Capo d’Anzio, un altro addio e quel falso in bilancio. Sindaco, lascia…

Nessun alzabandiera né roboanti comunicati per miracolosi campi boa. Questa volta il Comune – che per conto dei cittadini detiene il 100% delle quote della Capo d’Anzio – non ci fa sapere che si è dimesso l’amministratore unico Francesco Lombardo. Però trova il tempo di dirci che Umberto Tozzi, “saltato” per la festa del patrono, suonerà il 10 luglio e che “ha espressamente richiesto il recupero di questo concerto per poter incontrare il pubblico di Anzio, che attendeva, con ansia, questo importante evento live sul nuovo palco di Piazza Garibaldi”. Bene, ma sulla Capo d’Anzio?

Il porto che doveva rilanciare la città al pari di un investimento della Fiat (ma lì con Marchionne moribondo si sbrigarono a far sapere cosa stava accadendo) continua a essere cosa loro e non dei cittadini. Se ne va l’amministratore salutato solennemente un paio di mesi fa e tutto tace.

Forse perché se ne va sbattendo la porta. Se è vera la metà di quello che si dice tra la banchina e Villa Sarsina, la lettera con la quale si è dimesso ha contenuti di fuoco. Saranno vere dimissioni o un modo come quello di uno dei predecessori, il generale Marchetti, per ripensarci e tornare, poi andare via di nuovo, o definitive? Lo vedremo. Certo è che se metti un magistrato della Corte dei Conti a svolgere quel ruolo, qualche pulce te la fa. Su questo e sui toni spesso accesi del sindaco, pare si sia consumato lo strappo.

Ma il discorso è un altro e cioè che la società fa acqua da tutte le parti. Oggi, come ieri, il problema del porto non è il progetto – allora avveniristico e oggi irrealizzabile – ma la società e le sue condizioni. Doveva farlo, il porto, la Capo d’Anzio. Si limita a gestire l’esistente usando – come ha fatto per anni – pontili altrui, catenarie, o cacciando (da ultimo) chi fa rimessaggio. Non è “bancabile” per la situazione di contenzioso con Marconi e per i bilanci che ha. A proposito dei quali sembra che finalmente se ne sia accorta anche la Procura. Sarà un caso ma il presidente se ne va all’indomani della convocazione di più di qualcuno negli uffici giudiziari per chiedere spiegazioni sull’ipotesi di falso in bilancio rispetto ai documenti del 2018 e 2019. Per il primo una relazione del consiglio di amministrazione – votata anche dai rappresentanti del socio pubblico – parlava di una perdita. Il dirigente dell’area finanziaria “signorsì” scrisse sulla nota integrativa del consuntivo 2018 del Comune (approvato da questa maggioranza) che la Capo d’Anzio andava liquidata.

Poi la magia, l’arrivo del professore specializzato in crack finanziari Ernesto Monti e i conti a posto. O lui o chi aveva fatto prima quel bilancio, ha detto una bugia che si è “trascinata” nel successivo esercizio e su cui la Procura ha aperto un fascicolo, ascoltando testimoni come “persone informate sui fatti”

Sarà stato per l’arrivo della commissione d’accesso – bloccata nel 2018 dalle “vie infinite della politica” – ma tutti i nodi cominciano a venire al pettine. Compreso quello dei consiglieri che all’atto della nomina hanno dichiarato il falso e che non avrebbero potuto partecipare alle attività del Comune. Alcuni per questioni veniali, fra l’altro nel frattempo hanno saldato, altri per vicende più serie delle quali né anti corruzione né dirigenti “signorsì” sembrano essersi accorti. Se aggiungiamo che due di loro, secondo l’operazione Tritone, sono l’anello di congiunzione con la Ndrangheta il gioco è fatto. Che a sollevarlo, prima qui e poi anche in consiglio comunale nell’unica partecipazione sia stato chi scrive, è un dettaglio.

Caro sindaco, cos’altro deve accadere per dire basta? Non lo chiede un amico profondamente deluso (per orgoglio, non lo faresti mai) e fuori da qualsiasi pretesa politica , ma la città. E’ ora che te ne renda conto

La città, la processione, l’indifferenza di chi governa

Al sindaco di Anzio vanno sinceri auguri di pronta guarigione. Conoscendolo, deve essergli costato tantissimo essere assente alla processione di Sant’Antonio che finalmente è stato possibile rivivere dopo due anni di pandemia. Non sono tra coloro che fanno dietrologia, a memoria non si ricorda un sindaco assente all’evento che unisce la città tra sacro e profano come nessun altro. Quindi le ragioni sono sicuramente serie. Sulla salute non si scherza, nemmeno si ironizza, tanto meno si fanno battaglie politiche.

Una riflessione – dopo un po’ di tempo ed eventi che mi tengono lontano da questo spazio – l’avrei fatta a prescindere. Dall’arrivo della commissione d’accesso a oggi, dall’operazione “Tritone” in poi, chi governa la città ha fatto come se nulla fosse accaduto. Una sostanziale indifferenza, anzi la spinta a mostrare e mostrarsi. Della serie: ecco cosa abbiamo fatto, guardate quanto siamo bravi, gli atti stanno a posto (e ci mancherebbe altro), con la ‘ndrangheta non c’entriamo.

Formalmente anche ineccepibile, se vogliamo: nessuno è indagato, tra i politici, e chi è finito in carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso (e finora c’è rimasto, l’accusa ha retto fino in Cassazione) è innocente finché non sarà condannato definitivamente.

