella quale sono attesi i chiarimenti che aspettiamo da anni. Perché se c’è una cosa nella quale la Capo d’Anzio ha peccato è stata – da sempre – la trasparenza. D’altro canto è a maggioranza del Comune che sull’argomento non brilla…

Porto, la Capo d’Anzio si confronta. Finalmente

Luigi D'Arpino

Luigi D’Arpino

Il sindaco di Anzio, Luciano Bruschini, ha fatto una campagna elettorale con lo slogan 3.0 ma come sappiamo a questo livello non ci siamo mai nemmeno avvicinati. Ora lo supera, a destra come suol dirsi, il presidente della Capo d’Anzio Luigi D’Arpino, nominato dallo stesso sindaco e rappresentante della società incaricata di realizzare il nuovo porto di Anzio.

Lo supera perché annuncia, sulla pagina facebook “Anzio bandiera nera” che non è certo tenera nei confronti dell’amministrazione, che sabato mattina alle 10,30 a Villa Sarsina ha organizzato un incontro “con i cittadini, la stampa e chiunque voglia venire” per parlare proprio della situazione del porto.

Finora il presidente della Capo D’Anzio si era confrontato solo con i cittadini “5 stelle” in una diretta streaming “vietata” alla stampa. Sarà la volta buona che riusciremo ad avere risposte? Aspettiamo sabato.

Porto, se pure i verbali sono poco trasparenti

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Alla poca trasparenza della “Capo d’Anzio” rischiamo ormai di rassegnarci. La società pubblica al 61% concessionaria del porto e che dovrebbe realizzare quello nuovo non brillava e non brilla. Nei giorni scorsi il consiglio d’amministrazione ha affrontato diverse questioni, poi l’assemblea dei soci ha dato seguito alle decisioni adottate. Cosa si capisce dall’ultimo verbale disponibile? Poco e niente.

Che la situazione finanziaria non fosse florida lo sapevamo, viene consegnata a tutti la delibera di Consiglio comunale con la proposta del Pd di ricapitalizzare la società e si prende atto di convocare l’assemblea che avrà all’ordine del giorno “Azioni di cui all’articolo 2446 e ss C.C. e relative modifiche statutarie: delibere inerenti e conseguenti” e “Modifica statuto sociale in forza dei patti parasociali vigenti”. In assenza del verbale d’assemblea sappiamo che il primo punto è la riduzione del capitale sociale – portato a 70.000 euro, diviso in quota parte tra Comune e Marinedi – ma il secondo? Cosa è cambiato dei patti parasociali? Il sindaco non aveva detto che ci saremmo ripresi le quote private, come previsto nei patti stessi? Mistero, almeno per ora.

Sappiamo dal verbale, comunque, che le campagne pubblicitarie future saranno proposte addirittura a “cambio merce” e pure che sono stati raggiunti “ottimi risultati” ai saloni nautici internazionali di Cannes e Genova “con l’auspicio che tale attenzione del mercato possa presto tramutarsi in un fulgido futuro per l’iniziativa”.

Intanto la Capo d’Anzio è senza una sede operativa, si chiede al sindaco che “si riserva una disamina più approfondita al fine di verificare l’affidamento di un locale idoneo”. Si danno sedi a tutti, praticamente, c’è chi continua ad averne due o a usarla anche se non esiste più come partito, non se ne trova una per la Capo d’Anzio. Strano ma vero.

Da decifrare il punto relativo alle “ultime comunicazioni pervenute dall’Unione europea”. Sarà mica il progetto Life, malamente naufragato? Di certo va fatto il rendiconto entro fine anno.

Infine la vicenda ormeggiatori, quella dei circoli non era ancora emersa. E qui sappiamo qualcosa in più della proposta fatta dalla Capo d’Anzio: un contratto di service annuale, condizionato all’avvio dei lavori, con servizi di assistenza, ormeggio e quant’altro su barche che hanno contratti con la Capo d’Anzio e site nell’attuale campo boe e sul pontile all’interno della diga di sottoflutto. Alle cooperative si chiedeva di liberare le aree entro il 15 dicembre. Le imbarcazioni presenti “saranno chiamate a stipulare contratti con la Capo d’Anzio” e “in caso di risposta negativa a tale ennesima e finale proposta” è stato dato mandato di “portare avanti lo sgombero forzato delle aree, chiedendo l’intervento della forza pubblica”. Non sappiamo se hanno accettato o meno, come serve un “interprete” per capire gli altri punti. Chiarezza, per favore, non ci stancheremo mai di chiederla.

I circoli “padroni”, ma il porto è dei cittadini…

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I circoli velici che saranno “diffidati” per lasciare i luoghi dei quali la Capo d’Anzio è – piaccia o meno – concessionaria, rappresentano una parte di quelli che preferiscono l’attuale situazione di sbando. A loro, tutto sommato, il porto va bene così.

Certo, da decenni si trovano in una zona esclusiva, pagano un canone irrisorio (4.000 euro l’anno circa sia il Circolo vela Roma sia il Canottieri Tevere remo) e fanno ciò che vogliono. Si sentono “padroni”, insomma.

Ora che non è più così fingono di non sapere che da quasi venti anni c’è una società a maggioranza pubblica che il nuovo porto voleva farlo e che, adesso, è di fatto incaricata di gestirlo. Ha – non “avrebbe”, come sostenuto dai circoli – una concessione rilasciata dalla Regione, ha chiesto a chi detiene gli attuali spazi una “manleva” per poter proseguire e chiederà poi di essere pagata con un canone lievemente superiore all’attuale.

Una storia che poteva essere gestita diversamente, certo. Una società prossima al fallimento che sarà salvata dalla ricostituzione del capitale appena sottoscritta, dopo la mozione del Pd in Consiglio comunale, e dall’emissione di bollette ai concessionari che dimostreranno che in bilancio ci sono potenziali incassi. Una società che ha comunque titolo ed è per il 61% dei cittadini di Anzio. Molti dei quali, nelle rispettive famiglie, hanno sentito i racconti dei nonni che lì, proprio lì dove sono i circoli esclusivi, andavano a fare il bagno nei primi anni del secolo scorso. Tuffo dal porto, poi a nuoto fino allo “scoglio Molettone”. Non c’erano i circoli dei vip, quelli che fra un corso di vela e qualche quota sociale potrebbero già pagare ampiamente il canone annuo. E che adesso stanno facendo ciò che prima di loro ha fatto la Lega Navale – ora, invece, diventata “amica” del progetto – come se il porto fosse loro.

Così, per ricordare un po’ di storia e per dire – a Marconi che è il socio privato della Capo d’Anzio e ai circoli che sembrano disconoscere la società, a quanti pensano che la loro concessione è intoccabile – che il porto era, è e resta dei cittadini.

Diverso il discorso degli ormeggiatori, con i quali la vicenda andava sicuramente gestita in modo diverso e che si dovrà necessariamente affrontare riconoscendo loro delle garanzie. Ma chi fa di ampi spazi come quelli dei circoli una vera e propria attività e pensa di continuare senza rapportarsi con chi il porto deve gestirlo e, forse, finalmente farlo, è francamente troppo.