Biogas, abbiamo scherzato. Il sindaco resiste

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La copertina che il Granchio ha anticipato ieri ha un titolo eloquente: “Alla canna della biogas“. Riassume bene le convulse giornate che la maggioranza di Anzio ha vissuto fino a ieri sera, quando la pace è nuovamente scesa perché altrimenti il sindaco si sarebbe dimesso, perché l’intervista di Candido De Angelis ha fatto salire la preoccupazione a molti, perché altrimenti arriva il commissario e i giochi sono finiti. I problemi, alla fine, sono questi e della città sembra veramente importare poco. Ai gerontocrati della politica di casa nostra e ai giovani virgulti che fingono di lottare ma si allineano senza problemi.

Facciamo un passo indietro: mercoledì sembrava finita, si indicava già il 18 febbraio come data entro la quale sciogliere il Consiglio per votare a giugno, c’era il vice sindaco Giorgio Zucchini che annunciava dichiarazioni dirompenti prima di spegnere il telefono e non farsi trovare più dai giornalisti che lui stesso andava cercando.

Il problema? La mozione contro le centrali biogas che è stata firmata anche da alcuni assessori e da consiglieri di maggioranza, insieme a parte dell’opposizione, dopo il sì unanime della commissione ambiente. Non sia mai….

Il primo impianto, quello già autorizzato dalla Regione Lazio, sembra che sia “vicino” a  Patrizio Placidi. Lo dicono sfacciatamente negli ambienti di maggioranza. Una cosa è certa: Placidi e il suo assessorato in conferenza dei servizi hanno dato via libera. Il secondo impianto, quello a biometano presentato ad agosto, è più “vicino” a Zucchini e non ne fa mistero. Qui il Comune non ha presentato osservazioni nei termini.

Il sindaco che in Consiglio comunale diceva di “non sapere” (al solito) è ora un difensore di entrambi gli impianti. Ci consentirebbero di risparmiare sul trasporto in discarica. Con buona pace di “mare, cultura e natura” del progettista del piano regolatore, Pierluigi Cervellati, che diventa “varianti, cemento e monnezza“. Già, perché i volumi di entrambi gli impianti superano di gran lunga non solo quanto si “produce” ad Anzio, ma anche a Nettuno e in almeno altri due centri limitrofi.

Non conosciamo mozioni che hanno bloccato centrali (vedi la Turbogas di Aprilia, per esempio) ma qui siamo a una politica che pensa a preservare una maggioranza, ad accordi elettorali, a tutto fuorché al territorio e al suo sviluppo. Ora si lavora a una mozione che – si dice – sarà più “morbida“. L’auspicio è che quanti avevano firmato la prima abbiano il coraggio di spiegare perché non va più bene. Non sappiamo se i due impianti si faranno, di certo la loro eventuale realizzazione avrà un “peso” su una città che avrebbe bisogno di altro.

Del famoso e fallimentare porto, ad esempio, con il sindaco che rassicura gli ormeggiatori che non si muoveranno – visto mai, parte della maggioranza “minaccia” l’addio – quindi non va a riprendersi le aree, non fa partire un’opera cantierabile, disconosce le decisioni prese in assemblea e gli accordi firmati con Marconi, annunciando un bando impossibile.

Porto sul quale la Corte dei Conti ha paventato il danno erariale per chi ha votato la fidejussione, con un prestito pagato dal Comune ma che la Capo d’Anzio avrebbe tranquillamente restituito se fosse stata messa in grado di operare.

Il sindaco ha assicurato che andrà lui a parlare con la Corte dei  conti e risolverà la vicenda, ma dimentica di aver mandato un “piano di razionalizzazione” dove mancano persino i dipendenti che la società ha assunto. Ma la colpa, dice, “è dei dirigenti“. Gli stessi ai quali va, sistematicamente, il 100% del risultato. Ma sono bravi o non? In realtà quando non si riesce a rispondere, si cerca la responsabilità di altri. Facile.