Il sindaco, per primo, è persona intelligente e sa che la forma in questi casi non basta. Ignoriamo se il Comune verrà sciolto o meno, ma nelle carte di “Tritone” ci sono i pesanti legami con un mondo che dalla politica dovrebbe stare lontano e che invece era contiguo, se non imponeva certe scelte. Non sappiamo cosa proporrà la commissione d’accesso al prefetto di Roma, Matteo Piantedosi, e il rispetto per le istituzioni non verrà meno qualunque sia l’indicazione. Chi ha fatto dell’istituzione comunale altro, è in quelle carte. Lo sa il sindaco, lo sanno gli assessori e i consiglieri rimasti nel “fortino”, i nuovi entrati, la segretaria generale controllore e controllata. Le cronache degli ultimi giorni raccontano il ritorno della Dda in Comune, le attenzioni su ambiente e demanio per vicende che in pochi abbiamo raccontato in questi anni.

Allora l’indifferenza, il mostrarsi ora a premiare uno, ora ad annunciare altro, ora a rivendicare bandiere, ora a mettere nomi degli assessori su un bus, diventa quasi un’offesa. Come se in “Tritone” non ci fossero aspiranti consiglieri che andavano a casa di un presunto boss ai domiciliari, non telefonassero per chiedere voti, come se le proroghe “sine die” alla Camassa fossero la norma per garantire il posto a figli di presunti boss, parenti e amici che avrebbero garantito pacchetti di consensi. Come se non ci fossero promesse di lavori pubblici, intese per affidarne altri, minacce a ex consiglieri (in lista con la coalizione vincente nel 2018) e dipendenti del Comune. E non c’è un consigliere comunale che “tratta” per un debito di droga e oggi è onnipresente? Certo. E qui non vale il principio per cui la politica è una cosa e la vita privata un’altra o che non si è indagati. No, dispiace, quando si ha un incarico pubblico si deve (dovrebbe) essere al di sopra di ogni sospetto. Il sindaco si riferisce spesso alle precedenti gestioni del Comune, cercando come suo solito di scrollarsi di dosso una responsabilità politica che è sua per intero: con le precedenti gestioni ha convissuto facendo finta opposizione, fino a un certo punto, poi le ha “imbarcate” per vincere al primo turno. Che oggi qualcuno si sia dimesso, altri si siano allontanati, non ammanta di nuovo qualcosa che è stantìo. Basta ascoltare gli echi che arrivano da Villa Sarsina e parlano delle tensioni in maggioranza persino per far togliere le strutture per il passaggio della processione.

Il metodo non è cambiato, anzi. Le urla, la sopraffazione, tutto quello che sappiamo, con la commissione d’accesso sembrano persino aumentati. Della serie: dopo di noi, il diluvio. Povera città

Delinquenti, fate schifo: Anzio è altro, adesso basta

Non è stato semplicemente un “attacco” al Pd e a Lina Giannino ma alla città e alla sua democrazia. Fosse accaduta la stessa cosa nella sede di un altro partito, userei i medesimi termini. Nella deriva alla quale ci ha abituato la classe politica che da trent’anni guida Anzio non s’era mai assistito a una cosa del genere. Nemmeno negli anni di piombo, qui da noi, qualcuno aveva immaginato di entrare nella sede di un partito, devastarla e fare scritte ingiuriose contro una consigliera comunale. Non era mai accaduto e deve essersene accorto anche il sindaco che stavolta – al contrario delle precedenti – si è sbrigato a spendere due parole ed esprimere solidarietà su quello che non è un atto vandalico come l’ha definito bensì un attentato vero e proprio.

Che arriva all’indomani della trasmissione “Piazza Pulita” che più di qualcuno non ha digerito, guardando al dito (chi ha dato informazioni a Nerazzini, autore della puntata) e non alla luna che sono i fatti narrati lì e prima ancora nell’inchiesta “Tritone” e in tutte quelle ad essa collegate. Sì, perché le tessere del puzzle, per chi sa metterle insieme, portano a Malasuerte ed Evergreen, a Ecocar e agli interessi sulla biogas, alle coop e sempre agli stessi personaggi. Alcuni interpreti principali e altri parte attiva del sottobosco della politica vincente di casa nostra, fatta di favori e promesse, di appalti da assegnare magari sotto soglia, di “squadre volanti”, cooperative, proroghe, amici degli amici. Perché? Semplice: in molti casi tutto questo si tramuta in voto di scambio. E se qualcuno prova a mettere in fila le cose, a chiedere spiegazioni, accedere agli atti, criticare, apriti cielo. Lina era stata già oggetto di pesanti intimidazioni, ma si era provato finora sempre a girarsi dall’altra parte se non a minimizzare.

Il sindaco – in aula consiliare (salvo fuggire davanti alle telecamere) – è solito usare toni minacciosi dei quali abbiamo parlato spesso in questo spazio. Nel suo soliloquio contro tutto e tutti – che sia lì dal ’90 e abbia attraversato prima e seconda repubblica è un dettaglio – dice “se soffre mio figlio soffre pure il tuo”, dà dei “sumari” agli oppositori, promette di “tirare fuori le carte” che stiamo ancora aspettando di presunti ricatti, urla indisturbato e senza che la presidente (sua ex avversaria) senta il dovere di richiamarlo all’ordine. Con un clima del genere nell’aula consiliare, cosa ci si può aspettare che accada? Basta che si senta minacciato uno del sottobosco che ha portato voti e ottenuto qualcosa in cambio, per andare a compiere un atto contro la Giannino che ha osato parlare.

Ecco, c’entrano sicuramente anche ‘ndrangheta e camorra negli affari di questa martoriata città e non da oggi, ma c’è pure l’imbarbarimento e la crescita di una cultura mafiosa. Certi atteggiamenti che dalla “guerra” del centro-destra nel 2013 a oggi sono andati in crescendo, la prevaricazione sistematica, la derisione dell’avversario che si vuole far passare per ironia o scherzo, il “c’avemo i voti”, il coinvolgimento di personaggi poco raccomandabili nell’agone pubblico, hanno portato a tutto ciò e la responsabilità politica è inequivocabile. Adesso è difficile tornare indietro. C’è da sperare solo che non ci scappi il morto. Perché i delinquenti che sono entrati nella sede del Pd sono capaci di tutto. Solo che debbono sapere che questa città è altro, non i loro mezzucci da vigliacchi, e devono farsene una ragione. Troveremo gli anticorpi perduti, perché delinquenti e mafiosi, sottobosco poco raccomandabile, ci fanno schifo. Che qualcuno, sapendo tutto, si è alleato e governi con i protagonisti politici di certe indagini che oggi riemergono è una pericolosa aggravante.

