Il porto, i privilegiati, la fuga della maggioranza. E’ meglio chiudere

L'home page del sito Marina di Capo d'Anzio, registrato dal socio privato

L’home page del sito Marina di Capo d’Anzio, registrato dal socio privato

Facciamo un esempio terra terra: sono stato fra i fondatori della cooperativa “il Granchio”, editrice dell’omonimo settimanale. Ne sono uscito dopo diversi anni, adesso decido di andare da un avvocato e diffidare la cooperativa perché edita un giornale. Voglio vedere se è “eventualmente” autorizzata a farlo. Vi starete chiedendo cosa c’entra, ne sono certo.

Ebbene è il modo per introdurre la diffida che il Circolo della vela di Roma ha fatto Regione, Comune e Capo d’Anzio. Legittimo, per carità, se non fosse che a presiedere quel circolo c’è chi è stato in consiglio d’amministrazione della Capo d’Anzio dal momento della costituzione fino al 3 settembre 2008. Quindi anche dopo la richiesta di concessione demaniale, fatta a marzo 2005.

Uno può essere stato disattento, certo, ma chiedere gli atti oggi somiglia a una beffa. Peggio, al tentativo di mantenere un privilegio pagando meno di 3.500 euro l’anno. La concessione e l’inversione del crono programma sono atti pubblici, ma al Circolo della vela fingono di non saperlo. Hanno le loro ragioni da difendere, bene, tanto gli interessi della città alla quale asseriscono di aver dato tanto vengono dopo. Meglio tenersi lo spazio, pagare neanche 300 euro al mese, mantenere corsi, ristorante, bar, spazi in via molo Pamphili occupati tutto l’anno. Il porto? Pazienza. C’è un passaggio che colpisce della diffida, quello che contesta la “asserita esclusiva a favore della Capo d’Anzio del diritto di concedere l’autorizzazione allo svolgimento di attività, anche di ormeggio di imbarcazioni”. Perché il circolo fa anche da ormeggiatore? Non ci sarebbe da stupirsi nel porto dove per decenni hanno fatto un po’ tutto tutti, senza controlli.

Adesso che c’è una concessione, adesso che la Capo d’Anzio – certo, per fare altro rispetto a ciò per cui era nata – ne ha la titolarità, spariscono tutti quelli che volevano (?) il porto. Si passa a diffide e carte bollate.  La società ha sbagliato nella comunicazione e l’approccio, lo ripeto da mesi, ma qui occorre cominciare a dar ragione a Luigi D’Arpino che da tempo asserisce che il porto realmente c’è chi non lo vuole. E ha fatto bene, il presidente della Capo d’Anzio, ad annullare la conferenza dopo la fuga di sindaco e maggioranza, compresi i presunti “nuovi” della politica anziate. Va a rispondere D’Arpino quando il sindaco, proprietario del 61%, si guarda bene dal farlo alimentando i dubbi sull’intera operazione porto? Quando con un comportamento del genere si alimenta il comportamento di chi si batte affinché non si faccia più nulla?

E tanto Bruschini ha ragione, oltre le dichiarazioni stampa che hanno risvegliato persino il 5stelle Tontini aspettiamo ancora un manifesto banalissimo o mezzo comunicato nel quale farlo notare da parte dell’opposizione di varia natura. Ma sì, va bene così… Intanto gli spari ad Alessandroni hanno fatto già dimenticare il Consiglio a vuoto.

Hanno ragione gli ormeggiatori, ha ragione il Circolo della vela. Perché cambiare se finora è andato avanti tutto così, sia pure per pochi? La città può attendere. E quando il porto sarà insabbiato non ci sarà più la Regione a dragarlo, attenzione, quando la Capo d’Anzio sarà fallita allora arriverà il privato e vedremo se ci saranno diffide o atti simili.

Magari è quello che qualcuno vuole davvero. Dovrebbe avere il coraggio di dirlo. Intanto sarebbe meglio cominciare a far rispettare le leggi – tutte – e se necessario chiudere un porto che non è sicuro, dove si svolgono attività abusivamente o al limite della legalità. Speriamo che se non Capitaneria, Finanza e chiunque abbia giurisdizione locale cominci a muoversi qualcuno a livello superiore. La misura è colma.

