Porto, i nomi non servono a salvare la società

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La politica anziate, ma deve essere una caratteristica di quella italiana, si affanna a cercare il successore di Luigi D’Arpino alla presidenza della Capo d’Anzio e di Franco Pusceddu nel consiglio di amministrazione, ignorando o fingendo di ignorare quello che prevede la riforma Madia ovvero qualcosa più di un rischio di cedere le quote pubbliche.

Il passare del tempo conferma che l’intento – sotto sotto – era proprio quello e che deve esserci stata una “cordata” pro Marconi e una per qualche altro gruppo se nato all’improvviso e con specifico sponsor politico si vedrà, certo è che cercare nomi serve a tutto fuorché a salvare la società, quindi l’idea del porto come la conosciamo da quando Renzo Mastracci la consegnò alla Regione.

Se sarà l’ingegnere Alberto Noli a presiedere la Capo d’Anzio o l’avvocato Arcangelo Barone – entrambi stimatissimi professionisti e profondi conoscitori di materie portuali e demaniali –  interessa poco. Così come se al posto di Pusceddu andrà il segretario generale del Comune, Pompeo Savarino.

La domanda che la Politica – qui uso volutamente la maiuscola – quella cioè che dovrebbe pensare al bene della cosa pubblica, dovrebbe porsi è: rispetto al decreto Madia, la Capo d’Anzio ha una speranza di restare, insieme alla sua concessione ovvero al porto “di” Anzio, con un controllo pubblico? Se rischia, come rischia, cosa è possibile fare per evitare di cederla al miglior offerente, con Marconi che sarebbe comunque in prima fila? Vogliamo, una volta per tutte, affrontare la vicenda in Consiglio comunale?

Ancora ieri, sul Sole 24 Ore, è stato ampiamente anticipato il contenuto del decreto che mette il Comune praticamente con le spalle al muro.

Leggiamo, ad esempio, che: “Nei nuovi parametri, prima di tutto, non trovano spazio appunto le società che producono beni e servizi commerciali in settori dove esiste la concorrenza“.  Ma anche che: “Secondo il decreto l’alienazione dovrà colpire tutte le partecipate che non hanno raggiunto il milione di euro. In base ai calcoli del commissario, sono 2.545 le società pubbliche che non sono in grado di certificare il superamento del milione di euro in bilancio, per cui potrebbe essere proprio questo il parametro più potente nell’armare le forbici della riforma“. Infine la vicenda dei dipendenti: “Ma c’è un terzo gruppo, ancora più numeroso, di partecipate che la riforma prova a indirizzare verso l’estinzione, e cioè le aziende con più amministratori che dipendenti. Nelle tabelle di Cottarelli sono 3.035 le aziende che hanno organici fino a 5 persone, e altre fra le 2.093 che non hanno dichiarato il numero di dipendenti potrebbero ingrossare il gruppo“.

La Capo d’Anzio – come diremmo dalle nostre parti – c’è dentro con tutte le scarpe. Anzi, pur avendo dipendenti (due) il piano di razionalizzazione affidato a un professionista esterno nemmeno li ha indicati….

Esiste una alternativa? C’è un modo per salvare la Capo d’Anzio e quindi il controllo pubblico indispensabile per non “appaltare” il porto e di conseguenza la città?

Si potrebbe andare da Renzi, tutti insieme,  dal sindaco al suo ormai ritrovato alleato Candido De Angelis, al Pd, agli operatori che hanno creduto nel progetto, a spiegare che cosa è successo dal 2000 a oggi ma che, finalmente, siamo in grado di essere operativi e partire con la fase 1 dei lavori prevista dall’inversione del crono-programma. Magari si potrebbe fare insieme a Zingaretti che ha dimostrato – sotto la sua gestione – che una Regione oculata i problemi li supera, non li crea come era stato con Marrazzo-Montino, i quali preferivano rispondere a ben noti maggiorenti anziati.

Si potrebbe restituire tutto alla Regione, come suggerisce Sel, accollare i 2 milioni di debiti della Capo d’Anzio ai cittadini e arrivederci e grazie. Abbiamo scherzato, il porto resta com’è, le concessioni fra sei anni vanno a gara europea, se c’è l’insabbiamento… aspettiamo. Certo, l’accordo di programma e la concessione sono stati disattesi, ma con i tempi che corrono la Regione prende in carico una situazione del genere?

Si potrebbe “navigare” verso l’autorità portuale, alla quale chiedere di rilevare la concessione.

Ma prima di tutto ci si deve rendere conto che siamo agli sgoccioli e che nessuno crede più alle favole, né quella di “inizio lavori 2005” (che fu uno slogan di De Angelis), né quella di un nuovo bando che tanto piace a Bruschini.  Così come è inutile rivangare un passato fatto di screzi, ostacoli, “politica” invadente e via discorrendo. Si deve guardare al presente e al possibile futuro. Per questo un nome – magari frutto di un accordo pre elettorale – non basta.

