“La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso“ Francesco De Gregori
Tra gli insegnamenti che Giampaolo Pansa forniva a chi voleva fare questo mestiere, c’era quello di avere un buon archivio. Non esistevano i computer di oggi, internet era usato solo a fini militari, chi scrive queste righe aveva il sogno di fare il giornalista. E così applicava alla lettera le indicazioni del grande giornalista, allora a “Repubblica”.
Ora che ad Anzio si torna a votare, dopo l’onta del commissariamento per condizionamento della criminalità organizzata, quell’insegnamento torna utile per questa pubblicazione che per buona parte nasce dall’aver conservato del materiale in occasione del voto amministrativo.
Sono passati circa 30 anni dalla prima elezione diretta del sindaco, la popolazione è cresciuta a dismisura (i residenti erano 35.889 nel 1995, sono 59.335 all’1 gennaio scorso), la tecnologia ha fatto passi da gigante, ma senza tema di smentita i personaggi che hanno guidato la città sono stati praticamente sempre gli stessi.
Come le proposte inserite nei programmi, inizialmente non obbligatorie, e dal decreto legislativo 267 del 2000 da allegare alle candidature.
Le pagine che seguono non hanno pretese diverse da quelle documentali, far sapere chi ha vinto, cosa proponeva, chi erano le giunte e i consigli comunali, cosa ha fatto o non, i fallimenti.
È materiale a disposizione di chi avrà la bontà di sfogliare, perché no stampare e conservare, di chi sarà curioso di sapere quante volte e con chi è stato eletto Tizio piuttosto che Caio.
Un primo dato che balza agli occhi è l’affluenza alle urne che ha avuto il picco nel ’95 (85,59%), è calata lievemente fino al 2008 quando è risalita fino all’83,71% fino a crollare sei anni fa al 54,22%
A proposito del 2018, chi scrive ha avuto l’ardire di candidarsi sindaco (Pd e civica #unaltracittà) perdendo sonoramente e assumendosene la responsabilità. L’unica “divagazione” di questo documento rispetto ai programmi e ai risultati elettorali, sarà l’appendice con il solo discorso pronunciato in consiglio comunale. C’erano tutti gli elementi che hanno portato allo scioglimento, ma è un dettaglio. Si era e si resta convinti che quando i cittadini scelgono, hanno sempre ragione. Nelle pagine che seguono si vedrà come hanno scelto e chi, perché riprendendo la frase del “Principe” Francesco De Gregori: la storia siamo noi, nessuno si senta escluso.
Il campo di Falasche sarà riconsegnato oggi,7 settembre, al Comune di Anzio. Quello che la società aveva realizzato, contando di poter restare, finirà a Lido dei Pini e l’attività agonistica continuerà. Restano fuori i famosi “regazzini” (ma ci saranno delle navette) che ieri sono stati portati a protestate a Villa Sarsina. Dispiace per loro, ma qualcuno dovrebbe dirgli che quel campo chiude troppo tardi. Sì, perché per anni – lì come in piscina, nelle sedi dei partiti come in locali dati ad associazione e divenuti vere e proprie attività – è stato consentito di tutto in nome della politica. Dei consensi. Solo apparentemente dei “regazzini”. I quali, insieme ai loro genitori, oggi – se vanno via, ma anche per essere stati lì finora – dovrebbero ringraziare i sindaci De Angelis-Bruschini-De Angelis e solerti dirigenti come Patrizio Belli (arrivato con un titolo per un altro, che fa…) e il signorsì Luigi D’Aprano. Poi tutto il codazzo di porta-voti al centro-destra, a cominciare da Alberto Alessandroni e i vari accoliti in cerca di un po’ di potere.
Ah, ai “regazzini” andrebbe fatto leggere – a futura memoria – cosa è scritto nella relazione che ha portato allo scioglimento del Comune per condizionamento della criminalità. E’ storia, non si potrà cancellare, è una delle pagine più brutte (lo scioglimento) di quanto accaduto in questa martoriata città governata negli ultimi 25 anni sempre dalla stessa coalizione.
