Lo Fazio sindaco, qualche riflessione e poi mi taccio (non proprio eh…)

Scusate il ritardo“, avrebbe detto lo straordinario Massimo Troisi ma nell’ultimo mese e mezzo come immaginerete è successo di tutto. La campagna elettorale, l’elezione a sindaco di Aurelio Lo Fazio che ha dello storico, la sentenza al processo “Tritone”. Per le elezioni avevo promesso silenzio e così è stato, come sapete ho seguito da vicino la campagna di Aurelio, contribuendo a scrivere il programma, mettendo a disposizione il simbolo della civica che aveva (e ha) l’idea di realizzare #unaltracittà, immaginando le cose da dire e il modo in cui farlo, curando con il prezioso aiuto di un giovane professionista il palinsesto dei social.

Che potesse accadere il miracolo no, sinceramente non ci credevo. Già raggiungere il ballottaggio è stata un’impresa, vincere al secondo turno una gioia indescrivibile. Una “liberazione” dopo 26 anni nei quali, l’ho sempre ammesso, a qualcosa di chi ha governato la città avevo pure creduto. Sbagliando. Dopo 26 anni di un “modello di amministrazione” che non c’è mai stato, come ampiamente dimostrato dalla Commissione d’accesso e – se andiamo a ben guardare – già anni fa dalla relazione del Ministero dell’economia e finanze con i “famosi” 27 punti. O con le contestazioni e le relative condanne della Corte dei conti, fino al “sistema Anzio” che insieme a pochissimi altri denunciavamo. Fino alla vergogna dello scioglimento per mafia con un percorso di decadenza avviato nel 2013, con lo scontro fratricida della destra locale.

Nessuno ci credeva, invece è successo e come ho scritto su facebook sono felice….

L’ULTIMO DEI MOHICANI

A volerla raccontare da giornalista che da ormai 40 anni segue le vicende del territorio, Aurelio è L’ultimo dei Mohicani della prima repubblica. Nato e cresciuto democristiano, rimasto sempre dalla stessa parte nell’evoluzione avuta dalla Dc, ha attraversato da consigliere comunale e assessore ad Anzio, da consigliere provinciale e assessore in Provincia, da dirigente prima e direttore poi in Regione, un’era. Alla sua carriera politica mancava solo la ciliegina sulla torta che adesso è arrivata. L’intesa dopo il primo turno non era scontata, serviva un politico navigato per trovarla e c’è riuscito e gli elettori hanno premiato la scelta. Una squadra tutta nuova, per la quale il sindaco farà da “chioccia”. Non sarà una passeggiata, lo sa, ma la città ha scelto e non può deluderla. Lui, ma tutta la “squadra”. Chi c’è stato dall’inizio e chi è arrivato per il ballottaggio.

LA CAMPAGNA

La strategia è stata chiara: nessun attacco personale agli avversari, riportiamo al centro la politica, parliamo della città e alla città (“Anzio!” si è rivelato una scelta indovinata), rimarchiamo che c’erano altri e non noi dal 1998, puntiamo su una figura autorevole e spendibile come Aurelio, mandiamo messaggi positivi, rimarchiamo la responsabilità politica (il penale è affar loro) dello scioglimento. Mai una nota oltre le righe, l’idea della destra-centro che qualcuno ha fatto notare come un errore è stata un modo (riuscito) per attirare l’attenzione, così come il pensare politico e amministrare civico, qualche video sulle differenze nei programmi. Nell’epoca dei social, delle condivisioni, della disintermediazione, non abbiamo dimenticato che le parole restano importanti e farsi capire ancora di più. Per questo abbiamo ripetuto che il dialogo era centrale.

Adesso c’è una grande responsabilità, quella di continuare a farlo perché dire le cose in campagna elettorale è relativamente semplice, mantenerle molto più complesso.

LA GRANDE OCCASIONE

Sindaco e coalizione hanno davanti una possibilità senza precedenti, paragonabile a quello che accadde nel ’98 con l’elezione di De Angelis. In quella campagna elettorale si “sfilarono” dagli schieramenti tradizionali da una parte Piero Marigliani e dall’altra Maria Vittoria Frittelloni. De Angelis arrivò al ballottaggio che aveva 8 voti più dello sfidante, Giovanni Garzia, rappresentante dell’Ulivo, e vinse. Venivamo da due commissariamenti a stretto giro, il primo con Stefano Bertollini sindaco, il secondo con Renzo Mastracci. La città chiedeva un governo stabile e lo trovò, diversi dal centro-sinistra cominciarono a spostarsi (e l’elenco sarebbe lungo…) forti di consensi e preferenze. Ora può accadere il contrario, a patto che ci sia una differenza: non cadere nell’errore del potere fine a se stesso, nelle beghe interne, nell’arroganza del “ho vinto e faccio come mi pare”, nella mancanza di rispetto per l’avversario.

Se a destra devono fare una riflessione, è proprio questa: come hanno gestito, negli anni, consensi che ancora oggi le liste hanno dimostrato di avere. Forse le “guerre” alle quali abbiamo assistito (2013 su tutte), in danno alla città, alla fine sono state pagate. Ecco l’errore che non dovrà fare il “campo largo” e civico che sostiene Lo Fazio. Dall’altra parte, può essere quasi un bene aver perso: gruppo consiliare ristretto e praticamente tutto nuovo, giovani con i quali puntare al rinnovamento reale. Gli altri “Mohicani” della prima repubblica sono arrivati al capolinea politico e non hanno eletto propri rappresentanti in Consiglio. E’ il caso che capiscano che è arrivata l’ora di passare la mano.

