Porto, le scoperte del giovane Marco

maranesi1

L’attivissimo – almeno mediaticamente – Marco Maranesi, con il suo nuovo compagno di cordata Davide Gatti, scopre i patti parasociali che regolano i rapporti tra Capo d’Anzio e Italia Navigando prima, Marinedi ovvero Renato Marconi adesso. Da ex capogruppo di Forza Italia non sa o non ricorda che a luglio 2012 – lui era in quel partito ma non ancora eletto – il consiglio comunale votò all’unanimità la riacquisizione delle quote secondo quei patti parasociali. Di Marconi si parlava già – per una decisione presa a livello governativo, lo diciamo anche per chi fa ricorsi sostenendo che la cosa non è mai stata resa pubblica – e a settembre sarebbe trascorso l’anno di tempo che Italia navigando aveva per trovare i soldi da quando era stata ottenuta la concessione. Termine che passava pari pari a Marconi. Il sindaco non ha mai dato corso a quell’ordine del giorno, anzi ha sostenuto che Marconi era in qualche modo “utile” alla Capo d’Anzio. Al punto che, un anno dopo, il consiglio comunale nel quale Maranesi era capogruppo di Forza Italia, bocciò la proposta dell’opposizione di dar corso a quella volontà e di riprendersi le quote. C’è da sperare che Maranesi conoscesse già i patti parasociali e che abbia appreso – insieme a Gatti – un po’ di storia recente della Capo d’Anzio. Perché altrimenti ignora che tutto ciò che hanno fatto il presidente Luigi D’Arpino e il consigliere d’amministrazione Franco Pusceddu (per legge deve esserci un dirigente del Comune in una società partecipata…) è frutto di decisioni dell’assemblea dei soci, alla quale il sindaco partecipa come rappresentante del 61% delle quote.

Se poi si fa una battaglia “politica” – così la chiamano… – il discorso è diverso. Ma di procedere con l’inversione del crono programma, di sistemare e gestire intanto l’attuale bacino, di avere un piano finanziario con quei canoni, l’hanno stabilito Bruschini e Marconi in assemblea dei soci. Di sanare le casse della Capo d’Anzio lo hanno suggerito – negli ultimi due bilanci – i revisori dei conti.

Il consiglio d’amministrazione ne ha preso atto e ha messo in piedi gli strumenti per dar corso a quella volontà. Che poi Bruschini prima a settembre abbia annunciato il bando e detto che voleva riprendersi le quote, quindi adesso lo abbia ribadito, sarà sempre “politica” ma intanto la Capo d’Anzio rischia di fallire o di essere venduta. E non per volontà del presidente o del dirigente di turno contro il quale scagliarsi, ma perché risponde al codice civile ed è prossima al fallimento mentre la “politicagioca.

Da mesi, da quando Maranesi era ancora capogruppo, si chiede da questo modesto spazio di avere chiarezza. Inutilmente.

Ecco, al posto di D’Arpino – che può agire liberamente per la sua carica, meno Pusceddu che è pur sempre dipendente del Comune – ce ne saremmo andati dopo il consiglio comunale di settembre nel quale il sindaco aveva svelato la sua “strategia” ovvero di cacciare Marconi dopo averlo sostanzialmente usato e rifare il bando. Maranesi era ancora capogruppo e di D’Arpino e Pusceddu non si interessava poi tanto. Figuriamoci Gatti che era all’opposizione e sul porto stava (e sta, immaginiamo) a quello che diceva Candido De Angelis.

Le dimissioni di D’Arpino andrebbero chieste per la mancanza di una strategia comunicativa con i soggetti ai quali andava spiegata, non “imposta”, l’inversione del crono programma. Ma questa strategia, l’assemblea dei soci, non l’ha mai indicata. Né il presidente ha pensato di attuarla. E D’Arpino dovrebbe dimettersi anche perché il suo socio di maggioranza, il Comune, non è capace neanche di dargli una sede perché le conchiglie sono più importanti del porto e il locale di piazza Pia serve a un fantomatico “museo”.

Insomma, sono altre le ragioni per cui andarsene. Su quote e strategie, se non condivise, andrebbero chieste le dimissioni del sindaco.

Porto, il bando dei miracoli. C’è chi finge di non capire

Quando ci volevano far credere che le procedure per il nuovo porto erano sbagliate e che occorreva sistemare solo il bacino interno, facevamo notare che occorreva cambiare piano regolatore portuale, progetto e rifare conferenze dei servizi e quant’altro.

Ora che la Capo d’Anzio – con il benestare del sindaco, rappresentante del Comune che è socio di maggioranza – è prossima al fallimento, dopo aver fatto invertire il cronoprogramma e dopo essere passata dal realizzare il porto a gestirlo, arriva il bando di gara. E’ stato nuovamente annunciato dal primo cittadino, sembra in dirittura d’arrivo, intanto il consiglio comunale ha votato per riacquisire le quote di Marinedi.

