Porto, tutto serve tranne la confusione. Sindaco grande assente

marinamateriale

E’ apprezzabile quanto tardivo lo sforzo della Capo d’Anzio di rendere noti i passaggi che porteranno alla gestione dell’attuale bacino portuale e un giorno, forse, alla realizzazione dell’intero intervento. Che la società difetti in fatto di comunicazione non è cosa di oggi, praticamente da quando è stata costituita – nel 2000 – non ha più avvertito l’esigenza di far conoscere ciò che stava facendo. In particolare – è stato sostenuto per anni da chi scrive, sul “Granchio” – in occasione della presentazione dei piani finanziari. Della serie: tu hai il progetto che deve (dovrebbe) rivoluzionare una città e anziché farlo conoscere lo tieni nei cassetti. Come se Marchionne alla Fiat, oggi Fca, tiene nascosto il progetto di un nuovo modello e non lo mostra ai proprietari delle azioni….

Non è bastata nemmeno la legge sulla trasparenza, dato che sul sito del Comune che ha il 61% della società – al contrario di quello che ieri ci hanno spiegato il presidente Luigi D’Arpino e l’avvocato Antonio Bufalari, consigliere d’amministrazione per conto di Marinedi – i documenti indispensabili non ci sono. Ieri in un cd sono stati finalmente forniti, compresi i verbali della società che finora sono stati ottenuti da chi scrive – e ricordiamo che il 61% è sempre pubblico – solo attraverso normali visure alla Camera di commercio. Ma il difetto di comunicazione c’era anche prima, quando inviati del “Granchio” andavano al salone nautico di Genova e allo stand di Italia Navigando si diceva di investire a Fiumicino anziché ad Anzio per un potenziale posto barca. Il difetto c’era quando anziché dire che si vendevano i posti barca sono stati pubblicizzati i “Dolt” o quando il Comune si è trovato – per questioni approfondite a più riprese – un socio privato e non ha sentito il dovere di dirlo a quel 61% pubblico che sono i cittadini. Lo stesso quando si cambiava il logo della società. Bastava dire, prima che si scoprisse e la cosa arrivasse in consiglio comunale: “Si cambia perché…”

E c’è stato ieri, il difetto, in primo luogo perché non c’era il rappresentante dei cittadini proprietari della maggioranza della Capo d’Anzio, il sindaco, che pure a più riprese aveva annunciato che avrebbe tenuto confronti pubblici in tutti i quartieri. Ma anche perché il presidente di una società a maggioranza pubblica ha il dovere di ascoltare i cittadini – soprattutto quelli che non la pensano come lui – e deve evitare di rispondere alle provocazioni. Oppure deve lasciare quel posto. Ma immaginiamo per un attimo se ieri in sala ci fosse stato uno interessato ad acquistare un posto barca? Diciamo che D’Arpino non ne sarebbe uscito con una bella figura nel “siparietto” con l’ex consigliere comunale Santino Adreani e in qualche risposta piccata che poco si addice al contesto di un confronto. A maggior ragione se i citadini, anche attraverso i social network (3.0, sindaco, ricorda?) come il presidente ha riconosciuto alla pagina facebook “Bandiera Nera” sollecitano la necessità di essere informati. Di sapere ciò che è dovuto. E pazienza se qualcuno viene a dire che il porto non gli piace. Si ascolta e si va avanti, mentre D’Arpino – al quale va dato atto di averci messo la faccia – dalla sua proverbiale ironia è caduto nella trappola ed è finito nell’arroganza. Tutto ci serviva fuorché la confusione

E comunque, anche ieri, è mancata chiarezza. Solo nel finale e quando ormai la tensione aveva preso il sopravvento è stato possibile sapere quali sono le fasi previste e i possibili tempi, ad esempio, per sistemare l’attuale bacino. Per il resto abbiamo saputo in buona parte quello che già era noto: il progetto per il quale la Capo d’Anzio ha la concessione è quello e cambiarlo in “corsa” non si può. Il raddoppio lo decide il mercato: o ci sono investitori o si resta con quello di oggi con i pontili mobili, una volta trovate le intese ormai solo con gli ormeggiatori, dato che gli altri alla fine sono d’accordo. Bastava spiegare, con calma, che pagare alla “Capo d’Anzio”, oggi, un canone adeguato e non quello irrisorio degli ultimi decenni vuol dire essersi garantiti di restare lì altri 50 anni e che se un giorno si realizza il nuovo porto avere comunque una sistemazione. Certo che si accordano, mica sono votati al suicidio.

