Candidato all’Inpgi, quello che vogliamo fare

Ho scritto poco fa una mail rivolta ai colleghi, ripropongo qui il testo per raggiungerne anche altri che eventualmente non erano nel mio indirizzario.

Cari colleghi,
so che molti in questi giorni hanno ricevuto una serie di mail di candidati all’Inpgi e che ciò ha creato più di qualche fastidio.
Sono candidato anch’io, tra gli “attivi” e questa è l’unica mail che vi mando. In allegato trovate i punti sui quali si basa la proposta di informazione@futuro e i candidati per i diversi profili.

Il nostro istituto di previdenza è in una situazione drammatica, noi che non abbiamo mai avuto ruoli al suo interno (al contrario di molti candidati che si ripresentano, dimenticando di aver votato la stragrande maggioranza delle delibere) vogliamo evitare che finisca all’Inps con la decurtazione delle pensioni presenti e future.

Partiamo dal documento approvato all’unanimità dal direttivo di Stampa Romana e ci prendiamo l’impegno di rispettarlo.

Se saremo eletti trasparenza e informazioni continue sulla situazione dell’Inpgi saranno la nostra linea guida.

Sulla vicenda Camporese/Sopaf siamo l’unica associazione che ha chiesto le dimissioni del presidente e la costituzione di parte civile dell’Istituto, ma riteniamo anche che la dirigenza tutta ha cercato di nascondere la polvere sotto al tappeto e poi si è arroccata nel suo fortino.

Sempre a proposito di bavaglio, attenti che giovedì…

Riporto il documento del segretario dell’Associazione Stampa Romana, Lazzaro Pappagallo, sulla vicenda della legge-bavaglio. Richiamando l’attenzione di chi segue questo spazio ancora su quanto si prevede giovedì in Consiglio comunale: un documento congiunto contro “certa stampa” a difesa della “onorabilità” dell’assise. Sarà tutto da leggere….

Intanto pensiamo a questa battaglia contro il bavaglio. Ecco l’intervento del segretario del nostro sindacato.

Pappalardo29

Lo diciamo subito: non è una battaglia corporativa. Non può essere una battaglia corporativa quella sul no al bavaglio. Non è una questione di definire quali intercettazioni possano essere pubblicate e in quali termini. E’ un’altra la linea prospettica. Vogliamo capire, anche in questo passaggio, quale società vogliamo declinare anche con il contributo dei giornalisti. Vogliamo una società della riservatezza, del riserbo su cosa fa chi riveste ruoli di responsabilità nel paese? Vogliamo una società in cui ci siano corpi separati nei quali i giornalisti non possono accedere? Vogliamo una società in cui le pareti divisorie tra amministrazione, politica, giornalisti, società civile siano alte o siano ridotte allo stretto necessario per lavorare nell’interesse comune al servizio dei cittadini?

Se vogliamo questo tipo di società non aperta, ma a scompartimenti, a blocchi, a logge allora non firmate l’appello di Stefano Rodotà, Marino Bisso, Arturo Di Corinto, Giovanni Maria Riccio che hanno lanciato l’iniziativa di no bavaglio. Se invece vogliamo una società aperta in cui il ruolo dell’intermediazione giornalistica abbia un senso, in cui le querele temerarie si ritorcano contro chi le commette – il provvedimento sulla diffamazione è l’altro corno su cui lavorare in Parlamento -, in cui ci sia un adeguato rilievo per le notizie che fanno riferimento ai personaggi pubblici, allora firmate.

E firmate anche per dire al governo che la delega in materia di pubblicazione delle intercettazioni non ha senso. Ma non perché delegare l’esecutivo sia lesa maestà ma perché discuterne in Parlamento significa ricucire il dibattito con i rappresentanti della comunità, dell’elettorato, di chi ha il diritto di essere informato.

Stampa Romana aderisce, invita i comitati di redazione e i singoli colleghi a farlo, pronta a mobilitarsi in tutte le sedi ritenute opportune dalla Federazione Nazionale della Stampa. A iniziare da una raccolta firme prevista davanti piazzale Clodio giovedì mattina alle 9. Simbolo di un processo che ha un senso per Roma proprio perché ci sono state inchieste giornalistiche e si è potuto conoscere in profondità quale mondo sommerso si agitava sotto le strade della Capitale.