Porto, Bufalari: “Nessun vertice”

Dal consigliere d’amministrazione della Capo d’Anzio Antonio Bufalari, ricevo e pubblico

antonio bufalari

Antonio Bufalari (www.nautircareport.it)

“Scrivo in merito ad un articolo pubblicato sull’edizione online del settimanale “Il
Granchio” a firma di Ivo  Iannozzi e poi ripresa da un articolo sul blog di Giovanni Del Giaccio, per precisare quanto segue.

Nella giornata di ieri 15/1/2016 mi sono recato presso Anzio per appuntamenti già fissati
prima dello slittamento della riunione del Consiglio di Amministrazione della Capo d’Anzio SpA e prima dell’accadimento dei fatti che hanno riguardato il Presidente D’Arpino.
Nella mattina del 15/1, mi sono recato presso il Bar Malaga su invito di alcuni operatori portuali al fine di fare colazione. All’interno del Bar ho trovato il Presidente D’Arpino che prendeva un caffè seduto ad un tavolino assieme al Sindaco Bruschini ed al consigliere Fantozzi.  Non mi sono avvicinato ed ho consumato la mia colazione assieme alle persone che mi accompagnavano.

Al termine, per buona educazione e come di consueto, ho salutato il Sindaco e gli altri e sono tornato negli uffici della Capo d’Anzio S.p.A siti in Riviera Zanardelli. Non ho tenuto
alcuna riunione né tantomeno vertici strategici con il Sindaco in proprio o per conto dell’Ing Marconi, che non credo abbia bisogno di intermediari per interfacciarsi con il Sindaco stesso. Di tali circostanze  posso produrre ampia e numerosa prova testimoniale.
Vi prego di voler rettificare quanto scritto e non corrispondente al vero”.

Yachting club Capo d’Anzio, ma sul porto prima capiamo…

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La vittoria al Tribunale amministrativo regionale ha spinto il consiglio d’amministrazione della Capo d’Anzio ad “accelerare” le procedure per risolvere la questione con le cooperative degli ormeggiatori e il Circolo della vela di Roma.

Mentre gli ormeggiatori se vorranno mantenere il lavoro ora dovranno accettare le eventuali proposte della Capo d’Anzio, tra le idee emerse per il circolo c’è quella di una gestione diretta dello spazio. Ospiterebbe la sede della Capo d’Anzio e uno yachting club. Il tutto con la garanzia del mantenimento dell’attuale occupazione e un bando pubblico per affidare in gestione il ristorante. Proposta che affascina, non c’è dubbio, anche se prima sono altre le cose da capire.

Da una nota della Corte dei conti rispetto alla fidejussione prestata dal Comune alla società – e pagata dopo una delibera di giunta – oltre ai dubbi sullo strumento utilizzato, emerge che la magistratura contabile ignorava l’esistenza della garanzia (e se confermato sarebbe gravissimo) ma soprattutto che un “piano di razionalizzazione” della società per le note previsioni della spending review è stato fatto. Da chi? Cosa prevede? Perché non ne è stato informato il consiglio comunale e, quindi, la città che rappresenta pur sempre il 61% della Capo d’Anzio?

C’è poi il discorso della situazione finanziaria della società partecipata dal Comune, la vicenda del Life e i rapporti con l’Unione europea che rischia di avviare una procedura d’infrazione o inserirci nella “black list“.

Così come resta da capire se vale quanto votato dall’assemblea dei soci – e successivamente confermato dal sindaco in una intesa sottoscritta con Renato Marconi – o se davvero si vuole fare un nuovo bando del quale vedremmo la gara (se va bene) non prima di sei mesi.

La Capo d’Anzio nel frattempo cosa fa? E il porto attuale lo lasciamo abbandonato in attesa di chi vince il bando e “privatizza” la gestione o facciamo in modo che funzioni meglio?

L’altra faccia della medaglia è, purtroppo, la cessione del 61% a Marconi. Una strada obbligata se non si deciderà cosa intende fare il Comune delle sue quote. Per questo la chiarezza su obiettivi e strategie che si invoca da tempo – inutilmente – è fondamentale. Poi ben venga lo Yachting club, ma prima fateci capire.

 

 

Porto, l’ultimo azzardo con il bando

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Un giorno, forse, arriveranno davvero le navi da crociera. Il rischio, come cantava Francesco Guccini, è che “noi non ci saremo…

Il riferimento è al bando del porto, nuovamente caldeggiato dalle colonne del settimanale il Granchio dal capogruppo di Forza Italia, Massimiliano Millaci, e dal delegato al turismo Luciano Bruschini, che dopo aver scoperto il porto stesso ci illustrano le sue potenzialità.