Ps, all’unanime e trasversale solidarietà a Lina Giannino ci è sfuggita (se è così chiediamo scusa) quella dell’Associazione commercianti di Anzio. Forse stavano lavorando.

Grazie Antonietta, faro contro la cultura mafiosa imperante. Altro che “caso” La7

Ho partecipato, purtroppo solo per una parte, all’iniziativa alla quale come molti dei relatori hanno sottolineato era tra noi Maria Antonietta Bonaventura. I tanti presenti, la commozione, gli aneddoti, le immagini e i testi, hanno fatto sì che la professoressa non fosse celebrata, ma appunto in mezzo a noi. L’avevo citata intervenendo alla manifestazione “Il silenzio è mafia” all’indomani dell’operazione “Tritone” sottolineando come ci stesse dicendo tante cose, per avercelo insegnato a scuola, nelle associazioni, nell’impegno civile e politico e con il proprio esempio. La conoscenza contro l’ignoranza, il dialogo contro la prevaricazione, l’ambiente contro villettopoli, la cultura contro l’arroganza, il lavoro contro i soldi facili. L’amore, soprattutto, per il luogo nel quale si vive e per fare in modo di studiarlo e conoscerlo a fondo. Quello per i diritti dei più deboli. Antonietta era lì, insieme alla figlia Silvia e all’amato nipote Gabriele, a dirci di non mollare, a essere ancora un faro in una città pervasa dalla cultura mafiosa che abbiamo visto in tv qualche sera fa.

Sì, cultura mafiosa alla quale dobbiamo continuare a opporci. Perché vedete, ora si sta facendo un “caso” su quanto emerso dalla trasmissione “Piazza pulita” di La7. L’intellighenzia cittadina che è vicina a chi amministra o gli stessi politici che per 30 anni si sono girati dall’altra parte – emblematica la “fuga” del sindaco con la tv – o hanno cooptato personaggi poco raccomandabili facendo metter loro il vestito bello, sono a caccia di chi ha fornito informazioni all’autore della trasmissione. Come se non fossero di dominio pubblico. L’Associazione che dovrebbe tutelare i commercianti ci fa sapere che è tutto a posto e che loro lavorano, mica possono perdere tempo in manifestazioni. Bene, lavorano anche altri, sia chiaro. Alcuni, via social, danno della “spia” se non dell'”infame” a chi ha svolto quel servizio e in chi a livello locale lo avrebbe aiutato. Il problema, allora, diventa il raccontare certe cose e non le nefandezze che erano emerse in “Tritone” (ma prima ancora in altre indagini) ed erano già di dominio pubblico, ma sono state rese note in maniera ancora più evidente in tv. Si guarda al dito, non alla luna. Si cercano presunti colpevoli di aver fatto il loro mestiere, ma non si dice che quanto Piazza Pulita ha solo confermato è una vergogna e che i personaggi pubblici coinvolti (ma non indagati) fingono di non sapere o la buttano in confusione o preferiscono tacere. Eccola, la cultura mafiosa, quella che insieme ad Antonietta dobbiamo continuare a ostacolare in ogni modo. Non sappiamo se il Comune sarà sciolto o meno, c’è una commissione al lavoro e le istituzioni vanno rispettate. Sempre. Sappiamo però che in campagna elettorale nel 2018 c’era chi prometteva posti in cambio di voti e chi gioiva (la ‘ndrangheta) per avere “sbancato il Comune”. Alcuni nodi sono arrivati al pettine, tanti altri restano da approfondire se ci fosse (stato) un investigatore come ebbi modo di sostenere mesi fa.

Sono quei fatti, quelle prevaricazioni, la mancata legalità delle cose quotidiane, urla e minacce in consiglio comunale, ad alimentare una cultura mafiosa ormai imperante. Per questo confidiamo in quello che è stato giustamente definito “il sorriso dolce e severo” di Maria Antonietta. Per continuare a dire che c’è una città diversa.

Infine, un aneddoto: nel dibattito prima del ballottaggio del ’98 – moderato da scrive – l’attuale sindaco provò a dire che la professoressa non poteva fare domande. Mi opposi e lei la fece. Con il passare degli anni ci siamo trovati anche su posizioni diverse, ma non dimenticherò mai che era stata lei stessa – al distretto scolastico, anni prima – a dire a noi studenti che le libertà vanno rispettate se vogliamo mantenerle. Grazie, Antonietta.

Capo d’Anzio, continua l’accanimento terapeutico (con qualche bugia)

Va spezzata una lancia a favore della Capo d’Anzio. Finalmente non c’è bisogno di aspettare le visure camerali, il bilancio 2021 è on line e consultabile da tutti. Mentre il Consiglio comunale si appresta a votare un prestito alla società, già ampiamente indebitata bei confronti dell’ente oltre che con il socio privato, i fornitori e l’erario, si scopre che l’accanimento terapeutico continua.

Sì, perché aumentano gli incassi rispetto all’anno precedente ma il bilancio chiude in attivo solo di circa 2000 euro e solo grazie a una manovra di “ingegneria finanziaria” che grazie a una norma del 2020 consente di non iscrivere gli ammortamenti. L’ex presidente professor Ernesto Monti, specialista in società decotte, e l’ex amministratore delegato Gianluca Ievolella – al quale spesso si rivolgerebbe il neo amministratore unico Francesco Lombardo – hanno fatto quadrare i conti ma sono i primi ad ammettere che le cose non vanno. E insieme a loro i revisori dei conti.