Per firmare accedere al sito www.nobavaglio.org

Bavaglio e intimidazioni, due appuntamenti da non perdere. Il terzo….

bavaglio

Cambiano i governi, la musica è sempre la stessa. La legge bavaglio viene nuovamente riproposta e domani alla Fnsi ci si ritrova per ribadire il “no” della categoria a norme che hanno il solo intento di evitare che i giornalisti scrivano.

Mercoledì, invece, alla Regione Lazio, conferenza stampa con l’osservatorio sulla legalità con al centro dell’attenzione i giornalisti minacciati. Qui i dettagli dell’iniziativa.

Il terzo appuntamento…. va be’, lo ricordo: giovedì mattina il Consiglio comunale di Anzio si appresta a votare un documento congiunto sulle presunte offese ricevute per la vicenda dei consiglieri ritenuti morosi dall’ufficio tributi.

Non c’è bisogno di commenti, mentre di seguito il comunicato che annuncia l’evento di domani alla Federazione della stampa. Ha ragione il segretario generale Raffaele Lo Russo: “Non ci fermeremo“.

Molti hanno invitato chi scrive a non fermarsi, dopo le intimidazioni legate al lavoro, li ringrazio. Non saranno delusi, ma per adesso meglio restare in finestra. E preoccuparsi di bavagli molto più seri, per l’informazione tutta.

Ci riprovano con il bavaglio, diciamo no e firmiamo!

bavaglio

Ci riprovano con le norme bavaglio, anzi forse non hanno mai smesso. Resta valido lo slogan coniato anni fa dall’Unione cronisti: “Liberi di informare, liberi di sapere“. Negli anni, con diversi governi, siamo andati in piazza, a manifestare nei Tribunali, abbiamo scritto ai prefetti, ma ogni volta la priorità di chi guida il Paese è quella di evitare “disturbo” al manovratore.

Diciamo no all’ennesimo tentativo di vietare ai giornalisti la pubblicazione di atti noti e di rilevante interesse per la collettività. E firmiamo la petizione .

Giornalisti di provincia, più forti delle intimidazioni

Vittorio Buongiorno

Vittorio Buongiorno

La vicenda che ha riguardato il collega Vittorio Buongiorno, capo della redazione di Latina del Messaggero, porta alla luce per l’ennesima volta una situazione molto pesante nel territorio pontino. E’ la punta di un iceberg, non si era mai arrivati a minacce di morte, ma l’elenco di chi vorrebbe mettere il bavaglio è lungo. Lunghissimo.

Nella redazione del Messaggero abbiamo ben presente quella domenica, i giorni successivi con i “passaggi” delle forze dell’ordine a verificare che fosse tutto a posto, le piccole precauzioni, la difficile scelta tra la riservatezza delle indagini e quella di scrivere tutto e subito. Si è preferita la prima e i risultati, per fortuna, si vedono. Perché contro certa gente erano stati pochi, finora, a mettere nero su bianco una denuncia. Vittorio lo ha fatto, noi  siamo stati al suo fianco, oggi tanti altri colleghi e non esprimono solidarietà e apprezzamento per il coraggio di chi aveva scritto raccontando fatti.  E dando evidentemente fastidio.

Ma in questa provincia  è pieno di gente che non è minacciata di morte, magari, ma è subissata di querele temerarie. Chi scrive, per aver riferito di un boss dei Casalesi che chiedeva e otteneva ospitalità in una nota struttura ricettiva, il titolare della quale faceva poi iniziative sulla legalità, è arrivato fino in Cassazione per avere ragione. La querela era stata archiviata, ma il personaggio non intendeva mollare.

Di casi del genere siamo pieni, i colleghi di Latina Oggi hanno avuto un record di querele solo per aver scritto delle gesta – poco eroiche – dell’ex presidente della Provincia, Armando Cusani, al punto che dopo una serie di archiviazioni o assoluzioni l’Associazione Stampa Romana ha presentato un esposto alla Corte dei Conti perché quelle querele erano pagate con i soldi dei contribuenti.

Per non parlare dei giovani collaboratori aggrediti nel Sud Pontino, delle battutine poco piacevoli,  di chi chiama l’editore e “tuona“, di un’altra serie di episodi  come le maxi richieste di risarcimento danni. L’osservatorio Ossigeno, cliccando Latina, fornisce questo quadro. Desolante.