TRITONE E LA “MALEDIZIONE” DEL PUPAZZO

In tutto questo sono arrivate, con molta calma e tempi poco degni di un paese civile, la sentenza sulle incandidabilità e quella del processo “Tritone”. Quest’ultima, in particolare, ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso. Io continuo a pensare quello che ho sempre sostenuto e cioè che i risvolti giudiziari esulano da chi ci ha portato a questa condizione e ha precise responsabilità politiche. Per aver fatto mettere il vestito bello a qualche poco di buono, averlo pericolosamente avvicinato alla cosa pubblica, essersi girato altrove. Con la sentenza – al momento di primo grado – si conferma la “maledizione” del pupazzo. Da quando, in piazza Pia, venne messo un manichino che doveva rappresentare Sant’Antonio ma lo faceva a dir poco in modo irriverente, per non dire blasfemo, è successo di tutto a quella maggioranza. Aneddoto a parte, ciò che abbiamo letto nelle carte e quanto emerso al processo sono da brividi e la sensazione è che noi sia finita. Dispiace, sinceramente, che servano anni per arrivare a tanto ma la Dda ha dovuto colmare, non dimentichiamolo, anche numerose lacune della magistratura ordinaria di Velletri che da queste parti si è vista ben poco.

Detto ciò, mi “taccio”. Questo è stato uno spazio di denuncia, di opposizione, di racconto delle cose che non andavano, scoperte di “copia e incolla”. Ho fatto il “cane da guardia” come si conviene a chi svolge il ruolo di giornalista. Aver seguito da vicino la campagna e aver vinto, comporta una riflessione diversa ma tranquilli, il blog non chiude. Intanto si occuperà d’altro (comunicazione, salute….) senza far mancare un occhio sulle vicende cittadine.

ps, ho finalmente avuto modo di conoscere la presidente della commissione straordinaria, Antonella Scolamiero, alla quale mi sono presentato come “il giornalaio“. Abbiamo chiarito le nostre incomprensioni ed è la cosa che fanno le persone perbene. Ho ringraziato lei e gli altri componenti, confermando qualche perplessità sull’operato, riconoscendo che Anzio è una città difficilissima. Con la prefetta Scolamiero abbiamo appuntamento per un pranzo, insieme a una comune conoscente. Non mancherò.

Vero, non siete mafiosi. Ma vi siete prestati

La campagna elettorale è iniziata e sembra di sentire chi ha portato la città allo scioglimento per condizionamento della criminalità organizzata: “Non siamo mafiosi” (vero), “Non ci hanno arrestato” (altrettanto vero), “Gli atti compiuti erano regolari” (ci mancherebbe pure). Quindi? Votateci, perché lo scioglimento è stato ingiusto, c’è chi ha gettato fango sulla città e via discorrendo. Li sentite anche voi, vero?

Aggiungete che per candidato sindaco è stato scelto un generale dei carabinieri, Crescenzio Nardone, il quale in perfetta continuità con chi lo ha indicato per quel ruolo se l’è presa con i media che hanno avuto la “colpa” di raccontare, il gioco è fatto.

Ebbene sì, non siete mafiosi ma come emerso prima nelle carte dell’indagine e poi nel corso del processo a Velletri, avete prestato il fianco a chi è accusato del malaffare. Andavate, con il beneplacito guarda caso proprio di qualche carabiniere che fingeva di non aver visto, in casa di persone agli arresti domiciliari, parlavate di appalti da assegnare, di affidamenti sotto soglia, vi tenevate e zitti le minacce che arrivavano. Quando si è insediata la commissione d’accesso avete nascosto le carte, provato a rimandare grazie a un’anticorruzione che spesso si era girata altrove e a dirigenti e funzionari “allineati” la consegna dei documenti. Avete consentito, con il beneplacito di un “signorsì” buono per ogni stagione, che dopo il frettoloso ingresso in Aet si utilizzasse una struttura che doveva essere evitata. Non avete, almeno finora e francamente questo è l’aspetto che interessa meno, responsabilità penali ma politiche sì, enormi.

Perché quel “modello di amministrazione” che volevate farci credere era a uso e consumo del vostro bacino elettorale (“i nomi ce li hanno dati loro”, parlavano delle assunzioni alla Camassa) e si è pericolosamente avvicinato a chi è ancora oggi in odore di ‘ndrangheta. Prima ancora a chi era in Malasuerte e in ogni altra indagine  fatta a fatica, tanta fatica perché le forze dell’ordine locali non escono affatto bene da “Tritone”. Quando si sosteneva che se ci fosse stato un investigatore avremmo saputo molte cose in più, non era campato in aria. Non è mancata solo la politica, come emerge dalle carte e dal processo, ma più generalmente lo Stato. Sì, quello con la S maiuscola. Come se questo fosse un porto franco.

Il pubblico ministero Giovanni Musarò (nella foto) ha ricostruito nella sua lunga requisitoria, con dovizia di particolari, quanto emerso al processo, ma c’è tra di voi e tra chi accettava quel modo di fare che è andato in Tribunale quasi con aria di “sfida” e chi, invece, secondo il magistrato, sarebbe andato a raccontare bugie durante gli interrogatori alla Dda. Certo è la sua versione, aspettiamo le difese, vediamo cosa decide il Tribunale, ma non è della sentenza che importa bensì di come vi siete comportati in questi anni. Calpestando spesso, troppo spesso, la legalità delle cose quotidiane e via via il resto. Basta leggere qualche carta, suvvia!

Poi certo, c’è tanta brava gente ad Anzio. E’ vero anche questo, ma voi l’avete vilipesa e – peggio – avete offeso la memoria di ciò che è stata la città, medaglia d’oro al merito civile. E’ di questo che dovete rispondere.

Addio a Elio Marcoccia, il nostro “Eroe” del baseball

Mi piace partire dall’immagine a fianco, quando in occasione dei “50 anni di baseball ad Anzio” lo facemmo premiare dal tesserato più piccolo della squadra dei Dolphins. In segno di continuità, di una storia che proseguiva. Era il 20 ottobre 2019. Elio Marcoccia, per tutti “Eroe”, è mancato oggi all’ospedale di Latina. Aveva 83 anni. Quella targa, destinata a tutti coloro che erano stati presidenti nelle squadre di baseball costituite ad Anzio, era la prima da consegnare. Il motivo? Lui, nel 1969, era stato il primo presidente della neonata società. Erano anni di fermento, il gruppo che si identificava nel “Moderno” (il cinema di piazza I maggio, era il luogo di ritrovo) aveva componenti impegnati su fronti diversi.