Bando che come abbiamo provato a spiegare in passato  è contro le indicazioni date al Consiglio d’amministrazione della società – votate alla presenza del sindaco Luciano Bruschini in assemblea dei soci della Capo d’Anzio – e difficilmente avrebbe mercato se riproposto alle medesime condizioni di prima. Indicazioni che andavano e vanno – nessuno le ha ancora revocate – in senso opposto alla gestione del bacino per consentire alla Capo d’Anzio almeno di sopravvivere.

Allora, forse, si sta tentando un azzardo. Il sindaco lo ha detto a più di qualche interlocutore, dopo averne parlato apertamente in Consiglio comunale, lui il bando vuole farlo e se andasse deserto intende assegnare direttamente il progetto a un soggetto disposto a investire sul porto. Saranno i “turchi-napoletani” dei quali si sente parlare da tempo o i fantomatici russi? E perché se vogliono realizzare davvero il porto non partecipano al futuribile bando che sarà, fra l’altro, a livello europeo?

Ecco, questa ipotesi non ci piace affatto perché è fuori dalle regole a noi note. Al solito, però, il sindaco è tuttologo e la soluzione sarà pure praticabile, per questo visto che i cittadini hanno ancora il 61% delle quote, dovrebbe dirci qual è.

Ricordiamo, infine, che il bando necessita di pubblicazione, sei mesi di tempo per le offerte e tutto il resto che sappiamo. La Capo d’Anzio non ha il tempo di fare questo, perché rischia di portare i libri in Tribunale.

A che azzardo stiamo giocando? E la Regione ha niente da dire su una situazione che si è trascinata fin troppo oltre dopo l’inversione del crono-programma?

Porto, la “road map” che il sindaco finge di non conoscere

L'atto firmato dal sindaco e da Marconi

L’atto firmato dal sindaco e da Marconi

Quattro pagine firmate da Luciano Bruschini, sindaco di Anzio, in rappresentanza del Comune proprietario del 61% delle quote della Capo d’Anzio e da Renato Marconi, in rappresentanza della Marinedi che detiene il 39% della società nata per costruire il nuovo porto ma costretta dagli eventi a provare a gestirlo.

Quattro pagine che per primo il sindaco, quindi coloro che si sbracciano per il bando, dovrebbero leggere. Sono la cosiddetta “road map” di quanto accaduto intorno al bacino e alla società dalla data della concessione al 13 ottobre 2014, quando l’atto viene sottoscritto.

E’ l’ennesima dimostrazione di quanto, sul porto, siamo arrivati a chi la spara più grossa. In quelle quattro pagine si ricostruisce l’accaduto e si dà atto delle scelte compiute per l’inversione del crono-programma e la gestione dell’attuale bacino, attraverso le fasi pubblicate poi sul sito della società.

Tale  nuovo piano realizzativo rappresenta l’unico modo per mantenere la continuità aziendale e salvaguardare l’iniziativa e la società“. Questo c’è scritto

Poi Bruschini ha deciso di chiedere il bando, oggi si “svegliano” prima Millaci e poi l’altro Bruschini.

Ecco, sarebbe il caso di ricordare cosa si firma, prima di chiedere bandi e di leggere gli atti – li ha forniti la Capo d’Anzio nell’unica e burrascosa conferenza pubblica che ha tenuto, a gennaio scorso – prima di intervenire.

Il porto, i lavori, i silenzi di sempre

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Mai usata quella di Piazza Pia, nel frattempo finita a un non ancora meglio specificato museo delle conchiglie, la Capo d’Anzio ha avviato i lavori per la sede di riviera Zanardelli, ospite dell’Associazione marinai d’Italia. La stagione è alle porte e lungi dall’iniziare le opere per il porto, la società mista (61% Comune-39% Marinedi ovvero Renato Marconi) si avvia alla gestione degli spazi ottenuti. Cosa per la quale una sede fisica è indispensabile.

Spazi tutti, fuorché quelli degli ormeggiatori che hanno ottenuto dal Tar la sospensiva e ora dovranno difendersi dal ricorso al Consiglio di Stato della Capo d’Anzio. La società sapeva – e bene – che mettere mano al porto non sarebbe stata una passeggiata di salute, lo conferma anche la vicenda di oggi, ma essendo la  titolare della concessione non può certo stare a guardare.

A fronte di questo e del poco che trapela, grazie ai colleghi che seguono le vicende del porto, la società e in particolare chi ha la maggioranza della Capo d’Anzio, continua con i silenzi di sempre.