Porto, tutto serve tranne la confusione. Sindaco grande assente

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E’ apprezzabile quanto tardivo lo sforzo della Capo d’Anzio di rendere noti i passaggi che porteranno alla gestione dell’attuale bacino portuale e un giorno, forse, alla realizzazione dell’intero intervento. Che la società difetti in fatto di comunicazione non è cosa di oggi, praticamente da quando è stata costituita – nel 2000 – non ha più avvertito l’esigenza di far conoscere ciò che stava facendo. In particolare – è stato sostenuto per anni da chi scrive, sul “Granchio” – in occasione della presentazione dei piani finanziari. Della serie: tu hai il progetto che deve (dovrebbe) rivoluzionare una città e anziché farlo conoscere lo tieni nei cassetti. Come se Marchionne alla Fiat, oggi Fca, tiene nascosto il progetto di un nuovo modello e non lo mostra ai proprietari delle azioni….

Non è bastata nemmeno la legge sulla trasparenza, dato che sul sito del Comune che ha il 61% della società – al contrario di quello che ieri ci hanno spiegato il presidente Luigi D’Arpino e l’avvocato Antonio Bufalari, consigliere d’amministrazione per conto di Marinedi – i documenti indispensabili non ci sono. Ieri in un cd sono stati finalmente forniti, compresi i verbali della società che finora sono stati ottenuti da chi scrive – e ricordiamo che il 61% è sempre pubblico – solo attraverso normali visure alla Camera di commercio. Ma il difetto di comunicazione c’era anche prima, quando inviati del “Granchio” andavano al salone nautico di Genova e allo stand di Italia Navigando si diceva di investire a Fiumicino anziché ad Anzio per un potenziale posto barca. Il difetto c’era quando anziché dire che si vendevano i posti barca sono stati pubblicizzati i “Dolt” o quando il Comune si è trovato – per questioni approfondite a più riprese – un socio privato e non ha sentito il dovere di dirlo a quel 61% pubblico che sono i cittadini. Lo stesso quando si cambiava il logo della società. Bastava dire, prima che si scoprisse e la cosa arrivasse in consiglio comunale: “Si cambia perché…”

E c’è stato ieri, il difetto, in primo luogo perché non c’era il rappresentante dei cittadini proprietari della maggioranza della Capo d’Anzio, il sindaco, che pure a più riprese aveva annunciato che avrebbe tenuto confronti pubblici in tutti i quartieri. Ma anche perché il presidente di una società a maggioranza pubblica ha il dovere di ascoltare i cittadini – soprattutto quelli che non la pensano come lui – e deve evitare di rispondere alle provocazioni. Oppure deve lasciare quel posto. Ma immaginiamo per un attimo se ieri in sala ci fosse stato uno interessato ad acquistare un posto barca? Diciamo che D’Arpino non ne sarebbe uscito con una bella figura nel “siparietto” con l’ex consigliere comunale Santino Adreani e in qualche risposta piccata che poco si addice al contesto di un confronto. A maggior ragione se i citadini, anche attraverso i social network (3.0, sindaco, ricorda?) come il presidente ha riconosciuto alla pagina facebook “Bandiera Nera” sollecitano la necessità di essere informati. Di sapere ciò che è dovuto. E pazienza se qualcuno viene a dire che il porto non gli piace. Si ascolta e si va avanti, mentre D’Arpino – al quale va dato atto di averci messo la faccia – dalla sua proverbiale ironia è caduto nella trappola ed è finito nell’arroganza. Tutto ci serviva fuorché la confusione

E comunque, anche ieri, è mancata chiarezza. Solo nel finale e quando ormai la tensione aveva preso il sopravvento è stato possibile sapere quali sono le fasi previste e i possibili tempi, ad esempio, per sistemare l’attuale bacino. Per il resto abbiamo saputo in buona parte quello che già era noto: il progetto per il quale la Capo d’Anzio ha la concessione è quello e cambiarlo in “corsa” non si può. Il raddoppio lo decide il mercato: o ci sono investitori o si resta con quello di oggi con i pontili mobili, una volta trovate le intese ormai solo con gli ormeggiatori, dato che gli altri alla fine sono d’accordo. Bastava spiegare, con calma, che pagare alla “Capo d’Anzio”, oggi, un canone adeguato e non quello irrisorio degli ultimi decenni vuol dire essersi garantiti di restare lì altri 50 anni e che se un giorno si realizza il nuovo porto avere comunque una sistemazione. Certo che si accordano, mica sono votati al suicidio.