Lui lo era nello sport, dove avrebbe attraversato discipline ed epoche diverse. Aveva giocato a pallanuoto (e si racconta che da portiere, data la sua altezza, nella piscina troppo bassa di Velletri riuscisse a toccare a terra), era stato dirigente del baseball e poi della pallavolo. Lo definirono “Eroe” – e se ne va con questo soprannome – perché a soli 16 anni decise di arruolarsi in Aeronautica. Io lo ricordo da quando ero bambino, alle “Quattro Casette”, dietro all’Anzio “ammazzagrandi”, in quel periodo d’oro con Angelo Scagnetti presidente.

Aveva un’altra caratteristica: in pratica era l’unico a parlare fluentemente inglese e le trattative per i giocatori d’oltre oceano le conduceva lui. L’ho rivisto sempre volentieri, sul campo di baseball o in piazza ad Anzio. Prima che papà (per tutti “Zi Carlo”) se ne andasse, mi chiedeva sempre delle sue condizioni di salute. Se c’era da criticare qualcosa che avevo scritto – prima sul Granchio e poi qui – non si tirava indietro, anzi, ma era capace anche di apprezzamenti che da uno con il suo fare da burbero non ti saresti mai aspettato. L’ultimo incontro fu proprio lì, nello stadio che insieme ad altri aveva contribuito a realizzare ed è intitolato a Renato Reatini, per tutti “James”, anche lui di quel gruppo del “Moderno”. Ci ritrovammo per l’evento e per consegnare la targa, non smetteva di ringraziare, invitò me e gli altri a non mollare, perché il baseball insegna a farlo. Poi arrivò il Covid, quindi il mio trasferimento, ma in fondo meglio che io conservi quel piacevole ricordo. Oggi che lo piango, sono certo che io né quanti di noi abbiamo praticato e continuiamo a seguire questa fantastica disciplina ad Anzio, dimenticheremo il nostro “Eroe”

Sede a due partiti di destra, ma sono in regola con gli arretrati?

La commissione straordinaria che dopo il voto del 17 e 18 novembre lascerà Anzio (ma su una determina dirigenziale è scritto che sarà il 16 e 17, refusi….) ha deliberato la “Concessione temporanea del locale sito a piazza Lavinia” usato fino a qualche tempo fa come sede distaccata della Polizia locale. A chi? Fratelli d’Italia e Noi moderati. Affidamento che scadrà il 31 dicembre prossimo – poiché è in corso il piano delle alienazioni degli edifici pubblici – ma che arriva in piena campagna elettorale. Deve essere sicuramente un caso, perché le richieste presentate da Marco Del Villano – candidato sindaco in pectore del centro-destra e presidente del circolo di Fratelli d’Italia – e da Franco Trinci, per conto di Noi moderati, risalgono rispettivamente a settembre dello scorso anno e maggio di questo. Pagheranno poche centinaia di euro fino a dicembre, la prossima amministrazione vedrà come regolarsi sulla prosecuzione o meno dei contratti.

Forse non era opportuno assegnarla ora, diciamo la verità, ma dobbiamo immaginare che il richiamo della politica abbia sempre il suo effetto. Basta vedere quante volte si è stati a fianco di un consigliere regionale spesso presente ad Anzio (Aurigemma, presidente del consiglio regionale ed esponente di spicco di Fratelli d’Italia) disertando, ad esempio, l’evento con don Ciotti.

Nell’atto si richiamano norme e pareri, com’è giusto che sia, il regolamento per l’assegnazione, ma non si fa riferimento (perché non è previsto, lo sappiamo) alle morosità che il centro-destra aveva accumulato per altre sedi.

La commissione straordinaria – che ci aspettavamo “brillasse” di più dal suo insediamento a oggi – può non saperlo. Il dirigente al patrimonio, chiamato dalla commissione, anche. Ma il “signorsì” dell’area finanziaria dovrebbe ricordare che per le sedi di via Aldobrandini le varie anime del centro-destra anziate, gli stessi personaggi ancora in quei partiti o passati da An a Futuro e libertà per l’Italia, da Forza Italia a Udc a Noi moderati alla Lega, hanno occupato quegli spazi senza pagare. Lo hanno più fatto? Perché se sono ancora morosi, si dà un pessimo segnale alla cittadinanza e si calpesta quella che mi piace chiamare legalità delle cose quotidiane. Della serie: io non pago un alloggio, la mensa, il trasporto, le lampade votive, la Tari, poi chiedo un nuovo spazio o metto un altro soggetto ed è tutto a posto. Funziona così? Ci auguriamo proprio di no.

Infine, visto che la commissione straordinaria è venuta perché il Comune è stato sciolto per condizionamento della criminalità organizzata, nella penultima udienza di Tritone il pubblico ministero Giovanni Musarò ha citato – tra gli altri – proprio l’esponente di Noi moderati che ha chiesto (e ottenuto) quella sede. Lo ha fatto perché vittima di minacce da parte di un esponente di quella che è considerata la “locale” di ‘ndrangheta. Si può non sapere quello che emerge nelle udienze, ma l’episodio delle minacce era noto dalle carte dell’indagine che la commissione certamente ha avuto modo di conoscere, così come la relazione che ha portato allo scioglimento. In sostanza, cosa è cambiato?

