Ciao Alessandro, so che ci ritroveremo su un diamante

Alessandro Tiberti (foto davidecamera.com)

Nel mondo del baseball si dice che “c’è sempre un diamante sul quale ci rincontreremo” e oggi che Alessandro Tiberti ci ha lasciato sono certo che andrà così. Su un campo – quello di Nettuno – ci eravamo conosciuti, era l’inizio degli anni ’90, sullo stesso campo ci siamo salutati l’ultima volta. Era il 12 agosto, al “Borghese” c’erano i play off tra Nettuno 1945 e Macerata.

“Ma ci sei?” – mi avevi chiesto al telefono. E io “Certo, ci vediamo stasera”. Ironia della sorte, al parcheggio di fronte allo stadio arrivammo nello stesso momento.

Un abbraccio, poi la domanda sulle condizioni di salute che sapevo non essere delle migliori, anzi. “Me la cavo dai, ormai sono anni che ci convivo”. E quel sorriso, il suo, quello di sempre. Come di tanti anni prima, lui all’agenzia Area io a Latina Oggi, lui a Rds e io a seguire le partite per Radio Omega Sound e il Granchio. Lo volemmo al nostro fianco per i 15 anni della testata, eravamo di fatto partiti insieme e a quella realtà era rimasto legato.

Tra le esperienze avventuroso e indimenticabile il viaggio che facemmo fino a Parma per le finali del ’96, con il Nettuno avanti 3-0 nella serie. “Evitiamo l’autostrada, facciamo da Orte a Cesena e poi la via Emilia”. Un po’ come dire che per andare da Roma a Napoli passi prima per Viterbo. Ma le finanze erano quelle che erano e l’autostrada una spesa di troppo, solo che partiti con largo anticipo e fermatici vicino casa sua, il viaggio durò un’eternità sulla E45 e decidemmo – in extremis – di prendere l’autostrada. Risultato? Allo stadio “Europeo” arrivammo in contemporanea con il pullman dei tifosi del Nettuno, partito praticamente tre ore dopo di noi. “Sete magnato?” ci chiese la mamma di Mauro Cugola, ovviamente la risposta era negativa, ma ci salvarono le banane della signora. Nettuno perse il quarto e il quinto incontro, al sesto arrivò la vittoria e per fare quelli “fighi” io facevo l’esperto in un suo collegamento e Alessandro in un mio. Poi altre finali, come quella in cui mi disse “non posso venire, sto in studio, ti colleghi te?”. Cosa che feci, raccontando in diretta che lo scudetto andava al Parma, perché gli arbitri dopo una dura contestazione avevano lasciato il campo. E poi, ancora, la sera che dovevamo andare in diretta ma Giuliano Salvatori – al secolo Bughele – accese il suo trattorino. Alessandro, con l’educazione che gli era proverbiale, disse “scusi, dobbiamo lavorare” e lui “tengo da lavora’ pure io”. Finì con una risata e comunque in diretta ci andammo. Nel frattempo, dopo anni di precariato, era arrivato a Rai Sport e io al Messaggero, ci eravamo incontrati in qualche occasione per le elezioni dell’Ordine (“ti candidi e non mi hai chiesto il voto, ma tanto te lo do lo stesso”), sentiti più di rado, fino all’estate scorsa. “Sai, quest’anno rimandiamo le finali in diretta e voglio riprendere un po’ di contatto con l’ambiente”. Perché i giornalisti, quelli veri, e Alessandro lo è stato, fanno così: vanno, vedono e raccontano.

Lui avrebbe dovuto seguire la finale e così era venuto a vedere dal vivo. “Ma riesci a venire? Tanto è Parma e San Marino, mi sembrano le meglio attrezzate. Certo Bologna, una delusione, mentre Grosseto se facesse una sola squadra magari tornerebbe a vincere…” Non solo era venuto a vedere, si era preparato. Come fanno i giornalisti, ripeto quelli veri. Inevitabile parlare del Nettuno, di quello grande che avevamo conosciuto e vissuto insieme, di Marco Ubani andato via troppo presto, dei nostri aneddoti, del fatto che il baseball in Italia avesse perso da tempo quel poco appeal che aveva. “Guarda – gli dissi – che se promuovono bene il baseball5 forse qualcosa si recupera”. “Ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai seguito, magari dopo la finale chissà. Ma riesci a venire?”

Gli risposi che ce l’avrei messa tutta, invece non ce l’ho fatta e nemmeno l’ho più sentito da quella sera. Porto con me l’ultima chiacchierata, tanti bei ricordi e l’assoluta certezza che sì, c’è un diamante sul quale ci ritroveremo. Ciao Alessandro!