Gli altri problemi, il 3.0 fallimentare, un programma non rispettato in ciascuno dei suoi punti, è come se non ci fossero. Bruschini resiste, questo importa alla maggioranza. Complimenti.

Porto, il bando impossibile per placare la maggioranza

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Le cronache che arrivano dal Comune di Anzio ci regalano un’amministrazione che sembra alle battute finali. Luciano Bruschini farà di tutto per evitare una fine ingloriosa, anzi sta già facendo, ma ha cominciato a incontrare ostacoli inattesi. Come qualche giovane consigliere che ha alzato la testa.

Due le questioni sul tappeto: la mozione contro la realizzazione di centrali a biogas (autorizzata, dal Comune nessuna osservazione a suo tempo) e a biometano (in valutazione alla Regione) e la vicenda porto.

Sulla prima le firme bipartisan, comprese quelle di alcuni assessori,  costringerebbero il sindaco ad aprire la crisi perché sfiduciato su un argomento del quale, come al solito, ha detto che “non sapeva” quando le carte erano già in Comune. Provano a togliere le castagne dal fuoco con una mozione che rivede il regolamento De Angelis, Fontana e Maranesi, cercando di spostare il tiro mettendo norme diverse da quelle esistenti e che difficilmente troverebbero applicazione per la centrale già autorizzata. E’ comunque un tentativo. Come quello di una ulteriore iniziativa che provi a bloccare i malumori in maggioranza.

Ma il sindaco sa che potrebbe non bastare e così nell’incontrare i consiglieri che sono pronti a mandarlo a casa è tornato sulla vicenda del bando del porto. Ancora una volta – stando a quanto si riferisce in ambienti politici e da più fonti – ha detto una cosa in sede di confronto con il socio privato e un’altra in Comune. Qui avrebbe di nuovo promesso il bando, addirittura indicando nell’1 marzo la data e garantendo che si fa come dice lui, anzi trovando pure chi è disposto a dargli fiducia per l’ennesima volta.

Senza sapere che il bando è improponibile, come da questo umile spazio si ripete da mesi, e che per mettere l’intero porto a gara si deve andare in Regione e dire “abbiamo scherzato“. Perché con la determina del 4 aprile 2014, si approva l’inversione del crono-programma e gli allegati. Vale a dire il business plan della Capo d’Anzio che prevede la fase 0 e 1 di sistemazione dell’interno ed eventualmente la fase 2 per il molo esterno. Tutto ricorrendo a finanziamento.

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Di bando si può anche parlare, certo, e si può anche immaginare di fare una nuova gara, una volta avuto l’ok di una Regione che potrebbe anche essersi stancata, ma intanto la Capo d’Anzio moribonda ha bisogno di iniziare a essere operativa. Altrimenti avremo perso tutto.

Meglio placare la maggioranza o fare il porto?

A Trapani le pagine, da noi le maglie (e non solo)

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Questa vicenda di Trapani ha del paradossale. Sono state acquistate tre pagine per prendersela con dei giornalisti. Siamo in buona compagnia, evidentemente, perché dalle parti di Anzio e Nettuno oltre agli epiteti nei confronti dei giornalisti in consigli comunali e conferenze stampa, c’è chi alla causa ha già dato.

Comprando in massa i giornali dov’era riportata una notizia “sgradita“, per esempio, o facendo preparare delle magliette nelle quali si affermava di voler bene a Nettuno e quindi di non comprare “il Granchio“.

A Trapani si comprano pagine, in altre realtà – da ultimo durante il processo di Mafia Capitale – si minacciano i giornalisti o si chiedono loro maxi risarcimenti. Nella migliore delle ipotesi, si cacciano dalle aule dove si svolgono commissioni pubbliche, come qualche giorno fa a Milano.

L’ultimo notiziario di  Ossigeno per l’informazione spiega meglio di ogni altra parola.