“Eh, ma i giornalisti…” Piccola riflessione per gli amici del baseball

Eh, ma i giornalisti italiani…” lo leggo ripetutamente, ormai, sui gruppi social che in Italia si occupano di baseball a vario titolo. È il commento all’impresa di Samuel Aldegheri, primo italiano nato e cresciuto qui a esordire come lanciatore in Major league e anche a uscire come “vincente” (foto a sinistra) da una partita. Ma lo è anche di fronte all’impresa di Ohtani, primo giocatore nella storia a battere 50 fuoricampo e rubare 50 basi nella stessa stagione.
Cosa dovrebbero fare i giornalisti? Parlare di baseball, ovviamente. Perché non lo fanno? Semplice, perché in Italia non “tira” e serve qualcosa che “faccia” notizia per scriverne. Parliamo di stampa tradizionale, sportiva e non, attenzione, perché quella specializzata su internet segue puntualmente le vicende del batti e corri nostrano come lo fanno tanti media locali, nelle poche roccaforti rimaste di questo sport in certe zone del Paese. E lo fanno con fatica, garantito, come vedremo tra breve.
Nella mia esperienza al Messaggero il baseball ha trovato ampio spazio sullo sport nazionale in occasione del World baseball classic del 2006 (si veda immagine sotto).

Poi quando Alex Liddi (nel 2011, cinque anni dopo, foto sotto) ha esordito in Major, alla presentazione al Coni della spedizione al Classic 2013, ora con Aldegheri, poco prima quando Mike Piazza (preceduto più dalla sua fama che dall’essere manager della Nazionale) è stato ospite in redazione. L’Italia aveva avuto spazio adeguato vincendo l’Europeo 2012, si era parlato di baseball per lo stadio nella Capitale che è una storia infinita come e peggio di quello della Roma calcio o, adesso, per il recupero del Flaminio.

Poco, direte, vero? “Eh, ma i giornalisti….”
Se riflettiamo, però, si è trattato di avvenimenti eccezionali, per chi mastica un po’ di informazione di vicende che “fanno” notizia .
Chiediamoci allora, perché in Italia il baseball non la “fa”? Semplice, perché non attira. Una federazione che oscilla tra i 20 e i 22.000 tesserati, ad esempio. Partite che tutto sono fuorché spettacolari e che quando va bene vedono 800 persone ad assistere agli incontri (sono i dati della serie finale tra Parma e San Marino). Normalmente, invece, alla voce “attendance” sui tabellini della Fibs appaiono meno presenti di una riunione di condominio di un palazzo di medie dimensioni. Vogliamo parlare delle strutture? Ci vogliamo bene, amiamo il baseball e passiamo su tutto ma trovate un impianto accogliente in Italia? Manco da un po’, dico la verità, ma quei pochi che conosco non lo sono affatto. Se poi aggiungiamo che la Nazionale maggiore non brilla in Europa e che quando andiamo al Classic (e facciamo bella figura) qualche benpensante storce ancora il naso perché “non ci sono gli italiani” ignorando che è una vetrina unica al mondo beh, ci facciamo male da soli. E ce lo facciamo quando si polemizza, basta avvicinarsi a un campo di gioco delle giovanili, sulle convocazioni nelle Nazionali minori o nelle selezioni regionali. Chi frequenta l’ambiente più di me, sa di cosa parlo.
Chi dovrebbe occuparsi di baseball, dal punto di vista mediatico, con queste premesse? E perché? I colleghi dell’ufficio comunicazione Fibs fanno un lavoro egregio con il materiale che mette a disposizione un campionato scarso, la squadra di baseball.it della quale mi onoro di far parte riesce – con spirito volontario – a garantire una copertura degna di tale nome da oltre 25 anni. Sul resto serviva (e serve) una politica di promozione che non c’è stata (mi viene il paragone con il boom del rugby che ha pure cominciato a vincere al Sei Nazioni, dopo anni di batoste), come la crescita del movimento frutto di una visione che evidentemente è mancata. Facciamoci una domanda se dall’atletica al tennis – che non stavano meglio del baseball 10 anni fa – tutti si affermano, se nuoto e volley hanno proseguito la loro affermazione e qui per fortuna abbiamo almeno Aldegheri…. Ripetiamo la domanda: chi dovrebbe occuparsi di seguire il baseball, allora? Gli appassionati, come chi scrive e pochi altri. Poi lunga vita a Mario Salvini e al suo blog che ci regala perle quasi quotidianamente.

E guardate che non è facile seguire il campionato italiano (già capirne la formula, così per dire), provare ad approfondire, andare oltre il “copia e incolla” che vorrebbero alcune società che scrivono comunicati chilometrici. C’è tanta buona volontà e – permettete – spesso poca professionalità. Non è un caso che nel piano per realizzare in Italia le franchigie della Major league baseball – progetto dell’allora presidente Riccardo Fraccari, abortito purtroppo prima di iniziare – ci fosse una voce specifica per pagare chi si occupasse di comunicazione in ogni team. La reazione della grande maggioranza delle società italiane fu quasi di sdegno. Qualche dirigente ebbe a dire “ma allora mi stipendio io”. Chi c’era ricorderà.

Questo era ed è l’atteggiamento di chi, giustamente, ricorda i sacrifici che fa per mandare avanti le squadre ma poi si lamenta di tutto il resto. A cominciare da chi, secondo lui, dovrebbe raccontare qualcosa che non “fa” notizia, non ha lo stesso “appeal” di altre discipline, ha fatto poco o nulla per crescere in questi anni.

Infine, la “disintermediazione” ovvero l’uso dei social che consente a chi ha un proprio canale di comunicazione di bypassare i media tradizionali perché “eh ma tanto i giornalisti…“. Liberissimi, per carità, ma nessuno si lamenti se poi il nostro amato sport resta alle chiacchiere tra di noi.

Si torna al voto, i 30 anni di bugie che ci precedono. A futura memoria

La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso
Francesco De Gregori

Tra gli insegnamenti che Giampaolo Pansa forniva a chi voleva fare questo mestiere, c’era quello di avere un buon archivio. Non esistevano i computer di oggi, internet era usato solo a fini militari, chi scrive queste righe aveva il sogno di fare il giornalista. E così applicava alla lettera le indicazioni del grande giornalista, allora a “Repubblica”.