In una provincia dove le mafie sono ormai radicate, perché quando iniziavamo questo mestiere sentivamo di infiltrazioni, mentre oggi abbiamo sentenze passate in giudicato con l’accusa di 416 bis. Con il compianto Santo Della Volpe e la collega Graziella Di Mambro abbiamo lavorato, in occasione della giornata di “Libera” a Latina due anni fa, al Manifesto dell’informazione locale che era e resta il faro da seguire in un territorio dove i tentativi di condizionamento sono pressoché quotidiani.

Nel 2007, in occasione del congresso nazionale dell’Unione cronisti a San Felice Circeo, portammo i colleghi in diversi luoghi della provincia. Volemmo dimostrare quanto, anche geograficamente, fosse difficile raccontare ciò che avviene. Ma le distanze si superano, i viaggi “infiniti” verso il sud, la difficoltà di salire sulle colline con il maltempo,  di arrivare sulle isole se c’è qualche evento, sono nulla di fronte ai tentativi di bavaglio di ogni genere.

Vittorio ha dimostrato che i giornalisti di provincia – quelli che vivono in prima linea, quelli che incontrano ogni giorno le persone delle quali scrivono – sono più forti delle intimidazioni. Con lui, ogni giorno, cerchiamo di essere tutti più forti.

Lotta al caporalato giornalistico, un documento da condividere

Che succederebbe se dalla sera alla mattina aprisse un cantiere nella piazza centrale di una città, con il solo cartello del direttore dei lavori e dentro una serie di persone che lavorano senza alcuna tutela? Una volta scoperto, noi giornalisti faremmo aperture di pagina e grideremmo allo scandalo. E’ quello che accade quando, puntualmente, si scoprono gli immigrati a raccogliere pomodori o kiwy, molti dei quali fuggono per evitare i controlli. E noi scriviamo, salvo fuggire com’è accaduto in passato ad alcuni colleghi e come – purtroppo – accadrebbe oggi. L‘Associazione stampa romana ha approvato  un documento assolutamente condivisibile da questo punto di vista. L’ha fatto conoscendo la situazione e avendo sostenuto, da anni, che nessuno vuole chiedere a editori, spesso avventurieri, a Latina ne sappiamo qualcosa, tutte assunzioni articolo 1. Stampa Romana è sempre andata incontro a chi, colleghi (pochi) ed editori (pochissimi), ha chiesto di regolarizzare le posizioni. Dimostrando che era ed è possibile assumere con un contratto giornalistico a costi uguali a quelli sostenuti oggi con improbabili formule.

Nel frattempo tanti giovani e non che accettano qualsiasi cosa pur di “lavorare“, tanti pronti a sostituirli anche a meno di quel minimo compenso, alla stregua di un moderno esercito salariale di riserva di marxiana memoria. Ma anche tanti – dalle associazioni imprenditoriali a importanti aziende pubbliche, fino a imprenditori in tutt’altri settori che decidono di fare gli editori spesso con mire politiche – che le regole preferiscono calpestarle. Quando scoppiano le crisi, poi, allora ci si ricorda del sindacato e si cerca di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. A chi scrive si dirà semplicisticamente – com’è accaduto in passato – che tanto è al “caldo“. Ignorando che sta vivendo uno stato di crisi e pagando – insieme agli altri che versano all’Inpgi – casse integrazioni e disoccupazioni anche di chi in passato ha accettato di tutto, salvo poi scoprire il sindacato.

La lotta al caporalato del documento che si propone a seguire, è assolutamente condivisibile.

stamparomana

Associazione Stampa Romana

Anche negli anni ruggenti della stampa, delle tipografie con la stampa a piombo, esistevano fogli e giornali che pubblicavano senza rispettare le norme di legge: scritti da chi non era iscritto all’Ordine, non registrati nei tribunali, senza alcuna regolarità contrattuale e che non garantivano contributi previdenziali, ferie e gli altri diritti fondamentali del lavoratore.

La cronaca si sostituisce oggi alla storia. Il web rilancia e moltiplica il tema.

Esistono testate soprattutto ma non solo on line, dal Pontino alla Tuscia passando per la provincia di Roma in cui si assiste a una completa deregulation, in cui la logica del più furbo e scaltro è l’unica vincente.

Ci sono redazioni in cui non si fanno contratti regolari, in cui non si pagano contributi previdenziali e sanitari, in cui i collaboratori sono pagati un tanto al chilo, ogni tanto al chilo e a volte sono addirittura costretti ad anticipare le spese.