Corte dei conti, le puerili scuse 3.0

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La sede di piazza Cesare Battisti, dove si trova l’ufficio tributi

Al di là di come andrà a finire con le contestazioni della Corte dei Conti sul rilascio della fidejussione a favore della Capo d’Anzio da parte del Comune, indicata come “grave irregolarità” e per la quale si paventa un danno erariale, c’è una cosa che balza agli occhi immediatamente nelle dodici pagine della deliberazione della magistratura contabile.

E’ un passaggio nelle premesse, dove si ricostruiscono contestazioni e richieste di risposta, fino alla convocazione il 12 gennaio alla quale hanno partecipato il responsabile dell’area tributi, Luigi D’Aprano, quello dell’area finanziaria Tonino Morvillo e il vice sindaco e assessore alle Finanze Giorgio Zucchini che hanno candidamente dichiarato “di aver tardivamente appreso dell’adunanza pubblica, regolarmente comunicata via Pec all’indirizzo istituzionale del Comune, per un disguido interno all’ente“.

Ecco, qui paradossalmente non interessano le pesanti contestazioni mosse dalla Corte dei Conti, quello che i revisori del Comune scrivono rispetto alla fidejussione, le giustificazioni del Comune sulla Capo d’Anzio “controllata” sistematicamente smontate dai magistrati contabili. Non interesse neanche ciò che apprendiamo sulla Tares, con un introito inserito in bilancio come recupero evasione quando in realtà era un ruolo aggiuntivo. No, fermiamoci alla puerile scusa del disguido.

Perché non è la prima del genere, perché la campagna elettorale sulla città 3.0 l’ha fatta Luciano Bruschini insieme alla sua maggioranza, non altri, e dire che non si legge una posta certificata o che questo accade in ritardo suona come una presa in giro. L’ennesima.

E’ successo sistematicamente quando si faceva la corsa contro il tempo sul bilancio, per esempio, quando una mail non partiva o non arrivava, quando il sistema informatico è andato in tilt guarda caso proprio in prossimità di importanti scadenze, al punto che Agostino Gaeta arrivò a parlare di “sabotaggio“.

No, per favore, smettetela. Difficile trovare, oggi, chi creda a scuse del genere. Anzi, ammesso che ci sia stato davvero il “disguido interno all’ente” è la conferma di una macchina senza guida e dove, a proposito di informatica e di 3.0, ognuno va per proprio conto.

Ma nessuno legge una posta elettronica certificata.  Già, negli anni ’90 – quando questa classe politica era già in auge – c’erano appena i fax.

Il 3.0? Uno slogan elettorale.

Aspettando la sentenza, pulite questa città!

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Dalla mattina del 28 gennaio, data dell’udienza sull’annosa questione dell’appalto dei rifiuti, c’è un gran fermento negli ambienti del Comune di Anzio, dei lavoratori del settore, della politica di casa nostra.

Il Consiglio di Stato è chiamato a decidere, una volta per tutte, sul ricorso della Camassa ambiente che ha appellato la sentenza del Tar rispetto alla “Revoca aggiudicazione appalto servizio igiene urbana – Interdittiva antimafia”.

Com’è noto Ecocar-Gesam ha vinto l’appalto, non è stato assegnato per l’interdittiva affidandolo di conseguenza alla Camassa, il Tar ha dato ragione all’Ecocar perché l’interdittiva (partita dalla Campania e poi “decaduta“) non poteva essere considerata, la Camassa si è appellata, il provvedimento del Tar è stato sospeso,  e intanto è rimasta a gestire il servizio.

Che è sotto gli occhi di tutti. Perché chi vincerà interessa forse all’assessore Patrizio Placidi che non ha mai fatto mistero di “preferire” la prima, può risultare più o meno simpatica ai dipendenti, ma la prima cosa che vogliono i cittadini è che Anzio sia pulita.