Leggiamolo insieme: “Particolare attenzione è stata posta dalla commissione d’accesso alle procedure di affidamento di un impianto sportivo comunale che hanno disvelato irregolarità, clientelismo e il sistematico sfruttamento di risorse pubbliche favorite dalle inerzie e dai ritardi dell’amministrazione comunale. A tal proposito, viene riferito che l’impianto sportivo era stato dato in gestione ad un’associazione sportiva dilettantistica che ha maturato negli anni un consistente debito verso il Comune di Anzio, ma tale ente locale non ha provveduto a revocargli l’affidamento, come invece prevede il regolamento comunale. Nel frattempo l’originario gestore si è fuso con altra società sportiva, assumendo una nuova denominazione, ed ha richiesto il subentro nella concessione dello stesso impianto. Nonostante la sostanziale continuità amministrativa con la precedente gestione – le due gestioni condividono infatti alcuni nominativi ricoprenti le cariche direttive, tra i quali anche un consigliere comunale, convivente con un soggetto di rilevata caratura criminale – e la sussistenza del debito pregresso non estinto, il comune ha consentito alla nuova associazione di continuare ad utilizzare il bene comunale per oltre due anni senza averne titolo e senza che il credito vantato dal comune fosse soddisfatto. Nella relazione viene riferito anche di un parere legale appositamente richiesto che ha rilevato la illegittimità di tale procedura e nel quale viene precisato che il nuovo soggetto ha assunto i diritti e gli obblighi dell’originario gestore, subentrando, dunque, anche nell’obbligo di pagamento dei debiti pregressi verso il Comune”. Debiti che sono, credete, l’ultimo problema. Lo sfratto è avvenuto troppo tardi. Chi ha consentito, negli anni, che su un impianto pubblico si configurasse una maxi evasione Iva? Chi ha dato un finanziamento per fare il manto sintetico “dimenticando” di farselo restituire se non tardissimo? Chi ha accettato preventivi arrivati in Comune prima che la società chiedesse di fare i lavori? Chi ha fatto un bando su “misura” perché per ottenere l’impianto era necessario avere una determinata categoria? Li ho scritti sopra, loro direttamente e chi ha contribuito a che ciò avvenisse. L’impianto di Falasche, lo ripeto da anni, è la punta dell’iceberg della fallimentare gestione del patrimonio del cosiddetto “modello di amministrazione” ma leggendo i commenti sui social di questi giorni, chi (persino da sinistra) si stracciava le vesti in nome dello sport e degli investimenti fatti, tutto ciò si è innestato su una città allergica alle regole. Per non dire peggio.
Su un brodo di coltura che risponde all’equazione “c’avemo i voti e famo come ci pare” e che ha favorito anche la criminalità organizzata, ma al tempo stesso ha rappresentato la sistematica violazione di regole elementari spesso mascherandole dietro ai “regazzini” o altre finalità apparentemente sociali. Non funziona così e stupisce che la destra “ordine e disciplina” oggi si preoccupi se qualcuno – la commissione straordinaria – quelle regole le fa rispettare. Cominciasse a farlo ovunque, anzi sta impiegando sin troppo tempo e su alcune vicende sembra in perfetta continuità. Ma lo facesse, perché abbiamo bisogno di ripartire da quella che mi è sempre piaciuto chiamare legalità delle cose quotidiane.
Che esista una città allergica è noto, così cpme sappiamo che in Comune sono stati fatti (prima e oggi) figli e figliastri rispetto ai debiti delle società sportive, ma poi i risultati sono quelli contenuti nelle pagine dello scioglimento. Le più brutte
ps, quando, non contento della risposta ottenuta su un accesso agli atti, presentai un esposto in Procura citando la potenziale truffa al Comune di Anzio, il magistrato si affrettò ad archiviare dicendo che per l’accesso agli atti c’era il Tar…. Si sa, ad Anzio il mare era ‘na tavola e ci ha dovuto pensare la Dda a intervenire
ps 1, quando feci notare a De Angelis che era inopportuno avere Alessandroni assessore per il contenzioso in atto anche sul caso Falasche, venni aggredito alla fine dell’unico consiglio comunale al quale presi parte
ps 2, per chi vuole approfondire quanto ho sostenuto negli anni, bastacliccare qui
Seguo da tempo, chi legge queste pagine lo sa, la vicenda del Falasche L’ho sempre ritenuta la punta dell’iceberg di un sistema “allegro” di gestire il patrimonio comunale. Quello che veniva spacciato come “modello di amministrazione” in realtà faceva acqua da tutte le parti, al punto che zelanti dirigenti e funzionari, con a capo l’allora responsabile dell’anti corruzione, hanno provato persino a nascondere le carte alla commissione d’accesso.
Direte, tutto questo per arrivare dove? Un attimo. Sull’impianto di Falasche c’è una sentenza del Tar e va rispettata, gli stessi zelanti dirigenti e funzionari dovrebbero andare a mettere i sigilli. Ho scoperto qualche giorno fa, però, parlando con i vertici della società Falasche Lavinio che attualmente gestisce l’impianto che esiste un altro contenzioso e quello è di fronte al giudice civile. La società contesta la richiesta del Comune, dove si sono svegliati solo dopo l’arrivo della commissione d’accesso, di 90.000 euro di canoni arretrati. Il motivo? Erano quelli che doveva il precedente gestore, il Gsd Falasche che aveva come punto di riferimento l’ex assessore Alessandroni. Una presenza che ha fatto sì, in più occasioni, che per “le vie infinite della politica” i funzionari e i dirigenti si girassero altrove. Sui lavori pagati con soldi pubblici e dei quali non è mai stata certificata la fine, sui preventivi che arrivavano oggi e la società che chiedeva l’intervento due mesi dopo, su tante altre cose che avrebbero dovuto portare molto prima alla decadenza della concessione.