La bomba a Ranucci, la finta solidarietà e il bavaglio quotidiano

L’unanime condanna per l’attentato a Sigfrido Ranucci era scontata. La solidarietà che arriva da chi quotidianamente compie, in Parlamento e fuori, atti per limitare la libertà di stampa (dalla norma Cartabia al divieto di pubblicare alcuni documenti) è nella stragrande maggioranza dei casi, finta. È un’occasione, però, per riflettere su quanto accaduto e sul bavaglio quotidiano a chi è rimasto a fare questo mestiere. Bavaglio che arriva da fuori, ma spesso trova spazio anche dentro le redazioni. Andiamo con ordine, però.

La bomba fatta esplodere l’altra notte è un atto di gravità inaudita. L’ultimo attentato del genere fu contro Maurizio Costanzo nel 1993, in via Fauro a Roma, nei pressi del teatro “Parioli”. La matrice di quella bomba era mafiosa, quella che riguarda Ranucci viene ricondotta ad ambienti ultras che in molti casi non si discostano da quelli della criminalità organizzata. Spesso con il beneplacito di certa politica, la stessa che oggi esprime solidarietà pelose. Non c’è da andare molto lontano, a Latina il legame con i clan nomadi negli anni della serie B e della mancata promozione in A è stato accertato nelle aule di giustizia.

Il punto non è questo, attenzione, bensì sottolineare come la bomba al conduttore di Report sia solo la punta – pericolosissima, certo  – dell’iceberg. Perché in Italia ci sono colleghi sotto scorta – da Federica Angeli a Lirio Abbate fino ad altri meno noti – e giornalisti quotidianamente minacciati, sbeffeggiati, insultati. Il rapporto di Ossigeno per l’informazione parla di 7.555 casi dal 2006 a oggi, per l’indice internazionale di Reporter senza frontiere l’Italia è al 49° posto su 112 Paesi, scende di tre posizioni, è dietro a nazioni come Suriname o Tonga e ottiene la performance peggiore  dell’Europa occidentale.

Ci sono stati, negli anni, 30 morti ammazzati, quelli che sempre Ossigeno ci ricorda “cercavano la verità” poi gli attentati, le intimidazioni, tutto ciò che si “vede”, mentre ogni giorno un collega riceve una querela che nella quasi totalità dei casi sarà archiviata. Peggio, riceve una richiesta di risarcimento del danno che gli fa dire “meglio lasciar perdere”. Perché certi provvedimenti arrivano a chi prova ancora, tra mille difficoltà, a fare questo mestiere. Soprattutto in realtà locali, dove non ci sono alle spalle gli studi legali messi a disposizione dagli editori, né hai l’attenzione che può avere Report. Quando a Stampa Romana mi occupavo di libertà di informare abbiamo messo a disposizione un piccolo strumento, un decalogo per difendersi da queste azioni, una piccola goccia nel mare.

Nelle ore successive all’attentato c’è una voce che sento di condividere. Quella di Francesco Storace. Le nostre idee politiche sono diverse, ma già quando da cronista lo seguivo perché era presidente della Regione, mi era simpatico. Ha detto la cosa più giusta: solidarietà a Ranucci? Cominciate a ritirare le querele contro di lui.

 Fatelo, aggiungo io, nei confronti di tutti quelli che hanno avuto solo il “torto” di raccontare cose che non siamo più abituati a leggere e diventano “scomode”. Coloro che cercano, semplicemente, di raccontare “la verità sostanziale dei fatti” secondo la legge che istituisce l’Ordine dei giornalisti. Quelli che cercano carte, verificano e poi pubblicano. Tutto questo mentre in Europa si parla di “Slapp” (azioni legali temerarie) e l’Italia resta in finestra.  

E qui veniamo all’ultimo punto, al bavaglio che nelle redazioni arriva dai vertici ovvero dagli editori  (ma è noto che in Italia hanno tutti ben altri interessi, per i quali quando serve usano i loro giornali), da qualche “capo bastone” più realista del re, da noi stessi che come dice proprio il rapporto di Reporter senza frontiere, ci autocensuriamo.

Nelle ore successive all’attentato a Ranucci “Il Sole 24 ore” è uscito in edicola nonostante lo sciopero proclamato dai redattori all’unanimità. Che ci sia un’intervista, fatta da una collaboratrice esterna, alla presidente del consiglio Giorgia Meloni, è un dettaglio. Ai tempi in cui lavoravo a Latina Oggi, Peppino Ciarrapico, da “padrone” qual era, degli scioperi se ne fregava e mandava il giornale in edicola lo stesso. Sono passati oltre 25 anni, è stato un precursore evidentemente. Vogliamo parlare dei collaboratori offesi con articoli pagati da fame? Sull’equo compenso, gli editori scappano. Anche offrire 5 euro a pezzo favorisce il bavaglio, capite da soli il perché.