Ora che ad Anzio si torna a votare, dopo l’onta del commissariamento per condizionamento della criminalità organizzata, quell’insegnamento torna utile per questa pubblicazione che per buona parte nasce dall’aver conservato del materiale in occasione del voto amministrativo.

Sono passati circa 30 anni dalla prima elezione diretta del sindaco, la popolazione è cresciuta a dismisura (i residenti erano 35.889 nel 1995, sono 59.335 all’1 gennaio scorso), la tecnologia ha fatto passi da gigante, ma senza tema di smentita i personaggi che hanno guidato la città sono stati praticamente sempre gli stessi.

Come le proposte inserite nei programmi, inizialmente non obbligatorie, e dal decreto legislativo 267 del 2000 da allegare alle candidature.

Le pagine che seguono non hanno pretese diverse da quelle documentali, far sapere chi ha vinto, cosa proponeva, chi erano le giunte e i consigli comunali, cosa ha fatto o non, i fallimenti.

È materiale a disposizione di chi avrà la bontà di sfogliare, perché no stampare e conservare, di chi sarà curioso di sapere quante volte e con chi è stato eletto Tizio piuttosto che Caio.

Un primo dato che balza agli occhi è l’affluenza alle urne che ha avuto il picco nel ’95 (85,59%), è calata lievemente fino al 2008 quando è risalita fino all’83,71% fino a crollare sei anni fa al 54,22%

A proposito del 2018, chi scrive ha avuto l’ardire di candidarsi sindaco (Pd e civica #unaltracittà) perdendo sonoramente e assumendosene la responsabilità. L’unica “divagazione” di questo documento rispetto ai programmi e ai risultati elettorali, sarà l’appendice con il solo discorso pronunciato in consiglio comunale. C’erano tutti gli elementi che hanno portato allo scioglimento, ma è un dettaglio. Si era e si resta convinti che quando i cittadini scelgono, hanno sempre ragione. Nelle pagine che seguono si vedrà come hanno scelto e chi, perché riprendendo la frase del “Principe” Francesco De Gregori: la storia siamo noi, nessuno si senta escluso.

Buona lettura, per chi vorrà.

De Masi, un anno dopo. Il ricordo e l’insegnamento che resta

È trascorso un anno e tante cose tornano alla mente. Come quella volta in cui gli dissi che ero candidato sindaco ad Anzio e chiese “ce la fai?” Risposi “difficile professore” e lui “ma se ce la fai cercami”. Andò male, però pensate: avremmo avuto lui al posto di qualche “solito noto”, buono per ogni stagione.

Domenico De Masi ci ha lasciato un anno fa. Non l’ho mai chiamato Mimmo, non c’è mai stata la confidenza che ha avuto con altri – anche del mio corso all’università – ma quando ho potuto sono sempre andato dove fosse per un evento. Di lui ripeto, orgoglioso, in ogni dove “è stato il mio professore, il relatore della mia tesi”. Ma ci pensate? Cercare la creatività in un ambiente burocratico. Quando glielo proposi, ormai più di 30 anni fa, rispose con il suo caratteristico “è bellissimo” (e sembra di sentirlo ancora), i suoi detrattori (e c’erano alla “Sapienza”, come se c’erano….) mi dissero che tanto non le leggeva le tesi. Invece potrei citare a memoria quello che disse davanti alla commissione, avendola letta eccome. C’erano i detrattori perché De Masi era avanti, la rivista dell’Associazione italiana formatori nel numero “L’eredità di un maestro” ospita un articolo di Antonella Calvaruso che lo cita come “esempio di innovazione”. Guardava oltre, era di una curiosità innata e al tempo stesso di un rigore scientifico senza pari. Ci invitava, da ultimo me la sono “rivenduta” con gli studenti che hanno seguito la mia docenza a contratto a Genova nel corso di Informazione ed editoria, a “vivere e studiare per sputtanare i millantatori di cultura”.

Quanti ne girano, oggi più di allora, caro professore.

Come ho avuto modo di scrivere sul Messaggero quando ha lasciato questo mondo, seguire le sue lezioni era qualcosa di unico, mai un rapporto subordinato docente-discente ma l’invito a ragionare, gli spunti sui quali riflettere, la ripetizione quasi ossessiva del “non so se è chiaro”. Perché se non lo era, potevi chiedere e avresti ricevuto risposta.

Quando ci siamo trovati a parlare dei suoi insegnamenti, noi di quei gruppi di studio che bene o male abbiamo mantenuto rapporti dopo l’università, su una cosa abbiamo concordato: senza le sue ricerche, assegnate a inizio anno accademico e valutate alla fine quando dovevi presentare il lavoro (quante nottate trascorse….) il nostro approccio alle professioni diverse che poi abbiamo svolto non sarebbe stato lo stesso. Lì abbiamo imparato come si fa ricerca sociale. Lì abbiamo appreso un metodo. Ignoro se abbiamo “sputtanato” qualcuno, sono certo che ci abbiamo messo il rigore necessario nell’effettuare quelle ricerche e poi nel lavoro che abbiamo svolto nella vita.

Perché – come si legge ne “L’emozione e la regola” che è un testo da consigliare ancora oggi, universalmente – può esserci chi in un gruppo creativo non ha regole se non partecipare alla riunione a una data ora di un determinato giorno e chi, invece, ha regole talmente ferree che però non gli impediscono di “creare”. Tradotto, l’approccio che ci ha dato De Masi ce lo portiamo ancora dietro in molti, ne sono certo.