Ci sono testate on line che non sono neanche registrate.

Il far west determina una concorrenza sleale nei confronti del giornalismo professionale, delle testate regolarmente registrate, di tutti quegli editori che, pagando i contributi, fanno vivere i nostri istituti di categoria.

Stampa Romana raccoglie la preoccupazione dei colleghi e delle colleghe costretti a vivere quotidianamente nell’incertezza, invitando chi lavora in condizioni di sfruttamento e di autentico caporalato a uscire dalla logica del ricatto per pochi spiccioli e a denunciare l’illegalità diffusa.

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione chiede pertanto all’Inpgi di attivare le ispezioni per ristabilire la legalità e all’Ordine dei giornalisti di controllare chi esercita la professione (anche negli uffici stampa), comminando inoltre le opportune sanzioni qualora se ne ravvisassero gli estremi.

Il sindacato vigilerà anche affinché qualche furbetto tra gli editori non faccia il gioco delle tre carte per intascare gli sgravi contributivi che l’Inpgi si appresta a varare.

Il Consiglio Direttivo ASR

Delega intercettazioni, attenzione ai nuovi tentativi di bavaglio

bavaglio

L’avesse fatto il governo Berlusconi le grida si sarebbero sprecate. Anzi, saremmo già andati in piazza. Ammettiamolo senza problemi, al punto di concordare con la puntuale ricostruzione del Fatto Quotidiano. A maggior ragione se c’è chi prima le pensava in un modo e oggi in un altro sull’argomento.

E’ vero che i giornalisti potranno dire la loro, vero che non c’è ancora nulla, ma la voglia di bavaglio resta elevata come ricorda la Fnsi e non solo in Italia.

Siamo alle solite: anziché preoccuparsi di cose molto più serie, la prima preoccupazione di chi governa è evitare che i cittadini conoscano i fatti. Con la scusa delle intercettazioni – per le quali esistono regole e sanzioni – si vuole impedire di rendere noto quello che succede. Con la scusa della privacy – ma qualcuno rileggesse l’articolo 6 del nostro codice deontologico, per piacere – si cerca di tutelare chi nell’ambito di un’inchiesta ha usato frasi utili ai magistrati per l’ordinanza di custodia che lo riguarda.

Non proviamo a girarci intorno, insomma, questa delega è l’ennesimo tentativo di censura. Dobbiamo rispondere no, come abbiamo fatto sempre, e continuare a fare il nostro dovere di informare, per rispettare il diritto dei cittadini a sapere.

Raccontare dà fastidio, è il caso di rallentare

Leggi i padri di questo mestiere, tieni in mente quello che dicono, ricordi che hai un ruolo per il quale devi raccontare, attenerti alla “verità sostanziale dei fatti”, criticare se necessario. Devi anche rispettare, sempre e comunque, le persone coinvolte nelle vicende. Poi ricordi la battuta dell’arrestato per tangenti che ti disse “attento a quello che scrivi” e la risposta – valida per qualsiasi protagonista di notizie – “tu attento a quello che fai, perché senza il tuo modo di agire non avrei scritto e non scriverei”.

Questo spazio è nato quasi per gioco, dopo alcuni mesi di inattività sul “Granchio” (del quale resto un orgoglioso fondatore), un primo libro, il progetto per un altro. Un blog, questo nuovo modo di comunicare, che si è trasformato presto in un punto di riferimento per chi ha la bontà di seguirlo. Uno spazio dove si afferma chiaramente, citando uno dei maestri dei quali parlavo all’inizio, che “il dissenso è nobile, la critica è doverosa”. Si sa, quindi, a cosa si va incontro. Ci si può collegare, leggere, dissentire o concordare. Ma si può anche evitare di fare tutto questo, figuriamoci.

Poi è uno spazio di informazione e io faccio questo mestiere: cerco documenti, racconto, do spazio alle repliche, critico, dissento. Da oggi lo farò più di rado, per varie ragioni, magari mi dedicherò meno a questioni locali, il mondo per fortuna non inizia né finisce ad Anzio. Fermarsi no, non sarebbe giusto, ma prendere un po’ di distacco è necessario.