A questo si aggiunge lo svilimento della professione che per inseguire le “parole di tendenza” o la “storia” ad ogni costo (trovare chi dica, ad esempio, che Tizio indossava un gilet giallo quando è evidente che il suo era rosso), perde di vista la notizia e manda a quel paese quel che resta della credibilità della professione.  Con la conseguenza che si perde di vista il lettore. Quello che Indro Montanelli ricordava essere “il padrone” e che Joseph Pulitzer, 75 anni prima,  indicava come “il committente”. È una deriva che va avanti da tempo, purtroppo, peggiorata dall’avvento dei social ai quali molti che non aprivano un quotidiano prima, si affidano come avessero la verità assoluta e poi emettono “sentenze”. Su questo Umberto Eco ha descritto perfettamente il fenomeno

È proprio per tale motivo che le inchieste di Report, ma anche quelle di Piazza Pulita, ciò che ci raccontano tanti colleghi dalla “prima linea” di redazioni (spesso locali, piccoli siti di provincia) che con coraggio e carte alla mano non si tirano indietro, deve essere preservato. Altrimenti la sacrosanta solidarietà a Sigfrido Ranucci (e ai colleghi della sua redazione) resta un mero esercizio retorico.

“Eh, ma i giornalisti…” Piccola riflessione per gli amici del baseball

Eh, ma i giornalisti italiani…” lo leggo ripetutamente, ormai, sui gruppi social che in Italia si occupano di baseball a vario titolo. È il commento all’impresa di Samuel Aldegheri, primo italiano nato e cresciuto qui a esordire come lanciatore in Major league e anche a uscire come “vincente” (foto a sinistra) da una partita. Ma lo è anche di fronte all’impresa di Ohtani, primo giocatore nella storia a battere 50 fuoricampo e rubare 50 basi nella stessa stagione.
Cosa dovrebbero fare i giornalisti? Parlare di baseball, ovviamente. Perché non lo fanno? Semplice, perché in Italia non “tira” e serve qualcosa che “faccia” notizia per scriverne. Parliamo di stampa tradizionale, sportiva e non, attenzione, perché quella specializzata su internet segue puntualmente le vicende del batti e corri nostrano come lo fanno tanti media locali, nelle poche roccaforti rimaste di questo sport in certe zone del Paese. E lo fanno con fatica, garantito, come vedremo tra breve.
Nella mia esperienza al Messaggero il baseball ha trovato ampio spazio sullo sport nazionale in occasione del World baseball classic del 2006 (si veda immagine sotto).

Poi quando Alex Liddi (nel 2011, cinque anni dopo, foto sotto) ha esordito in Major, alla presentazione al Coni della spedizione al Classic 2013, ora con Aldegheri, poco prima quando Mike Piazza (preceduto più dalla sua fama che dall’essere manager della Nazionale) è stato ospite in redazione. L’Italia aveva avuto spazio adeguato vincendo l’Europeo 2012, si era parlato di baseball per lo stadio nella Capitale che è una storia infinita come e peggio di quello della Roma calcio o, adesso, per il recupero del Flaminio.