Partiamo dai dati: aumenta il valore della produzione che è pari a 968.000 euro (contro 804.000 del 2020) ma crescono anche i costi che sono 948.000 euro circa rispetto ai 771.000 dell’anno precedente. L’utile come detto è di poco superiore ai 2000 euro, contro i 17.000 del 2020. I crediti sono di poco superiori ai 638.000 i debiti, in totale, poco più di 3 milioni. I primi sono diminuiti, i secondi aumentati, entrambi di circa 20.000 euro.

Tralasciamo la cronistoria, il contenzioso con Marconi portatoci con Italia Navigando dall’attuale sindaco (contenzioso che peserà come un macigno, modesto parere di chi segue la vicenda da 20 anni e più), le immobilizzazioni e compagnia e andiamo al succo. Perché va bene tutto, ma essere derisi è troppo. Ad esempio i bilanci approvati in ritardo dal 2018 al 2020 a causa del contenzioso con Marconi. Bene: ma perché nessuno ci spiega il motivo per il quale nel 2018 c’era una perdita approvata dal consiglio d’amministrazione, inserita nella nota integrativa al bilancio del Comune che prevedeva la liquidazione della società e poi magicamente quel bilancio è andato in attivo?

Dicevamo dell’utile, ottenuto grazie a una deroga di legge che consente di “sospendere gli ammortamenti relativi al comparto delle immobilizzazioni”. D’accordo, è una norma e ci mancherebbe non applicarla, ma poi leggiamo che: “L’ammontare dell’impatto della deroga in termini economici è pari a 82.871 euro, da ciò ne consegue un utile civilistico che consente un maggiore appeal dell’azienda verso gli operatori finanziari”. Così tanto “appeal” che quattro istituti di credito hanno rispedito al mittente le richieste di finanziamento presentate dalla Capo d’Anzio. Però, secondo la relazione, tra campo boe e gestione dei parcheggi – che forse saranno finalmente tolti agli eredi di “Malasuerte” (non è mai troppo tardi) questo sarà l’anno decisivo. Peccato che le cose non stiano proprio così. Calano ancora gli indici che ormai tutti prendono in considerazione come significativi della capacità di un’azienda. Il Roe, cioè il ritorno sul capitale di rischio, che viene universalmente indicato come accettabile sopra il 2 è allo 0,47 , il Roi, vale a dire il ritorno sugli investimenti, è dello 0,05 quando è ritenuto accettabile sopra il 5 . Il professore – e il sindaco che di bilanci se ne intende – possono insegnarci cose del genere. Ma qui va tutto bene. Invece no: l’indice di liquidità primaria – cioè la capacità di fronteggiare i debiti – è 0,29 e per essere minimamente utilizzabile per fronteggiare la situazione dovrebbe essere 1, quello di indebitamento è 5,87. Il professore ammette: “L’ammontare dei debiti ha assunto dimensioni decisamente significative in funzione dei mezzi propri esistenti”.

La “salvezza”? Campo boe e parcheggi, come si ripete nella relazione. Passando per una dichiarazione che stando alle notizie che arrivano dal fronte del porto non sarebbe così vera. C’è un capitolo, per esempio, dedicato al personale e al clima lavorativo. Ebbene si dice che “non si fono verificati infortuni gravi sul lavoro” ma sembra proprio che non sia così.

Torniamo alla “salvezza” e al fatto che la società “sta dialogando in maniera assolutamente positiva con vari istituti di credito in maniera di avere un finanziamento di circa 150.000 euro”. Beh, quando è stata scritta la relazione si sapeva già che nessuna banca l’avrebbe concesso…. Tanto che si chiede al Comune di intervenire. Comunque, a detta dell’ex presidente, nel 2022 si dovrebbero incassare 250-3000 euro in più e sistemare le cose. Che la Capo d’Anzio il porto dovesse realizzarlo, con 1000 posti barca e tanti di lavoro, ormai nessuno si preoccupa più.

Solo che i nodi arrivano al pettine e il revisore indipendente esprime: “(…) incertezza significativa riguardo a eventi o circostanze che possano far sorgere dubbi sulla capacità della società di continuare a operare (…)” poi parla di “incertezza riscontrata in tema di concessione demaniale e della determinazione del relativo canone”. Lo stesso fanno i componenti del collegio sindacale della Capo d’Anzio che pur esprimendo parere favorevole sul bilancio sottolineano: “La situazione debitoria nei confronti della Regione, dell’Erario e gli enti previdenziali” ma anche che “l’utile di esercizio non è dovuto all’incremento dei ricavi della gestione (…) ma a poste straordinarie e alla mancata rilevazione contabile degli ammortamenti”. Secondo il collegio: “In estrema sintesi si rileva come la situazione finanziaria sia particolarmente sofferente”.

Ora di chi saranno le responsabilità – ricordando che chi rappresenta il socio pubblico, cioè il sindaco, non viene da Marte – lo accerteranno cause pendenti, indagini della magistratura sulle reciproche denunce tra Comune e Marinedi, Corte dei conti e quant’altro. Ma dopo 22 anni dalla costituzione e oltre 10 dalla concessione mai usata per costruire il nuovo porto, è bene che la Capo d’Anzio porti finalmente i libri in Tribunale.