Perché questa città – diciamo meglio, la sua classe dirigente – è brava a fare confusione. Ad appiccicare etichette, a prendersela con chi non c’entra. Pazienza il giornalista “cantastorie” – uno degli ultimi messaggi – se non “patetico”, pazienza minacce di paese, ma quando si coinvolge chi ha il solo torto di dividere con te la vita e di lavorare al Comune, siamo oltre. E’ così da più di un anno, lo si ripete a ogni angolo, ora anche sui social media, c’è un assessore che ha persino annunciato a due colleghe di avere un “dossier” a riguardo. Ma no? Era così quando scrivevo per il Granchio, con grida negli uffici, lo è a maggior ragione oggi.

Perché una classe dirigente che si avvita su se stessa dall’85 a oggi, dove bene o male ritrovi gli stessi protagonisti da 30 anni a questa parte, mal sopporta che qualcuno possa raccontare liberamente. E’ così se scrivi dell’appalto per i rifiuti e la “rincorsa” a una decisione sull’interdittiva della prima arrivata che proprio il Granchio, questa settimana, ha definito “patologica”, se racconti di dimissioni annunciate e ritirate, di sedi sparite, bancarelle, hotel chiusi con un’ordinanza del sindaco che stranamente sono aperti per ospitare richiedenti asilo, se scrivi di un’opposizione di lotta e governo, di finti dissidenti, strane cooperative, incompatibilità, porto delle nebbie e via discorrendo. Parlando sempre di personaggi pubblici, nel loro ruolo, mai coinvolgendo altri.

Il rispetto, dicevo, da più di 30 anni racconto questo territorio e quando avrei potuto infierire – basta pensare agli arresti e alle sentenze – mi sono sempre ricordato dei doveri professionali, di persone coinvolte, di indagati e non già condannati.

In una città normale i giornalisti fanno questo, anche sbagliando a volte, poi ciò che dicono si condivide o meno, si critica o non, ma rappresentano una risorsa per il dibattito. Per provare a volare alto. Qui no, più sono liberi e più sono “nemici“. Più rifiutano chi vuole acquistare quote, offre chissà quali dossier, più danno fastidio. 

Ma  perché tanta insofferenza? Questo attaccarsi all’impossibile per provare a colpire chi scrive? Dal giorno dopo il ballottaggio del 2013 chi fa “ragionamenti” e ha poco altro a cui pensare se non la politica da bar – lo sviluppo della città può attendere – mi indica come potenziale candidato sindaco. Ho risposto in altre sedi e non ho molto altro da aggiungere.

Anzi sì: prima di partire dal candidato sindaco, si dovrebbe provare a vedere su cosa si può essere d’accordo: legalità assoluta, nessuna commistione tra politica e struttura amministrativa, cittadini che hanno risposte senza la necessità di ricorrere al consigliere o all’assessore di turno, eventi di qualità e non per accontentare l’associazione (magari appena costituita) di turno, revisione dello strumento urbanistico, nuovo statuto aperto alla reale partecipazione dei cittadini, stop ai contributi a pioggia, censimento di associazioni e sedi, fine delle rendite di posizione, un programma di attrazione e sviluppo turistico a breve, media e lunga scadenza.

Io resto a fare il giornalista, per uno dei quotidiani più importanti d’Italia, magari scrivo un altro libro-inchiesta, continuerò a tenere un occhio su questa città che resta unica e straordinaria, pur con tutti i suoi mille difetti ma per fortuna con diverse eccellenze. Lo farò senza essere bravo, bensì ricordando ciò che ci insegna Joseph Pulitzer: “Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri”.

Cercare di farlo capire a chi “ragiona” è particolarmente difficile. Siamo sempre ad Anzio.

Le denunce di Agostino, è bene non ignorare

agostino

Attraverso il suo profilo facebook Agostino Gaeta denuncia, per l’ennesima volta, pressioni e minacce. E lamenta lo scarso interesse per quanto segnalato. E’ un “capoccione” Agostino, spesso non siamo d’accordo, ma ignorare quello che scrive rispetto all’aggressione non è bene.

La solidarietà di chi scrive c’era, c’è e ci sarà. Sarebbe bene che almeno Ossigeno per l’informazione seguisse più da vicino la sua vicenda e quello che succede, in generale, ad Anzio e Nettuno. La denuncia per stalking, poi “chiarita” da Marcello Armocida, era e resta una notizia e sarebbe un preoccupante precedente.

Le querele temerarie sono un problema, chi in modo sprezzante definisce “giornaletti“, chi fa identificare i cronisti, chi gli urla contro dal vivo e su facebook, tutto questo dice del clima sempre più difficile che viviamo.