Poco, direte, vero? “Eh, ma i giornalisti….”
Se riflettiamo, però, si è trattato di avvenimenti eccezionali, per chi mastica un po’ di informazione di vicende che “fanno” notizia .
Chiediamoci allora, perché in Italia il baseball non la “fa”? Semplice, perché non attira. Una federazione che oscilla tra i 20 e i 22.000 tesserati, ad esempio. Partite che tutto sono fuorché spettacolari e che quando va bene vedono 800 persone ad assistere agli incontri (sono i dati della serie finale tra Parma e San Marino). Normalmente, invece, alla voce “attendance” sui tabellini della Fibs appaiono meno presenti di una riunione di condominio di un palazzo di medie dimensioni. Vogliamo parlare delle strutture? Ci vogliamo bene, amiamo il baseball e passiamo su tutto ma trovate un impianto accogliente in Italia? Manco da un po’, dico la verità, ma quei pochi che conosco non lo sono affatto. Se poi aggiungiamo che la Nazionale maggiore non brilla in Europa e che quando andiamo al Classic (e facciamo bella figura) qualche benpensante storce ancora il naso perché “non ci sono gli italiani” ignorando che è una vetrina unica al mondo beh, ci facciamo male da soli. E ce lo facciamo quando si polemizza, basta avvicinarsi a un campo di gioco delle giovanili, sulle convocazioni nelle Nazionali minori o nelle selezioni regionali. Chi frequenta l’ambiente più di me, sa di cosa parlo.
Chi dovrebbe occuparsi di baseball, dal punto di vista mediatico, con queste premesse? E perché? I colleghi dell’ufficio comunicazione Fibs fanno un lavoro egregio con il materiale che mette a disposizione un campionato scarso, la squadra di baseball.it della quale mi onoro di far parte riesce – con spirito volontario – a garantire una copertura degna di tale nome da oltre 25 anni. Sul resto serviva (e serve) una politica di promozione che non c’è stata (mi viene il paragone con il boom del rugby che ha pure cominciato a vincere al Sei Nazioni, dopo anni di batoste), come la crescita del movimento frutto di una visione che evidentemente è mancata. Facciamoci una domanda se dall’atletica al tennis – che non stavano meglio del baseball 10 anni fa – tutti si affermano, se nuoto e volley hanno proseguito la loro affermazione e qui per fortuna abbiamo almeno Aldegheri…. Ripetiamo la domanda: chi dovrebbe occuparsi di seguire il baseball, allora? Gli appassionati, come chi scrive e pochi altri. Poi lunga vita a Mario Salvini e al suo blog che ci regala perle quasi quotidianamente.

E guardate che non è facile seguire il campionato italiano (già capirne la formula, così per dire), provare ad approfondire, andare oltre il “copia e incolla” che vorrebbero alcune società che scrivono comunicati chilometrici. C’è tanta buona volontà e – permettete – spesso poca professionalità. Non è un caso che nel piano per realizzare in Italia le franchigie della Major league baseball – progetto dell’allora presidente Riccardo Fraccari, abortito purtroppo prima di iniziare – ci fosse una voce specifica per pagare chi si occupasse di comunicazione in ogni team. La reazione della grande maggioranza delle società italiane fu quasi di sdegno. Qualche dirigente ebbe a dire “ma allora mi stipendio io”. Chi c’era ricorderà.

Questo era ed è l’atteggiamento di chi, giustamente, ricorda i sacrifici che fa per mandare avanti le squadre ma poi si lamenta di tutto il resto. A cominciare da chi, secondo lui, dovrebbe raccontare qualcosa che non “fa” notizia, non ha lo stesso “appeal” di altre discipline, ha fatto poco o nulla per crescere in questi anni.

Infine, la “disintermediazione” ovvero l’uso dei social che consente a chi ha un proprio canale di comunicazione di bypassare i media tradizionali perché “eh ma tanto i giornalisti…“. Liberissimi, per carità, ma nessuno si lamenti se poi il nostro amato sport resta alle chiacchiere tra di noi.

Il distributore a Tor Caldara, la giornalista aggredita: basta!

I Carabinieri di fronte al distributore (foto dall’Eco del Litorale)

Sulla vicenda del distributore in fase di realizzazione di fronte alla riserva naturale di Tor Caldara si risveglia sui social un certo dibattito. E’ sacrosanto, anche se purtroppo temo servirà a poco. Quell’impresa è autorizzata, c’è una sentenza del Consiglio di Stato che le dà ragione, e quindi può procedere.

Quello che dice la sentenza e ciò che emerge di recente, invece, è un altro classico esempio del “sistema Anzio”. In questo spazio ho già reso noto che i giudici amministrativi – caso più unico che raro – hanno trasmesso gli atti alla Procura della Repubblica e alla Corte dei conti, sottolineando il comportamento “ondivago” del Comune di Anzio e la singolarità dell’intera vicenda. Che inizia nel 2003 e termina con il pagamento – nel 2018 – di un sostanzioso debito fuori bilancio. Chi fossero i sindaci lo sappiamo, così come sappiamo che indirettamente è coinvolto un ex assessore ed ex consigliere comunale di maggioranza, candidato anche alle ultime amministrative nella coalizione vincente.

A quanto accertato dal Consiglio di Stato si aggiungono le vicende di questi giorni, la notizia di una “frana” nei pressi del cantiere e quella di una deviazione della falda. L’assessore Fontana – che pure ha avuto qualche ruolo in questo ventennio di centro-destra – ci informa che sì una deviazione c’è stata e l’amministrazione si è attivata da tempo. Per fare?

Perché i lavori di quel distributore proseguono e sembra che l’impresa – ricordiamolo, con buone aderenze in maggioranza – avesse chiesto di poter deviare il corso d’acqua. Richiesta che in Comune o non è stata vista o è stata sottovalutata o si è lasciata nei cassetti facendo scattare – e speriamo vivamente di no – il cosiddetto silenzio-assenso.