Addio a Giorgio: la città, la politica, le nostre incomprensioni

“Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”. E’ una frase di Fabrizio De Andrè. La voglio usare per dire, subito, quale fosse il mio rapporto con Giorgio Pasetto deceduto oggi. Tante incomprensioni e pochi “slanci”, lui – come Luciano Mingiacchi – non mi ha mai “perdonato” di non essere tra le schiere di chi lo seguiva. Forse perché dopo aver “cresciuto” Aurelio Lo Fazio, mio cugino, e vista la passione che mio padre metteva in quella corrente della Dc (i “basisti”) pensava fosse naturale che ci fossi pure io. Invece no, erano più scontri che intese, com’è normale soprattutto quando provi a raccontare in maniera diversa la città da come si era fatto fino ad allora. Quando volevo fare questo mestiere, il collega Marcello Ciotti che ci diede i primi rudimenti disse: “All’inizio non vi fileranno, li dovrete cercare, ma poi saranno loro a chiamarvi”. Si riferiva ai politici. Giorgio chiamava poco, ma quando lo faceva sapevi quando entravi e mai quando saresti andato via. Partiva da A, finiva a Z, ricominciava da M e tu chiedevi di essere concreto ma nulla…

Aveva preso, quando era in Regione, a convocarci per Natale e raccontare cosa si stava immaginando. Tra questo il nuovo ospedale che doveva sorgere tra Anzio e Nettuno, ad esempio. Poi, dopo la sconfitta alle politiche del ’94 nel “suo” collegio capì che la città che quattro anni prima lo aveva portato in Regione dove fu prima assessore e poi presidente della Giunta, si era ribellata in nome del “nuovo” allora rappresentato da Forza Italia. Incassò, attraversando sempre da protagonista la Dc prima, i Popolari, la Margherita, l’Ulivo e da ultimo il Pd. Era stato il sindaco più giovane di Anzio, quando la classe politica che aveva ricostruito la città dalle macerie aveva individuato alla fine degli anni ’60, in quel ragazzo uscito dall’Azione cattolica, un giovane sul quale puntare. Non avevano sbagliato, perché si poteva essere d’accordo o meno ma Giorgio era un cavallo di razza. Che come la stragrande maggioranza dei politici ricordava, però, sempre l’ultimo articolo, quello sgradito, e mai i precedenti. “Non mi intervisti mai” – diceva se lo incontravi con la bici sempre più arruginita e l’immancabile Lacoste, nei pressi dell’edicola di Rolando. “Le interviste si fanno quando c’è qualcosa da dire”, replicavo. Storceva un po’ la bocca, si avvicinava all’amico di una vita Luciano Mingiacchi e andava via. Aveva vissuto in una Anzio diversa e non aveva compreso, forse, la pessima china che aveva preso. O lo aveva capito benissimo, tanto da proporre studi su studi, incontri, nel tentativo di rimettere al centro le scelte politiche, quelle con la P maiuscola. Peccato che al capezzale del malato ci fossero, senza grandi successi, gli stessi dottori. Così era spesso un dibattito fine a se stesso, la città aveva virato, i consensi crollavano, le seconde e terze linee di quella che era stata la “sua” Dc avanzavano. Gli era rimasto, quando era già parlamentare, l’incontro del sabato mattina con gli intimi nella villa a Ponente, le scelte che pochi compresero – come quella di dire no a prescindere al nuovo porto – fatte nelle stanze del potere, l’incapacità di creare un’alternativa seria e credibile. “Abbiamo dato alla città le menti migliori” – amava dire riferendosi a personaggi vicini alla sua corrente. Ma le menti, ormai, non si avvicinavano più. E non se ne faceva una ragione.

Va detto che ripensando a quegli anni, visto il decadimento della classe politica e dirigente, i “re” delle preferenze, manca non Pasetto ma ciò che hanno rappresentato quei partiti. Con tutto il rispetto, c’è gente che in quelle organizzazioni non sarebbe stata fatta entrare o al massimo avrebbe attaccato i manifesti. Rimpianti? No, quella vituperata “Prima Repubblica” ha commesso errori a non finire, però aveva una dignità e una preparazione che si sono perduti nel corso degli anni.

Ammise – e gli costò tantissimo – che chi aveva sottratto dalle edicole tutte le copie del “Granchio” che riportavano la sua vicenda giudiziaria alla vigilia del voto per la Camera del ’94, aveva commesso un errore. Ne parlammo, uscì un’intervista, e ce ne furono altre successivamente. “Devi darmi una notizia” ripetevo, ma lui continuava a partire da A, finire con Z e poi tornare indietro… Aveva studiato, era cresciuto a pane e politica, se ha commesso un errore è stato quello di stringere sempre di più la sua cerchia su Anzio, come se il tempo non fosse passato. Ci incontrammo altre volte a Roma, al Senato (“qui pago io”, disse, e risposi che visto che costava così poco poteva pure farlo una volta…) o alla sede di Teorema. Non lo sentivo da tempo, sapevo del malanno e so che in fondo in fondo mi stimava. Mi piace ricordare che tra i “portatori d’acqua” c’era mio padre, ci fosse da raccogliere voti o da cucinare alle “tre giorni” di studio che si tenevano a Piglio. Era un altro mondo, un’altra politica, e certi modi li ho sempre avversati. E’ stato meglio lasciarci, dunque, ma oggi ad Anzio finisce un’epoca come riconosciuto anche dal sindaco De Angelis e a Giorgio Pasetto va se non altro l’onore delle armi e il riconoscimento di essere stato un gigante, in un mondo (quello della politica e non solo) fatto sempre più da piccoli uomini.

