Porto addio, che peccato averci creduto

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Va dato atto a Luigi D’Arpino di aver sempre sostenuto che il porto, in realtà, non lo voleva nessuno. Oggi che si dimette e che la fine della Capo d’Anzio e dell’intero progetto sembrano dietro l’angolo, è giusto almeno dargli l’onore delle armi.

Sapremo nelle prossime ore come andrà il ricorso degli ormeggiatori, al quale si è aggiunto quello del Circolo della Vela. Altri ne arriveranno, forse, altri hanno già ottenuto di rivedere i canoni da pagare, altri continueranno a fare affari fuorilegge e impuniti. Solo il Comune non ha mai fatto ricorsi: contro i pareri a soggetto o per riprendersi le quote, come suggeriva un parere pagato con i soldi dei cittadini.

Siamo una città fatta così, gli interessi di pochi prevalgono su quelli della comunità. All’indomani della gara deserta chiesi pubblicamente scusa, dalle colonne del Granchio, per aver fortemente sostenuto la  necessità di un nuovo porto, quel progetto per l’iter che aveva seguito, il diritto di Anzio a essere trattata come Formia e Fiumicino. Oggi dico che è un peccato aver speso tempo ed energie, perché ci meritiamo il porto che abbiamo, con servizi scadenti e senza sicurezza, ampiamente fuorilegge.

E magari ci sarà  un privato a gestirlo, se è vero com’è vero che il dirigente dell’area finanziaria del Comune ha scritto a tutti dicendo che le quote pubbliche vanno cedute in base all’ultima legge di stabilità. Si sapeva anche questo e la dietrologia mi piace poco, anzi pazienza se qualcuno mirava a tanto e ci è riuscito. Magari gli ormeggiatori troveranno il modo di accordarsi, i cantieri e i circoli pure, ma sì…

Una sola cosa, al posto di D’Arpino che dice che solo il sindaco gli è stato a fianco c’era da andarsene prima. Quando lo stesso sindaco, che in  assemblea dei soci dava il via libera all’inversione del crono programma e al piano finanziario rivisto, in consiglio comunale si rimangiava tutto.

Addio porto, è stato un peccato. Davvero.

Il parere segreto, mentre porto e Capo d’Anzio sono al capolinea

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Uno può anche capire che i pareri chiesti allo studio Cancrini-Piselli siano da utilizzare in una eventuale causa nei confronti di Renato Marconi e quindi siano sottoposti a segreto. Fa un po’ sorridere che sia addirittura di Stato – come segnala Marco Maranesi –  nemmeno fossimo di fronte alla strage di Ustica, ma questa vicenda è la conferma di come siamo messi male. Malissimo.

Sono  passati tre anni da quando dovevamo riprenderci le quote, anche se a un’attenta lettura di convenzione e patti parasociali c’è il rischio che abbia davvero ragione Marconi, ma se il Comune avesse agito subito oggi non si troverebbe all’angolo. Invece con una delibera per riacquisire le quote  votata quasi tre anni dopo un ordine del giorno che diceva la stessa cosa e al quale non è mai stato dato seguito, stiamo ancora a vedere se quei pareri possono essere resi noti o meno. E che diranno mai! Tra l’altro li abbiamo pagati noi cittadini. Cerchiamo di conoscerli, perché tanto sono inutili.

Perché va preso il coraggio a due mani e va spiegato che siamo al capolinea: la Capo d’Anzio è al fallimento, l’inversione del cronoprogramma trova ostacoli nelle note vicende con ormeggiatori, circoli e con il resto dei concessionari che pagando da anni una sciocchezza oggi vuole pagare meno di quanto stabilito dalla società, il bando chiesto dal sindaco e non ancora arrivato impiegherà mesi prima di poter essere operativo, nel frattempo si deve rispondere alla nuova legge di stabilità.

Quella secondo la quale  dal gennaio 2015 gli enti che detengono società partecipate “avviano un processo di razionalizzazione delle società e delle partecipazioni societarie direttamente o indirettamente possedute, in modo da conseguire la riduzione delle stesse entro il 31 dicembre 2015, anche tenendo conto dei seguenti criteri: a) eliminazione delle società e delle partecipazioni societarie non indispensabili al perseguimento delle proprie finalista istituzionali, anche mediante messa in liquidazione o cessione; b) soppressione delle società che risultino composte da soli amministratori o da un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti; c) eliminazione delle partecipazioni detenute in società che svolgono attivista analoghe o similari a quelle svolte da altre società partecipate o da enti pubblici strumentali, anche mediante operazioni di fusione o di internalizzazione delle funzioni; d) aggregazione di società di servizi pubblici locali di rilevanza economica; e) contenimento dei costi di funzionamento, anche mediante riorganizzazione degli organi amministrativi e di controllo e delle strutture aziendali, nonché attraverso la riduzione delle relative remunerazioni“. Qui non c’è molto da interpretare, per questo è ora che si smetta di prendere in giro i cittadini. Il porto pubblico ci piaceva tanto, non stiamo qui a ricordare come e perché è stato ostacolato, speriamo di poter in qualche modo avere un “controllo“, ma ha fallito.