Il sindaco serviva anche per dirci se e quando si farà il famoso bando del quale ha parlato, ormai, quattro mesi fa…

Sapevamo e sappiamo che i soldi non ci sono: “Siamo come un barbone alla stazione Termini” – parola di D’Arpino, chiara quanto infelice di fronte a una platea dove c’erano anche personaggi importanti della nautica – e che il rischio di portare i libri in tribunale è reale. Che al limite venderemo la concessione. Sappiamo che l’atto d’obbligo tra Capo d’Anzio e Comune – con una serie di opere pubbliche previste – è quello e “tale resta”, così ci ha spiegato D’Arpino, ma che per adesso quelle opere ce le dimentichiamo perché i fondi necessari non ci sono. Sappiamo che il progetto “Life” è naufragato, i soldi arrivati sono stati usati per fare altro, i progettisti (questo non è stato detto) hanno avviato le richieste di pagamento per via giudiziaria. L’Unione europea ha chiesto il rendiconto del progetto ma presto – e D’Arpino lo sa – chiederà indietro anche i soldi. Sappiamo, inoltre, che Marinedi ovvero Renato Marconi per adesso fa il benefattore. La Capo d’Anzio ha l’obbligo di investire eventuali guadagni sulla città ma finché i guadagni non ci sono – e difficilmente ci saranno a breve -l’ingegnere si è posizionato, fa le cose pratiche per la società (contabilità, progettazione, sito) e quando sarà il momento presenterà il conto ovvero diventerà proprietario assoluto.

E’ su questo rischio che il sindaco – non D’Arpino – doveva relazionare. E’ questo che possiamo solo immaginare ma non sappiamo. Fa bene il presidente a dare appuntamento tra due settimane, ma nel suo deprecabile intervento Santino Adreani (al quale bastava ricordare che il passaggio da quote ai cittadini a Italia Navigando è stato votato in consiglio comunale all’unanimità) ha chiesto una cosa alla quale D’Arpino non può rispondere: che fine ha fatto il patto parasociale secondo cui se il socio di minoranza non trovava i soldi entro un anno restituiva le quote? Il Comune ha chiesto pareri, il sindaco ha detto in consiglio comunale dando la sua “parola d’onore” che avrebbe ripreso tutte le quote ma ormai è tardi. Non sappiamo, ancora, che succede con l’ultima legge di stabilità e se dobbiamo chiuderla la Capo d’Anzio ovvero dimostrare che fare il porto è un compito istituzionale. Entro marzo alla “spending review” vogliono saperlo. Dopo aver fatto passare la società come una “start up” per prendere una fideiussione altrimenti impossibile, oggi dovremmo dimostrare che tra gli scopi del Comune dal ’98 c’è questo porto. Delle due l’una, evidentemente. Non sappiamo, del futuribile bando del sindaco, se l’atto d’obbligo è previsto o meno, dato che è stato universalmente ammesso che proprio quei circa 40 milioni di opere pubbliche da realizzare sono state un “peso” che ha scoraggiato i potenziali realizzatori del porto. Non sappiamo se per pagare la concessione alla Regione sono stati usati soldi pubblici e quanti. Sforzo apprezzabile, dunque, ma tante cose vanno ancora chiarite. E questo non significa non volere il porto, ma voler capire. E se magari la prossima volta c’è chi rappresenta il 61% del capitale è meglio.

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