Lui era andato oltre, era “oltre”: dal paradigma della società post industriale ci aveva portato fino all’ozio creativo, tra i primi aveva capito l’importanza del telelavoro (e oggi sullo smart working gli direi che non sono proprio d’accordo) del tempo libero, delle professioni che non hanno più orari ferrei – neanche in ambienti burocratici – della necessità di investire in innovazione e cultura. Intervenne a un convegno di Federlazio al Palacultura di Latina, anni fa, nella sala conferenze ovviamente stracolma. L’argomento, manco a dirlo, era la famigerata autostrada Roma-Latina che gli imprenditori vedevano (e vedono) come un toccasana. Da allora siamo passati da internet delle cose a quello delle persone, dai primi rudimentali telefoni cellulari al 5G, quella strada se e quando sarà realizzata sarà già vecchia. Lui semplicemente aveva messo in guardia su questo, dando una visione diversa. Poi certo, le merci devi trasportarle ugualmente, ma intanto certi imprenditori che continuano a piangersi addosso e chiedere provvidenze statali alla prima crisi, a innovare non ci hanno pensato.

Forse perché hanno visto sempre di traverso la Sociologia e ancora peggio quella del lavoro che De Masi ha istituzionalizzato in Italia, prima di essere anche preside di Scienze della Comunicazione. Perché chi pensa, analizza la realtà, fa ricerca sociale, indica una via alternativa, non è mai così ben accetto. Volete mettere gli ingegneri e le loro formule così precise?

E la cultura? Lui che era stato assessore a Ravello e ne è diventato cittadino onorario, aveva seguito e fatto realizzare l’Auditorium Oscar Niemeyer, fatto del festival un evento unico al mondo, ci aveva portato a comprendere che tanto del “tempo libero” può e deve essere trascorso così. Tornando all’aneddoto iniziale, quello della candidatura, non è un caso che citassi Ravello nel programma di #unaltracittà

Perché, questo è uno dei tanti insegnamenti che ci ha lasciato, devi pensare in grande. E continuare a “vivere e studiare per….” Va be’, lo sapete. Grazie ancora, professore.

Porto, l’ultima beffa e ancora bugie sui conti della Capo d’Anzio

L’ormai prossimo affidamento al “Marina di Nettuno” della gestione degli ormeggi ad Anzio – mancano solo pochi dettagli – potrebbe rispolverare un sano campanilismo (tipo “a Nettuno ‘n sanno manco se l’acqua de mare è dorce o salata”) ovvero far immaginare finalmente una collaborazione tra le due città attraverso istituzioni che quando hanno “dovuto” collaborare (leggasi piano di zona per i servizi sociali, ad esempio) non hanno mai brillato e che invece dai trasporti ai rifiuti, potrebbero fare molto insieme.

Il fatto che con la Capo d’Anzio in liquidazione, i mezzi bloccati, l’attività sospesa, si dovesse correre ai ripari ha portato alla soluzione più “vicina”, respingendo la proposta del socio privato Renato Marconi e non considerando quella che i sub concessionari (cantieri e altri operatori) erano pronti a illustrare alla Commissione straordinaria per risolvere il discorso ormeggi e sicurezza. Nessuno li ha ricevuti.

Diciamo la verità, il problema andava risolto e pure con urgenza, la singolare ordinanza della Capitaneria di porto che suona come “arrangiatevi” (ma qualcuno a Civitavecchia queste cose le legge?) aveva acuito le difficoltà, ma quello che doveva essere il bacino che rilanciava Anzio e la sua economia, la nuova “Montecarlo” e via discorrendo affidato al “Marina di Nettuno” suona come l’ultima beffa.

A fronte di questo, serve qualche chiarimento, perché il 61% della Capo d’Anzio è ancora dei cittadini, i quali alla fine della liquidazione si ritroveranno a pagare i debiti, con l’auspicio che la Corte dei conti voglia accertare ogni responsabilità sulla mala gestione della società, la miriade di incarichi legali o consulenze sul “controllo analogo”, qualche acquisto “allegro”, e la Procura di Velletri decida di svolgere appieno il suo ruolo per verificare se c’è stata una intenzione precisa di arrivare a questo punto. Disperiamo, ma non si sa mai…

I chiarimenti, dicevamo: quanto costerà il servizio affidato al “Marina di Nettuno” e chi pagherà? Che fine faranno i dipendenti della “Capo d’Anzio” nel frattempo sospesi? L’affidamento prevede anche l’escavo del canale di accesso che secondo la concessione doveva svolgere la “Capo d’Anzio” che non lo ha mai fatto? Qualcuno ha pensato che si sta affidando a un porto concorrente il servizio e che inevitabilmente arriveranno (come sono arrivate in passato) proposte per portare lì le imbarcazioni a ormeggiare, sottraendo quindi i potenziali introiti di quel che resta della Capo d’Anzio?

In tutto questo brilla per assenza la Regione Lazio, creditrice di svariati milioni e che sovrintende al porto di Anzio. Inutili, finora, le tardive sollecitazioni arrivate dal Pd.

Poi ci sono le notizie che arrivano dal Comune, dove la Commissione straordinaria ha incontrato gli ex sindaci Luciano Bruschini e Candido De Angelis proprio sulla vicenda porto, sollevando le ire di Apa e di “No bavaglio, il silenzio è mafia”. I due ex primi cittadini, insieme al redivivo “Signorsì”, avrebbero sostenuto – il condizionale è d’obbligo – che per la Capo d’Anzio si era intrapresa la strada della salvezza e che i conti erano a posto. Non sappiamo se abbiano davvero raccontato una cosa del genere, ma stando alla relazione al consuntivo 2018 del Comune, ai bilanci depositati della Capo d’Anzio e agli atti di cause civili in corso è noto che quei conti sono sballati. Se l’ex amministratore unico e gli altri imputati sono stati assolti dal falso in bilancio sui documenti relativi a 2018 e 2019, alla luce della liquidazione sappiamo che erano artefatti davvero. Lo sappiamo perché la vicenda del direttore del porto che va comunque pagato è ormai definita (e quindi era un debito che non è stato considerato, mandando il bilancio in attivo quando era in perdita) così come una consulenza tecnica d’ufficio di un altro procedimento, relativo alla progettazione, chiede di rettificare i bilanci precedenti. Forse è ora di dire basta alle bugie e prendere atto del fallimento della società ma prima ancora di quell’idea (lo so, l’ho ampiamente sostenuta e le mie scuse sono pubbliche da tempo, senza aver mai trascurato di leggere le carte) e della vergogna alla quale è stata esposta la città