Ebbene c’è chi a questa storia prova ad andare in fondo, come Linda Di Benedetto che mette grande passione nel raccontare le vicende di questo territorio e stamattina è stata aggredita verbalmente e cacciata dal cantiere, in presenza di forze dell’ordine, perché era lì per raccontare. Se capisco bene, in quel cantiere c’erano lavoratori che si allontanavano di corsa – forse perché irregolari – e altri che si sono permessi addirittura di chiedere i documenti alla giornalista, provando a sostituirsi alle forze di polizia.

E’ ora di dire basta!. Questa città sta tollerando fin troppo situazioni al limite della legalità, gente che in Comune strilla, sfascia e resta al suo posto, toni pesanti, pressioni su chi lavora, minacce nemmeno tanto velate in ogni occasione e che sommessamente ho ricordato in aula consiliare riferendomi – ad esempio – a quello che avvenne nei seggi poco meno di un anno fa. Il clima era ed è questo: irrespirabile. Esattamente come (e forse peggio) di quando c’era Bruschini a guidare la città.

E’ ora che almeno sul distributore di fronte a Tor Caldara per primi gli amministratori – sindaco in testa – facciano chiarezza e rivedano i passaggi effettuati, si verifichi la regolarità del cantiere, tutto ciò che è possibile fare scevri da vicinanze politiche o meno ma ripartendo da quelle regole che De Angelis aveva messo nel suo programma ben presto accantonato.

A Linda, infine, la massima solidarietà.

Ma quanto vi piace provare a far tacere. Solidarietà a Linda

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Ho sempre sostenuto che il lavoro di giornalista sia molto più difficile a livello locale. Le persone delle quali scrivi le conosci,  le incontri, metti in conto che non ti farai molti amici, anzi. E devi fare i conti, in tante occasioni, con l’arroganza del potere. Succedeva, succede e succederà e non c’è da stupirsi. Da continuare a indignarsi, però, sì. E segnalare quando qualcuno chiama un editore o, peggio, il direttore di una testata per far togliere un articolo “sgradito“. Così come quando si prova, da anni e da governi politicamente “trasversali” a mettere il bavaglio ai cronisti o a limitare la loro possibilità di avere accesso ad atti pubblici.

Ad Anzio l’ultimo caso riguarda Linda Di Benedetto che aveva riportato della richiesta della Lega di far dimettere il presidente del consiglio comunale, Massimiliano Millaci. Lo aveva fatto sentendo le fonti, verificando ciò che accadeva nelle scorse ore – frenetiche – dopo la notizia dell’indagine per droga.

Qualcuno si è risentito e ha fatto togliere dal sito “Eco del Litorale” quanto aveva scritto Linda, trovando purtroppo chi è stato pronto a dargli retta. Si sa, certi rapporti a livello locale c’è chi preferisce mantenerli intatti.

I giornalisti avranno mille difetti, ma normalmente si informano e se danno fastidio alle “manovre” che intorno al caso Millaci sono la peggiore espressione della prima Repubblica, non basta chiamare e far eliminare un articolo. Perché comunque la cosa è nota (oggi ne scrive anche il Messaggero) e soprattutto perché è un gesto grave. Gravissimo.

A Linda va totale solidarietà, a chi piace far tacere i giornalisti solo disprezzo. A maggior ragione se è nella maggioranza che guida una città e in quella dei “duri e puri” di Salvini che governano il Paese.

 

Il limite superato, le accuse personali. Abbassiamo i toni

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La sensazione che abbiamo superato il limite la provo da tempo. La caccia alle streghe non mi è mai piaciuta, quindi chiunque vada oltre nelle sue affermazioni  – a volte solo per partito preso – mi infastidisce. Il linguaggio della politica di casa nostra – ad Anzio in particolare – è ormai tutto sul personale, perché non è il futuro della città a interessare ma il proprio. D’altro canto, come recita il vecchio adagio, a stare vicino al sole ci si scalda di più e per molti quel sole è “fare” politica ovvero occupare un posto e poter dire la propria in quel consesso,  far pesare il proprio voto, ottenere. Allora ci si divide non se vogliamo il piano del colore o il porto, bensì se spetta a una cooperativa o a un’associazione qualcosa e alla mia o a quella “vicina” a me nulla. Per questo a chiunque dissente va trovato un difetto, va attaccato personalmente.