Marconi è pronto per passare all’incasso del resto delle quote, si sostiene da oltre un anno su questo umile spazio, cerchiamo almeno di non svendere quello che abbiamo. Senza segreti.

Porto, le scoperte del giovane Marco

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L’attivissimo – almeno mediaticamente – Marco Maranesi, con il suo nuovo compagno di cordata Davide Gatti, scopre i patti parasociali che regolano i rapporti tra Capo d’Anzio e Italia Navigando prima, Marinedi ovvero Renato Marconi adesso. Da ex capogruppo di Forza Italia non sa o non ricorda che a luglio 2012 – lui era in quel partito ma non ancora eletto – il consiglio comunale votò all’unanimità la riacquisizione delle quote secondo quei patti parasociali. Di Marconi si parlava già – per una decisione presa a livello governativo, lo diciamo anche per chi fa ricorsi sostenendo che la cosa non è mai stata resa pubblica – e a settembre sarebbe trascorso l’anno di tempo che Italia navigando aveva per trovare i soldi da quando era stata ottenuta la concessione. Termine che passava pari pari a Marconi. Il sindaco non ha mai dato corso a quell’ordine del giorno, anzi ha sostenuto che Marconi era in qualche modo “utile” alla Capo d’Anzio. Al punto che, un anno dopo, il consiglio comunale nel quale Maranesi era capogruppo di Forza Italia, bocciò la proposta dell’opposizione di dar corso a quella volontà e di riprendersi le quote. C’è da sperare che Maranesi conoscesse già i patti parasociali e che abbia appreso – insieme a Gatti – un po’ di storia recente della Capo d’Anzio. Perché altrimenti ignora che tutto ciò che hanno fatto il presidente Luigi D’Arpino e il consigliere d’amministrazione Franco Pusceddu (per legge deve esserci un dirigente del Comune in una società partecipata…) è frutto di decisioni dell’assemblea dei soci, alla quale il sindaco partecipa come rappresentante del 61% delle quote.

Se poi si fa una battaglia “politica” – così la chiamano… – il discorso è diverso. Ma di procedere con l’inversione del crono programma, di sistemare e gestire intanto l’attuale bacino, di avere un piano finanziario con quei canoni, l’hanno stabilito Bruschini e Marconi in assemblea dei soci. Di sanare le casse della Capo d’Anzio lo hanno suggerito – negli ultimi due bilanci – i revisori dei conti.

Il consiglio d’amministrazione ne ha preso atto e ha messo in piedi gli strumenti per dar corso a quella volontà. Che poi Bruschini prima a settembre abbia annunciato il bando e detto che voleva riprendersi le quote, quindi adesso lo abbia ribadito, sarà sempre “politica” ma intanto la Capo d’Anzio rischia di fallire o di essere venduta. E non per volontà del presidente o del dirigente di turno contro il quale scagliarsi, ma perché risponde al codice civile ed è prossima al fallimento mentre la “politicagioca.

Da mesi, da quando Maranesi era ancora capogruppo, si chiede da questo modesto spazio di avere chiarezza. Inutilmente.

Ecco, al posto di D’Arpino – che può agire liberamente per la sua carica, meno Pusceddu che è pur sempre dipendente del Comune – ce ne saremmo andati dopo il consiglio comunale di settembre nel quale il sindaco aveva svelato la sua “strategia” ovvero di cacciare Marconi dopo averlo sostanzialmente usato e rifare il bando. Maranesi era ancora capogruppo e di D’Arpino e Pusceddu non si interessava poi tanto. Figuriamoci Gatti che era all’opposizione e sul porto stava (e sta, immaginiamo) a quello che diceva Candido De Angelis.