Del bilancio approvato per la prima volta in leggero attivo ignoriamo tutto eppure per il 61% siamo i proprietari. Ci sono – così viene spiegato – dei tempi tecnici e dovremo attendere. Di sapere, ad esempio, se abbiamo iniziato a pagare o meno la Banca Popolare del Lazio e che intenzione abbiamo di fare con i creditori tra i quali quelli del progetto “Life”

Sappiamo da una determina, intanto, che il Comune vuole riprendersi le quote del privato e ha dato mandato a un avvocato, forse troppo tardi rispetto a quando si era deciso di farlo, mentre con Marconi si è condiviso tutto e di più dal suo ingresso a oggi.

Non sappiamo, invece, che fine abbia fatto il fantomatico nuovo bando di gara  annunciato a più riprese dal sindaco per realizzare – e far gestire ad altri – tutto il porto. Bando, ricordiamolo, che va nella direzione esattamente contraria rispetto a quanto lo stesso sindaco ha deciso in assemblea dei soci ovvero all’inversione del crono programma, alla gestione per “fasi” dell’attuale bacino  almeno fino a tempi migliori.

Un comportamento diciamo singolare, dunque, e i silenzi di sempre. Meno male che questa era l’opera per rilanciare l’economia della città…

Porto: un tweet, la proposta del Pd, le scomposte reazioni di D’Arpino

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E’ bastato un “tweet” a scatenare un mezzo putiferio. Recita: “Porto dei cittadini. Il Pd di Anzio lancia azionariato diffuso per evitare che società finisca in mani private”. Una comunicazione in diretta, fatta da chi scrive, durante la conferenza stampa che era in corso nella sede del Pd, dove veniva presentata una proposta. Il che è già notizia, dopo anni di “rincorse” a dire che le procedure erano sbagliate e a non approfondire – invece – quello che Aurelio Lo Fazio, da solo, denunciò sin dall’inizio ovvero che Renato Marconi era già socio di Italia Navigando e che quindi non era pubblica come ci avevano fatto credere.

Il punto non è questo, comunque, ma la reazione scomposta – altro che dotte citazioni di Seneca…. – che il presidente delle dimissioni annunciate ma non formalizzate, Luigi D’Arpino, ha avuto. Annunciate e rispedite al mittente dal sindaco che in Consiglio comunale gli ha confermato la fiducia. Dimissioni beffa, insomma, a meno che D’Arpino ora non ci smentisca e le dia per davvero. Reazione su facebook – quello che si legge nella foto è solo l’inizio, ma basta e avanza – e nelle dichiarazioni rilasciate al Clandestino. Dimenticando di essere il rappresentante istituzionale nella società pubblica che deve (dovrebbe) realizzare e gestire il porto, anziché entrare in questioni di merito attacca. Nei giorni precedenti, sempre usando facebook, aveva dato dei “cazzari” ai giornalisti che scrivevano della candidatura, annunciata da lui, della moglie a sindaco. Nel frattempo è stato anche a Young tv e ha usato parole pesanti – o meglio da denuncia – nei confronti di ormeggiatori e forze dell’ordine che controllano il porto. Speriamo che sia già andato in Procura o che, nel frattempo, siano state acquisite le registrazioni e che si vada fino in fondo. Perché sono affermazioni gravi, fatte da chi rappresenta il socio pubblico nella “Capo d’Anzio” e non da chi passa per strada… Da chi ha un ruolo istituzionale e per questo ha – avrebbe – il dovere di mediare o eventualmente di denunciare nelle sedi opportune.

Non c’è dubbio che sul porto c’è chi abbia vissuto e viva di rendite di posizione, abbia sentito “suo” e non della collettività il bacino portuale. Qui – e prima ancora dalle colonne del “Granchio” – lo si sostiene da anni.

Ma il punto è ancora un altro. Fatte le debite proporzioni: cosa sarebbe successo se il presidente dell’Expo, manifestazione destinata a rilanciare le sorti dell’Italia avesse usato toni a dir poco “coloriti” come quelli di D’Arpino? E se il presidente del futuro comitato per ospitare le Olimpiadi del 2024 cominciasse a dare dei “parassiti” ai titolari delle bancarelle intorno allo stadio? Immaginiamo che capirebbe da solo di dover rassegnare il mandato. Il porto è per Anzio, così ci ripetono da anni, l’occasione di rilancio e chi scrive ci ha creduto e ci crede ancora.