Infine, se la Commissione straordinaria volesse farsi un’idea a proposito dei rapporti con Marconi, di chi ce lo ha portato, delle responsabilità, vale per tutti il comunicato del 19 luglio 2018 ancora visibile sul sito dell’ente: “Importante Cda. Comune e socio privato formalizzano un accordo (…)”. Era sindaco De Angelis che aveva sostituito Bruschini, i comunicati del quale sono sempre lì. Ecco, basta bugie per favore…

Porto, la grande vergogna. Carte false, “cordate” e avvoltoi

Le immagini vergognose che hanno fatto il giro del mondo, con i proprietari di scafi costretti a raggiungere a nuoto le proprie barche “ormeggiate”, scrivono la parola fine sulla vicenda del porto di Anzio. Non è solo il fallimento della Capo d’Anzio, ma di un’idea perseguita – a suon di carte rivelatesi false – da chi ha guidato la città negli ultimi 25 anni. Hanno responsabilità precise le amministrazioni che hanno governato Anzio e chi le ha sostenute, i dirigenti che si sono prestati, chi veniva a miracol mostrare presiedendo la società, il privato che ha fatto il suo gioco per arrivare a questo punto con l’intenzione di prendersi tutto, da ultimo la commissione straordinaria e – per quanto concerne la sicurezza – la Capitaneria di porto.

Partiamo proprio dalla Guardia costiera: possibile che a fronte del caos che si è creato nel bacino nessuno intervenga? Si può nuotare in porto, benché per raggiungere il proprio scafo? Arriviamo alla Commissione: il prefetto Scolamiero, insieme ai colleghi Tarricone e Anatriello hanno sperato fino all’ultimo che la palla passasse alla politica e di uscirne indenni. Avevano tutti gli “alert” rispetto alla situazione, l’ex amministratrice Marzoli – arrivata passando per Aet e finita a presiedere Acqualatina – ha chiesto invano cosa si volesse fare ma non risulta che la Commissione si sia mossa prima di ora e della delibera adottata all’indomani della liquidazione. Con i poteri di sindaco, giunta e consiglio e senza dover rendere conto a maggioranze, si poteva mettere in conto che l’esercizio provvisorio poteva non essere accordato e si doveva preparare un piano “B”. Non è stato fatto e l’affannosa ricerca di una soluzione, oggi, rischia di mettere una pezza peggiore del buco. Ci sono i posti di lavoro da salvaguardare, certamente, ma nessuna “scorciatoia” e attenzione alle compatibilità o meno di dirigenti che stanno seguendo la cosa.

Chi la “pezza” ce la metterebbe volentieri è Renato Marconi con la sua Marinedi. Che avrebbe fatto ciò che aveva già portato a termine con Italia Navigando lo abbiamo ripetuto, in questo umile spazio, per anni. Ha contribuito alla gestione della società ma, da scaltro imprenditore, ha dalla sua la “road map” firmata da Bruschini, i patti parasociali che secondo lui De Angelis avrebbe disconosciuto, i verbali nei quali il suo fido avvocato Bufalari faceva scrivere che si doveva ricapitalizzare, una serie di crediti che superano il debito che ha nei confronti della collettività per il suo 39% della fidejussione che per ora ha pagato il Comune, quindi noi cittadini. Si è detto pronto a gestire in via provvisoria il porto. Una anticipazione di quello che potrebbe diventare definitivo. Se non fosse che “radio banchina” continui con insistenza a parlare di “cordate” pronte a intervenire. Ne abbiamo sentite di tutti i colori, in questi 25 anni, ma stavolta non sembra un mistero che lo stesso Marconi (che parte in vantaggio come creditore, benché non privilegiato) stia lavorando per una ma che l’altra sarebbe addirittura capitanata – udite udite – da Ernesto Monti.

Sì, il professore del crack Trevitex (e non solo) che insieme ad altri si è salvato dal falso in bilancio prima contestato e poi “rimangiato” dalla Procura di Velletri, con conseguente assoluzione. Non stupisce, conoscendo la storia di quel palazzo di giustizia che come diciamo da queste parti, dove vede e dove cieca. Ricordiamo che Monti riportò in attivo un bilancio che aveva una perdita, anzi due, spostando delle poste. Uno dei tanti “carta vince, carta perde” intorno alla società. Alla luce di quello che successivamente ha scritto la Marzoli e della liquidazione della società, è evidente che quei bilanci erano falsi ma ormai è acqua passata. Lo stesso Monti, insieme all’ingegnere Ievolella non più tardi di due anni e mezzo fa sono stati in Consiglio comunale a proporre una nuova fidejussione che avrebbe risolto i problemi e che per fortuna nessuna banca ha concesso.

A favorire questi “movimenti” c’è stato anche il dirigente dell’area finanziaria, il dottor Luigi D’Aprano, qui ribattezzato “Signorsì”, il quale in una relazione al bilancio consuntivo del Comune la Capo d’Anzio voleva liquidarla, ma cambiato sindaco e sentito Monti ci ha ripensato e ha continuato – copiando e incollando – a dire che la partecipazione del Comune era strategica. Facendolo votare in più delibere, parlando di piano industriale che non abbiamo più visto e via discorrendo. Esiste ancora il falso in atto pubblico? Così, per capire….