Cosa debba fare la Capo d’Anzio adesso non è chiaro. Prosegue con la gestione, le fasi 1 e 2 previste lì o si ferma? Questa è la prima domanda, quella che nessuno pone al socio di maggioranza , pensando forse che riprendendosi le quote è tutto a posto. A parte che è difficile riaverle, al valore nominale andranno aggiunti i lavori commissionati al socio privato. Che l’avvento di Renato Marconi, prima, la “trasformazione” in Marina di Capo d’Anzio e tutto il resto, poi, avrebbero messo il Comune in un vicolo cieco lo sosteniamo da tempo. Dare corso nel luglio 2012, dopo la votazione unanime del Consiglio comunale, alla decisione di far valere i patti parasociali avrebbe avuto un senso e forse avrebbe portato già a una via d’uscita. Oggi si può fare, ma è tardi e più oneroso. E non era lo stesso sindaco a dire che “la società deve andare avanti” anche se fosse stato avviato il contenzioso? Oggi – riformuliamo la domanda – va avanti con le fasi 1 e 2, riscuote i canoni concessori, manda via (ammesso vinca al Tar) gli ormeggiatori o con il bando si blocca tutto? Non è che si vuole proprio questo, cioè dire: abbiamo fatto la gara, lasciamo il mondo come si trova, poi vediamo? E’ lecito, sicuramente, ma occorre essere chiari e dirlo. Al tempo stesso assumersi la responsabilità di rischiare il fallimento della Capo d’Anzio, società che ha fatto – piaccia o meno a Maranesi e Gatti – quello che l’assemblea dei soci, sindaco compreso, gli ha detto. Mandiamo via il consiglio d’amministrazione, va bene, ma forse mandiamo prima a casa chi ha dato le direttive. O no?

Facevano presto a dire “si fa solo l’interno” quelli che non volevano questo progetto – ignorando che c’erano tante procedure da rifare – fanno con altrettanta faciloneria, oggi, quelli che dicono “si fa la gara, tutto a posto”. Perché non è così. Intanto il bando deve arrivare, essere votato in consiglio d’amministrazione della Capo d’Anzio – dove nel frattempo, c’è da immaginare, al socio privato saranno state chieste indietro le quote – quindi pubblicato sulla gazzetta ufficiale italiana ed europea. Bene, fosse pronto oggi servirebbe almeno una settimana per farlo approvare nel consiglio d’amministrazione, poi andrebbe “prenotata” la pubblicazione sulle gazzette– diciamo un’altra settimana – e siamo arrivati al 20 marzo. Dalla pubblicazione, data la complessità della gara, passano almeno 90 giorni. Il bando precedente, quello andato deserto, dava tre mesi di tempo. Siamo al 20 giugno. Se qualcuno si presenta e la commissione lavora a ritmo forsennato serve almeno un mese di tempo, siamo arrivati al 20 luglio. La gara viene aggiudicata e se non ci sono ricorsi, chi vince ha – lo prendiamo sempre dal precedente bando – sessanta giorni di tempo per presentare il modello fisico tridimensionale e centoventi per il progetto esecutivo. Se li fa insieme, siamo arrivati al 20 novembre e se la conferenza dei servizi approva l’esecutivo (a dicembre) i lavori iniziano a gennaio 2016. Correndo e se il bando fosse pronto oggi, quando sappiamo che non è così.

Nel frattempo? Il porto resta nelle condizioni attuali, ognuno continua a gestire il suo spazio a volte impunemente, se il canale di accesso si insabbia si vedrà. Ma intanto ci riprendiamo le quote – giusto, giustissimo – poi come si dice dalle nostre parti chi vuole Dio se lo prega.

Peccato – piccolo particolare – che ci sono di mezzo i soldi dei cittadini….

Il porto, le quote, i ricorsi. Intanto la Capo d’Anzio fallisce

porto_anzio

La delibera sulla riacquisizione delle quote, votata all’unanimità, va nella stessa direzione di un ordine del giorno approvato all’unanimità il 19 luglio 2012 e al quale il sindaco Luciano Bruschini non ha mai dato corso. Anzi, quando le opposizioni lo riproposero, un anno dopo, venne bocciato. Il sindaco spiegò in consiglio comunale che c’era ormai Renato Marconi con la sua Marinedi, che il socio privato stava facendo – e ha continuato a fare, aggiungiamo noi – quello che il Comune non poteva, che voleva pure lasciare le quote ma non al valore nominale come previsto dai patti parasociali e che si doveva fare un arbitrato, quindi le cose sarebbero andate per le lunghe. Nel frattempo due pareri legali chiesti a un primario studio romano, sull’argomento, non sono mai stati resi noti.

Adesso sindaco e maggioranza – sollecitati da Candido De Angelis – hanno cambiato idea. Benissimo, sul porto pubblico siamo tutti d’accordo da tempo. Peccato si perda di vista quanto è accaduto dal 2012 a oggi, le direttive che il sindaco stesso ha dato alla Capo d’Anzio dove rappresenta il socio di maggioranza (il Comune, quindi i cittadini) di procedere in modo diverso. Salvo dire, in consiglio comunale, a settembre 2014, che ora che il cronoprogramma era stato invertito e che la concessione aveva tutt’altro valore, Marconi poteva anche accomodarsi. Anzi, che avrebbe fatto un nuovo bando di gara. E salvo promettere con “parola d’onore” che entro ottobre avrebbe avviato la riacquisizione delle quote. Cosa che non è avvenuta e non poteva avvenire, perché nel frattempo la Capo d’Anzio aveva – e ha – un piano operativo che va in direzione esattamente contraria a quella che il sindaco afferma. Le ormai famose “fasi” 1 e 2 per far partire la gestione del porto e consentire alla Capo d’Anzio di non fallire sono di dicembre 2013. E’ arcinoto che la società è con l’acqua alla gola e o incassa – cosa che non riesce a fare, nonostante la consegna delle aree avvenuta a luglio 2014 – o chiude. Senza contare la spending review che potrebbe obbligare a vendere tutto.