Poi c’è stato il “passaggio”, tutto si gioca sulla continuità o meno tra le due compagini societarie, c’è stato anche uno scambio di pareri legali, ma ignoravo fino a qualche giorno fa che la nuova gestione ha svolto importanti lavori sull’impianto in modo di poterlo adeguare e mettere a norma, mentre in Comune nessuno ha detto “fermatevi”. Anzi, hanno chiesto il computo metrico e poi hanno lasciato stare. Così come non ha avuto risposta la richiesta di arrivare a un’intesa sui canoni pregressi, compresi quelli della precedente gestione, pur di restare operativi e dare risposte alle centinaia di iscritti che nel caso di chiusura dell’impianto non sapranno dove andare. C’è una sentenza, certo, e quelle vanno rispettate, ma emerge ancora una volta quel “comportamento ondivago” del Comune sul quale si espresse il Consiglio di Stato per la vicenda del distributore a Tor Caldara, costatoci un bel risarcimento del danno ai soliti noti.
C’è stato anche un bando, quello che la società che gestisce attualmente l’impianto ha vinto. Ebbene se davvero era “continuità” con la precedente , non avrebbe dovuto essere ammessa perché aveva pendenze che poi (solo poi) sono state contestate.
Vedete, non è questione di pressioni della criminalità, quelle ci sono state e hanno portato all’onta dello scioglimento che ha chiare responsabilità politiche. No, è questione di un “modello di amministrazione” che faceva acqua da tutte le parti e veniva portato, invece, da esempio. Quello che si serviva di dirigenti e funzionari “allineati” che vista la mal parata ora neanche rispondono. Esistono forse cittadini di serie A e di serie B? Come la giri la giri, l’ennesimo fallimento di chi ha governato Anzio dal ’98 allo scioglimento.
Domani, 9 giugno 2023, è in programma il processo ai vertici della Capo d’Anzio accusati di avere “taroccato” i bilanci del 2018 e 2019. Gli imputati hanno scelto il rito abbreviato. Com’è noto il Comune, parte lesa, e la stessa società (idem) non si sono costituiti parte civile. Nei giorni scorsi gli ex consiglieri del Movimento cinque stelle hanno reso noto attraverso un comunicato il motivo per il quale la Commissione straordinaria che guida la città non si è costituita.
Eravamo abituati a febbri dei revisori, guasti informatici puntualissimi, ci mancavano i documenti non rinvenuti. Perché il “segreto di Stato” era stato già usato (parere di Cancrini sulla cessione delle quote del porto) e pure “uno dei tanti documenti che mi capita di non vedere”, come Bruschini disse quando era arrivato il parere che dichiarava Placidi incompatibile. I documenti mai arrivati, no. Questa storia è nuova e ha dell’inverosimile. Ci perdoneranno i commissari straordinari, ma saperlo il 22 marzo – alla vigilia dell’udienza prevista il 24 – e da Marinedi (che invece si è costituita) anziché dagli uffici comunali, è di una gravità inaudita. A meno che non si dimostri che Procura e Tribunale di Velletri abbiano “dimenticato” di notificare alle parti lese gli sviluppi della vicenda. Suvvia! Oggi si fa via posta elettronica certificata, ma se così fosse sarebbe ancora più grave.
Nemmeno regge la storia dell’avvocato contattato per le vie brevi – e in Comune c’è un elenco specifico di legali di fiducia – che avrebbe detto “no grazie” perché i tempi erano strettissimi. Anche uno studente alle prime armi con la procedura penale sa che ottenuto il mandato a ridosso della scadenza, spiegando l’accaduto, può chiedere un breve rinvio al Tribunale. Tutto questo non è accaduto e ferma restando la buona fede di chi sta guidando la città, quella costituzione di parte civile non c’è stata e non ci sarà. Comunque, a modesto parere di chi scrive, quell’assenza sarà ingiustificata. E tralasciamo per carità di patria vicende di potenziali conflitti di interesse di chi rappresenterà le parti al processo.
I commissari perdoneranno, ma quando c’era la politica (il famoso “modello di amministrazione”) gli uffici erano soliti assecondare le volontà dei vertici dell’amministrazione. Non vorremmo che ci siano ancora influenze del genere, né osiamo pensare che questa vicenda arrivi a fare il paio con quella dei cartelli della bandiera blu 2013 che abbiamo pagato come debito fuori bilancio, senza che nessun atto li chiedesse e senza opporci al decreto ingiuntivo della società. Chi guidava Anzio, è noto. Quel “modello” è stato smascherato dalla commissione d’accesso e prima ancora dall’indagine “Tritone”. Basta con “signorsì” e dimenticanze, dalla guida dello Stato ci si attende, rispettosamente, altro.