Capo d’Anzio e il porto che muore, ma loro festeggiano

La smania comunicativa di chi guida Anzio è senza eguali, tanto c’è chi “copia e incolla”. Così per il porto un campo boe è fatto passare come la svolta di un approdo destinato al fallimento e di una società che lo stesso sindaco, oggi, dice di voler liquidare. Società dalla quale vanno via il presidente Ernesto Monti e l’amministratore delegato Gianluca Ievolella, per far posto a un ex magistrato di Corte dei conti che avrà il ruolo di amministratore unico. Non fosse qualcosa di pubblico, interesserebbe poco. Invece sono trascorsi 22 anni, tra poco più di un mese, dalla costituzione della Capo d’Anzio e l’unica cosa che la società ha saputo fare è accumulare debiti o mettere insieme manovre di ingegneria finanziaria che tra una denuncia e l’altra – fra Comune e socio privato che l’attuale sindaco ci ha fatto trovare quando entrò Italia Navigando – forse scopriremo una volta per tutte. Doveva essere il porto da 1200 posti barca, da centinaia di posti di lavoro, raddoppiato, per le crociere, i grandi yacht e compagnia, è diventato peggio di quello che c’era e che tanto criticavamo perché in mano alle cooperative ormeggiatori. Il porto, ma soprattutto la società di gestione che dovrebbe essere la nostra ma è gestita dal “sistema Anzio” in tutto e per tutto. Dai concorsi per le assunzioni riaperti a soggetto, da quando i lavoratori esclusi da una prima graduatoria entravano grazie a una società interinale, alle opere affidate a chi – a quanto sembra – non ha la qualifica. Dai pontili pericolanti e chiusi, formalmente ancora delle coop cacciate, ma poi utilizzati per posizionare le boe del “rilancio”. Non si offenderà Carlo Collodi, ma l’operazione che si vuole far passare somiglia tanto a quello che si chiedeva a Pinocchio nel Campo dei miracoli della celebre favola. Insomma, quelle boe non sono certo quello che da oltre 20 anni si promette. Ci vorrebbe l’onestà intellettuale di ammetterlo.

Come andrebbe spiegato ai cittadini, tutti, che la fidejussione rilasciata a favore della società per ottenere 1,5 milioni di euro era carta straccia sin dall’inizio. Come l’ex amministratore Ievolella ha risposto ai consiglieri 5 stelle Pollastrini e Guain, ben quattro istituti di credito hanno detto “no, grazie” e la garanzia rilasciata dal Comune è stata restituita. Possibile che di fronte all’opera che doveva trasformare la città Intesa San Paolo, Unicredit, Blu Banca e Bcc si siano tirate indietro? E che prima ancora anche la Cassa depositi e prestiti abbia fatto sapere “no, grazie”? Certo, semplicemente perché la Capo d’Anzio non è “bancabile” come si dice in gergo. Non è un caso che Ievolella, quei soldi, li avesse chiesti al Comune prima di andare a bussare per istituti di credito. Sta bene il primo cittadino a dire che la colpa è di Bruschini e Marconi, il “sistema” è sempre lo stesso e lui non viene da Marte, conosceva bene le vicende della Capo d’Anzio. Da sindaco per dieci anni, poi da senatore e da finto oppositore. L’ultimo annuncio è la liquidazione della società a settembre, ma intanto il Comune concede 140.000 euro per fare un minimo di attività sperando che l’estate vada bene. Da unire ai 517.000 delle vecchia fidejussione che la Capo d’Anzio non ha mai restituito, al punto che nel bilancio 2022 del Comune diventa un credito di “dubbia esigibilità”. Il porto muore insieme alla società che doveva realizzarlo ma loro comunicano e quasi festeggiano.

Infine, su una cosa si sta specializzando la Capo d’Anzio che doveva rifare il porto, rilanciare l’economia e tutto quello che sappiamo: trovare appigli per cacciare chi ha una concessione e paga regolarmente. L’ultimo in ordine di tempo è il rimessaggio all’Ondina.

La ‘ndrangheta accantonata e la gestione singolare…

Dai “sumari” alle scuse è stato un attimo. Così come dalla denuncia di una possibile estorsione – fatta pubblicamente – a non mettere a disposizione la richiesta che aveva fatto lo “scudiero” del neo consigliere comunale Giorgio Buccolini. Ah, già: l’aveva divulgata, nel frattempo, un sito fidato. Ci sta, la strategia del primo cittadino di Anzio – travolto dagli eventi e insofferente alla commissione d’accesso – è chiara: siamo bravi, gli atti sono a posto, chi non è con me è contro di me. Insomma, la ‘ndrangheta viene accantonata mentre si dimentica il “sistema” messo in piedi e foraggiato, oltre le frequentazioni che emergono dalle carte dell’inchiesta “Tritone”.

Non ci sono politici indagati, vero, ma la responsabilità politica è enorme come è stato ribadito anche durante il dibattito LegalizzAnzio di ieri, 10 aprile 2022. Sono cose che andiamo ripetendo, in pochi, da anni. Di fronte alle quali chi amministrava e amministra negli ultimi 25 anni ha sempre fatto spallucce.

È quella che interessa, la responsabilità politica, perché chi ha avuto rapporti con affiliati alla ‘ndrangheta sta in maggioranza e non da oggi. Ci sono i fedelissimi del sindaco e come è noto l’eventuale scioglimento del Comune prescinde da aspetti penali. Se ci sarà o meno lo vedremo, il quadro che ne emerge è comunque sconvolgente.

Ma quello che è emerso dopo la sfuriata del primo cittadino contro lo “scudiero” e i “sumari” è, invece, l’esempio della gestione singolare di questo Comune. Dove i criteri per i finanziamenti alle associazioni sono a soggetto, per esempio, ma una delle caratteristiche è quella di avere sostenuto i vincitori.

Non avrebbe fatto storie, Claudio Di Giovanni, se quei 30.000 euro richiesti fossero stati concessi. Sarebbe stato uno dei tanti sodali (ormai ex) ad avere un riscontro. L’elenco è lunghissimo, dal consigliere non eletto che fa la stagione lirica a quello che ha sostenuto un candidato e scalpella gli scogli, da chi ha avuto locali a chi contributi per un museo “di proprietà”, alla solidarietà pagata da noi e via discorrendo.

Quello che rivela Di Giovanni è ancora altro: a chiedergli di occuparsi dei social erano stati il sindaco e il suo vice, a chiedere di ridurre il preventivo addirittura la segretaria generale.