La Capo d’Anzio era costretta, dagli eventi, a fare una cosa con il beneplacito del socio di maggioranza e nel frattempo lo stesso socio diceva altro. Ora vuole riprendere le quote, benissimo, ma siamo così certi che il privato, al quale sono stati affidati una serie di servizi e che ha messo a disposizione anche 200.000 euro “a titolo fruttuoso” come si legge in uno dei verbali d’assemblea se ne vada buono buono? No, presenterà un conto talmente salato a chi gli ha fatto fare progetto della sistemazione interna, contabilità, contatti con i clienti e quant’altro che il Comune non potrà sostenere.

Che Marconi fosse – lo diciamo in termini bonari, sia chiaro – un “filibustiere” era noto. Che parli, politicamente, a destra come a sinistra anche. Basta vedere come ha acquisito le quote di Italia Navigando e come si è ritrovato dieci porti con il beneplacito di diversi governi. Da più di un anno mettiamo sull’avviso rispetto alla “scalata” del privato, ma ci si ricorda delle quote in extremis e – purtroppo – con scarse possibilità di riuscita. O magari aspettando il bando che viene rimandato di mese in mese e sembra ormai prossimo. Che ne dice Marconi? In un recente servizio del Tg3 il consigliere d’amministrazione della Capo d’Anzio per conto di Marinedi, Antonio Bufalari, sostiene che nel 2016 ci sono le nuove banchine e i nuovi servizi “per rendere il porto di Anzio protagonista nello scenario del Mediterraneo”. A chi dobbiamo dar retta? E sarà scritto nel bando, eventualmente, che Marconi viene liquidato da chi vince? E siamo certi che c’è questo fantomatico investitore pronto? Lo speriamo, perché pure qui, mentre si attende e si profila un contenzioso anche con Marconi, la Capo d’Anzio chiude, porta i libri in Tribunale o va messa sul mercato.

Il motivo è chiaro: facendo ognuno il suo – e ci mancherebbe – tra ricorsi degli ormeggiatori, richieste di adeguamento dei canoni al ribasso che i cantieri avrebbero avanzato in questi giorni (da niente che pagavano, anche qualcosa in più sarebbe troppo) e circoli che negano l’evidenza, la società è ferma e il piano finanziario proposto con l’accordo del sindaco va a farsi benedire. In tutto questo si resta basiti quando fior di avvocati – che fanno il loro lavoro, per carità – scrivono in un ricorso che non si conoscono gli atti di concessione e inversione del crono programma che sono pubblici, basta collegarsi al bollettino ufficiale della Regione Lazio.

E’ che si continua, ognuno, a fare il suo senza pensare che il porto è certamente di chi ci lavora, ma prima ancora della città, dove però gli interessi particolari vengono – da sempre – prima di quelli generali. . Il rischio è che il porto rimanga così per sempre. Tutto sommato a chi ha attività storiche ma anche rendite di posizione ultra decennali va bene. A meno che non arrivi davvero il Marconi di turno, poi ne vedremo delle belle.

Il porto delle nebbie, il sindaco grande assente

capodanziouffici

Il sindaco non si confronta in consiglio comunale, il Circolo della vela di Roma presenta una diffida, gli ormeggiatori evitano lo sgombero ricorrendo al Tar, le tensioni sono quotidiane e finalmente – con i tempi delle liturgie di partito – anche il Pd sottolinea come sul porto si stia giocando una partita pericolosa. Pericolosissima.

La città, proprietaria del 61% delle quote della Capo d’Anzio, rischia di perdere tutto. E il porto di finire in mano a un privato. Diciamo le cose come stanno, una volta per tutte. Ha ragione il Pd a sottolineare la scarsa coerenza tra quello che ha fatto la società – nelle assemblee, presente Luciano Bruschini, e nei consigli d’amministrazione – e ciò che invece ha in mente il sindaco. In questo “balletto” – al netto delle iniziative di chi difende il proprio posto ma anche più di qualche privilegio – il grande assente è proprio il sindaco.

Il famoso bando che ripropone una gara – con il rischio che alla realizzazione si unisca la gestione e che la Capo d’Anzio ovvero la città sia nuovamente estromessa – andata deserta due anni fa, non vede ancora la luce. E mentre Bruschini lo annuncia – ma non si presenta a dirlo in Consiglio comunale, portandosi dietro la maggioranza compresi i presunti “nuovi” della politica – la Capo d’Anzio si muove per fare altro. Perché altrimenti fallisce. E lo fa con il beneplacito nei verbali d’assemblea del sindaco. Qual è la verità?

Possiamo parlare giorni del fine per il quale era nata la società, anzitutto costruirlo il nuovo porto, del progetto, dell’ingresso di Renato Marconi (si sapeva chi fosse, gli ormeggiatori che inviano dossier fanno bene a ricordarlo ma la sostanza oggi non cambia), degli errori commessi in questi anni e degli ostacoli posti. E’ il passato, mentre dobbiamo guardare al domani. Per questo non vorremmo che qualcuno stesse realmente mirando a far fallire la Capo d’Anzio proprio mentre è in grado almeno di invertire la tendenza dei propri bilanci, con il porto che finisce in mano a Marconi o chi per lui. A chi giova? Al socio privato? A chi potrà dire politicamente “l’avevamo detto?” A chi ha stretto qualche singolare accordo con imprenditori pronti per un eventuale bando ma che restano alla finestra?