Pubblico di seguito la sentenza con la quale il Tar del Lazio ha respinto il ricorso del Falasche Lavinio. Avere ragione, in questi casi, conta poco. Però mi piace sottolineare che c’era chi ribadiva, quando scrivevo, “eh ma ci stanno i ragazzini”. C’era chi aveva trasformato, prima e dopo, quell’impianto in un “votificio”, al netto delle indagini su un’evasione fiscale commessa su un terreno pubblico. C’era chi, in Comune, si girava dall’altra parte perché così voleva la politica (sempre lui, il dirigente “signorsì”) e si è mosso come si legge nella sentenza solo nel 2022, quando la commissione d’accesso era insediata e si provava – invano – a nasconderle le carte. C’era, sempre in Comune, chi si arrampicava sugli specchi di pareri legali per prendere tempo, rinviare, cercare soluzioni che non c’erano. Poi, solo poi, è arrivato il provvedimento di decadenza datato 27 febbraio di quest’anno ovvero sotto la gestione della commissione straordinaria. Prima si dava retta alla politica, magari conveniva. La responsabilità della gestione del patrimonio, come quella del demanio, di una macchina amministrativa in diversi settori “votata” al sindaco o all’assessore di turno è sì di chi faceva politica ma anche di chi la seguiva per un posto al sole nella struttura. I primi hanno pagato “regalando” ai cittadini lo scioglimento del Comune, i secondi inspiegabilmente restano lì. In una qualsiasi società privata sarebbero stati messi alla porta. Ah, in tutto questo le varie società che si sono susseguite, le diverse gestioni dell’impianto, chi in Comune – politico, funzionario o dirigente – faceva sì che il Falasche gestisse come voleva quell’impianto, cosa hanno insegnato “ai ragazzini”?
LA SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 6821 del 2023, proposto da
ASD FALASCHE LAVINIO, in persona del legale rappresentante p.t., con domicilio digitale presso l’indirizzo di posta elettronica certificata, come risultante dai registri di giustizia, dell’avv. Pietro Minicuci che la rappresenta e difende nel presente giudizio
contro
COMUNE DI ANZIO, in persona del legale rappresentante p.t., con domicilio digitale presso l’indirizzo di posta elettronica certificata, come risultante dai registri di giustizia, dell’avv. Chiara Reggio d’Aci che lo rappresenta e difende nel presente giudizio
per l’annullamento
previa sospensione dell’efficacia,
del provvedimento prot. gen. n. 15500 del 27/02/23 con cui il Comune di Anzio ha dichiarato la decadenza della ricorrente dalla convenzione n. 2938/2021 serie 3 avente ad oggetto la gestione dell’impianto sportivo comunale “Villa Claudia”;
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio della Citta’ di Anzio;
Vista la domanda di sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato, presentata in via incidentale dalla parte ricorrente;
Visto l’art. 55 cod. proc. amm.;
Visti tutti gli atti della causa;
Ritenuta la propria giurisdizione e competenza;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 30 maggio 2023 il dott. Michelangelo Francavilla;
Considerato che il ricorso non è assistito da sufficienti profili di fondatezza;
Considerato, in particolare, che:
– il gravato provvedimento di decadenza contesta alla ricorrente il mancato pagamento sia delle somme dovute a titolo di canone per la concessione attualmente in essere sia di quelle riferibili alla precedente concessione;
– è incontestato che la ricorrente non abbia mai pagato (per oltre un anno) il canone della concessione oggetto dell’atto del 06/09/21;
– tale circostanza, di per sé, giustifica la decadenza della concessione secondo quanto previsto dall’art. 3 comma 4 della convenzione;
– la clausola in questione deve ritenersi legittima in quanto presidia e garantisce l’effettivo pagamento del canone concessorio costituente elemento essenziale del rapporto di diritto pubblico;
– inoltre, l’entità dei canoni non pagati e riferibili alla concessione del 06/09/21 (la morosità si protrae da oltre 18 mesi) induce a ritenere esistente la proporzione tra inadempimento e misura decadenziale adottata;
– ne consegue l’irrilevanza, ai fini della valutazione di fondatezza del gravame, di ogni contestazione circa la debenza delle somme riferibili alla precedente concessione;
– in senso favorevole alla ricorrente non può essere nemmeno valorizzata l’offerta di pagamento, da essa formulata con messaggio di posta elettronica del 01/03/23, da ritenersi del tutto tardiva;
– in proposito, va rilevato che la ricorrente ha omesso di provvedere al versamento nonostante le sollecitazioni più volte in passato formulate dall’amministrazione comunale con note del 18/07/22 e dell’11/08/22 (quest’ultima comunicata in pari data) e con la comunicazione di avvio del procedimento trasmessa all’associazione esponente il 23/09/22;
– nello stesso senso, un impegno spontaneo al pagamento, formulato dalla ricorrente con nota del 22/07/22, non ha avuto alcun seguito;
Considerato che, per questi motivi, l’istanza cautelare deve essere respinta;
Considerato che la reiezione della domanda cautelare comporta la condanna della ricorrente al pagamento delle spese della presente fase processuale il cui importo è liquidato in dispositivo.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Bis):
1) respinge l’istanza cautelare;
2) condanna parte ricorrente a pagare, in favore del Comune di Anzio, le spese della fase cautelare il cui importo liquida in euro duemila/00, oltre iva e cpa come per legge.
La sentenza chemanda assoltoGiuseppe Ranucci per lo “show” a seguito dei controlli alla sua palestra nel periodo Covid può stupire ma va rispettata. Non sono tra quelli che gioisce per una condanna o si dispera per un’assoluzione e per le vicende di Anzio ho sempre sottolineato le responsabilità politiche e mai quelle penali. Saranno da leggere le motivazioni, ma l’avvocato Francesco Mercadante ha sottolineato come tutto sia avvenuto in preda all’esasperazione. Il Tribunale ha accolto la sua tesi e la vicenda, salvo appello da parte della Procura, si è chiusa qui.