Le dimissioni di D’Arpino andrebbero chieste per la mancanza di una strategia comunicativa con i soggetti ai quali andava spiegata, non “imposta”, l’inversione del crono programma. Ma questa strategia, l’assemblea dei soci, non l’ha mai indicata. Né il presidente ha pensato di attuarla. E D’Arpino dovrebbe dimettersi anche perché il suo socio di maggioranza, il Comune, non è capace neanche di dargli una sede perché le conchiglie sono più importanti del porto e il locale di piazza Pia serve a un fantomatico “museo”.

Insomma, sono altre le ragioni per cui andarsene. Su quote e strategie, se non condivise, andrebbero chieste le dimissioni del sindaco.

Porto, il bando dei miracoli. C’è chi finge di non capire

Quando ci volevano far credere che le procedure per il nuovo porto erano sbagliate e che occorreva sistemare solo il bacino interno, facevamo notare che occorreva cambiare piano regolatore portuale, progetto e rifare conferenze dei servizi e quant’altro.

Ora che la Capo d’Anzio – con il benestare del sindaco, rappresentante del Comune che è socio di maggioranza – è prossima al fallimento, dopo aver fatto invertire il cronoprogramma e dopo essere passata dal realizzare il porto a gestirlo, arriva il bando di gara. E’ stato nuovamente annunciato dal primo cittadino, sembra in dirittura d’arrivo, intanto il consiglio comunale ha votato per riacquisire le quote di Marinedi.

Cosa debba fare la Capo d’Anzio adesso non è chiaro. Prosegue con la gestione, le fasi 1 e 2 previste lì o si ferma? Questa è la prima domanda, quella che nessuno pone al socio di maggioranza , pensando forse che riprendendosi le quote è tutto a posto. A parte che è difficile riaverle, al valore nominale andranno aggiunti i lavori commissionati al socio privato. Che l’avvento di Renato Marconi, prima, la “trasformazione” in Marina di Capo d’Anzio e tutto il resto, poi, avrebbero messo il Comune in un vicolo cieco lo sosteniamo da tempo. Dare corso nel luglio 2012, dopo la votazione unanime del Consiglio comunale, alla decisione di far valere i patti parasociali avrebbe avuto un senso e forse avrebbe portato già a una via d’uscita. Oggi si può fare, ma è tardi e più oneroso. E non era lo stesso sindaco a dire che “la società deve andare avanti” anche se fosse stato avviato il contenzioso? Oggi – riformuliamo la domanda – va avanti con le fasi 1 e 2, riscuote i canoni concessori, manda via (ammesso vinca al Tar) gli ormeggiatori o con il bando si blocca tutto? Non è che si vuole proprio questo, cioè dire: abbiamo fatto la gara, lasciamo il mondo come si trova, poi vediamo? E’ lecito, sicuramente, ma occorre essere chiari e dirlo. Al tempo stesso assumersi la responsabilità di rischiare il fallimento della Capo d’Anzio, società che ha fatto – piaccia o meno a Maranesi e Gatti – quello che l’assemblea dei soci, sindaco compreso, gli ha detto. Mandiamo via il consiglio d’amministrazione, va bene, ma forse mandiamo prima a casa chi ha dato le direttive. O no?

Facevano presto a dire “si fa solo l’interno” quelli che non volevano questo progetto – ignorando che c’erano tante procedure da rifare – fanno con altrettanta faciloneria, oggi, quelli che dicono “si fa la gara, tutto a posto”. Perché non è così. Intanto il bando deve arrivare, essere votato in consiglio d’amministrazione della Capo d’Anzio – dove nel frattempo, c’è da immaginare, al socio privato saranno state chieste indietro le quote – quindi pubblicato sulla gazzetta ufficiale italiana ed europea. Bene, fosse pronto oggi servirebbe almeno una settimana per farlo approvare nel consiglio d’amministrazione, poi andrebbe “prenotata” la pubblicazione sulle gazzette– diciamo un’altra settimana – e siamo arrivati al 20 marzo. Dalla pubblicazione, data la complessità della gara, passano almeno 90 giorni. Il bando precedente, quello andato deserto, dava tre mesi di tempo. Siamo al 20 giugno. Se qualcuno si presenta e la commissione lavora a ritmo forsennato serve almeno un mese di tempo, siamo arrivati al 20 luglio. La gara viene aggiudicata e se non ci sono ricorsi, chi vince ha – lo prendiamo sempre dal precedente bando – sessanta giorni di tempo per presentare il modello fisico tridimensionale e centoventi per il progetto esecutivo. Se li fa insieme, siamo arrivati al 20 novembre e se la conferenza dei servizi approva l’esecutivo (a dicembre) i lavori iniziano a gennaio 2016. Correndo e se il bando fosse pronto oggi, quando sappiamo che non è così.