Sulla quale si è espressa – e dice che lo aveva fatto anche finché era all’interno – anche l’ex assessore Laura Nolfi alla quale diamo il benvenuto nel club di chi ha posto il problema del controllore e controllato proprio rispetto alla segretaria.

Ecco, si governa con il “volemose bene”, spacciando questo per modello di amministrazione. Si impongono scelte come quella dell’Aet di Ciampino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno e dopo avere consentito una proroga “infinita” alla Msa-Camassa per non avere avuto una “visione” delle politiche ambientali. Bastano i dati della differenziata a ricordarlo. E l’elenco, anche qui, sarebbe lunghissimo. Il sindaco sa bene che non basta lo sforzo comunicativo, il bilancio consuntivo approvato dal quale apprendiamo che il credito vantato nei confronti della Capo d’Anzio (la famosa fiejussione di 517.000 euro) diventa “di dubbia esigibilità” per un porto che non si farà mai e che i residui calano, è vero, ma sono ancora enormi. Sa che qualcuno è entrato in Consiglio avendo forse dichiarato il falso sui debiti verso l’ente e che c’è chi si è girato dall’altra parte, provando a farlo di nuovo anche adesso quando la Finanza è andata a chiedere lumi. Sa che il mare è tutto, fuorché una tavola, in questa gestione singolare. E la ‘ndrangheta un pesante dettaglio.

Ciao Carletto “Pescecane”, formidabili quegli anni

Mi dissero “hanno eletto Carletto Marigliani, Pescecane”. Confesso, non sapevo chi fosse e appena lo vidi dissi tra me e me “all’anima di Carletto”. Iniziavo a fare questo lavoro più seriamente – fine anni ’80 – e all’epoca l’Associazione commercianti era una fonte autorevole. Un sindacato che cercava, come poteva, di pungolare l’amministrazione perché sul piatto c’era il nuovo piano del commercio. Anzi, forse il primo sindacato che non aveva un collegamento diretto con la politica dato che negli anni precedenti era stato spesso ad appannaggio di personaggi dell’allora Dc. Carlo – che ci ha lasciato nei giorni scorsi – mi inquadrò subito e nacque una reciproca simpatia, diventata stima con il tempo. Partecipai, ricordo, a un’assemblea alla veranda ex Garda. Si parlava, fra l’altro, del problema della panificazione che ad Ardea era possibile e ad Anzio no nei festivi, in realtà c’erano meno di 200 metri di distanza. E si parlava del piano che il Comune stava predisponendo, delle iniziative da portare avanti per migliorare l’attività, dei corsi di lingue, i viaggi all’estero, l’organizzazione di un carnevale che resterà nella storia. In giro deve esserci ancora qualche vetrofania con “Ascom Anzio”, fra l’altro. E se avevi un problema, c’era una risposta. Avevano messo insieme, lui e altri, un avveniristico Centro servizi che terminò la sua esperienza per problemi diversi ma dimostrarono di essere avanti. Fecero anche un giornale, “Nuova Linea”, che concesse allora uno spazio a noi ragazzi per un inserto autogestito.

In quella riunione disse con il suo inconfondibile sorriso “aho, occhio che ci sta pure il giornalista”. Se volevi sapere le cose, dovevi andare, ascoltare, parlare con le persone. Lì come ai consigli comunali. Ma al contrario dei politici di casa nostra, Carlo non ha mai detto “con te non ci parlo”. E non c’erano telefonini, sì e no i primi fax, senza andare in giro le notizie non le trovavi. A proposito di consigli resta nella memoria quello in cui lui – da presidente dell’Ascom – irruppe contestando l’autore del piano del commercio che aveva definito “grossi negozi” quelli che poi sarebbero diventati supermercati. E se c’è un errore strategico che quell’associazione commise, fu quello di non “prendersi” quella che poi divenne la Standa e oggi è la Conad. Di non credere, cioè, che ci sarebbe stata la forza di bloccare quel colosso e lasciare sul territorio i soldi spesi. L’idea – che era di Giorgio Moscatelli, a dire il vero – cadde nel vuoto e mentre Luigi Bruschini, allora consigliere del Psi con il fratello già sindaco, urlava “non c’è nessuna Standa e nessun Berlusconi”, l’investimento da Milano era già fatto. Così “Carletto” e pochi altri andarono a protestare all’apertura, ma si resero conto presto che la battaglia era perduta. Provarono qualche altro “sciopero” per vicende diverse, abbassarono le serrande quando con il Granchio organizzammo “Contro ogni crimine” a seguito delle operazioni legate al traffico di stupefacenti. Altri hanno sottolineato la sua passione per il calcio e l’attaccamento all’Anzio. Tra gli aneddoti c’è una telefonata a Teleobiettivo dove i commercianti tenevano una trasmissione per dialogare con i cittadini durante la quale una signora si lamentava di aver pagato troppo al ristorante e lui rispose – facendo un rapido conto e citando le cifre massime di ogni pietanza – che forse aveva sbagliato paese…. Era così, schietto con tutti, diretto, genuino. Mai uno screzio e sempre un sorriso ma questo non lo scopro certo io che ho voluto, con qualche giorno di ritardo, ricordare un po’ di aneddoti. Su “Carletto Pescecane” e quel periodo. Non di storia da libri, per carità, ma di vita quotidiana di quegli anni a loro modo formidabili.

Sindaco, minacce e cultura mafiosa. Le mie scuse (per altri) agli elettori

Al sindaco possiamo dire tutto, tranne che sia uno stupido o uno sprovveduto. La sua veemente presa di posizione in Consiglio comunale è la risposta al fatto che sa bene – benissimo – che da qui all’esito della commissione d’accesso è costretto a “sopravvivere” nell’amministrare la città. Sa ancora meglio che si gioca il tutto per tutto continuando a ripetere che gli atti sono regolari (e ci mancherebbe pure) e a parlare di infiltrazioni, quando è dimostrato non da oggi che esistono delle presenze criminali. Poteva, ad esempio, costituirsi parte civile nel processo Appia Mithos già nel 2005 ma se ne è ben guardato. Era ‘ndrangheta, la stessa di adesso. Con la differenza che allora, forse, era ancora lontana dal Comune. La sua responsabilità e quella di chi ha governato prima di lui, è quella di non essersi accorto di cosa stava accadendo o di avere minimizzato mentre altri lanciavano l’allarme.