D’Arpino è stanco, ne ha sopportate di tutti i colori come dice lui e dobbiamo credergli, ma fa il presidente della “Capo d’Anzio” per una indicazione squisitamente politica. Era un papabile candidato sindaco, si misero d’accordo Candido De Angelis e Luciano Bruschini, quest’ultimo sindaco e D’Arpino presidente della società del porto che aveva visto – in quel ruolo – il compianto Gianni Billia e Antonio Baldassarre. Oggi, con certe dichiarazioni, D’Arpino si fa fuori da solo. E’ evidente che non può restare lì a rappresentare il socio di maggioranza ovvero la città. Da persona intelligente qual è avrebbe dovuto andarsene prima, quando il sindaco in assemblea dei soci diceva una cosa e poi in Consiglio comunale un’altra. Ora il sindaco dovrebbe intervenire, ringraziare e passare oltre. Non prima di aver dato risposte a domande alle quali sfugge dall’ingresso di Marinedi a oggi.

D’Arpino ha anche rinunciato a parte dell’emolumento per far quadrare il bilancio 2014, gli va riconosciuto, ma va ricordato che resta tra i creditori della società per i soldi da presidente dal 2008 a oggi. Lui come gli altri componenti del consiglio d’amministrazione passati e presenti. E’ un debito – uno dei tanti, circa 2 milioni – che la “Capo d’Anzio” ha.

Pari pari a quello nei confronti di chi ha preparato il progetto “Life” e non ha visto un euro, oggi ha un decreto esecutivo ma di fatto inutilizzabile, mentre con i soldi arrivati dall’Unione europea “è stato fatto altro” – come disse il dirigente dell’area finanziaria in Consiglio comunale. Cosa è stato fatto? Ed è vero che si rischia di entrare in una procedura di infrazione della Ue? E la proposta del Pd di aumento di capitale, piaccia o meno al presidente dimissionario D’Arpino, è fattibile o non? Le alternative sono la liquidazione della società oppure la cessione delle quote del Comune come ha suggerito lo stesso dirigente dell’area finanziaria? E se quelle quote vanno cedute è vero o meno che Marinedi ha un diritto di prelazione? Sono domande alle quali la città deve avere le risposte, non il Pd o chi scrive, tanto meno gli operatori, almeno fino a quando il 61% resterà del Comune.

Perché se proviamo a guardare al futuro – e sarebbe ora, conosciamo a memoria i pareri “a soggetto” e tutto il resto che fa parte di un pessimo passato – il rischio che arrivi un privato al 100% era, è e resta dietro l’angolo. Si deve avere l’onestà di dirlo ai cittadini, a cominciare da quelli che hanno votato il centro-destra come il presidente dimissionario ci ripete a ogni occasione.

Porto, finiamola di prenderci in giro

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L’amministrazione comunale non ha idea del da farsi sul piano operativo di razionalizzazione della Capo d’Anzio, a conferma del fatto che sul porto si naviga a vista o, peggio, si lavora nelle segrete stanze.

Questa mattina in cartella non c’era altro che la relazione del dirigente dell’area finanziaria, secondo il quale dovremmo dismettere le quote e basta. Buttando al vento 15 anni di impegno, di voti unanimi del consiglio comunale, di specifici mandati a sostenere il progetto della Capo d’Anzio, le difficili (e ostacolate) pratiche per arrivare all’accordo di programma e alla concessione.

Il capogruppo del Pd Andrea Mingiacchi ha messo nero su bianco che in cartella non c’è nulla, quindi venerdì in consiglio comunale l’argomento non può essere trattato.

Era una scadenza di legge fissata al 31 marzo, ma com’è noto qui a rispettare le leggi non siamo così bravi. Intanto mettiamola all’ordine del giorno, poi si vedrà. Questo devono aver pensato in maggioranza. Ignorando – o fingendo di ignorare – che un piano la Capo d’Anzio l’ha fatto e ha avuto il via libera del sindaco. E’ di dicembre 2013, approvato dall’assemblea dei soci un anno fa, “razionalizza” e spiega come una società nata per fare il porto oggi abbia intanto la possibilità di gestirlo e portarlo avanti rivedendo il crono-programma e poi di realizzare almeno il bacino interno per “fasi”. I consiglieri comunali lo sanno o vivono nel mondo delle favole?

Chi lo sa per certo è il  dirigente dell’area finanziaria, Franco Pusceddu, non fosse altro perché fa anche parte (per legge e gratuitamente) del consiglio d’amministrazione della Capo d’Anzio. Ai capigruppo avrebbe riferito oggi che il Comune non è in grado di procedere a un piano operativo, gli uffici non ce la fanno. Altro “tassello” verso la dismissione. Nessun capogruppo, immaginiamo, ha provato a controbattere e così venerdì avremo si è no una discussione. Né qualcuno, ma eravamo assenti, avrà sentito il bisogno di chiedere perché il controllo analogo sulla Capo d’Anzio non c’è stato – e perché – o il motivo per il quale in bilancio la fideiussione non c’è.