Nel frattempo? Il porto resta nelle condizioni attuali, ognuno continua a gestire il suo spazio a volte impunemente, se il canale di accesso si insabbia si vedrà. Ma intanto ci riprendiamo le quote – giusto, giustissimo – poi come si dice dalle nostre parti chi vuole Dio se lo prega.

Peccato – piccolo particolare – che ci sono di mezzo i soldi dei cittadini….

Il porto, le quote, i ricorsi. Intanto la Capo d’Anzio fallisce

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La delibera sulla riacquisizione delle quote, votata all’unanimità, va nella stessa direzione di un ordine del giorno approvato all’unanimità il 19 luglio 2012 e al quale il sindaco Luciano Bruschini non ha mai dato corso. Anzi, quando le opposizioni lo riproposero, un anno dopo, venne bocciato. Il sindaco spiegò in consiglio comunale che c’era ormai Renato Marconi con la sua Marinedi, che il socio privato stava facendo – e ha continuato a fare, aggiungiamo noi – quello che il Comune non poteva, che voleva pure lasciare le quote ma non al valore nominale come previsto dai patti parasociali e che si doveva fare un arbitrato, quindi le cose sarebbero andate per le lunghe. Nel frattempo due pareri legali chiesti a un primario studio romano, sull’argomento, non sono mai stati resi noti.

Adesso sindaco e maggioranza – sollecitati da Candido De Angelis – hanno cambiato idea. Benissimo, sul porto pubblico siamo tutti d’accordo da tempo. Peccato si perda di vista quanto è accaduto dal 2012 a oggi, le direttive che il sindaco stesso ha dato alla Capo d’Anzio dove rappresenta il socio di maggioranza (il Comune, quindi i cittadini) di procedere in modo diverso. Salvo dire, in consiglio comunale, a settembre 2014, che ora che il cronoprogramma era stato invertito e che la concessione aveva tutt’altro valore, Marconi poteva anche accomodarsi. Anzi, che avrebbe fatto un nuovo bando di gara. E salvo promettere con “parola d’onore” che entro ottobre avrebbe avviato la riacquisizione delle quote. Cosa che non è avvenuta e non poteva avvenire, perché nel frattempo la Capo d’Anzio aveva – e ha – un piano operativo che va in direzione esattamente contraria a quella che il sindaco afferma. Le ormai famose “fasi” 1 e 2 per far partire la gestione del porto e consentire alla Capo d’Anzio di non fallire sono di dicembre 2013. E’ arcinoto che la società è con l’acqua alla gola e o incassa – cosa che non riesce a fare, nonostante la consegna delle aree avvenuta a luglio 2014 – o chiude. Senza contare la spending review che potrebbe obbligare a vendere tutto.

La Capo d’Anzio era costretta, dagli eventi, a fare una cosa con il beneplacito del socio di maggioranza e nel frattempo lo stesso socio diceva altro. Ora vuole riprendere le quote, benissimo, ma siamo così certi che il privato, al quale sono stati affidati una serie di servizi e che ha messo a disposizione anche 200.000 euro “a titolo fruttuoso” come si legge in uno dei verbali d’assemblea se ne vada buono buono? No, presenterà un conto talmente salato a chi gli ha fatto fare progetto della sistemazione interna, contabilità, contatti con i clienti e quant’altro che il Comune non potrà sostenere.

Che Marconi fosse – lo diciamo in termini bonari, sia chiaro – un “filibustiere” era noto. Che parli, politicamente, a destra come a sinistra anche. Basta vedere come ha acquisito le quote di Italia Navigando e come si è ritrovato dieci porti con il beneplacito di diversi governi. Da più di un anno mettiamo sull’avviso rispetto alla “scalata” del privato, ma ci si ricorda delle quote in extremis e – purtroppo – con scarse possibilità di riuscita. O magari aspettando il bando che viene rimandato di mese in mese e sembra ormai prossimo. Che ne dice Marconi? In un recente servizio del Tg3 il consigliere d’amministrazione della Capo d’Anzio per conto di Marinedi, Antonio Bufalari, sostiene che nel 2016 ci sono le nuove banchine e i nuovi servizi “per rendere il porto di Anzio protagonista nello scenario del Mediterraneo”. A chi dobbiamo dar retta? E sarà scritto nel bando, eventualmente, che Marconi viene liquidato da chi vince? E siamo certi che c’è questo fantomatico investitore pronto? Lo speriamo, perché pure qui, mentre si attende e si profila un contenzioso anche con Marconi, la Capo d’Anzio chiude, porta i libri in Tribunale o va messa sul mercato.