Le scuse sono finite, Camassa – stando a quanto affermano i lavoratori  – non ha ancora fornito i mezzi adeguati e le falle nel servizio deriverebbero da questo. Non abbiamo il parere dell’azienda, però è evidente che i servizi stentano.

Non abbiamo più traccia, per esempio, del “famoso” porta a porta che era stato annunciato anche in centro e invece non c’è. Anzi, è stato ridotto nel resto della città – per la plastica – al punto che il consigliere Marco Maranesi ha parlato di interruzione di pubblico servizio.

Motivo? Sembra che si aspetti la sentenza, per la quale potrebbero anche passare settimane se non mesi. Intanto?  Delle discussioni da bar, di interpretazioni autentiche e personaggi che “scoprono” interesse per la giustizia amministrativa e pretendono quasi di saperne più degli avvocati se non dei giudici, non sappiamo che farcene.

La città va pulita, a prescindere. Placidi è lì perché si faccia, con la ditta che c’è in questo momento e pretendendo che tutto funzioni. Il resto è inutile.

 

La fidejussione, le scelte sbagliate, i nodi al pettine

 

villa_sarsina_fronte_anzioUn paio di premessa necessarie: al momento, da quello che è trapelato, nessuno ha chiesto risarcimenti ai consiglieri comunali e agli assessori che votarono a favore della fidejussione che il Comune concesse per il prestito destinato a pagare la concessione del porto.

A oggi, la notifica della magistratura contabile non c’entra con la procedura del porto in sé che se fosse seguito il piano finanziario votato in assemblea dei soci anche dal sindaco, potrebbe iniziare i lavori della prima fase.

Veniamo alla questione, allora: la Corte dei conti ritiene illegittimo quell’atto e chiede di porre rimedio, in che modo è tutto da vedere. Immaginiamo ad esempio che se non fosse stata pagata con oltre 500.000 euro dei cittadini di Anzio, di recente, sarebbe stata una fidejussione che non si poteva fare, ma non avrebbe avuto conseguenze dirette. Oggi la situazione è diversa e si vedrà come risponderà il Comune, sindaco in testa.

Già, perché l’operazione-concessione si poteva finanziare in modo diverso, volendo, senza arrivare a dare una garanzia simile alla Banca. E quando l’opposizione sollevava – già nel 2011, al momento della prima delibera – una serie di dubbi sulla fidejussione, si poteva e doveva studiare meglio, anziché dire che erano i soliti rompiscatole, anziché votare tutti allineati e coperti. Senza nemmeno porsi il problema – da ultimo – della beffa per cui la Capo d’Anzio dopo oltre dieci anni di attività era considerata una “start up”.

Dovevano fare attenzione nel 2011 e nel 2014, quando Bruschini rispondeva a De Angelis (che poi si sarebbe astenuto con il suo gruppo) “se stavi al posto mio facevi la stessa cosa”.

La scelta sbagliata era stata fatta prima, purtroppo, quando si scelse la via del finanziamento anziché quella di usare i fondi che pure il Comune aveva. I 700.000 euro del rimborso Recordati, per esempio, usati per pagare di tutto, dai quadri di Villa Sarsina a uno sportello anti-violenza del quale si sono perse le tracce. C’erano i 600.000 euro di risparmi in discarica che i dirigenti avevano chiesto di mettere a garanzia dei crediti non esigibili (inascoltati) e che sono stati usati per amenità varie. C’erano i soldi dei terreni venduti a piazzale Roma, ma anche i risparmi dalla chiusura dei “derivati” ereditata proprio da De Angelis.

Soprattutto c’era una strada diversa da perseguire, quella dell’eventuale “pegno delle azioni” che Acqualatina usò, ad esempio, per il prestito da Depfa bank.

No, qui siamo contornati di “scienziati” e di loro affezionati alzatori di mano, così oggi si pagano quelle scelte.