E i capigruppo hanno avuto sentore di una citazione in giudizio, a tre anni di distanza dall’ordine del giorno che diceva al Comune di andarsi a riprendere le quote, con la quale si fa causa a Marconi per pagarlo a prezzi di mercato? Vero, c’è stata la delibera recente per riprenderci le quote, ma è il caso di decidere una volta per tutte cosa intende fare il Comune di Anzio con il porto in quanto, ancora, socio di maggioranza della società. E’ una cosa che sosteniamo da tempo, sottolineando come il sindaco una cosa faceva in assemblea e un’altra ne diceva in Consiglio comunale. Ora le carte sono scoperte: finiamola di prenderci in giro. Possiamo tenere la Capo d’Anzio, dimostrando da qui al 2017 che non è da dismettere? Bene. Possiamo continuare con il piano finanziario messo a punto da Marconi? Bene. Intendiamo mandare via il socio privato? Spieghiamo perché  nei tre anni scorsi abbiamo dormito e come e dove prendiamo i soldi oggi, altrimenti è demagogia. Intendiamo fare una “evidenza pubblica” per cedere le quote? Spieghiamo il perché.

Un’ultimo capitolo: le dimissioni si danno oppure no. A Luigi D’Arpino va dato l’onore delle armi, riconosciuto che ha rinunciato ai compensi del 2014 consentendo di far pareggiare il bilancio della società, gli va fatto un plauso se il sindaco ritiene e poi si deve voltare pagina. Ci sarà in Italia un personaggio che “fa” porti, è di garanzia per tutti, e può provare a guidare verso la salvezza una società che ha visto presidenti come Gianni Billia e Antonio Baldassarre.   E se il dirigente dell’area finanziaria – che ha messo nero su bianco che non firmerà atti sul piano di razionalizzazione – non intende proseguire con la Capo d’Anzio, si nomini qualcun altro.

Di tutto abbiamo bisogno fuorché di giochi che hanno un solo obiettivo: allontanare la realizzazione del porto e favorire – chi tira la cosa da una parte e chi dall’altra – tutti ma non i cittadini di Anzio.

Porto, qualcosa non torna. Strani silenzi

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Venerdì il consiglio comunale sarà chiamato a esprimersi sul piano operativo di razionalizzazione della Capo d’Anzio. Doveva farlo per legge entro il 31 marzo, ma pazienza. Agli atti, fino a qualche giorno fa, c’era solo la relazione del dirigente dell’area finanziaria – e componente del consiglio d’amministrazione della Capo d’Anzio – secondo il quale, di fatto, il Comune deve disfarsi della sua partecipazione. Ricorda pure, il dirigente, che la Corte dei Conti sottolinea delle criticità rispetto alla Capo d’Anzio per la quale non è stato fatto il cosiddetto “controllo analogo” e non c’è stata l’iscrizione in bilancio della fideiussione. La domanda sorge spontanea: chi doveva farlo? Comunque la linea del dirigente è chiara. Quella del Comune? Silenzio.

Cosa voglia fare ufficialmente l’amministrazione non si sa. Di certo c’è l’ennesimo deliberato del Consiglio comunale che dice che il porto deve essere sotto il controllo pubblico, anzi che dovremmo riprenderci le quote. Cosa difficilmente possibile, dati i tempi di spending review, ma almeno sulla razionalizzazione il Consiglio dovrà dire la sua.

Ebbene un piano c’è stato a suo tempo, ha avuto il via libera del sindaco (rappresentante del 61% pubblico delle quote) in assemblea dei soci, ha portato la Capo d’Anzio ad approvare il primo bilancio addirittura in leggero attivo della sua storia. E’ il piano finanziario con il quale, invertito il crono programma, si è stabilito che la società poteva sopravvivere iniziando a gestire il porto prima di realizzarlo.

Poi il sindaco in Consiglio comunale si è rimangiato tutto, ha riparlato di un bando oggi impossibile, di cacciare Marconi e via discorrendo. Ma un piano di razionalizzazione esiste. Ecco perché qualcosa non torna. Alla Regione che non si presenta per il ricorso al Tar scrive la Capo d’Anzio sollecitando un appello al Consiglio di Stato, mentre “tuona” il Comune che è pronto ad agire in danno – cosa che magari andava fatta anni fa, contro quanti davano pareri “a soggetto” – ma nel frattempo non sappiamo ancora se ci sarà o meno il ricorso contro la sospensiva o se, più semplicemente, aspetteremo il 15 luglio, difendendoci nel frattempo da altri che pensano al porto come qualcosa di loro, quelli del Circolo della Vela di Roma.  Cosa hanno intenzione di fare Comune e Capo d’Anzio? Silenzio.