Il motivo è chiaro: facendo ognuno il suo – e ci mancherebbe – tra ricorsi degli ormeggiatori, richieste di adeguamento dei canoni al ribasso che i cantieri avrebbero avanzato in questi giorni (da niente che pagavano, anche qualcosa in più sarebbe troppo) e circoli che negano l’evidenza, la società è ferma e il piano finanziario proposto con l’accordo del sindaco va a farsi benedire. In tutto questo si resta basiti quando fior di avvocati – che fanno il loro lavoro, per carità – scrivono in un ricorso che non si conoscono gli atti di concessione e inversione del crono programma che sono pubblici, basta collegarsi al bollettino ufficiale della Regione Lazio.

E’ che si continua, ognuno, a fare il suo senza pensare che il porto è certamente di chi ci lavora, ma prima ancora della città, dove però gli interessi particolari vengono – da sempre – prima di quelli generali. . Il rischio è che il porto rimanga così per sempre. Tutto sommato a chi ha attività storiche ma anche rendite di posizione ultra decennali va bene. A meno che non arrivi davvero il Marconi di turno, poi ne vedremo delle belle.

Il porto delle nebbie, il sindaco grande assente

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Il sindaco non si confronta in consiglio comunale, il Circolo della vela di Roma presenta una diffida, gli ormeggiatori evitano lo sgombero ricorrendo al Tar, le tensioni sono quotidiane e finalmente – con i tempi delle liturgie di partito – anche il Pd sottolinea come sul porto si stia giocando una partita pericolosa. Pericolosissima.

La città, proprietaria del 61% delle quote della Capo d’Anzio, rischia di perdere tutto. E il porto di finire in mano a un privato. Diciamo le cose come stanno, una volta per tutte. Ha ragione il Pd a sottolineare la scarsa coerenza tra quello che ha fatto la società – nelle assemblee, presente Luciano Bruschini, e nei consigli d’amministrazione – e ciò che invece ha in mente il sindaco. In questo “balletto” – al netto delle iniziative di chi difende il proprio posto ma anche più di qualche privilegio – il grande assente è proprio il sindaco.

Il famoso bando che ripropone una gara – con il rischio che alla realizzazione si unisca la gestione e che la Capo d’Anzio ovvero la città sia nuovamente estromessa – andata deserta due anni fa, non vede ancora la luce. E mentre Bruschini lo annuncia – ma non si presenta a dirlo in Consiglio comunale, portandosi dietro la maggioranza compresi i presunti “nuovi” della politica – la Capo d’Anzio si muove per fare altro. Perché altrimenti fallisce. E lo fa con il beneplacito nei verbali d’assemblea del sindaco. Qual è la verità?

Possiamo parlare giorni del fine per il quale era nata la società, anzitutto costruirlo il nuovo porto, del progetto, dell’ingresso di Renato Marconi (si sapeva chi fosse, gli ormeggiatori che inviano dossier fanno bene a ricordarlo ma la sostanza oggi non cambia), degli errori commessi in questi anni e degli ostacoli posti. E’ il passato, mentre dobbiamo guardare al domani. Per questo non vorremmo che qualcuno stesse realmente mirando a far fallire la Capo d’Anzio proprio mentre è in grado almeno di invertire la tendenza dei propri bilanci, con il porto che finisce in mano a Marconi o chi per lui. A chi giova? Al socio privato? A chi potrà dire politicamente “l’avevamo detto?” A chi ha stretto qualche singolare accordo con imprenditori pronti per un eventuale bando ma che restano alla finestra?

Dal socio di maggioranza, rappresentante dei cittadini proprietari del 61%, ci si aspetta una presa di posizione chiara: la Capo d’Anzio oggi è l’unica concessionaria, piaccia o meno a circoli e affini, e la legge va fatta rispettare. Anche con gli sgomberi se occorre, fatti bene e non impugnabili come quello singolare emesso e poi ritirato dal Comune.  Non si gioca… E invece non si è ancora in grado nemmeno di assegnare una sede alla propria società, quella in piazza Pia sembra “promessa” a una mostra di conchiglie alla quale terrebbe particolarmente il vice sindaco Zucchini. La Capo d’Anzio ha trovato ospitalità dai marinai in congedo…

E’ un esempio che la dice lunga. E intanto Bruschini continua a tacere, anzi parla con pochi intimi, e intorno vediamo troppe manovre e sentiamo troppe voci. Servirebbe – in consiglio comunale, meglio ancora nelle assemblee pubbliche promesse e mai svolte dal primo cittadino – quella di chi rappresenta noi tutti nella Capo d’Anzio e nel porto che – non mi stancherò mai di ripeterlo – era, è e resta “nostro” e non di pochi intimi.