Così come – non dimentichiamolo – la mancata restituzione del prestito e quindi il pagamento fatto di corsa da parte del Comune (manca ancora la quota di Marconi, che sempre a carico della Capo d’Anzio è…) ha origini lontane e più vicine. Inizialmente non si è pagato perché il bando di gara è andato deserto, poi perché nonostante l’inversione del crono-programma non è stato possibile iniziare, da ultimo per il ricorso al Tar, dopo il quale il sindaco resta inerme e senza decidere di riprendersi le aree.

Se la Capo d’Anzio fosse diventata operativa, i soldi alla banca li avrebbe restituiti e oggi quella nota della Corte dei conti sarebbe solo un monito per il futuro. Invece c’è chi rischia di dover pagare.

Al di là di questo, è evidente che i nodi vengono al pettine – dalla fidejussione ai fornitori non pagati, dalle mozioni che spaccano la maggioranza alle liti tra consiglieri – e che Bruschini deve più di qualche risposta. Alla sua maggioranza e alla città.

Porto, la Corte dei conti boccia la fidejussione

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Gravi inadempienze“. La Corte dei conti boccia la delibera che autorizzava la fidejussione alla Banca popolare del Lazio per pagare la registrazione della concessione alla Capo d’Anzio.

La famosa “start up” – che tale non era – utilizzata per avere ulteriore credito in banca e provare ad aggirare la norma, è di fatto illegittima.

E’ l’ultimo fronte che si apre sulla situazione, tutt’altro che chiara, del porto di Anzio. La lettera è arrivata oggi ma c’è già grande fibrillazione negli ambienti del Comune, soprattutto di una maggioranza alla quale era stato garantito che non c’erano problemi con il voto alla fidejussione.

Lo stesso è stato fatto di recente, quando si trattava di pagare la parte che spettava all’ente perché il prestito non era mai stato onorato e la Banca non avrebbe più aspettato. Che succede ora? Per il porto nulla, per chi ha votato c’è più di qualche rischio.

Un voto sul quale l’opposizione, inascoltata, aveva sollevato dubbi di non poco conto. Inutilmente. I nodi, però, vengono al pettine e alla vacillante maggioranza di Bruschini mancava solo questa.

Richiedenti asilo, avanti c’è posto….

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Gli appartamenti di via dell’Armellino

E tre. Prima nelle case, inadatte allo scopo, di via dell’Armellino. Poi in un albergo chiuso da ordinanza del sindaco, ora in un’altra struttura ricettiva per la quale auspichiamo ci siano tutte le condizioni minime di agibilità e sicurezza.

Dopo l’ultimo bando della Prefettura ad Anzio arriveranno altri richiedenti asilo. Fuggono da situazioni drammatiche, almeno la maggior parte di loro, attraversano il Mediterraneo giocando di fatto a una sorta di roulette russa che mette in palio la vita, aspettano in molti casi di ricongiungersi a familiari che sono già in Europa.

Vanno accolti, non v’è dubbio, ma l’impressione è che non esista programmazione alcuna e soprattutto che i Comuni – come qualche giorno fa ricordava sul Messaggero il sindaco di Fondi (Latina) – vengono facilmente bypassati. Se domani esce un altro bando e si presenta un’altra struttura ricettiva di Anzio ovvero un costruttore al quale le case di “villettopoli” sono rimaste invendute, ne arriveranno altri.

E’ possibile questo? E cosa intendiamo fare? Si può dire al Prefetto che – almeno per i richiedenti asilo – abbiamo già dato?

Il problema, come in passato da questo umile spazio si è provato a sostenere, non sono loro in sé ma la necessità che il Comune si faccia carico dell’intera vicenda immigrazione. 70-80 rifugiati in più o in meno rappresentano un fastidio per chi cavalca la protesta populista “a loro sì, agli italiani no….” ma un’amministrazione che ha a cuore le sorti della città ha il dovere di guardare al quadro generale. Certo, decine di persone in un solo posto, con una minima assistenza, rappresentano una potenziale fonte di disagio, ma come si diceva in passato lo sono forse di più quelli che – sotto gli occhi di tutti – vivono e vengono sfruttati in precarie condizioni abitative in punti della città ben noti.