ITALIA VIVA

Il sindaco sa, ancora meglio, che se la commissione d’accesso accerterà il condizionamento del voto e dell’amministrazione, avrà indegnamente concluso la sua carriera politica. E preferisce “sopravvivere”, grazie a surroghe fatte in fretta e furia, con il numero legale mantenuto da chi ha fatto una campagna elettorale contro e ora si ritrova, anche lei, in maggioranza: Anna Marracino. Vedete, non è bastato vincere al primo turno, sbeffeggiare gli altri per il pessimo risultato ottenuto, avere 16 consiglieri su 24. No, per poter “sopravvivere” come ha fatto in pratica dal primo giorno, ha dovuto prima prendere due sfidanti alla carica di sindaco, Cafà (promossa presidente) e Palomba, quindi ha avuto il via libera da Italia Viva che evidentemente a governare con Lega e Fratelli d’Italia si trova a suo agio, pazienza essere stata eletta avendo un altro programma e contestare (allora) la destra anziate in tutte le sue forme. Siccome il candidato sindaco della coalizione con la quale la Marracino è entrata in consiglio comunale era chi scrive, chiedo scusa io agli elettori per questa inversione di rotta.

I SILENZI/1

Ma restiamo al primo cittadino. Come è stato all’epoca per i “ricattatori seriali”, poi per i “72 milioni che volavano” rispetto alla gara dei rifiuti, ci auguriamo che abbia sporto regolare denuncia anche per la presunta estorsione della quale ha parlato in consiglio comunale, dando un minaccioso “benvenuto” al neo entrato Giorgio Buccolini.

Perché se ci sono irregolarità vanno denunciate. Va ricordato al sindaco, comunque, che se pure avessero chiesto un contributo forse sono gli unici a non averlo ottenuto. La lista, tra spettacoli, manifestazioni, associazioni culturali, incarichi e locali pubblici (uno a una neo entrata consigliera, è compatibile questo?), è piena di suoi sostenitori alle ultime elezioni. La chiamano “buona amministrazione”.

LO “SPETTACOLO”

Frequentando il consiglio comunale dal 1990 – eletto nelle fila Dc – il sindaco sa bene che le sue prese di posizione fuori dalle righe, minacciose e arroganti, sono uno dei momenti più bassi dell’istituzione che con toni solo apparentemente da Luciano Bruschini indica ai neo entrati come il posto nel quale esprimersi. Peccato avesse usato, prima, quelli più coloriti alla Piero Marigliani (ha governato con entrambi). Forse solo uno “show” al centro ecumenico (sindaco Mastracci) e le bestemmie ascoltate alla palestra della scuola “Giovanni Falcone” (sindaco Bertollini) sono stati momenti peggiori. Lui c’era, in entrambi i casi. L’istituzione, con la presidente che consente di tutto, è vilipesa dall’atteggiamento del primo cittadino. Sa anche questo, ma non conosce modi diversi: “poi vediamo”, “facciamo i conti”, “sumari” e via accuse “a quelli che scrivono sui giornali” e agli “odiatori seriali su facebook”. No, non è consentito usare certi toni e non chiediamoci, poi, perché la cultura mafiosa ha attecchito ad Anzio. Se un sindaco può esprimersi come ha fatto – e non è la prima volta – per quale motivo un cittadino non dovrebbe fare altrettanto? E se questo cittadino è abituato a delinquere e magari è stato molto vicino a chi ha amministrato la città – come dicono le carte della Dda – o che si appresta ad amministrarla, il gioco è fatto.

I SILENZI/2

Per evitare di rispondere alla perdita di sei consiglieri e un assessore, di parlare della criminalità e dell’indagine e dare una risposta politica (finora dalla maggioranza nessuno ha condannato la ‘ndrangheta) il sindaco, al suo solito, l’ha buttata in confusione. L’altro assessore, grande protagonista nelle carte della Dda, è andato via senza motivazioni e il ringraziamento è singolare. I dati Ispra sono questi, pubblici, dove e come siano migliorate le cose lo sa solo il sindaco, insieme forse a un funzionario che non dovrebbe continuare a stare lì finché non risolve la vicenda della condanna della Corte dei conti. Lo stesso vale per i consiglieri entranti che potrebbero essere incompatibili e sui quali persino la segretaria generale ha glissato. E non abbiamo mai avuto risposte sul pirotecnico addio dell’allora assessore Ranucci.

Il sindaco che invoca il confronto, all’unico fatto in campagna elettorale nel 2018 chiedeva applausi ai suoi sodali e diceva “ma che so venuto a fa”. Il sindaco che dice di non avere avuto contestazioni in consiglio su gare e appalti, dimentica quello che chi resta all’opposizione ha fatto rispetto, ad esempio, al frettoloso ingresso in Aet o alla nuova fideiussione per il porto. Prima della commissione d’accesso venuta per gli arresti di ‘ndrangheta, allora, c’è stato il modo di “sopravvivere” di questa amministrazione coperto dalle sparate del primo cittadino nella sede istituzionale e nella tv pagata con i soldi dei cittadini. Che “c’avemo la televisione” come si legge nelle carte Dda, è un pesante dettaglio. Su una cosa, infine, sentiamo di essere d’accordo: “Se qualcuno ha sbagliato pagherà, a cominciare da me”. Non c’era bisogno che arrivasse la Dda, doveva accorgersene prima.