Dal socio di maggioranza, rappresentante dei cittadini proprietari del 61%, ci si aspetta una presa di posizione chiara: la Capo d’Anzio oggi è l’unica concessionaria, piaccia o meno a circoli e affini, e la legge va fatta rispettare. Anche con gli sgomberi se occorre, fatti bene e non impugnabili come quello singolare emesso e poi ritirato dal Comune.  Non si gioca… E invece non si è ancora in grado nemmeno di assegnare una sede alla propria società, quella in piazza Pia sembra “promessa” a una mostra di conchiglie alla quale terrebbe particolarmente il vice sindaco Zucchini. La Capo d’Anzio ha trovato ospitalità dai marinai in congedo…

E’ un esempio che la dice lunga. E intanto Bruschini continua a tacere, anzi parla con pochi intimi, e intorno vediamo troppe manovre e sentiamo troppe voci. Servirebbe – in consiglio comunale, meglio ancora nelle assemblee pubbliche promesse e mai svolte dal primo cittadino – quella di chi rappresenta noi tutti nella Capo d’Anzio e nel porto che – non mi stancherò mai di ripeterlo – era, è e resta “nostro” e non di pochi intimi.

Il porto, i privilegiati, la fuga della maggioranza. E’ meglio chiudere

L'home page del sito Marina di Capo d'Anzio, registrato dal socio privato

L’home page del sito Marina di Capo d’Anzio, registrato dal socio privato

Facciamo un esempio terra terra: sono stato fra i fondatori della cooperativa “il Granchio”, editrice dell’omonimo settimanale. Ne sono uscito dopo diversi anni, adesso decido di andare da un avvocato e diffidare la cooperativa perché edita un giornale. Voglio vedere se è “eventualmente” autorizzata a farlo. Vi starete chiedendo cosa c’entra, ne sono certo.

Ebbene è il modo per introdurre la diffida che il Circolo della vela di Roma ha fatto Regione, Comune e Capo d’Anzio. Legittimo, per carità, se non fosse che a presiedere quel circolo c’è chi è stato in consiglio d’amministrazione della Capo d’Anzio dal momento della costituzione fino al 3 settembre 2008. Quindi anche dopo la richiesta di concessione demaniale, fatta a marzo 2005.

Uno può essere stato disattento, certo, ma chiedere gli atti oggi somiglia a una beffa. Peggio, al tentativo di mantenere un privilegio pagando meno di 3.500 euro l’anno. La concessione e l’inversione del crono programma sono atti pubblici, ma al Circolo della vela fingono di non saperlo. Hanno le loro ragioni da difendere, bene, tanto gli interessi della città alla quale asseriscono di aver dato tanto vengono dopo. Meglio tenersi lo spazio, pagare neanche 300 euro al mese, mantenere corsi, ristorante, bar, spazi in via molo Pamphili occupati tutto l’anno. Il porto? Pazienza. C’è un passaggio che colpisce della diffida, quello che contesta la “asserita esclusiva a favore della Capo d’Anzio del diritto di concedere l’autorizzazione allo svolgimento di attività, anche di ormeggio di imbarcazioni”. Perché il circolo fa anche da ormeggiatore? Non ci sarebbe da stupirsi nel porto dove per decenni hanno fatto un po’ tutto tutti, senza controlli.

Adesso che c’è una concessione, adesso che la Capo d’Anzio – certo, per fare altro rispetto a ciò per cui era nata – ne ha la titolarità, spariscono tutti quelli che volevano (?) il porto. Si passa a diffide e carte bollate.  La società ha sbagliato nella comunicazione e l’approccio, lo ripeto da mesi, ma qui occorre cominciare a dar ragione a Luigi D’Arpino che da tempo asserisce che il porto realmente c’è chi non lo vuole. E ha fatto bene, il presidente della Capo d’Anzio, ad annullare la conferenza dopo la fuga di sindaco e maggioranza, compresi i presunti “nuovi” della politica anziate. Va a rispondere D’Arpino quando il sindaco, proprietario del 61%, si guarda bene dal farlo alimentando i dubbi sull’intera operazione porto? Quando con un comportamento del genere si alimenta il comportamento di chi si batte affinché non si faccia più nulla?

E tanto Bruschini ha ragione, oltre le dichiarazioni stampa che hanno risvegliato persino il 5stelle Tontini aspettiamo ancora un manifesto banalissimo o mezzo comunicato nel quale farlo notare da parte dell’opposizione di varia natura. Ma sì, va bene così… Intanto gli spari ad Alessandroni hanno fatto già dimenticare il Consiglio a vuoto.

Hanno ragione gli ormeggiatori, ha ragione il Circolo della vela. Perché cambiare se finora è andato avanti tutto così, sia pure per pochi? La città può attendere. E quando il porto sarà insabbiato non ci sarà più la Regione a dragarlo, attenzione, quando la Capo d’Anzio sarà fallita allora arriverà il privato e vedremo se ci saranno diffide o atti simili.

Magari è quello che qualcuno vuole davvero. Dovrebbe avere il coraggio di dirlo. Intanto sarebbe meglio cominciare a far rispettare le leggi – tutte – e se necessario chiudere un porto che non è sicuro, dove si svolgono attività abusivamente o al limite della legalità. Speriamo che se non Capitaneria, Finanza e chiunque abbia giurisdizione locale cominci a muoversi qualcuno a livello superiore. La misura è colma.