E sarebbe il caso, allora, di mettere mano oltre che al rispetto delle regole anche alle famose politiche di inclusione, che sono altro rispetto alla volenterosa Roberta Cafà che va in Prefettura salvo fermarsi sull’uscio e che diventa oggetto di un documento del resto della maggioranza. Perché poi qui si pensa alla visibilità di un assessore o un consigliere, mai al problema in sé. Tanto meno alla sua ipotetica soluzione.

Avanti, c’è posto, allora. Aspettiamo il prossimo bando, tanto tra mani legate dal punto di vista burocratico-amministrativo e chi sembra aver aperto un proficuo canale con gli uffici della Prefettura che si occupano di questo, possiamo aspettarci di tutto. Ma non sarà questo il punto, perché saremo una città cresciuta solo quando conosceremo le realtà degli immigrati – non solo dei “cattivi” richiedenti asilo – e lavoreremo per una integrazione che per fortuna, nella larga maggioranza dei casi, è venuta fuori da sola.

Cacciato il cronista fuori dal coro

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Michele Crosti mentre viene allontanato dall’aula (foto Repubblica.it)

Questa ci mancava. Nella civilissima Milano si scopre che la sala contiene troppe persone rispetto a quelle che potrebbero starci e viene mandato via – senza troppe buone maniere – il cronista di Radio Popolare Michele Crosti. Una scusa.

Si presentavano i conti dell’Expo e la candidatura del commissario all’esposizione, Giuseppe Sala, alle primarie del Pd. Via via sono stati fatti uscire gli altri giornalisti, ai quali è stata riservata una postazione con diretta streaming. Dalla quale, per esempio, era quantomeno difficile porre domande.

Conosco “Michelino” per l’attività nell’Unione cronisti e per quella da giornalista appassionato nella “sua” Milano, constato dopo la vicenda di ieri che non solo tutto il mondo è paese ma che se uno che racconta la realtà fuori dal coro, come Crosti, è il primo a subirne le conseguenze.

Succedeva anche in Provincia, a Latina, con i giornalisti tenuti nella sorta di “acquario” del Consiglio nella sala Cambellotti, per esempio, quando non costretti a restare fuori perché di una testata ritenuta “scomoda“.

E’ successo ad Anzio con l’identificazione, succede ovunque nel nostro Paese, come ci ricorda l’osservatorio di Ossigeno.

Il problema, al solito, è chi racconta, mai chi ha il dovere di far sapere ciò che fa in virtù dell’incarico pubblico – di norma pagato dai cittadini – che riveste.

E’ la civilissima Milano, certo, ma mal comune in casi del genere non è mai mezzo gaudio.

Porto, i nomi non servono a salvare la società

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La politica anziate, ma deve essere una caratteristica di quella italiana, si affanna a cercare il successore di Luigi D’Arpino alla presidenza della Capo d’Anzio e di Franco Pusceddu nel consiglio di amministrazione, ignorando o fingendo di ignorare quello che prevede la riforma Madia ovvero qualcosa più di un rischio di cedere le quote pubbliche.

Il passare del tempo conferma che l’intento – sotto sotto – era proprio quello e che deve esserci stata una “cordata” pro Marconi e una per qualche altro gruppo se nato all’improvviso e con specifico sponsor politico si vedrà, certo è che cercare nomi serve a tutto fuorché a salvare la società, quindi l’idea del porto come la conosciamo da quando Renzo Mastracci la consegnò alla Regione.

Se sarà l’ingegnere Alberto Noli a presiedere la Capo d’Anzio o l’avvocato Arcangelo Barone – entrambi stimatissimi professionisti e profondi conoscitori di materie portuali e demaniali –  interessa poco. Così come se al posto di Pusceddu andrà il segretario generale del Comune, Pompeo Savarino.