La prendo da lontano per dire che ad Anzio, ma anche a Nettuno, il clima si fa sempre più pesante. Non la penso come Agostino Gaeta su Edoardo Levantini, per esempio, perché ritengo  che il coordinamento antimafia faccia sforzi notevoli per tenere alta la guardia sul territorio. Parla di cose concrete, di sentenze, di rapporti scientifici. Si smentiscano, ma non si dica che il problema è “Levantino” come viene definito. Altrimenti arriviamo al punto che il problema non è la camorra, ma Saviano che la racconta, facendo imbufalire il sindaco di Napoli in un “teatrino” che non fa bene all’Italia.

Ma come diceva Voltaire, e come ad Anzio ci ricordano nella sala consiliare con un cartello: “Detesto ciò che dici, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa dirlo“. Allora al tempo stesso è giusto dire che Agostino Gaeta – con tutti i suoi difetti – è uno che a modo suo racconta questo territorio. Raccontava, almeno, anche se non credo che smetterà di farlo dopo l’annunciata chiusura già paventata in passato e ribadita oggi. Certo non è giornalista, ha avuto pure i suoi guai, ma non facciamo come Orwell per cui “tutti gli animali sono uguali, ma i maiali sono più uguali degli altri“.  Allora serve rispetto, per le opinioni di tutti. Se poi ci sono profili penali, si perseguano. Di più: un giornale si può comprare o non, leggere o meno, è la più grande arma in mano a un lettore.

Dico questo conoscendo Edoardo e Agostino, ma conoscendo anche molte delle persone che si accapigliano su chi possa avere titolo a parlare e chi non. Lo dico per principio e da un osservatorio – tutto mio personale, sia ben chiaro – che è quello di chi prova, da anni, a raccontare questo martoriato territorio, denunciando il malaffare e  restando spesso inascoltato.

Lo dico a maggior ragione dopo il video del sindaco di Nettuno, Angelo Casto, che se la prende con i giornalisti. Non mi interessa perché sia uscito fuori oggi e chi l’abbia reso noto, certo è che lui adesso è sindaco e quelle sono parole pesanti, ma soprattutto cose che evidentemente pensa – insieme ai suoi accoliti – di chi fa il giornalista. Conosco Casto da quando era giovane funzionario Digos a Latina e io giovane cronista, non ho alcun dubbio sulla sua persona e sulla sua professionalità, in più sono certo che ha ereditato a Nettuno una situazione pesante. Ma in quel video – con chiunque ce l’avesse – scende al pari di chi negli anni ha definito (e definisce) “giornaletti” i media locali, al pari di chi dà dell’infame, dello pseudo giornalista, del prezzolato e via discorrendo. Diventa come gli altri politici e personaggi pubblici che sono allergici a chi racconta. Che differenza c’è tra Casto che canta e Stefano Di Magno che faceva le magliette contro il Granchio, ad esempio? Tra la nuova e la vecchia politica?

Certo, chi fa questo mestiere non è esente da responsabilità, a livello locale ha a maggior ragione il dovere di verificare le fonti, non seguire le “sirene” del politico o dell’imprenditore di turno, di pesare le parole. Chi ha la bontà di seguirmi sa che non ho mai fatto, non faccio e non farò difese corporative. Mai mi sognerei, però, di definire “cazzari della verità” i commercianti, gli artigiani, i netturbini, i commercialisti, gli avvocati e chi volete voi. Gli stessi politici che pure qualche castroneria la raccontano ai cittadini. Mi spiace che l’abbia fatto una persona che stimo.

Io preferisco continuare a cercare carte, provare a dimostrare che su un determinato argomento è stata detta una cosa e se ne fa un’altra, che ci sono documenti che mancano e via discorrendo. Voglio tenermi il mio diritto dovere di critica, senza fare questioni personali (se parlo di un politico è per il ruolo che ricopre e non per altro) provando a rispettare tutti e chiedendo scusa quando sbaglio.

E’ per questo che è meglio abbassare i toni, lasciando ai giornalisti – tutti – il diritto/dovere di verificare quello che fanno gli amministratori pubblici e di rispettare – tutti – le regole che impone questa straordinaria quanto delicata professione.

 

 

L’allergia ai giornalisti, le pessime figure

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Torniamo protagonisti sul notiziario di “Ossigeno“, l’osservatorio che si occupa di giornalisti minacciati e nei confronti dei quali arrivano maxi richieste di risarcimento del danno. Non è la prima volta, purtroppo, che il Comune di Anzio è protagonista di pessime figure.