Fermarsi, ripartire. E’ finita l’epoca del centro-destra di Anzio

sindaco30

Anni fa, commentando la mancata qualificazione del Nettuno baseball ai play off, il collega Mauro Cugola scrisse sul “Granchio”: fermarsi, ripartire. La parabola era arrivata al punto più basso. Era finita l’era di una squadra capace di dominare negli anni ’90 e si doveva cominciare a ricostruire. Cosa che in parte venne fatta, salvo arrivare ai giorni nostri con due società contrapposte fra loro e una storia e tradizione ormai in disarmo.

Un esempio sportivo per introdurre la vicenda del centro-destra di Anzio che si trova al governo. Gli spari ad Alberto Alessandroni, secondo assessore nei confronti del quale si arriva a un’intimidazione simile – dopo Patrizio Placidi – sono il segnale che la misura è colma. Non conosciamo il movente, ma sembra palese che ormai la corda si sia tirata troppo. In tutti i settori. Speriamo che si arrivi presto a capire il motivo di quegli spari e si assicurino i responsabili alla giustizia. Non facciamo la fine della vicenda Placidi, insomma, della quale non abbiamo mai conosciuto l’autore.

E’ chiaro che fare indagini sugli abusi d’ufficio è molto più semplice, ma qui si spara contro esponenti pubblici e vorremmo conoscere gli autori.

Senza contare che la sicurezza percepita dai cittadini è ai minimi termini, una singolare commissione che dovrebbe occuparsene ha iniziato la sua attività ma non vediamo ancora alcun frutto, qualcuno si diletta con le “ronde”, e alla fine rischiamo di assuefarci.

Chi spara non ha mai ragione, sia chiaro, ma se la cosa riguarda l’attività politica di Alberto Alessandroni come riguardava quella di Placidi, è chiaro che arrivare  a tanto è segno di equilibri che si sono rotti, magari promesse non mantenute, “affari” saltati. Non lo sappiamo e, anzi, speriamo di sbagliare. Ma la misura è colma certamente per gli spari – vicenda gravissima – ma soprattutto per come questa classe dirigente che ha fatto degli incarichi politici una professione sta gestendo la città.

Il sindaco del “non so niente” ha lasciato fare nel suo primo mandato, continua a girarsi dall’altra parte in questo, Placidi veleggia verso il ventennio da assessore e i risultati non sono così brillanti, Alessandroni è assessore da dodici e fatichiamo a capire cosa abbia fatto, Borrelli presiede il consiglio comunale da quasi venti, Zucchini ha fatto il direttore generale, era stato assessore e sindaco prima, oggi è assessore di nuovo, Attoni è l’uomo buono per ogni stagione e partito, anche la Nolfi che pure è all’esordio ha radici ben salde nella Prima Repubblica, così come Bianchi. E’ il metodo che non funziona più, è la visione di dove sta andando questa città che manca. E i nuovi consiglieri che non si confrontano sul porto, com’è stato nei giorni scorsi, sono la cartina di tornasole di una sorta di assuefazione al vecchio modo di immaginare la politica e lo sviluppo della città: una cosa tra pochi intimi, forti dei voti ottenuti. Una cosa per accontentare questa cooperativa piuttosto che l’altra o l’associazione amica, magari alla prima fattura della sua gestione.

I voti sono la democrazia, certo, ma ricordiamo bene l’ultima  tornata elettorale e un’indagine su voto di scambio è aperta in Procura.

Eppure c’è stato, in passato, un centro-destra che se non altro ci ha fatto discutere sul futuro. Che poi il piano regolatore sia stato una colata di cemento, al quale si sono aggiunte troppe furberie, o il porto sia al palo, con un progetto ormai irrealizzabile, è un dato di fatto. Ma a Candido De Angelis anche parte dell’opposizione ha riconosciuto di aver saputo fare il sindaco. Senza preoccuparsi del dopo, evidentemente, perché nel “passaggio” a Bruschini (o D’Arpino, sarebbe cambiato poco) si sapeva e bene come sarebbe finita. Perché in quel decennio non si è provato a costruire una classe dirigente alternativa ai Placidi, agli Alessandroni, agli Zucchini e via discorrendo. Perché “abbiamo i voti e  facciamo come ci pare“. De Angelis quando se n’è accorto ha provato a riunire il centro-destra, a dire che gli assessori dovevano restare al palo, ma sapeva che era ormai troppo tardi e si è arrivati alla spaccatura.

E il punto più basso del centro-destra di oggi – spari o meno – nasce da lontano, non può dire di essere esente da responsabilità, dato anche il ruolo di parlamentare che ha ricoperto, dividendo anziché unire. Per questo l’epoca del centro-destra, di questa classe dirigente, è finita. Magari avrà ancora i voti e continuerà a vincere, ma non ha più ragione di essere. La fuga sul porto è emblematica, di più il silenzio del centro-destra di opposizione che pure aveva convocato quel consiglio e non dice ancora una parola, né fa un manifesto, sulla figuraccia fatta dal sindaco che ha disertato un chiarimento sul punto qualificante del programma. Suo e di chi l’ha preceduto. Nell’epoca dei tweet e dei social si preferisce tacere. Si potrebbe sempre tornare alleati…

Fermarsi, allora, rendersi conto, prendere atto di un fallimento. E ripartire, se si avranno idee di sviluppo prima che caccia ai voti, progetti per la città prima che cooperative e associazioni da sistemare. Non sarà facile e la parabola del Nettuno baseball calza a pennello a questa classe dirigente.