Il tutto – e torniamo alla politica che ha governato questa malandata città – in assenza del Comune e delle “vittime” indicate da Ranucci quella sera. Nessuno si è preso la briga di costituirsi parte civile, nessuno dall’ex sindaco al quale Ranucci ha riservato epiteti a non finire, al comandante della Polizia locale sbeffeggiato – e usiamo un eufemismo – in quella occasione, ha provato a far valere le sue ragioni in Tribunale. Forti con i deboli, deboli con i forti.
Solo che si crea un precedente pericoloso: da domani – in preda all’esasperazione – chiunque può andare a sdraiarsi sotto un furgone della polizia locale e fare lo stesso. Avrà la medesima garanzia dell’ex assessore Ranucci e cioè che il Comune e la polizia locale non si costituiranno nei suoi confronti?
In quella occasione Ranucci – che alla fine ha pagato con l’addio all’assessorato – dava nel video un sacco di quelle che un tempo si sarebbero chiamate “notizie criminis”. Mettevo in dubbio, allora, la presenza di un investigatore sul territorio ma in realtà la Dda (non certo la Procura di Velletri, assente su molti temi) stava già lavorando. E Ranucci – benché non indagato come i politici indicati nell’ordinanza dell’operazione “Tritone” – era uno di quelli più attivi nei rapporti con esponenti di ‘ndrangheta durante la campagna elettorale del 2018. Eccole le responsabilità politiche. Se poi andiamo a leggere la relazione della Prefettura circolata oggi e ricca di “omissis” ce ne sono di ulteriori, ma sarà oggetto di un altro approfondimento.
A proposito di “Tritone“, la commissione straordinaria non faccia come spesso ha fatto la politica: dia mandato di costituirsi parte civile contro la ‘ndrangheta. L’ex sindaco non lo fece per “Appia Mithos“, ad esempio. Invece è importante per stabilire, una volta per tutte, un principio che si sta calpestando: non è chi denuncia il malaffare e lo racconta il problema di Anzio, ma chi ha fatto sì che esponenti della criminalità organizzata fossero di casa in Comune, dessero sostegno elettorale, portassero fino all’onta dello scioglimento creando un danno di immagine senza precedenti alla città.
Le quattro pagine che accompagnano il decreto di scioglimento del Comune di Anzio per condizionamento della criminalità organizzata sono ormai di dominio pubblico e vedremo se il ricorso annunciato da chi governava ed era contiguo a certi ambienti sarà accolto o meno.
Diciamo che due livelli sono stati già toccati: i presunti affiliati alla ‘ndrina arrestati con l’operazione “Tritone” sono ancora in carcere, l’accusa di 416 bis ha retto e da ultimo la Cassazione ha rigettato l’istanza di scarcerazione di Giacomo Madaffari con motivazioni che lasciano pochi spazi a dubbi. I politici non sono più in carica, perché avrebbero favorito la “fitta trama – così si legge nelle quattro pagine a firma del ministro Piantedosi – di relazioni tra consorterie criminali e amministrazione locale“.
Abbiamo finito? Certo che no. Perché come amo spesso ripetere gli aspetti penali interessano poco, sono le responsabilità politiche quelle di cui deve rispondere chi ha governato la città. E tra queste c’è il terzo aspetto, quello che nessuno finora ha trattato. Vale a dire il fallimento del “modello di amministrazione” che per 25 anni è stato il mantra della destra anziate. Scrive sempre il ministro, riportando quanto accertato in sei mesi dalla commissione d’accesso, di “condizione generale di assenza di regole” e di “autentico disordine amministrativo in cui versano gli uffici comunali“. Di più: “Una gestione amministrativa improntata a criteri di mera conoscenza personale e clientelari” (ma dai?, quando lo dicevamo in pochi eravamo presi per matti) e soprattutto: “Un’azione amministrativa complessiva che non trova riscontro nelle più basilari norme di buona amministrazione“. Eccolo, il fallimento di chi guidava la città a soggetto e non guardando, evidentemente, al bene comune. Di chi ogni sei mesi disegnava dotazioni organiche per favorire chi era “allineato”, evidentemente, e non il buon funzionamento degli uffici.
Nelle quattro pagine – ma la relazione ne avrebbe in tutto almeno 800 – si parla di Capo d’Anzio e dei parcheggi regalati dietro al porto agli eredi di Malasuerte (da un dirigente fatto venire dalla politica, allora, tenuto dall’ultimo sindaco che lo invitava a togliere i sigilli a un ristorante), dei rifiuti – dove è stato tenuto un funzionario che era palese non potesse stare lì, quantomeno per opportunità – di un appalto con i nomi che “ce li hanno dati loro” e un frettoloso passaggio all’Aet che vedremo tra poco. Si parla del Demanio senza regole e del patrimonio idem, con il campo del Falasche che è solo la punta dell’iceberg. Di appalti sotto soglia, sistematicamente.