Il sindaco serviva anche per dirci se e quando si farà il famoso bando del quale ha parlato, ormai, quattro mesi fa…

Sapevamo e sappiamo che i soldi non ci sono: “Siamo come un barbone alla stazione Termini” – parola di D’Arpino, chiara quanto infelice di fronte a una platea dove c’erano anche personaggi importanti della nautica – e che il rischio di portare i libri in tribunale è reale. Che al limite venderemo la concessione. Sappiamo che l’atto d’obbligo tra Capo d’Anzio e Comune – con una serie di opere pubbliche previste – è quello e “tale resta”, così ci ha spiegato D’Arpino, ma che per adesso quelle opere ce le dimentichiamo perché i fondi necessari non ci sono. Sappiamo che il progetto “Life” è naufragato, i soldi arrivati sono stati usati per fare altro, i progettisti (questo non è stato detto) hanno avviato le richieste di pagamento per via giudiziaria. L’Unione europea ha chiesto il rendiconto del progetto ma presto – e D’Arpino lo sa – chiederà indietro anche i soldi. Sappiamo, inoltre, che Marinedi ovvero Renato Marconi per adesso fa il benefattore. La Capo d’Anzio ha l’obbligo di investire eventuali guadagni sulla città ma finché i guadagni non ci sono – e difficilmente ci saranno a breve -l’ingegnere si è posizionato, fa le cose pratiche per la società (contabilità, progettazione, sito) e quando sarà il momento presenterà il conto ovvero diventerà proprietario assoluto.

E’ su questo rischio che il sindaco – non D’Arpino – doveva relazionare. E’ questo che possiamo solo immaginare ma non sappiamo. Fa bene il presidente a dare appuntamento tra due settimane, ma nel suo deprecabile intervento Santino Adreani (al quale bastava ricordare che il passaggio da quote ai cittadini a Italia Navigando è stato votato in consiglio comunale all’unanimità) ha chiesto una cosa alla quale D’Arpino non può rispondere: che fine ha fatto il patto parasociale secondo cui se il socio di minoranza non trovava i soldi entro un anno restituiva le quote? Il Comune ha chiesto pareri, il sindaco ha detto in consiglio comunale dando la sua “parola d’onore” che avrebbe ripreso tutte le quote ma ormai è tardi. Non sappiamo, ancora, che succede con l’ultima legge di stabilità e se dobbiamo chiuderla la Capo d’Anzio ovvero dimostrare che fare il porto è un compito istituzionale. Entro marzo alla “spending review” vogliono saperlo. Dopo aver fatto passare la società come una “start up” per prendere una fideiussione altrimenti impossibile, oggi dovremmo dimostrare che tra gli scopi del Comune dal ’98 c’è questo porto. Delle due l’una, evidentemente. Non sappiamo, del futuribile bando del sindaco, se l’atto d’obbligo è previsto o meno, dato che è stato universalmente ammesso che proprio quei circa 40 milioni di opere pubbliche da realizzare sono state un “peso” che ha scoraggiato i potenziali realizzatori del porto. Non sappiamo se per pagare la concessione alla Regione sono stati usati soldi pubblici e quanti. Sforzo apprezzabile, dunque, ma tante cose vanno ancora chiarite. E questo non significa non volere il porto, ma voler capire. E se magari la prossima volta c’è chi rappresenta il 61% del capitale è meglio.

Porto, più che una stangata è la fine dei privilegi

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Rispetto a quello che si è pagato finora non c’è dubbio, è una stangata. Passare da poche centinaia di euro l’anno a qualche migliaia deve pesare e non poco a chi opera intorno al porto di Anzio. Ma più che di adeguamento dei canoni è forse ora di parlare di fine dei privilegi.

I concessionari non c’entrano, sia chiaro, hanno pagato (e non tutti, stando a quanto risulta alla Capo d’Anzio) quanto veniva chiesto loro. Ma la cuccagna non poteva durare in eterno. Né si poteva immaginare che la società incaricata ormai di gestire il bacino – rifarlo secondo il progetto approvato sembra ormai il sogno legato a chissà quale finanziatore – si accontentasse di pochi spiccioli.

Se c’è una cosa che l’ottenimento della concessione anche per la parte interna ha consentito è quella di farci avere finalmente un quadro chiaro della situazione. Si comprendono, alla luce di certe cifre, anche coloro che ponevano e pongono ostacoli. Per una vita di fatto è come se non avessero pagato, perché oggi dovrebbero dire sì? E’ evidente – lo comprendono da soli – che non si poteva proseguire così.