Sindaco e maggioranza in fuga sul porto, è il caso di chiedere le dimissioni

banchivuoti

Hanno ragione Ivano Bernardone e Candido De Angelis. Quello di oggi è un affronto alla città e sul porto – come su tanti altri problemi – la maggioranza sfugge. Non s’è mai vista una cosa del genere, al limite i punti chiesti dall’opposizione venivano relegati in fondo all’ordine del giorno e tirati per le lunghe, ma si discutevano. Stavolta no. Che brutti quei banchi vuoti…

Per questo adesso servirebbe una scelta conseguente: chiedere le dimissioni di Luciano Bruschini. Tentare di alzare il tiro con una mozione di sfiducia. Senza calcoli politichesi, senza pensare “che succede se va male” oppure “ma no li rafforziamo“, tanto meno a “ma con De Angelis no” e – a parti invertite “con il Pd mai“. Né serve immaginare possibili future alleanze se andasse bene. No, oggi serve solo rispondere alla fuga dalle responsabilità della maggioranza, il resto si vedrà.

E se proprio non si trova la forza di chiedere le dimissioni si dovrà fare, al limite, almeno un manifesto (da quando non se ne vede uno…) per denunciare la fuga del sindaco e della maggioranza. Quella delle “vecchie” facce della politica di casa nostra e quella delle “nuove” che si sono subito adeguate.

E’ vero, chi oggi era in Consiglio comunale è maggioranza in città, questo Bruschini lo sa bene. Ed è altrettanto vero che per quanto apprezzabile lo sforzo di Luigi D’Arpino – che sabato ha convocato un’altra conferenza pubblica – e della Capo d’Anzio, è il sindaco a dover rispondere su alcune questioni, come qui e altrove si ripete da mesi. Senza contare che è una evidente contraddizione: non rispondere nella sede deputata al confronto cittadino, fuggire, e poi delegare la società partecipata al 61% dal Comune a farlo.

Ormai sul porto se stiamo alle voci che sentiamo sui potenziali acquirenti, mancano solo Totò e Peppino che vendono la fontana di Trevi, poi pensiamo di averle viste tutte. E non è ammissibile.

Perché nel frattempo la Capo d’Anzio o si vende per la spending review – e almeno incassiamo qualche euro e ne ripianiamo i debiti – o porta i libri in Tribunale. Allora sì che il porto sarà privato e sapremo chi ringraziare.

Il porto e il rischio autogol, qualcosa non torna. Spiegateci

L'home page del sito Marina di Capo d'Anzio, registrato dal socio privato

L’home page del sito Marina di Capo d’Anzio, registrato dal socio privato

Questa mattina si parlerà del porto di Anzio al Consiglio regionale su iniziativa di Valentina Corrado del Movimento 5 Stelle,  domani la maggioranza diserterà il Consiglio comunale chiesto dal gruppo di Candido De Angelis per chiarire i rapporti con il socio privato (e se verrà confermata questa indiscrezione sarà un comportamento molto grave), mentre sabato ci sarà la seconda conferenza pubblica della “Capo d’Anzio”. Settimana importante, senza dubbio, ma sullo sfondo aleggia il rischio di un clamoroso autogol nella vicenda con gli ormeggiatori.

Questa storia del porto non finisce mai di stupire, diciamo la verità, dai tempi di “Marine investimenti” alle proposte concorrenziali alla Capo d’Anzio fatte da “Sofim” e affini, dalla gara deserta all’arrivo di Marconi, dai pareri regionali “a soggetto” a un ordine del giorno unanime non rispettato, c’è sempre qualcosa dietro l’angolo. Così se uno mette in fila i pezzi di carta della vicenda ormeggiatori scopre che qualcosa non quadra affatto.

Le due cooperative hanno ottenuto dal Tar la misura cautelare che sospende il rilascio delle aree. La concessione, è ormai arcinoto, è della Capo d’Anzio, ma quel provvedimento lo ha firmato il responsabile dell’ufficio tributi del Comune. La domanda sorge spontanea: a quale titolo? In questi anni il responsabile dei tributi s’è occupato di tantissime cose, oltre a tenere corsi nei giorni feriali in mezza Italia, ma forse sa solo fisicamente dov’è il porto poiché nella vicenda concessioni e Capo d’Anzio non è mai entrato. Perché, allora, il Comune che non ha la concessione “sfratta” gli ormeggiatori? Non occorre essere scienziati del diritto – anche se siamo sempre in Italia – per dire che l’ultimo avvocato contesta la legittimità di quel provvedimento preso da chi non è titolare della concessione e lascia gli ormeggiatori al loro posto. Né comprendiamo una ipotetica strategia del Comune, proprietario del 61% delle quote, anche perché il sindaco al solito era all’oscuro di questa lettera. Crediamo alla buona fede di Luciano Bruschini, allora, ma al suo posto con un ufficio che sfratta gli ormeggiatori senza che lui lo sappia e un altro che aveva chiuso la Francescana (a proposito, che fine ha fatto?) senza dirglielo, qualcosa non quadra…

Di più: il Comune manda via gli ormeggiatori, quelli fanno ricorso, si sveglia la Capo d’Anzio e va a costituirsi al Tar. A che titolo? Ha la concessione, certo, poteva farla valere prima. Qualche giurista ci spiegherà come fa la Capo d’Anzio a costituirsi in un ricorso su un atto del Comune. O nemmeno alla società sapevano che dall’ufficio tributi era partita quella missiva? Siamo su Scherzi a parte o alla famosa “Corrida” dei dilettanti allo sbaraglio? Una cosa è certa: gli ormeggiatori non avevano tanti appigli, ora sono in una posizione di forza.