Arriviamo alla politica, infine, a chi ci ha portato Marconi, chi se lo è tenuto, a chi diceva che l’avrebbe cacciato ma poi firmava “road map”, a chi ha continuato a promettere, a chi si è girato altrove. Le responsabilità gestionali sono senza dubbio del centro-destra. Si continua a buttare la palla in fallo laterale su quanto fece la Regione guidata da Marrazzo e dal centro-sinistra (eravamo al 2005-2006, secondo le promesse di chi si ricandidava dovevano essere iniziati i lavori) ma si dimentica di dire che dalla concessione del 2011 in poi, in Comune si è dormito assai. O, peggio, si è fatto finta di dormire forse proprio per arrivare fin qui. In tutto questo, il centro-sinistra non è stato nemmeno capace a provare a mettere all’angolo la Regione, a far impegnare la giunta Rocca su una soluzione pubblica che salvaguardasse la concessione. Che so, un ordine del giorno, una mozione, sull’idea – sinceramente difficile da percorrere ma che politicamente si poteva anche immaginare e condividere – di passare tutto all’autorità portuale. Forse oggi non saremmo qui, non avrebbero incertezza i lavoratori, i sub concessionari, non avremmo esposto quel che resta della società a un contenzioso con chi gli ormeggi li ha comunque pagati e oggi deve andare a riprendersi la barca a nuoto, senza sapere chi la controlla o cosa succede se c’è una mareggiata. Solo che i se e i ma non fanno la storia.

La storia è quella di un porto che è stato di Nerone, opera di ingegneria idraulica ancora oggi studiata in tutto il mondo, ha salvato un futuro Papa, è stato realizzato altrove (sbagliando) ma ha visto transitare imbarcazioni leggendarie della marineria italiana. Un porto, come pochi, “dentro” alla città. Una storia che – come non bastasse lo scioglimento per mafia – è stata calpestata da bramosia di potere e carte false. Su queste ultime, “cordate” e avvoltoi sono pronti a intervenire. A noi resta la vergogna, a chi ci ha portato fin qui forse nemmeno quella.

Capo d’Anzio: carta vince, carta perde. Come con i pescatori sportivi

Abbiamo scoperto dalla recente delibera adottata dalla Commissione straordinaria chi ha portato allo sfascio la Capo d’Anzio. Sono stati, nell’ordine, Italia Navigando, quindi Marinedi di Renato Marconi e già che ci siamo anche Invitalia, non si sa mai. Lo leggiamo nell’atto con il quale si prende atto della liquidazione e si incarica il dirigente dell’area finanziaria di chiedere il risarcimento danni. Sì, avete capito bene, lo stesso dirigente che la società voleva liquidarla nel 2018, poi ci ha ripensato (che “Signorsì” sarebbe?), quindi ha portato al processo per il falso in bilancio (con assoluzioni a Velletri), ha copiato e incollato per almeno due volte la relazione sulle società partecipate. Continua, perdonate, il carta vince e carta perde intorno al fallimento della Capo d’Anzio e al faraonico progetto di porto.

Chi ha portato Invitalia, Italia Navigando, Marconi (che si scoprirà solo dopo, era già socio al 3% di quella società che doveva essere pubblica), quindi Sviluppo Italia e Marinedi lo abbiamo ricostruito da tempo. E se è vero, tremendamente vero, che dopo un anno il socio di minoranza doveva portare i finanziamenti, è altrettanto acclarato che il Comune ha dormito. Peggio, ha tenuto nei cassetti il parere di Cancrini, ha firmato la “road map” con Marconi, ha continuato ad avere rapporti, finto di non sapere che c’era un direttore del porto, e oggi ha trovato chi sono i responsabili dello sfascio. Speriamo abbia ragione, ma sappiamo che quella società il Comune l’ha gestita insieme a Marconi e Marinedi. Sappiamo che era necessario ripatrimonializzare e nessuno se n’è mai veramente preoccupato, tranne il rappresentante del socio privato che lo faceva mettere a verbale. Sappiamo che ha fatto operazioni di ingegneria finanziaria che hanno portato al processo di Velletri con assoluzione per l’ex presidente Ernesto Monti e gli altri, provvedimento che alla luce dei successivi bilanci e delle cospicue perdite risulta quantomeno singolare. Ma la gestione e il mancato controllo del Comune, le promesse senza guardare le carte a cominciare dai “copia e incolla”, sono state sempre improntate a “carta vince, carta perde”. La gestione era quella e ne abbiamo un esempio lampante.

IL CIRCOLO PESCATORI SPORTIVI

Una realtà che esiste da 40 anni, ha usato a lungo la banchina della “piccola pesca” e della quale la Capo d’Anzio non si è interessata fino al 2022. Solo allora ci si è resi conto che usavano uno spazio in concessione e si è cercato di regolarizzare la cosa. Benissimo, i pescatori sportivi hanno sottoscritto i contratti per il 2022, hanno pagato e poi chiesto di riavere le medesime condizioni nel 2023. Avete risposto voi che non lo sapevate? Così ha fatto la Capo d’Anzio che però, nel 2024, ha chiesto gli arretrati dell’anno precedente e ha pure mandato via il circolo perché lo specchio d’acqua non è sicuro. Avete capito bene, manca la sicurezza e sapete su quale base? La relazione di un sub del 2021. Sì, di tre anni prima. Rispetto ad allora quello specchio d’acqua, oggi, è sicuro? E perché i pescatori sportivi via e gli altri no? Un piccolo esempio del malfunzionamento della Capo d’Anzio, con responsabilità del fallimento che andranno anche cercate nelle alte sfere ma dal punto di vista della gestione sono tutte qui. Se non si è capaci di risolvere una questione del genere e ci si appella a una relazione del 2021 usandola solo per chi vorrebbe solo fare una pescata con gli amici, è normale che si vada a casa.

LE CORDATE

Mentre i liquidatori iniziano il loro lavoro e l’unico “asset” della società – la concessione – è fortemente a rischio, si parla con grande insistenza di gruppi interessati a rilevare tutto. Con dietro i “soliti noti” che in questi anni in qualche modo sul porto hanno detto la loro. Se sarà possibile o meno, lo vedremo a breve. L’impressione è che si sia arrivati a questo scientemente, bypassando (come per la mancata approvazione del 2006) il livello locale. Se così fosse, c’è un’altra ipotesi che la rediviva Procura di Velletri avrà il dovere di valutare. Si chiama bancarotta fraudolenta.