Porto, il Comune corre ai ripari e la Regione è evasiva…

Valentina Corrado

Valentina Corrado

Il Comune corre ai ripari, revoca in “autotutela” l’atto con il quale diceva agli ormeggiatori di lasciare le aree, nel frattempo in Regione si racconta l’ovvio ma si scopre anche qualche imprecisione ed escono un paio di notizie.

Proviamo ad andare con ordine. Questa mattina il Comune ha ritirato l’atto di “sgombero”, quindi il motivo del ricorso al Tar da parte degli ormeggiatori decade. La “Capo d’Anzio” – a questo punto – riproporrà il rilascio delle aree ma nel frattempo ha presentato anche denuncia per occupazione abusiva degli spazi demaniali. Lo scontro è aperto, quindi, più che mai.

Nelle stesse ore, in Regione, l’assessore Michele Civita rispondeva a Valentina Corrado del Movimento 5 stelle rispetto ai ritardi del cronoprogramma. Una sorta di “si sta andando avanti“, una ricostruzione simile a quella che fanno Comune e Marconi, evasiva e condita – però – da alcune imprecisioni. La prima è che il rinnovo del consiglio comunale di Anzio nel 2013 ha portato alla “sostituzione di vari consiglieri di amministrazione della Capo d’Anzio“. Cosa assolutamente non vera.  La seconda che “per il supporto finanziario necessario” viene esclusa “la previsione di nuova finanza pubblica“. Basta leggere il business plan della “Capo d’Anzio” per rendersi conto che il Comune – come socio di maggioranza – nella cosiddetta “fase zero” dovrebbe trovare 300.000 euro.

Sappiamo però, grazie alla risposta, che il comitato di vigilanza si è riunito eccome. Anzi, a tempo di record: il 3 febbraio la società concessionaria ha chiesto di invertire il cronoprogramma, il 4 ha avuto “parere positivo alla proposta“. Sapere quante altre volte si è riunito e quali controlli ha eseguito sarebbe stato meglio. Temiamo, però, che quello del 4 febbraio sia stato l’unico incontro.

Apprendiamo anche che la “Capo d’Anzio” ha presentato il 28 agosto del 2014 “il progetto esecutivo di messa in sicurezza delle aree oggetto di concessione al fine di garantire l’attuale funzionalità del porto“. Immaginiamo la fase zero, peccato nessuno ce l’abbia detto ufficialmente o ci abbia fatto vedere quel progetto.

Poi arriva la conferma di quanto sappiamo da tempo: “L’accordo di programma non ha subito alcuna modifica, quindi è sempre quello originario. Altresì dicasi in merito alla concessione demaniale marittima e al progetto definitivo alla stessa allegato. Quindi tutto l’accordo”. Deduciamo anche le opere previste dall’atto d’obbligo, per le quali il presidente Luigi D’Arpino ha detto pubblicamente che ci sono ancora, anche se in passato aveva sostenuto che c’era stato uno “stralcio“.

Infine l’assessore “assolve” la società: “I ritardi sul cronoprogramma non vanno attribuiti a vicende societarie né tantomeno alla cessione di azioni della Capo d’Anzio tra Italia navigando e Marconi, ma motivi contingenti che ho potuto rappresentare oltre alla crisi del comparto della nautica e all’esito negativo della gara“. Ma è la stessa gara che il sindaco vorrebbe rifare, mentre anche in Regione sanno che si procede con il piano della società…

Ultima vicenda: sul Life nessuna risposta.

Porto, i diritti degli operatori e quelli dei cittadini

L'home page del sito Marina di Capo d'Anzio, registrato dal socio privato

L’home page del sito Marina di Capo d’Anzio, registrato dal socio privato

Forse verrà un giorno nel quale saremo noi cittadini a fare ricorso. A dire che il porto, davvero, è nostro e di nessun altro. Difficile che avvenga, ma servirebbe. Gli ormeggiatori fanno bene a far valere le loro ragioni, la situazione nella quale si trovano è il frutto di anni di incuria, mancati controlli, tolleranza e chi più ne ha ne metta. Avevano un accordo che riguardava il raddoppio del porto, se ne sarebbero andati con quella realizzazione, se un errore ha commesso la Capo d’Anzio e prima ancora il Comune che ne detiene il 61% è stato di non comunicarglielo adeguatamente e per tempo. Lo sostengo da mesi. Poi è nato il braccio di ferro arrivato fino alla decisione di ieri del Tar.