Altra considerazione: per mesi il sindaco ci ha ripetuto che Marinedi ovvero il socio privato Renato Marconi che lui non ha mandato via, serviva per fare quello che il Comune non poteva. Vale a dire i progetti, i business plan (quanto ci costerà è tutto da capire) la contabilità e via discorrendo. Possibile non ci sia un avvocato in grado di consigliare una strategia dalla concessione a oggi? E Marconi che arriva persino a mettere i cartelli al porto per dire che le aree sono della Capo d’Anzio, che dice di questa situazione?

O – e qui pensiamo male come avrebbe detto Andreotti – l’errore è voluto. E sarebbe gravissimo. Inaudito. Da Procura della Repubblica. Perché con l’autogol gli ormeggiatori non si muovono, la Capo d’Anzio non inizia la “fase zero”, porta i libri in Tribunale e Marconi finalmente si prende il porto. Come da questo umile spazio si denuncia da mesi. Altrimenti non si va in Tribunale ma non iniziando si applica la “spending review” e la Capo d’Anzio va ceduta. Con Marconi che presenta il conto dei lavori e sarà in prima fila…

Non è questo che volevamo quando ci battevamo per il porto pubblico, della città e non di pochi intimi, sono quasi venti anni che ci scontriamo contro poteri forti, zelanti dirigenti regionali, politici miopi o che guardano solo al loro tornaconto, e perdere la partita per un autogol sarebbe deleterio. Diteci che non è così. Spiegateci.

Il porto, Montino, tre appuntamenti e la chiarezza che non c’è

porto_anzio

Fa un certo effetto leggere che Fiumicino ce l’ha con i porti di Anzio e Civitavecchia. In realtà – a ben vedere le dichiarazioni sul sito del Comune – se la prende con l’autorità portuale che si occupa anche di Gaeta e Civitavecchia, ma la ricostruzione che viene effettuata da affariitaliani e altri siti offre lo spunto per parlare del nostro porto e, perché no, di Montino.

Inizia oggi una settimana in cui di porto si discuterà su tre fronti. Mercoledì in Consiglio regionale c’è il “question time” sull’interrogazione della consigliera del Movimento 5Stelle Valentina Corrado.

Giovedì mattina è convocato il consiglio Comunale di Anzio, su iniziativa dell’opposizione che fa riferimento a Candido De Angelis e sabato la società “Capo d’Anzio” tiene una nuova conferenza pubblica, alla quale è chiamato il sottoscritto a fare da moderatore.

Eppur si muove, insomma, avrebbe detto Galileo Galilei. In tutto questo chi manca è il Comune. Cioè chi detiene il 61% delle quote della “Capo d’Anzio” e ancora non ci fa sapere qual è la posizione ufficiale – per esempio – rispetto alle tre fasi indicate dalla società o alle intenzioni che il sindaco continua a mostrare sul bando di gara. Per la cronaca dopo aver promesso che entro ottobre avrebbe rilanciato l’iniziativa per tornare in possesso delle quote del privato – senza dar corso all’intenzione manifestata in Consiglio comunale – entro gennaio era atteso il nuovo bando. Adesso sembra che l’assenza sull’argomento sarà rimarcata dalla diserzione del consiglio comunale, al quale verrà fatto mancare – ma è una voce – il numero legale.

Né sembra esserci, al momento, via d’uscita sulla vicenda ormeggiatori che rischia di far saltare l’intero progetto. Sarebbe paradossale, una concessione chiesta nella sua totalità, data e poi “bloccata” per gli interessi di ex concessionari non solo rappresenterebbe un precedente, ma porterebbe a riscrivere le regole del Demanio. Solo che siamo in Italia, ci dissero che con il decreto Burlando i porti si sarebbero realizzati in meno tempo, ad Anzio che è stato seguito sono passati 15 anni dalla costituzione della società e 10 dalla richiesta di concessione.

E torniamo a Montino, allora, perché le sue preoccupazioni – sembra dettate più dal futuro assetto dell’Autorità portuale che altro – ci fanno tornare indietro nel tempo. A quando, per esempio, da presidente della Regione eletto da nessuno si schierava contro Anzio spalleggiato da una parte del Pd locale che fa capo a un ex senatore che cade sempre in piedi e dall’allora assessore Bruno Astorre, poi “pentito” dopo un convegno nel quale nessuno prese le sue difese fra quanti andavano a Roma a dirgli che il porto non si doveva fare.

Di Montino dimostrammo, con il Granchio, un interesse diretto a che il porto di Fiumicino si facesse – stessa procedura di Anzio, decreto Burlando – e nessuno dei sacerdoti delle procedure e delle incompatibilità trovò niente da dire. Anzi, l’accordo di programma negato ad Anzio lo votarono, in giunta, anche gli ambientalisti di Sel, quelli di lotta e di governo. Nonostante un intervento previsto in area di dissesto idrogeologico. Oggi Montino fa il sindaco e sente “minacciato” il porto della sua città. Di quello turistico mestamente naufragato, insieme ai palazzi che prevedeva, poco importa. Ma di quello che c’è sì.