L’ultima vicenda è quella nei confronti di “La7” che qui viene riassunta dall’osservatorio. Non basta, la storia è parte anche dell’editoriale di Alberto Spampinato, nel quale si ricorda come secondo i dati presentati di recente 92 cause su 100 finiscono in una bolla di sapone, ma nel frattempo i giornalisti – che hanno fatto semplicemente il loro lavoro – devono spiegare al direttore, all’editore (quando ce l’hanno), prendersi un avvocato, pagare, rimettere insieme i pezzi di carta e soprattutto devono fare i conti con la vocina interna che dice: “Ma chi te lo fa fare? Ma non ti basta? Ma vuoi rovinarti?

Ecco, quando arrivano maxi richieste di risarcimento ci pensi, eccome. Alberto fa bene a chiedersi, inoltre – e sottoscrivo – che “sarebbe interessante sapere se il sindaco di Anzio intende promuovere questa lite, che a noi sembra temeraria, a sue spese o a spese del Comune, e in tal caso con quale deliberazione, con quale previsione di spesa e a carico di quale capitolo del bilancio comunale“.

Vedremo.

Meno male che gli elettori esistono e tolgono certezze

elezioni

Che dici?” o “Che sensazione hai?” Lo hanno ripetuto in tanti – a me e ai colleghi – fino a ieri sera prima che iniziasse lo spoglio. Inutile dire che nessuno di noi ci ha preso o quasi. Perché le certezze, i “sentito dire“, le sensazioni, quando sono gli elettori a decidere vengono meno.

E sconfessano sondaggi, exit poll, timori di vario genere. Abbiamo trascorso la serata, per esempio, a preoccuparci se nei Borghi “tenesse” o meno Coletta o se “sfondasse” com’era previsto Calandrini – a Latina – o quale fosse la sorte di Angelo Casto e dei 5 Stelle a Nettuno che per un lungo periodo sono stati davanti a tutti. Per tutto il pomeriggio, noi e tanti analisti o presunti tali, fantasticavamo di affluenza e di chi sarebbe stato favorito o meno. Senza contare che fino all’ultimo c’è chi – dai social – raccomandava in caso di voto con la parità di genere di “mettere le preferenze sotto la stessa lista“.

Prima c’erano stati quelli delle “liturgie” di partito, delle “correnti“, delle ripicche, i perdenti di successo, quelli che “la politica….”

Diciamo, generalizzando, che pensiamo un po’  tutti di avere davanti elettori incapaci di intendere e volere e partiamo da certezze che loro – chi vota – ha superato da tempo.

E ora vediamo chi si sbrigherà a dire “gli elettori non hanno capito“, senza preoccuparsi se sono stati capaci o meno di farsi capire e di spiegarsi per bene.

A mio modestissimo parere chi vota, alla fine, ha sempre ragione. E anche questa tornata amministrativa l’ha dimostrato. Così come le sensazioni di chi scrive e di tanti altri colleghi, alla fine restano buone per ingannare il tempo verso la lunga notte dei risultati – indegnamente in ritardo – e niente più.

 

Guai a scrivere. Il clima pesante in questo territorio

libertastampa

Chiedo scusa in anticipo all’avvocato Mario Marcellini, a scanso di equivoci. A lui e a tutti coloro dei quali scrivo e scriverò. Meglio evitare altre querele, ne ho già abbastanza. L’episodio che ci racconta Ossigeno per l’informazione – già ampiamente trattato sui social network con diverse e anche dure prese di posizione – è semplicemente l’ultimo atto di una situazione sul territorio che è sempre più pesante. E che è generalizzata in Italia, anzi già lo era come ci ricorda questo vecchio articolo di Massimo Fini. Diffidiamo e chiediamo risarcimenti, ma sì! Destra, sinistra, vecchi e nuovi politici, fa poca differenza. Anche per questo l’Italia crolla nelle classifiche sulla libertà di stampa.

Si può discutere di una definizione, è vero. Chi scrive sta alla giurisprudenza come un eschimese ai mondiali di surf, ma se c’è l’interesse pubblico, la verità, la pertinenza e via discorrendo basta – com’è stato in passato, in tante situazioni – chiarire con una telefonata o una mail se ci si sente danneggiati. Se poi la situazione non si chiarisce si passa anche oltre. E’ il succo della legge sulla diffamazione in discussione da anni e per la quale i giornalisti stanno – finora invano – cercando di evitare il “bavaglio“. Perché hanno il dovere di informare, prima del diritto di cronaca e di critica.