I canoni, quindi, sono stati adeguati e la Capo d’Anzio potrà iscrivere in bilancio per il 2015 189.561,62 euro. Sono 50.931, invece, gli euro in bilancio per i sei mesi del 2014 ovvero da quando la società è totalmente concessionaria. Sono i primi segnale dell’inversione di tendenza per le casse – eternamente in rosso – della società del Comune e di Marinedi.

A questi canoni andranno aggiunti, con una soluzione che è tutta ancora da trovare, gli introiti derivanti dalle imbarcazioni ormeggiate all’interno del porto. La questione con le cooperative di ormeggiatori è aperta, non è stata gestita al meglio nei mesi scorsi, ma una soluzione andrà necessariamente trovata. Altrimenti si rischia lo scontro e non serve a nessuno.

Detto ciò, fa bene il presidente della società, Luigi D’Arpino, a convocare stampa e cittadini per una conferenza sabato prossimo nella quale sono attesi i chiarimenti che aspettiamo da anni. Perché se c’è una cosa nella quale la Capo d’Anzio ha peccato è stata – da sempre – la trasparenza. D’altro canto è a maggioranza del Comune che sull’argomento non brilla…

Porto, la Capo d’Anzio si confronta. Finalmente

Luigi D'Arpino

Luigi D’Arpino

Il sindaco di Anzio, Luciano Bruschini, ha fatto una campagna elettorale con lo slogan 3.0 ma come sappiamo a questo livello non ci siamo mai nemmeno avvicinati. Ora lo supera, a destra come suol dirsi, il presidente della Capo d’Anzio Luigi D’Arpino, nominato dallo stesso sindaco e rappresentante della società incaricata di realizzare il nuovo porto di Anzio.

Lo supera perché annuncia, sulla pagina facebook “Anzio bandiera nera” che non è certo tenera nei confronti dell’amministrazione, che sabato mattina alle 10,30 a Villa Sarsina ha organizzato un incontro “con i cittadini, la stampa e chiunque voglia venire” per parlare proprio della situazione del porto.

Finora il presidente della Capo D’Anzio si era confrontato solo con i cittadini “5 stelle” in una diretta streaming “vietata” alla stampa. Sarà la volta buona che riusciremo ad avere risposte? Aspettiamo sabato.

Porto, come nulla fosse. E la confusione continua

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Sorprendono le dichiarazioni del presidente della Capo d’Anzio, Luigi D’arpino, che come se nulla fosse accaduto in questi giorni continua a parlare del nuovo porto. Il presidente è persona intelligente, ha amministrato, sa bene che nulla è come prima dopo due fatti. Il primo è relativo alle dichiarazioni del sindaco in Consiglio comunale e alla sostanziale sconfessione di quanto fatto finora da D’Arpino e dall’amministratore delegato, Enrico Aliotti. L’idea di un porto “a pezzi” – usiamo le parole del sindaco che è anche azionista di maggioranza – non va più bene. Si farà una nuova gara per la realizzazione dell’intero progetto. Siccome è difficile immaginare che D’Arpino e Aliotti – il primo indicato dal Comune, il secondo da Marinedi ovvero Renato Marconi – abbiano agito senza sentire i rispettivi proprietari delle quote, è evidente che ormai il sindaco la pensa in maniera diversa dal “suo” presidente.

Il secondo – e D’Arpino nell’intervista se la cava come il sindaco, cioè dicendo di non sapere – è che l’1 ottobre non è successo nulla di quanto la Capo d’Anzio con logo Marina di Anzio ha scritto ai concessionari. Nessuno si è spostato (parliamo degli ormeggiatori) e pochi hanno firmato. Anzi, più di qualcuno si è rivolto a un legale.

Attuare certi processi non è semplice, ma chiaramente qualcosa – l’ennesima – non quadra in ciò che è stato messo in piedi.

In tutto ciò nessun cenno alle tensioni della riunione con gli ormeggiatori in Comune, tanto meno alle vicende che restano aperte sul piano finanziario dell’opera o sulla “virata” del sindaco. A meno che, procedendo come si fa ormai da anni per tentativi ed errori, D’Arpino non sapesse delle intenzioni di Bruschini e avalli, oggi, la sua posizione.

La confusione continua.