So per certo che il sindaco di Anzio ha lo stesso interesse per le sorti del nostro porto, per questo gradirei – non per me, bensì per i cittadini che sono e restano i proprietari del 61% – che spiegasse una volta per tutte qual è la situazione. Basta con i fantomatici acquirenti, i “sentito dire”, i turchi-napoletani o qualche “paisà”. Prima di portare i libri della “Capo d’Anzio” in Tribunale e lasciare il porto a Marconi, rischio concreto se il Tar bocciasse quanto fatto finora, servirebbe qualcosa che si chiede da mesi: chiarezza.

Porto, i diritti degli operatori e quelli dei cittadini

L'home page del sito Marina di Capo d'Anzio, registrato dal socio privato

L’home page del sito Marina di Capo d’Anzio, registrato dal socio privato

Forse verrà un giorno nel quale saremo noi cittadini a fare ricorso. A dire che il porto, davvero, è nostro e di nessun altro. Difficile che avvenga, ma servirebbe. Gli ormeggiatori fanno bene a far valere le loro ragioni, la situazione nella quale si trovano è il frutto di anni di incuria, mancati controlli, tolleranza e chi più ne ha ne metta. Avevano un accordo che riguardava il raddoppio del porto, se ne sarebbero andati con quella realizzazione, se un errore ha commesso la Capo d’Anzio e prima ancora il Comune che ne detiene il 61% è stato di non comunicarglielo adeguatamente e per tempo. Lo sostengo da mesi. Poi è nato il braccio di ferro arrivato fino alla decisione di ieri del Tar.

Detto questo e ribadito che è sacrosanto far valere i propri diritti, l’impressione adesso è che si stia verificando quello che da anni si teme. Tutti “vogliamo il porto“, tutti- anzi  una stragrande maggioranza – diciamo “tanto non si farà mai“.

Perché in fondo, a chi rivendica i propri diritti, sta bene così. Perché per decenni – è ora di dirlo – tanti si sono girati dall’altra parte mentre chi era chiamato a fare un mestiere ne faceva anche un altro. Fossero ormeggiatori o cantieri, circoli velici o altri che hanno vissuto di rendite di posizione e scarsi controlli.

Ecco allora che noi cittadini, forse, un giorno dovremmo dire che vogliamo il diritto di passeggiare a levante e vederlo il porto, quello più banale di parcheggiare a fianco dell’Ondina dove per mesi – tutti fingono di non accorgersene – ci sono i carrelli delle scuole di vela. Il diritto di sapere che le norme di sicurezza che sono pretese per noi, siano garantite all’interno del porto e delle attività che ci sono. Quello di poter passeggiare tranquillamente, senza presenza di catene o il rischio di finire in mare su una specie di “Shangai“. Di avere acqua ed energia elettrica, in caso di attracco, senza doversi sentire gli ultimi scemi della terra. Il diritto di sapere se e quante tasse pagano certi operatori, dato che quando si propose al compianto Gianni Billia di liquidare alcune delle attività presenti in cambio di un miliardo di vecchie lire l’operazione non fu possibile perché un prezzo del genere era ingiustificato rispetto ai guadagni dichiarati.

Certo, la Capo d’Anzio doveva fare il porto e ora vuole (vorrebbe) gestirlo per salvare i suoi conti, avrà sbagliato, ma ora sappiamo che noi cittadini proprietari del 61% abbiamo una concessione. Di tutti, non solo degli operatori portuali. E sappiamo, grazie finalmente a un minimo di trasparenza, quali canoni pagavano coloro che per anni sono stati titolari di un privilegio prima ancora che di un diritto. Manca, invece, la trasparenza sui rapporti tra Comune e Marinedi, la Capo d’Anzio dice una cosa e il sindaco vorrebbe farne un’altra. Anche qui, da mesi ripeto che Luciano Bruschini quale rappresentante del 61% pubblico e per una minima parte di ciascun cittadino, deve spiegare, ma questa è storia diversa.

Se  gli ormeggiatori avranno ragione anche oltre questa fase cautelare se ne dovrà prendere atto, le sentenze si rispettano. Sarà felice qualche consigliere comunale di maggioranza che ha sostenuto Bruschini e questo progetto, ovviamente, ma ora è paladino di chi si oppone a che la concessione diventi operativa. Perché Anzio è questa, gli interessi particolari vengono prima di quelli della collettività. Oggi ne abbiamo la conferma. E’ stato così quando doveva fare il porto “Marine investimenti”, all’inizio degli anni ’90, e poi quando si trovavano gli ostacoli di ogni genere per questo progetti, quando tutti lo volevamo e la stragrande maggioranza diceva – a ragione, evidentemente – che “tanto non si farà mai“.

Per questo il giorno nel quale noi faremo ricorso, come cittadini danneggiati da questa storia, non verrà. Teniamoci il porto così com’è, mandiamo all’aria la Capo d’Anzio, avevamo già dimenticato il doppio bacino, ora lasciamo che tutto marcisca. Quando i libri della società saranno in Tribunale ci riempiremo la bocca del fallimento di questa idea e avremo ancora l’imboccatura insabbiata e le tavole di legno, le norme igienico sanitarie e di sicurezza violate e tanti privilegi per pochi. Allora, magari arriverà un Marconi o chi per lui a rilevare tutto e davvero ci sarà il temuto “Marina” con accesso vietato. Dopotutto è quello che ci meritiamo.