Intanto sembra che dopo tre anni e dopo aver misteriosamente tenuto nel cassetto il parere dello studio legale Cancrini-Piselli si sia chiesto di procedere contro la mancata evidenza pubblica della scissione di Italia Navigando e la “consegna” all’ingegnere Renato Marconi nelle sue diverse accezioni (Mare 2 spa, Marinedi) il 39% della Capo d’Anzio. Nel 2012 l’operazione era fattibile a livello nominale o poco più, oggi sarebbe un salasso, senza dimenticare che il Comune non ha i soldi – e anche avendoli non potrebbe –  per comprarsi il 39%. Qualcosa non torna. Esiste l’atto di citazione? Chi ha deciso di procedere? Silenzio.

Da oltre un anno, ormai, l’impressione di chi scrive è chiara. Abbiamo scherzato sul porto, perso occasioni, ceduto a vicende “politiche” (le chiamano così), ma si sta ormai “apparecchiando” la tavola a Renato Marconi o a chi per esso. Dimenticando che questo porto è di Anzio e dei suoi cittadini, tutti. Basta con i silenzi, fateci capire.

Porto, il gioco delle parti alla faccia dei cittadini

Prima di leggere il testo originario è bene precisare che Luigi D’Arpino ha confermato le sue dimissioni nel corso del consiglio d’amministrazione odierno. Riunione durante la quale ha rinunciato, insieme all’amministratore delegato, agli emolumenti e consentito al bilancio 2014 di chiudere in pareggio. D’Arpino resterà al suo posto per l’ordinaria amministrazione. Sempre oggi sono stati firmati i contratti con i cantieri e gli altri componenti del Consorzio nautico. Rispetto alla posizione di Pusceddu va invece precisato che è la legge di stabilità (190 del 2014, articolo 1, comma 611 e 12) a indicare la dismissione delle quote pubbliche e che esiste, in tal senso, un parere espresso dal dirigente, il quale avverte anche della necessità di inserire nel bilancio del Comune un fondo rischi per la Capo d’Anzio. A seguire, il testo inserito poco prima delle 14 odierne.

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Gli ormeggiatori hanno vinto il loro ricorso, ne va preso atto e va eseguita la sentenza. Funziona così, le sentenze si rispettano. Vedremo se Comune, Regione e Capo d’Anzio andranno o meno al Consiglio di Stato ma nel frattempo gli ormeggiatori hanno avuto la sospensiva e potranno continuare nella loro attività, fatturando cifre pari a quelle di un settimanale locale, e garantendo i posti di lavoro che  (dicono) se fossero stati assunti dalla Capo d’Anzio erano a rischio o addirittura con condizioni inaccettabili. Il problema non è questo, però, da qui possiamo solo prendere spunto per dire basta al gioco delle parti fatto alla faccia dei cittadini. Chi scrive ha creduto al porto, sostenuto il progetto, chiesto scusa. Ma certe cose sono incomprensibili. Vediamole, allora, queste parti.

Il sindaco di Anzio, Luciano Bruschini: rappresenta la città ovvero il 61% di quote pubbliche nella Capo d’Anzio e ai cittadini non ha mai fornito spiegazioni. Nelle assemblee dei soci ha dato mandato di procedere con il piano finanziario che prevedeva l’inversione del crono-programma dei lavori e l’avvio “in economia” della gestione del porto, aspettando tempi migliori per il raddoppio. E’ nei verbali, non c’è tema di smentita, e il piano finanziario è di dicembre 2013. In Consiglio comunale  – da settembre 2014 – ha detto l’esatto contrario e annunciato un bando che a oggi, ufficialmente, ancora non c’è. Non solo, ha ammesso di non aver mandato via il socio privato Marinedi, leggi Renato Marconi, perché “serviva” ad arrivare fino qui, ma che lo avrebbe fatto presto. Da dicembre 2012, invece, ha un parere che indicava una strada per riprendere quelle quote, con una causa da fare e un eventuale arbitrato, ma sembra che non lo abbia mai visto o comunque non ne ha tenuto conto. Nel frattempo, sempre in assemblea, ha partecipato alla modifica dello statuto per la quale si decide al 70%, dando di fatto il potere di veto al socio privato. A pensar male, si dice, si fa peccato ma spesso ci si indovina. E’ lo stesso sindaco che si fece prendere in giro sul rinvio di una conferenza dei servizi per poi sentirsi dire dalla Regione (gestione Marrazzo/Montino) che il parere sarebbe stato negativo lo stesso. E chi ci dice che in cambio del sostegno elettorale avuto da una parte del Pd al ballottaggio, guarda caso proprio quella vicina a Marconi capitanata da un ex sindaco, deputato e senatore, Bruschini non abbia detto “ma sì, va bene, teniamocelo l’ingegnere e poi vediamo“? Guarda caso quella che voleva si facesse solo il porto interno? Oggi, invece, rilancia su quote e bando, sapendo nel primo caso che è difficile riprendersele e che costerebbe un occhio della testa tutto ciò che Marconi ha fatto, nel secondo che con un ricorso pendente il bando non si può fare. Chi parteciperebbe?