Con la voglia di mollare che ci assale spesso, ma difficilmente daremo una soddisfazione del genere. Vero Agostino?

Giornalisti fastidiosi, la professione ai tempi dei personal media

Giampaolo Pansa (www.ilgiornale.it)

Giampaolo Pansa (www.ilgiornale.it)

Un direttore generale della Asl di Latina, qualche anno fa, raccontava che a leggere il titolo di un articolo andava su tutte le furie. Poi leggeva il testo, restava comunque adirato perché la notizia era apparsa, ma si fermava a riflettere. A cercare di capire cosa ci fosse di vero in quell’informazione e  – dato che era stata verificata da chi l’aveva scritta – a comprendere dove avesse sbagliato la Asl o dove ci fossero stati problemi in ospedale. “Ecco,voi mi fate incavolare – ripeteva ai giornalisti – però mi date anche l’occasione di capire e intervenire“. Succedeva non molto tempo fa, con chi non metteva certo i tappeti rossi ai giornalisti e anzi, come altri, cercava di capire come facessero a sapere cose prima di lui, ma che aveva rispetto di professionisti del settore e dialogava.

Al contrario di politici di ogni schieramento e che – dal direttivo locale di un partito al parlamento – preferiscono “sparare” su chi scrive di loro, quel direttore generale faceva delle notizie una opportunità. Criticando, anche, e ci mancherebbe altro, ma mai dicendo a chi scriveva che era manovrato, prezzolato, incapace, bugiardo e via discorrendo. Gli aggettivi potete aggiungerli a piacimento.

Quando volevo fare questo mestiere partecipai, giovanissimo, a una lezione di Giampaolo Pansa. Aveva appena pubblicato “Carte false“. Disse che se volevamo veramente diventare giornalisti dovevamo essere capaci di fare una visura in camera di commercio (non c’era internet, allora…) e in tribunale, conoscere un direttore di banca, di non fermarsi all’apparenza, approfondire… Ebbi la fortuna di discutere con lui nel 2009 ad Anzio, quando da sinistra lo accusavano per il suo presunto “revisionismo”  per i suoi libri. Gli chiesi chi glielo avesse fatto fare: “E’ il mio mestiere, potevo mica fermarmi a Carte false“.

Ecco, è il nostro mestiere. Lo stesso Pansa lo ricordava senza peli sulla lingua in un articolo sull’Espresso il 25 agosto 2005. Lo tengo nella bacheca alle mie spalle, in redazione. Il testo è in questo blog, ma vale la pena di ricordare il sommario: “Se il giornalismo non è cattivo, un po’ carogna e senza rispetto per chi comanda che giornalismo è?” Era vero ai tempi di “Carte false“, lo era dieci anni fa quando Pansa pubblicava quell’articolo, lo è a maggior ragione nell’era dei “personal media“, quando ciascuno diffonde le notizie che ritiene sui social network e tanti che fanno questo lavoro gli vanno dietro a copiare e incollare, rinunciando al loro ruolo vuoi per fare presto, vuoi per chissà quale piaggeria.

Certo, è cambiato il modo di svolgere il lavoro, ormai un “tweet” annuncia, per esempio,  quello che prima si sapeva – a fatica – dopo lunghe “liturgie” di partito. Ma il cinguettio non basta se vogliamo restare nell’ambito di una professione credibile, che approfondisce, cerca dati, verifica, incrocia, dà qualche fastidio a chi occupa un ruolo pubblico. Fermarci a copiare e incollare serve a riempire spazi, inondare i siti di cose magari non verificate o di scarso interesse per il pubblico, toglie a questo lavoro il gusto di farlo.

E di far andare su tutte le furie un direttore della Asl piuttosto che un sindaco, un assessore piuttosto che un personaggio politico. Poi c’è chi reagisce cercando di capire, chi viene chiamato in causa per A e risponde da B a Z ma evita l’argomento, chi pensa che sei un fastidioso rompiscatole che ha chissà quali “padroni” o mire, usa vicende estranee per sviare il discorso, minaccia o fa querele temerarie.

Pazienza,  dipende dalla predisposizione al dialogo, alla comprensione o meno, di chi viene chiamato in causa. Problemi loro. Non per questo i giornalisti devono smettere di essere tali. Soprattutto al tempo dei personal media.