Lo stesso osservatorio che si occupa di giornalisti minacciati fisicamente, ma anche attraverso querele e maxi richieste di risarcimento del danno, si è spesso occupato di Anzio e Nettuno in passato. Solo andando a memoria questa vicenda della diffida si unisce all’aggressione al direttore del Granchio, Ivo Iannozzi, all’auto bruciata ad Agostino Gaeta di Controcorrente, a quella danneggiata a Cosimo Bove di Reporter news, costretto nel frattempo a cambiare lavoro, al compianto Giancarlo Testi identificato e cacciato dal Consiglio comunale di Anzio, a Elisabetta Bonanni del Clandestino pesantemente minacciata durante questa campagna elettorale di Nettuno, alle accuse di “pseudo giornalismo” e di “infame” nei confronti di chi scrive, poi chiarite tra  persone civili, alle grida di Patrizio Placidi all’Astoria contro chi aveva scritto del “caro estinto“. Ancora: dalle magliette contro Il Granchio alla richiesta di 300 milioni di lire che l’avrebbe fatto chiudere,  fino  al più generale e dispregiativo atteggiamento nei confronti della stampa locale ovvero dei “giornaletti“. E’ un clima pesantissimo.

Il tutto al netto di burrascose telefonate che sindaci, assessori, politici di varia estrazione fanno a direttori (ed editori) nel tentativo di tacitare i giornalisti locali che  nel 99,999% dei casi sono in buona fede assoluta. Senza secondi fini. Senza “padroni“, né strumentalizzazioni. Discorsi, questi, che piacciono alla politica di casa nostra che guarda sempre a “che c’è dietro” e mai a ciò che accade realmente.

Allora proviamo a rovesciare il discorso. Prendiamo un consiglio comunale, uno di quelli nei quali si grida a “strumentalizzazioni” o “complotti” e ci si erge a maestri della comunicazione. Prendiamo un comunicato stampa, uno di quelli dopo i quali c’è chi ti chiama per darti la “interpretazione autentica” di quello che ha scritto. Prendiamo una conferenza, un evento – durante il quale, magari, ti chiedono di mettere “una bella foto eh….” – uno spettacolo o una mostra e togliamo i “giornaletti“. Ma sì, fuori chi non copia e incolla. Fuori chi si azzarda a utilizzare – come vuole questo mestiere – la curiosità, una visura camerale, una conoscenza in banca, una in Tribunale come ci ricordava Giampaolo Pansa. Fuori chi chiede, approfondisce, cerca dati, critica.

Fuori chi prova a fare tutto questo in una realtà di provincia – come di provincia sono sindaci, assessori, consiglieri e aspiranti tali –  commettendo anche errori, a volte, sempre in buona fede. Candido De Angelis da sindaco amava ripetere che lui leggeva Sole 24 ore e Corriere della Sera, gli rispondevo che infatti era primo cittadino a Milano….

Abbiamo tanti difetti noi cronisti di provincia, è vero, ma si provasse per un attimo a farne a meno. Che visibilità avrebbero quanti, invece, la cercano in continuazione? Anzi, lo dico provocatoriamente ai colleghi: disertiamo, come facemmo per la conferenza stampa di Sergio Borrelli dopo la “cacciata” del povero Giancarlo Testi, uno degli appuntamenti elettorali o un consiglio o una conferenza…

Provocazione, appunto, perché si scrive affinché i cittadini sappiano e non per altro. E perché come ci ricordava Joseph Pulitzer: ” I medici lavorano per i loro pazienti, gli architetti per i loro committenti. La stampa è l’unica a lavorare per il pubblico interesse”. Anche ad Anzio e Nettuno.

La “carta vetrata” e il sonetto che non ti aspetti

Anni fa, quando ancora lavoravo a Latina Oggi, i colleghi mi regalarono un pezzo di carta vetrata. Era un modo per sottolineare che sono un tipo ruvido nei rapporti, scontroso, burbero e via discorrendo. E’ un po’ il nostro lavoro a portarci a questo, ma quel piccolo pezzo di carta vetrata l’ho portato sempre con me. Mai avrei immaginato, oggi, che ispirasse addirittura un sonetto nel quale c’è l’essenza del mio essere giornalista. Un autore che vuole restare anonimo, di sicuro un pensiero bello e inaspettato  che, in redazione, sarà affisso a fianco della carta vetrata. Grazie!

Scrivo a te, fiore de’ campo
che usi le parole come n’ lampo..
che illumina la notte anco più nera
cercanno verità… senza bandiera

L’appartenenza n’vero nun è pe’ li scrittori
armeno de’ quelli liberi…
dai più e…dagli editori

Che er potere vero poi de grazia…è quello de’ riporta’ giustizia..
n’ dove se’ subbita n’ ingiustizia….

Per questo scrivo a te che come er vento…
porti ai meschini pene e anco spavento…

A te che sei come na’ folata…
che smove si la carta…

ma solo se vetrata!!