Detto questo e ribadito che è sacrosanto far valere i propri diritti, l’impressione adesso è che si stia verificando quello che da anni si teme. Tutti “vogliamo il porto“, tutti- anzi  una stragrande maggioranza – diciamo “tanto non si farà mai“.

Perché in fondo, a chi rivendica i propri diritti, sta bene così. Perché per decenni – è ora di dirlo – tanti si sono girati dall’altra parte mentre chi era chiamato a fare un mestiere ne faceva anche un altro. Fossero ormeggiatori o cantieri, circoli velici o altri che hanno vissuto di rendite di posizione e scarsi controlli.

Ecco allora che noi cittadini, forse, un giorno dovremmo dire che vogliamo il diritto di passeggiare a levante e vederlo il porto, quello più banale di parcheggiare a fianco dell’Ondina dove per mesi – tutti fingono di non accorgersene – ci sono i carrelli delle scuole di vela. Il diritto di sapere che le norme di sicurezza che sono pretese per noi, siano garantite all’interno del porto e delle attività che ci sono. Quello di poter passeggiare tranquillamente, senza presenza di catene o il rischio di finire in mare su una specie di “Shangai“. Di avere acqua ed energia elettrica, in caso di attracco, senza doversi sentire gli ultimi scemi della terra. Il diritto di sapere se e quante tasse pagano certi operatori, dato che quando si propose al compianto Gianni Billia di liquidare alcune delle attività presenti in cambio di un miliardo di vecchie lire l’operazione non fu possibile perché un prezzo del genere era ingiustificato rispetto ai guadagni dichiarati.

Certo, la Capo d’Anzio doveva fare il porto e ora vuole (vorrebbe) gestirlo per salvare i suoi conti, avrà sbagliato, ma ora sappiamo che noi cittadini proprietari del 61% abbiamo una concessione. Di tutti, non solo degli operatori portuali. E sappiamo, grazie finalmente a un minimo di trasparenza, quali canoni pagavano coloro che per anni sono stati titolari di un privilegio prima ancora che di un diritto. Manca, invece, la trasparenza sui rapporti tra Comune e Marinedi, la Capo d’Anzio dice una cosa e il sindaco vorrebbe farne un’altra. Anche qui, da mesi ripeto che Luciano Bruschini quale rappresentante del 61% pubblico e per una minima parte di ciascun cittadino, deve spiegare, ma questa è storia diversa.

Se  gli ormeggiatori avranno ragione anche oltre questa fase cautelare se ne dovrà prendere atto, le sentenze si rispettano. Sarà felice qualche consigliere comunale di maggioranza che ha sostenuto Bruschini e questo progetto, ovviamente, ma ora è paladino di chi si oppone a che la concessione diventi operativa. Perché Anzio è questa, gli interessi particolari vengono prima di quelli della collettività. Oggi ne abbiamo la conferma. E’ stato così quando doveva fare il porto “Marine investimenti”, all’inizio degli anni ’90, e poi quando si trovavano gli ostacoli di ogni genere per questo progetti, quando tutti lo volevamo e la stragrande maggioranza diceva – a ragione, evidentemente – che “tanto non si farà mai“.

Per questo il giorno nel quale noi faremo ricorso, come cittadini danneggiati da questa storia, non verrà. Teniamoci il porto così com’è, mandiamo all’aria la Capo d’Anzio, avevamo già dimenticato il doppio bacino, ora lasciamo che tutto marcisca. Quando i libri della società saranno in Tribunale ci riempiremo la bocca del fallimento di questa idea e avremo ancora l’imboccatura insabbiata e le tavole di legno, le norme igienico sanitarie e di sicurezza violate e tanti privilegi per pochi. Allora, magari arriverà un Marconi o chi per lui a rilevare tutto e davvero ci sarà il temuto “Marina” con accesso vietato. Dopotutto è quello che ci meritiamo.

Porto e ormeggiatori, inutile giocare a scacchi. Va trovata un’intesa

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La Capo d’Anzio ha fatto la sua offerta, anche dopo aver ricevuto dalle cooperative di ormeggiatori una diffida a procedere. Si sta giocando, sull’ultima intesa che manca per passare alla gestione della società, una specie di partita a scacchi. La Capo d’Anzio ha la concessione, gli ormeggiatori brandiscono un accordo che prevedeva un altro porto per lasciare il loro posto; la società vuole entrare in possesso di aree che non può cedere in sub concessione, chi sta lì da una vita prova a difendere i suoi diritti. Soprattutto da un socio privato che – ormai è palese – fa il bello e il cattivo tempo con la Capo d’Anzio. Nel totale silenzio di chi rappresenta noi cittadini, titolari del 61% delle quote, il sindaco Luciano Bruschini.