Ebbene a fronte di questo, va tutto bene e i responsabili di quanto accertato restano tutti al loro posto. Proprio oggi i commissari hanno tenuto una conferenza stampa durante la quale – da quello che si legge – avrebbero detto che è tutto a posto. Della serie che la commissione d’accesso ha scherzato?
Peccato non esserci, faccio altro nella vita com’è noto e questo spazio è un pungolo e un campanello d’allarme per chi vuole ascoltare, ma qualche domanda l’avrei posta. Se davvero i conti sono in regola, come ci si comporta con la mole di residui attivi per la Tari, per esempio? Sanno i commissari chi dirigeva l’ufficio tributi all’epoca della creazione di quei milioni di mancati incassi? Lo stesso che oggi dirige l’area finanziaria e che il 21 cesserà di essere “ex 110” e diventerà come tutti ormai sanno dirigente effettivo. Sulla Capo d’Anzio, ad esempio, si potrebbe chiedere sempre a lui perché prima voleva liquidarla com’è scritto in una relazioneal bilancio 2018 e poi ha scritto alla società dicendo altro. Tanto la richiesta di rinvio a giudizio per falso mica riguarda lui ma i vertici di allora della Capo d’Anzio. Sulla quale avrebbe “ripensato” – ma questo dovrebbero dircelo sempre i commissari – anche alle procedure di assunzione. Sempre la Capo d’Anzio deve al Comune 517.000 euro di una fidejussione pagata dall’ente e mai restituita, tanto da finire tra i crediti di dubbia esigibilità. Vogliamo parlare del Demanio sotto sequestro? E del patrimonio riaffidato a chi c’era?
Se poi si vuole approfondire quanto accaduto con il passaggio ad Aet i componenti della commissione straordinaria possono dilettarsi con il “copia e incolla” del quale abbiamo dato conto, oltre che con la fretta di fare tutto all’ultimo minuto dell’ultimo giorno. Dirigente, funzionario e responsabile dell’anticorruzione erano gli stessi che ci sono ora. Ha “pagato” solo il secondo, tolto dall’ambiente quando ormai la frittata era fatta e la commissione d’accesso insediata.
A proposito, la segretaria generale che ha avuto il ruolo di controllore e controllata per un lungo periodo, ha redatto il piano anticorruzione 2022-2024 citando tra le criticità – di fatto – solo quanto accaduto all’ufficio anagrafe, sottolineato in neretto, mentre l’insediamento della commissione (senza i motivi) sono in fondo a pagina 12. Dimenticati i vari Evergreen, 27 proroghe, Malasuerte e compagnia o forse ritenuti irrilevanti. La giunta lo ha approvato il 28 aprile.
Ecco, c’erano i presunti ‘ndranghetisti (e pure quelli vicini alla camorra), c’erano i politici, poi c’è chi gli dava retta. A questi ultimi, almeno, alcuni dei quali continuano a essere presenti negli uffici come se nulla fosse cambiato. Dire che è tutto a posto non risponde al vero, dispiace. Non è facile il lavoro di una commissione straordinaria, ce ne rendiamo conto, il “treno è in corsa” come hanno sottolineato oggi, ma è bene rendersi conto fino in fondo di qual è la situazione prima di intervenire.
Per questo sarà bene ripartire da quella che da sempre mi piace definire “legalità delle cose quotidiane”. Ad esempio restituendoci l’albo pretorio che è “scomparso”, avviando una indispensabile rotazione degli incarichi senza cadere nel tranello che era della politica “e chi ci metto….” perché chi governava voleva una macchina come quella descritta nella relazione, la commissione straordinaria deve preoccuparsi che le cose funzionino. Già che ci siamo e visto che i commissari apprezzano la cucina di Anzio, quando vanno a pranzo evitassero di parcheggiare sulle strisce per le mamme in attesa. E’ una piccola cosa, certo, e non sarà la polizia locale a farlo notare, ma è di tanti piccoli gesti che abbiamo bisogno prima di dire che è tutto a posto.
ps, c’è grande attesa per la puntata di “Piazza Pulita” in onda questa sera, 15 dicembre 2022. Mi piace ricordare che eravamo pochi, vero, ma certe cose le abbiamo sempre dette…
Bastava leggere le carte per capire che qualcuno stava mentendo. O lo aveva fatto il consiglio di amministrazione della Capo d’Anzio precedente, approvando il bilancio 2018 presenti i rappresentanti del Comune con 72.000 euro e spicci di perdita, o lo aveva fatto quello indicato dal sindaco De Angelis dopo la vittoria che invece quel bilancio lo aveva fatto chiudere in attivo.
Adesso la Procura di Velletriha chiesto il rinvio a giudizio per Ernesto Monti, il professore esperto in crack presentato come colui che avrebbe salvato la patria (e che fino all’ultimo voleva farci credere che con la fideiussione si sistemava tutto) e i consiglieri di amministrazione Francesco Novara e Raffaella Barone. Tutti innocenti fino a prova del contrario, come è sempre stato in questo blog. A chi scrive la presunzione d’innocenza non deve certo insegnarla l’ex ministro Cartabia con la sua norma che è l’ennesimo tentativo di bavaglio alla stampa.