Porto, vogliono fare il castello ma i soldi sono per un monolocale. Basta

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Proviamo a fare un paragone. C’è chi ha grandi ambizioni e con la sua società vuole costruire un castello per venderne le stanze. Ha tanti debiti da pagare, ma conta sull’appoggio di una banca – alla quale deve già dei soldi – per riuscire nel suo intento. La sorpresa è amara, perché fra debiti e capacità finanziaria non può farsi altro che una casa di una cinquantina di metri quadrati e la banca non concede ulteriori finanziamenti, quindi il castello resta un sogno. Però la società ha la concessione per farlo…

E le ambizioni non le cambia, né si rende conto che rischia di infilarsi in una strada senza ritorno. Si trova sulla strada un ingegnere che con una singolare manovra ha ottenuto parte delle quote della società, è nel settore da sempre, si propone di dare qualche soldo “a titolo fruttuoso” e di svolgere una serie di attività per conto della società. E’ la svolta, ma non si vede un euro e ci sono i debiti da pagare… L’ingegnere immagina un consorzio di imprese che possa intanto avviare le opere, in attesa di tempi migliori, poi ci si ricorda che qualcuno le stanze voleva comprarle. Certo, su 1284 solo 72 le avevano opzionate, molti si sono fatti restituire i soldi, ma restano 25 volenterosi… Si parte! Qualche debito verrà pagato, intanto l’ingegnere si muove per il resto, importante è che si posi la prima pietra…

Vi ricorda nulla? Sì, è la storia del porto di Anzio. E va fermata. Lo dice chi dall’inizio ha sostenuto il progetto del doppio porto, ha inseguito il sogno di una città che diventasse tale e non rimanesse un paesone di provincia, quello di un’opera che la qualificasse e ne facesse parlare a livello internazionale. Purtroppo siamo in Italia e tra burocrazia e politica, spesso con interessi trasversali, il progetto si è arenato. La convinzione che senza un atteggiamento ostile della Regione guidata da Marrazzo e dei suoi burocrati con parere a soggetto oggi avremmo il porto resta, ma è poca cosa.

Intanto è arrivata la crisi della nautica, la scelta di Italia Navigando si è rivelata un fallimento, la società Capo d’Anzio che è al 61% del Comune da totalmente pubblica ha il 39% di un privato.

Prima l’intervista in streaming del presidente della Capo d’Anzio, Luigi D’Arpino, ai “Cittadini cinque stelle”, poi le sue dichiarazioni al “Granchio”, lasciano stupefatti. Vendendo 25 posti barca si parte per iniziare i lavori. Ma stiamo scherzando?

Ci sono una serie di opere, previste dalla concessione e dall’atto d’obbligo tra Capo d’Anzio e Comune, che potranno pure essere “traslate” come dice il presidente ma vanno fatte. C’è l’escavo, e quello è da subito a carico della Capo d’Anzio appena la Regione invertirà il cronoprogramma. Ci sono i canoni concessori da pagare alla stessa Regione con la quale ora è il rapporto della società. Il Comune ha un ruolo però, quello di proprietario del 61%, per questo la città ha da essere informata.

Invece no, il sindaco che doveva andare da Sacida a Falasche, da Lavinio ad Anzio Colonia a spiegare le ricadute positive che avrebbe avuto il porto si ben guardato addirittura dal far applicare i patti parasociali sulla base dei quali le quote dovevano tornare al Comune un anno dopo la concessione. A meno che Italia Navigando non avesse portato i soldi per fare il porto. Quei patti, da amministratore proprio di Italia Navigando, li aveva sottoscritti Renato Marconi, l’ingegnere che poi li ha disconosciuti… Il sindaco, nonostante il mandato unanime del consiglio comunale, è rimasto a guardare e oggi vorrebbe far partire un’operazione con la certezza di avere appena 25 posti prenotati, nemmeno il 2% del totale, con pochi spiccioli rispetto ai 130 milioni di euro necessari. E’ fuori da ogni logica. E’ voler fare il castello quando si ha, sì e no, la possibilità di costruire un monolocale.

Infine i conti della Capo d’Anzio, in profondo rosso, con i soldi del Life usati per fare altro e da restituire, con un prestito da onorare con la Banca popolare del Lazio che non aspetta più, il capitale sociale da ricostituire. Tempo fa, in questo umile spazio, si parlava delle grandi manovre di Marconi. Ecco, se sarà lui a ricapitalizzare perché il Comune non ha i soldi per farlo il passaggio sarà completo. Un rischio che è dietro l’angolo, per questo è ora di dire basta, fare un bagno d’umiltà e i passi a seconda della gamba.