La domanda che la Politica – qui uso volutamente la maiuscola – quella cioè che dovrebbe pensare al bene della cosa pubblica, dovrebbe porsi è: rispetto al decreto Madia, la Capo d’Anzio ha una speranza di restare, insieme alla sua concessione ovvero al porto “di” Anzio, con un controllo pubblico? Se rischia, come rischia, cosa è possibile fare per evitare di cederla al miglior offerente, con Marconi che sarebbe comunque in prima fila? Vogliamo, una volta per tutte, affrontare la vicenda in Consiglio comunale?

Ancora ieri, sul Sole 24 Ore, è stato ampiamente anticipato il contenuto del decreto che mette il Comune praticamente con le spalle al muro.

Leggiamo, ad esempio, che: “Nei nuovi parametri, prima di tutto, non trovano spazio appunto le società che producono beni e servizi commerciali in settori dove esiste la concorrenza“.  Ma anche che: “Secondo il decreto l’alienazione dovrà colpire tutte le partecipate che non hanno raggiunto il milione di euro. In base ai calcoli del commissario, sono 2.545 le società pubbliche che non sono in grado di certificare il superamento del milione di euro in bilancio, per cui potrebbe essere proprio questo il parametro più potente nell’armare le forbici della riforma“. Infine la vicenda dei dipendenti: “Ma c’è un terzo gruppo, ancora più numeroso, di partecipate che la riforma prova a indirizzare verso l’estinzione, e cioè le aziende con più amministratori che dipendenti. Nelle tabelle di Cottarelli sono 3.035 le aziende che hanno organici fino a 5 persone, e altre fra le 2.093 che non hanno dichiarato il numero di dipendenti potrebbero ingrossare il gruppo“.

La Capo d’Anzio – come diremmo dalle nostre parti – c’è dentro con tutte le scarpe. Anzi, pur avendo dipendenti (due) il piano di razionalizzazione affidato a un professionista esterno nemmeno li ha indicati….

Esiste una alternativa? C’è un modo per salvare la Capo d’Anzio e quindi il controllo pubblico indispensabile per non “appaltare” il porto e di conseguenza la città?

Si potrebbe andare da Renzi, tutti insieme,  dal sindaco al suo ormai ritrovato alleato Candido De Angelis, al Pd, agli operatori che hanno creduto nel progetto, a spiegare che cosa è successo dal 2000 a oggi ma che, finalmente, siamo in grado di essere operativi e partire con la fase 1 dei lavori prevista dall’inversione del crono-programma. Magari si potrebbe fare insieme a Zingaretti che ha dimostrato – sotto la sua gestione – che una Regione oculata i problemi li supera, non li crea come era stato con Marrazzo-Montino, i quali preferivano rispondere a ben noti maggiorenti anziati.

Si potrebbe restituire tutto alla Regione, come suggerisce Sel, accollare i 2 milioni di debiti della Capo d’Anzio ai cittadini e arrivederci e grazie. Abbiamo scherzato, il porto resta com’è, le concessioni fra sei anni vanno a gara europea, se c’è l’insabbiamento… aspettiamo. Certo, l’accordo di programma e la concessione sono stati disattesi, ma con i tempi che corrono la Regione prende in carico una situazione del genere?

Si potrebbe “navigare” verso l’autorità portuale, alla quale chiedere di rilevare la concessione.

Ma prima di tutto ci si deve rendere conto che siamo agli sgoccioli e che nessuno crede più alle favole, né quella di “inizio lavori 2005” (che fu uno slogan di De Angelis), né quella di un nuovo bando che tanto piace a Bruschini.  Così come è inutile rivangare un passato fatto di screzi, ostacoli, “politica” invadente e via discorrendo. Si deve guardare al presente e al possibile futuro. Per questo un nome – magari frutto di un accordo pre elettorale – non basta.