Il 24 febbraio 2023 compariranno di fronte al giudice dell’udienza preliminare con l’accusa di concorso in falso per avere esposto “fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero”. Avrebbero cioè “taroccato” – Monti e Novara – il bilancio 2018, portando un utile di poco più di 13.000 euro, omettendo di inserire un fondo “svalutazione” per il compenso del direttore del porto, con il quale il bilancio sarebbe andato in perdita. Ai primi due imputati si unisce la Barone per il bilancio 2019, perché la manovra di ingegneria finanziaria è stata la stessa. Che il direttore non avesse – pare – un incarico formale ma che fosse ad Anzio ogni giorno e firmasse carte come tale, la dice lunga su quale controllo pubblico c’è stato negli anni.
Il 24 febbraio sono chiamate a comparire anche le parti lese, vale a dire la Capo d’Anzio (se sarà ancora in vita….), il Comune e Renato Marconi che aveva sporto denuncia sull’approvazione di quel bilancio. Nel frattempo dall’indagine è stata stralciata la posizione di Antonio Bufalari – che insieme all’altro rappresentante privato non votò il consuntivo 2018 – e Gianluca Ievolella che non c’era proprio. Il pubblico ministero si è basato sull’informativa della Guardia di Finanza di Nettuno e la relazione di un consulente tecnico. I nodi arrivano al pettine, purtroppo, eha ragione Giorgio Buccolini quando indica il responsabile politico di questa situazione. Perché degli aspetti penali risponde ciascuno per sé e non interessano, di come la vicenda Capo d’Anzio e porto è stata gestita le responsabilità sono per intero di chi dal ’98 a oggi ha guidato e guida la città.
Il 24 febbraio le parti lese potranno costituirsi parte civile ovvero potranno farlo in udienza nel momento in cui venisse disposto il giudizio, per ottenere un eventuale risarcimento. Che farà la Capo d’Anzio e che farà il Comune? La prima è senza guida, il secondo ha la stessa per la terza volta e dovrebbe trovarsi a costituire contro chi ha nominato o gli è stato vicino in campagna elettorale. Cose che forse capitano solo ad Anzio… Di certo Marconi – ricordiamo tutti chi lo ha portato ad Anzio, vero? – si costituirà eccome.
Ah, il bilancio 2018 della Capo d’Anzio avrebbe chiuso in attivo se solo si fosse provveduto a far gestire alla società e non agli eredi di Malasuerte i parcheggi dietro al porto, come spesso abbiamo ricordato in questo umile spazio. E il dirigente “signorsì” voleva liquidarla, la società, è nella nota integrativa al bilancio del Comune. Poi, come dice il sindaco, le “vie infinite della politica…”
“Guarda che mica ti abbiamo candidato sindaco”. “Guarda che lo so”. Avevo capito perfettamente che non ci sarebbe stata alcuna alleanza, ma visto che eravamo a Latina – un po’ una seconda casa per me – avrei offerto lo stesso quel piatto di gnocchi a Danilo Fontana. Le amministrative di Anzio del 2018 erano ancora abbastanza lontane, lui era nell’opposizione di lotta e di governo a Luciano Bruschini, insieme a Candido De Angelis e voleva sondare il terreno. Non era venuto autonomamente, avrebbe riferito, e quando dissi che potevo pure starci benché i principi fossero quello di cinque anni prima e cioè che andavano mandati “a lavorare” quelli che avevano scambiato il Comune per l’ufficio di collocamento e che avrei portato un prefetto che era stato commissario nei comuni sciolti per mafia come capo di gabinetto, la discussione prese un’altra piega. Si poteva anche accettare il nome “spendibile” e “nuovo”, ma che qualcuno andasse a mettere le mani nel “sistema Anzio”, no. Erano buoni quegli gnocchi, non c’è dubbio, e mi piace ricordare questo aneddoto oggi che il vice sindaco di Anzio ci ha lasciato. Delle tante cose che si leggono in queste ore ne condivido solo una: il modo nel quale ha affrontato la malattia. Un coraggio e una dignità senza eguali. Poi, come ho scritto sul libro delle firme in ospedale, “avversari sempre, nemici mai”. D’altra parte era difficile essergli “nemico”, benché non condividessi il suo modo di “fare” politica. Quel sorriso sornione, quel prendere una delega oggi da Bruschini e lasciarla domani, l’aver attraversato più partiti nel centro-destra pur di arrivare a essere lì. L’aver sostituito il potere di chi doveva “andare a lavorare” nel 2013 alleandocisi prima e facendo peggio poi, in questa maggioranza.