Il quale ha fatto di necessità virtù: il Comune non ha uomini né mezzi, Marconi sì, allora faccia tutto lui e poi si vedrà. Un sindaco che continua a parlare di bando pubblico mentre la società nella quale ha la maggioranza segue tutt’altra strada. Un percorso che prevede, come primo step, quello di gestire l’attuale situazione. E’ l’unico modo, fra l’altro, per salvare la Capo d’Anzio dal fallimento. In questo c’è la vicenda ormeggiatori. Avranno tutti i torni, avranno fatto per anni cose non consentite – lavori dei cantieri, mentre qualche cantiere ormeggiava scafi, è stata sempre una sorta di terra di nessuno – però ci sono. Il muro contro muro non serve a nessuno. Al posto delle due cooperative, allora, si dovrebbero pretendere garanzie chiare: sulla continuità del lavoro, sul futuro qualora alla Capo d’Anzio le cose andassero male, sul rientro in possesso della concessione se dovessero andare peggio. Ecco, va trovata un’intesa ragionevole e che garantisca gli ormeggiatori come oggi sono garantiti – e per 50 anni – tutti gli altri concessionari attuali.

Un’amara constatazione, alla fine: avremo, almeno nelle prime due fasi, un porto semplicemente sistemato. Se i soci delle due cooperative, negli anni, avessero programmato degli interventi, il porto era già fatto. Ma siamo ad Anzio e lo stato di cose che si è trascinato finora alla fine ha fatto comodo a tutti. “Tanto – era l’adagio comune – il porto non si farà mai”. Non avremo mai il raddoppio, probabilmente (a meno che davvero Bruschini tiri fuori il finanziatore del quale parla con pochi eletti anziché con i cittadini proprietari del 61% delle quote) ma oggi la concessione, piaccia o meno, è della Capo d’Anzio. E dobbiamo fare in modo che il controllo pubblico resti.

Porto, gli ormeggiatori non si presentano. Cresce la tensione

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Si complica la vicenda degli ormeggiatori del porto di Anzio. Questa mattina le due cooperative non si sono presentate all’incontro convocato dal sindaco Luciano Bruschini e con la presenza – fra gli altri – dell’ingegnere Renato Marconi, riferimento di Marinedi socio al 39% della Capo d’Anzio.

Gli assenti hanno sempre torto, così sgomberiamo il campo, soprattutto perché il presidente della Capo d’Anzio Luigi D’Arpino aveva dato una “apertura” sabato scorso di non poco conto. A maggior ragione se gli ormeggiatori dovevano dimostrare come hanno sempre sostenuto di avere ancora una concessione valida e – di più – che l’accordo firmato a suo tempo con il Comune era legato alla realizzazione di un crono programma diverso. Potevano far valere questa ragione sul tavolo della trattativa, dire: va bene, dovrò pure andar via ma siccome avevi detto che passava del tempo ora vediamo di risolvere in modo di soddisfare le esigenze di tutti.

Non avranno più tempo di farlo e a questo punto si rischia che la situazione degeneri. “Con rammarico tutti i presenti intervenuti ad Anzio, per ricercare una soluzione condivisa a tutela dei posti di lavoro di chi opera sul porto, hanno dovuto constatare che le due cooperative hanno ritenuto di disertare l’importante incontro“.

Il presidente della Capo d’Anzio, Luigi D’Arpino, è categorico: “Lo sviluppo della Città non può più attendere e la società si adeguerà, in tempi brevi, a quelle che sono le leggi dello Stato. Ribadisco che ai sensi dell’art. 17 della concessione demaniale, all’atto della consegna delle aree, tutte le concessioni e licenze attualmente esistenti al porto di Anzio cessano di avere validità. Prendo atto che gli ormeggiatori, convocati nuovamente dal nostro Sindaco per una definizione positiva del loro futuro lavorativo con l’assunzione nella Capo d’Anzio, hanno preferito disertare inspiegabilmente la riunione di oggi”.   

C’è un concetto che accompagna chi scrive dagli inizi di questa vicenda: il porto era, è e resta dei cittadini. Non dei concessionari – tutti –  né di Marconi.