Il presidente, Luigi D’Arpino: si è dimesso, anzi no. Dicono ci abbia ripensato. Se si è dimesso lo ha solo annunciato alla stampa, quindi è tornato sui propri passi… Se voleva doveva andarsene a settembre 2014, quando il sindaco ha sconfessato se stesso e il mandato che aveva dato al consiglio d’amministrazione. E’ lì per scelta politica, è noto, ma operativamente? Di certo con il piano finanziario e l’inversione del crono-programma aveva il dovere di parlare con chi aveva sottoscritto gli accordi per lasciare le concessioni e spiegare che era cambiato qualcosa. L’ha fatto? O davvero si è presentato in motorino dagli ormeggiatori a dire che sarebbero dovuti andar via perché non avevano partecipato al bando? Una cosa gli va riconosciuta: ha sempre detto che c’è chi il porto non lo vuole. Si dimettesse davvero e dicesse chi.

Il dirigente, Franco Pusceddu: valgono buona parte delle considerazioni di D’Arpino, ha portato avanti – da consigliere d’amministrazione inserito lì per legge – le indicazioni dell’assemblea dei soci. Oggi facesse una cortesia: ha o meno il parere della Corte dei Conti che dice che dobbiamo vendere le quote? Ha mai scritto lui in tal senso? O questa corrispondenza è un altro dei misteri del nostro Comune, come il famoso parere sull’incompatibilità di Placidi che dice di non aver mai visto? Vendere le quote significa dire che Marconi ha un diritto di prelazione, quindi che il porto va nelle mani dell’ingegnere.

L’ex sindaco, Candido De Angelis: ha fatto del porto il suo cavallo di battaglia, l’ha lasciato praticamente agli ultimi passaggi, ma si è visto sfuggire di mano tutto, preso più da fare la “guerra” – anche giustamente – a Bruschini e a come stava amministrando la città, all’ex alleato D’Arpino, che dall’arrivare all’obiettivo comune. Una cosa gli va riconosciuta: chi lo criticava per il suo fare dirigista e per la scarsa diplomazia, ha ottenuto con la mediazione meno di quanto ha avuto De Angelis urlando.Oggi proporre come ha fatto lui di deliberare per il tutto pubblico può andare, peccato si rischi di arrivare tardi, anche per convenzione e patti parasociali nei quali – con Marconi allora a Italia Navigando, guarda un po’…. – ci si prometteva reciproco comportamento da gentiluomini. Troppo tardi.

La Regione Lazio: difendersi da un ricorso del genere senza andare al Tar e dopo aver detto, sostanzialmente, che gli ormeggiatori hanno ragione è consegnare la vittoria all’avversario. Questo comportamento è singolare, a dir poco. Siccome siamo stati abituati a pareri “a soggetto” su sollecitazioni della politica, affinché per Anzio sorgessero degli ostacoli, non vorremmo che la prassi si sia ripetuta. Complice il Comune, purtroppo, che non ha mai dato corso ad azioni di responsabilità civile nei confronti di chi ha fornito negli anni indicazioni rivelatesi errate rispetto alle procedure. Oggi, magari, l’avvocatura sarebbe stata più accorta o quanto meno si sarebbe presentata. Resta il dato politico: Zingaretti o chi per lui sapeva? E come si mette con un’opera che se parte rilancia anche l’offerta regionale e che, invece, resta bloccata?

Renato Marconi: l’ingegnere che ha inventato Italia Navigando, amico della politica a tutti i livelli, capace di aprire un contenzioso milionario con la stessa Italia Navigando e di prendersi in cambio dieci porti, Anzio compreso, è in finestra da tempo per prendersi tutto. Lo si è sostenuto qui in tempi non sospetti. Se un giorno dovesse andar via non lo farebbe certo a livello di valore nominale, no…. Marconi è lo stesso che ha fatto ottenere in pochi mesi l’inversione del crono programma in Regione, con Zingaretti presidente e quindi con una amministrazione “nemica” a quella di Anzio, quando il Comune ci ha messo un anno dall’accordo di programma alla concessione ed era presidente Renata Polverini dello stesso schieramento di chi governa la città. E possibile che con l’avvocatura regionale non sia stato in grado di concordare una difesa? Sarà… Di certo se il Comune dovesse dismettere la sua partecipazione sarà pronto a entrare in partita. Per adesso resta in finestra, tanto in questo gioco delle parti c’è l’impressione che più di qualcuno abbia fatto il tifo per lui.

Alla faccia dei cittadini.