Passava per il “dottor Sottile”, era stato consigliere anche in Provincia, sapeva di tutto e di tutti, non gli sfuggiva nulla e anzi provava pure a intercettare qualcosa che andasse oltre il suo ruolo. Come nella vicenda del conferimento alla biogas per la quale il sindaco sarebbe andato all’Onu ma poi si è fermato alla Sacida. Di certo aveva un sorriso per tutti, sempre, anche nei momenti più bui. Della malattia avevamo parlato a una manifestazione per l’ospedale, si trattava di qualcosa di subdolo, c’era la cura sperimentale in Toscana, si doveva combattere. E lo ha fatto. Restando fino all’ultimo forse ormai l’unico – anche se parlava a bassa voce – a essere ascoltato dal sindaco De Angelis. Un rapporto che andava oltre la politica, diventato una solida amicizia, e se il primo cittadino faceva come al solito un po’ il presuntuoso lui ribadiva “eh, tu hai studiato, io batto i telai in carrozzeria….”. Invece si era laureato anche lui, nonostante la malattia. Un sogno che si era avverato. L’officina era però la sua “creatura” e se ti serviva una cosa non c’era domenica o festivo che non potessi chiamarlo. Diceva sempre che aveva stima di me e ricordava un episodio delle sue prime esperienze da consigliere, quando fu costretto alle dimissioni, mostrando gratitudine per come avevamo affrontato la cosa sulle colonne del “Granchio”. Non è da tutti, chi “fa” politica ad Anzio ha nel Dna una certa arroganza, lui se pure fosse non la mostrava. Le sue convinzioni sì: “Ma quale prefetto, lascia perde, serve un bravo segretario”. O un segretario che a volte guarda altrove, com’è stato per l’ultima che abbiamo avuto in Comune. Resta quel piatto di gnocchi e – visto quanto accaduto poi – la necessità davvero di un prefetto che se ne intendeva di condizionamento dei comuni. Ah, che non sarei mai diventato sindaco era chiaro da allora, ciao Danilo.
Si è fatto un gran parlare, negli ultimi giorni, di possibili avvisi di garanzia arrivati ad Anzio a rappresentanti di giunta, consiglio comunale e funzionari. Notizia che non trova conferma, ma come è noto qui l’aspetto penale interessa poco. Quello di una gestione a dir poco singolare, invece, sì. Torniamo a parlare, allora, del campo di Falasche, già oggettoin passato di approfondimenti su questo spazio, e lo facciamo perché – indagine o meno – emergono particolari a dir poco interessanti.
Da quando la commissione d’accesso voluta dal prefetto di Roma, Matteo Piantedosi, si è insediata in Comune a febbraio, il sindaco ha amato ripetere che “gli atti sono regolari”. Ci mancherebbe. Ora si scopre che l’assegnazione al FalascheLavinio sarà anche stata senza macchia, ma il debito della precedente società nessuno lo ha pagato. Circa 100.000 euro, per i quali il dirigente “signorsì” e il responsabile del patrimonio (e prima ancora dell’ambiente) hanno cominciato giustamente a preoccuparsi.
Un passo indietro: l’impianto viene messo a bando, il Falasche che nel frattempo era passato dall’ex assessore Alberto Alessandronialla nuova gestione si “fonde” con il Lavinio e mantiene la categoria calcistica (Eccellenza) che sarà una delle caratteristiche per ottenere l’affidamento dell’impianto. Un bando a “misura”? Chissà, non ci stupiamo ormai più di nulla. Il debito? Affari del Comune, perché la società dice di essere “nuova” e disconosce il passato: debiti e crediti. Si aggiudica il bando, ovviamente, e gestisce l’impianto, fino a quando arriva la Commissione che nel frattempo ha lasciato Anzio e preparato una corposa relazione. Se il Comune sarà sciolto o meno lo stabiliranno le istituzioni preposte, ma la singolare gestione resta e il votificio del campo di Falasche ne è l’ennesima dimostrazione. Il vice prefetto e gli ufficiali di carabinieri e finanza si sono concentrati, a lungo, sulla gestione proprio del patrimonio. Non sono sprovveduti, sanno che lì si può favorire o meno qualche “amico” (come era stato per il Deportivo, ad esempio) e se tra questi c’è qualche coniuge di una famiglia vicina alla ‘ndrangheta che il campo lo frequenta con un ruolo ben preciso….
Il dirigente “signorsì” e il funzionario, capiscono che forse qualcosa va chiarito. Così viene chiesto un parere legale. Quando arriva in Comune, raccontano i bene informati, il sindaco va su tutte le furie. Perché a De Angelis si possono muovere molte critiche, ma non è certo uno stupido e leggendo quanto afferma l’avvocato sa bene che l’ente si è infilato in un vicolo cieco. Motivo? Il professionista stabilisce due cose: c’è continuità tra una società e l’altra, quei soldi vanno richiesti, anzi se fosse stato riconosciuto allora che esisteva un debito nemmeno potevano partecipare al bando. Chi lo avrebbe spiegato all’assessore Mazzi – che quel campo lo frequenta quasi più dell’ex Alessandroni, anche per riunioni con la protezione civile – e alla consigliera Tirocchi che è moglie del presidente del Falasche?
Ma c’è dell’altro, la società ha risposto picche alla richiesta di rientrare dal debito, sostenendo che se fosse stato così, appunto, non poteva essere affidataria e che tutto sommato delle opere le ha realizzate e quindi….
Se questa vicenda ha portato ai vociferati avvisi di garanzia o meno, lo ignoriamo, però i fatti sono questi. Poi chissà se ci scioglieranno, comunque la destra continuerà a vincere, ma certi metodi fanno francamente ribrezzo.